SAGGISTICA

“Per scrivere bene imparate a nuotare”

Giuseppe Pontiggia è l’autore di trentatré conversazioni sulla scrittura, pubblicate su due riviste negli anni Novanta, e di quattro lezioni sul medesimo tema. Mondadori ha raccolto questi interventi in un unico volume dal titolo “Per scrivere bene imparate a nuotare”, edito nel febbraio 2020.

Pontiggia ritiene che non si nasca scrittori, ma che lo si diventi “dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti”.

Ecco in sintesi alcune delle osservazioni e dei suggerimenti per scrittori in erba che l’autore enuncia nella sua intervista:

  • Se si chiede consiglio a parenti e conoscenti quando si scrive, occorre fidarsi più delle critiche che dei complimenti.
  • Lo scrittore ha il compito di scoprire, di dire qualcosa di nuovo evitando la banalità; deve inoltre essere sincero.
  • Lo scrittore deve leggere molto per evitare di imitare pedissequamente. Bisogna apprendere più linguaggi per trovare il proprio.
  • E’ opportuno attingere all’esperienza e alla memoria, ma non basta. Il lavoro di rielaborazione, tecnica e invenzione è necessario, per esprimere con precisione un pensiero o un’emozione così da interessare il lettore.
  • Pertanto l’ispirazione deve sempre fare i conti con la tecnica; sono due elementi complementari.
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  • La retorica, ovvero la rhetoriké téchne, la tecnica del parlare in modo efficace, è importante; serve a trovare le idee e ad esprimerle più efficacemente. Aiuta anche l’ispirazione.
  • L’ispirazione può aiutare a superare problemi tecnici, e la tecnica, inclusa la retorica, può agevolare l’ideazione. La tecnica aiuta a risolvere i problemi veri e a non crearsene di immaginari. Ad esempio alcuni autori si pongono subito il problema del nome da dare ai personaggi, della loro descrizione psicofisica, ma non sanno che in realtà il testo funziona anche senza questi elementi, non sono sempre indispensabili e non vanno subito definiti.
  • Gli antichi Greci credevano che l’ispirazione provenisse dall’esterno, fosse un elemento religioso scaturito dalle Muse, figlie della memoria. Oggi abbiamo interiorizzato le Muse, anche se continuiamo a credere che l’ispirazione ci provenga dall’esterno.
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  • Non esiste in un romanzo una trama di cui si possa parlare in termini oggettivi, la trama vera è il testo. Quando si riassume una trama spesso si fraintendono i contenuti.
  • Per scrivere bisogna immaginare, non basta ricordare, anche se l’immaginazione può elaborare dei ricordi. Memoria e immaginazione lavorano dunque insieme.
  • L’arte crea la bellezza.
  • L’artista dovrebbe creare qualcosa di accattivante e coinvolgente per il lettore; non sempre aderire fedelmente alla realtà, assecondando il cosiddetto pregiudizio realistico, è una buona idea: il risultato potrebbe essere noioso.
  • La retorica serve all’efficacia dell’espressione, in particolare perché insegna due strategie: l’antitesi e la capacità di giocare con il linguaggio.
  • La retorica in quanto tecnica, ars, aiuta la naturalezza della scrittura, che appunto non è un fatto spontaneo, ma meditato. Si potrebbe dire che scrivere sia come nuotare: non viene spontaneo, ma è necessario imparare una tecnica.
  • Certo non bisogna esagerare con le strategie retoriche, ma badare soprattutto ai significati che vogliamo trasmettere.
  • La scelta di un solo avverbio sbagliato può alterare il significato di una frase e diminuirne l’efficacia espressiva.
  • Sono pochi gli scrittori che hanno approfondito lo studio della retorica, e che ne hanno una conoscenza sistematica e storica; invece la hanno assimilata attraverso i modelli e gli esempi.
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  • Quando si sceglie un nome per un personaggio è opportuno che sia adeguato al contesto; ad esempio, a meno che non si voglia ottenere effetti grotteschi, inutile dare un nome aristocratico a personaggi umili. Certo talvolta gli autori scelgono con cattivo gusto assecondando il cattivo gusto dei lettori, e quindi la scelta appare funzionale.
  • Ci sono nomi molto evocativi; ad esempio se Dante avesse chiamato Piccarda “Adalgisa” forse non avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Anche i nomi sono portatori di un significato, persino le vocali possono modificarlo. Ad esempio una persona in carne forse non sceglierebbe per sé il nome “Pik”, ma preferirebbe “Pok”.
  • Come l’avverbio, anche l’aggettivo va ben ponderato; a volte meglio toglierlo, altre ne servono diversi per ottenere l’effetto desiderato. Inoltre è bene pensare se l’aggettivo dapprima funziona nel suo senso letterale, per poi capire se è efficace la sua trasposizione metaforica; dire che uno stile è “graffiante” è meno adeguato che definirlo “incisivo”, “tagliente”, “penetrante.
  • Fondamentare è evitare frasi fatte e luoghi comuni; ad esempio “su questo argomento scorrono fiumi d’inchiostro” contiene un’immagine goffa, perché l’inchiostro non scorre a fiumi, non lo si versa e non si usa più da decenni.
  • I best-seller, a prescindere dal loro valore letterario, non seguono la moda, la creano, perché introducono qualcosa di nuovo.
  • L’incipit deve suscitare interesse e curiosità prima di tutto in chi lo scrive, altrimenti significa che non si sta scoprendo niente ma replicando qualcosa di già noto.
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L’autore riassume i suoi precetti in quattro lezioni:

Lezione 1: a scrivere bene si può imparare. Non si nasce scrittori, lo si diventa dopo un lungo tirocinio.

Lezione 2: per scrivere bisogna pensare. Non basta aver vissuto una storia avventurosa, è necessario inventarla, trovarla sulla pagina scritta, dal latino “invenire”, trovare. Le migliori idee nascono a tavolino.

Lezione 3: è impossibile trascrivere quello che uno dice. Parlare e scrivere sono due azioni diverse che hanno in comune la parola L’oralità è linguaggio della parola e del corpo, ovvero del tono, delle pause, dei gesti, dello sguardo; importante è anche lo sfondo, l’ambientazione del dialogo

Lezione 4: per alcuni studiosi americani l’incidenza della parola in un discorso è del 7 per cento; il resto è tono, sguardi, gesti, simpatia, sfondo ecc. Parlare non dovrebbe essere ripetere, dovrebbe invece significare scoprire in quel che si dice qualcosa che si è vissuto, o si pensa o si prova. Allo stesso modo, scrivere non è trascrivere, ma scoprire, inventare qualcosa che il testo svela, piano piano.

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LETTERATURA LATINA

Le usanze dei Germani (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, VI, 22)

Cesare descrive usi e costumi dei Germani.

Agri culturae non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Non habent agri modum certum aut fines proprios, sed principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum agrum adtribuunt numero aptum et, anno post alio, mutare sedem cogunt. Eius rei multae indicantur causae: ne, adsidua consuetudine capti, studium belli agri culturā commutent; ne latos fines parare studeant neve principes ex possesionibus humiles expellant; ne, contra frigora atque aestus, firmas casas aedificent; ne augeatur pecuniae cupiditas et eā causā factiones dissensionesque in civitate erumpant; ut animi aequitate principes contineant plebem, videntem opes suas cum illis aequari. Civitatibus summa laus est habere circum se solitudines: hoc proprium virtutis existimant, non concedĕre aliis ut apud se consistant.

Non si occupano dell’agricoltura, e la gran parte del loro cibo è composto da latte, formaggio e carne. Non hanno una misura fissa di campi o territori propri, ma i nobili ogni anno assegnano alle famiglie e ai parenti di uomini un terreno adatto al numero e, anno dopo anno, costringono a cambiare sede. Sono indicate molte cause di questo fatto: affinché, presi da costante abitudine, non cambino con l’agricoltura l’impegno della guerra; affinché non si impegnino per ottenere territori ampi o i principi non estromettano gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili, contro il freddo e il caldo; affinché non aumenti il desiderio di denaro e per questo motivo esplodano fazioni e discordie in città; affinché i nobili contengano con l’equità d’animo la plebe, che vede pareggiare le proprie ricchezze con le loro. E’ motivo di molta lode per i cittadini avere intorno a sé solitudine: reputano questo proprio del valore, non concedere agli altri di fermarsi presso di loro.

Rappresentazione pittorica di un assalto di popolazioni germaniche all’esercito romano. Di Otto Albert Koch – http://www.lwl.org, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6381946
LETTERATURA LATINA

Le navi romane contro l’alta marea (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, IV, 29)

Cesare tenta una spedizione in Britannia, ma le sue navi, ancorate alla costa, sono sorprese dall’alta marea.

Eadem nocte luna plena erat, quae maritimos aestus magnos in Oceano efficĕre consuevit, nostrisque id erat incognitum. Ita uno tempore et longas naves, quas Caesar in aridum subduxerat, aestus complebat, et onerarias, quae ad ancoras erant deligatae, tempestas adflictabat, neque Romani ullo modo aut naves administrare aut laborantibus auxilium ferre valebant. Multis navibus fractis, quia reliquae, funibus, ancoris reliquisque armamentis amissis, ad navigationem inutiles erant, totus exercitus magna perturbatione captus est. Neque autem exercitum in Galliam reducere debebat quod frumentum in his locis in hiemem provisum non erat.

Nella stessa notte la luna era piena, la quale era solita creare alte maree sull’Oceano, e questo fatto era sconosciuto ai nostri. Così allo stesso tempo sia la marea riempiva le navi lunghe che Cesare aveva tratto sulla terra, sia la tempesta percuoteva le navi da carico che erano state legate alle ancore, né i Romani in alcun modo riuscivano a governare le navi o a portare aiuto a quelle in difficoltà. Dopo la distruzione di molte navi, poiché le altre, essendo state perse funi, ancore e altri armamenti, erano inutili alla navigazione, l’intero esercito fu colto da grande turbamento. Né infatti c’erano altre navi per i soldati e molti strumenti, che erano per uso delle imbarcazioni, erano stati distrutti. Tuttavia Cesare doveva riportare l’esercito in Gallia poiché in questi luoghi in inverno non era stato procurato il frumento.

ANALISI:

Eadem nocte: complemento di tempo;

quae: pronome relativo femminile singolare nominativo (antecedente: luna);

maritimos aestus: accusativo plurale maschile – maritimos può essere sottinteso, l’espressione indica l’alta marea;

efficĕre: infinito dipendente da consuevit;

ferre: infinito del verbo “fero”;

Multis navibus fractisamissis: ablativi assoluti;

magna perturbatione: ablativo di causa efficiente;

in his locis: complemento di stato in luogo;

provisum non erat: piuccheperfetto passivo, terza persona singolare.

Cesare in Britannia – INTERFOTO / History

STORIA MODERNA

Ludovico Ariosto, il suo tempo e i rapporti con la corte d’Este

Il 1494: la discesa in Italia di Carlo VIII

Nel 1494 Ludovico Ariosto, appartenente ad una nobile famiglia bolognese che da lungo tempo si trovava a Ferrara al servizio degli Estensi, interrompeva gli studi di diritto per dedicarsi all’approfondimento dei suoi interessi letterari. Pare che nel 1494, il poeta scrivesse, ispirandosi ad Orazio, un’ode latina dal titolo Ad Philiroen:

Che cosa appresti Carlo colle navi e coi cavalli delle Gallie, minacciando rovina alle torri d’Italia col furore tremendo dei guerrieri crudeli; e ancora, come cerchi di provvedere a sé il suo nemico, di questo non mi tocchi alcun pensiero, mentre giaccio sotto un albatro, al murmure di una cascatella; e intanto le bionde messi affaticano Coridone gagliardo. O Filiroe, se vuoi, come più volte mi dicesti, che io ricambi il tuo amore, fa che le tempie del tuo amante, umide di vino, cinga una ghirlanda screziata di fiori purpurei, che tu abbia intrecciato colle candide mani, e meco, stesa su queste zolle, canta soavemente al suono della cetra.

Il Carlo menzionato da Ariosto è Carlo VIII; anche se viene inserito nella stilizzazione di un esercizio letterario, tuttavia appare significativo che il soggetto del vocativo sia proprio il re di Francia, che è descritto mentre si sta preparando a calare in Italia, minacciando rovina alle torri ausonie. Nella prima stesura di questa ode, intitolata De vita quieta ad Philiroen, il poeta inveiva anche contro i miseri, quibus vesana mens est vendere sanguine mauro suum: ovvero contro coloro che nutrono il pensiero insano di vendere a prezzo il loro sangue, i mercenari. Il poeta, seguendo certo un motivo classico, afferma di non voler essere toccato dal pensiero della preparazione di questi eventi bellici.

Carlo VIII a cavallo, “en imperant roy”, circa 1495-98 -Di Sconosciuto – Questa immagine è resa disponibile dalla biblioteca digitale Gallica con il numero identificativo di btv1b8426259s/f15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76552837

Quale era la situazione dell’Italia nel Quattrocento? Mentre gli stati esteri, come Francia, Inghilterra e Spagna, avevano iniziato quel processo di unificazione territoriale che li aveva portati alla formazione di grandi monarchie nazionali, in Italia trionfava il principio dell’equilibrio tra i principali Stati regionali (ducato di Milano, repubblica di Venezia, repubblica di Firenze, Stato pontificio e regno di Napoli). La penisola versava, al di là degli splendori dell’arte rinascimentale, in uno stato di profonda crisi, la quale aveva diverse sfaccettature. Era infatti:

  • Una crisi morale: la civiltà del Rinascimento aveva preso le distanze dallo spiritualismo di origine medievale, ed esaltava valori antitetici a quelli del passato (si pensi all’individualismo, al libertinismo delle corti ecc.);
  • Una crisi politica: in realtà il sistema dell’equilibrio inaugurato con la pace di Lodi aveva reso centrale, agli occhi dei principi, l’attività diplomatica, e li aveva condotti a sottovalutare l’importanza delle capacità militari;
  • Ne consegue una crisi militare: eccettuata Venezia, gli altri Stati disponevano solo di poche migliaia di mercenari, ed erano indietro rispetto agli altri paesi nella tecnica militare;
  • Crisi economica: l’espansione ottomana aveva reso pericolose le vecchie rotte per le Indie, danneggiando l’economia italiana; ben presto l’apertura delle rotte atlantiche l’avrebbe compromessa definitivamente.

Esisteva una sostanziale diffidenza tra Stati e una scarsa dialettica politica anche all’interno di un medesimo Stato, per cui il confronto delle posizioni assumeva spesso il carattere della congiura. Si susseguirono congiure (la più rilevante è quella dei Pazzi a Firenze) e guerre, tra cui il conflitto scatenato da Venezia per impadronirsi del Ducato estense di Ferrara, feudo del papa. A Venezia si opposero Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Mantova, per cui la guerra di Ferrara si concluse con la pace di Bagnolo, con la quale Ferrara restava indipendente, ma cedeva a Venezia il Polesine. La morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico determinava la scomparsa del principale protagonista della politica dell’ “equilibrio”.

Nel 1476 una congiura nobiliare a Milano si era conclusa con l’uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza a cui era succeduto il figlio Gian Galeazzo II; tuttavia il vero detentore del potere era suo zio Ludovico il Moro, che lo teneva in una condizione di emarginazione rispetto agli affari del governo, suscitando la reazione del suocero di Gian Galeazzo stesso, il re di Napoli Ferrante; poiché la figlia di Ferrante e Gian Galeazzo avevano avuto un figlio, il re di Napoli poteva avere mire giustificate verso il ducato di Milano. Per contrastare gli Aragonesi, Ludovico il Moro chiamò in soccorso il re di Francia Carlo VIII, sollecitandolo a far valere le pretese angioine sul Regno di Napoli (dal quale gli angioini erano stati cacciati nel 1442). Il re di Francia era il sovrano di uno Stato forte, che si era consolidato ulteriormente assorbendo la Borgogna, i ducati di Angiò e la Bretagna. Il coinvolgimento della Francia nelle questioni italiane rese evidenti la debolezza e la frammentazione politica degli Stati d’Italia, inaugurando un lungo periodo di conflitti tra le potenze europee per il controllo della penisola.

Ludovico il Moro – Di Unknown Master, Italian (active 1490-1520 in Lombardy) – Web Gallery of Art:   Immagine  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1452107

Osserviamo che l’incipit della Storia d’Italia di Guicciardini descrive il periodo successivo al 1494 come tempo di decadenza, segnalando come in effetti anche i contemporanei sentirono l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII come un momento di cesura rispetto al passato. In questi termini parla Guicciardini:

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla […].

Guicciardini sottolinea la responsabilità dei principi nell’intervento delle armi francesi; lo storico aggiunge in seguito che i potenti spesso guardano ai propri desideri del momento, non ricordando che la fortuna è volubile e può cambiare facilmente lo stato di cose. Per la loro eccessiva ambizione e per la scarsa prudenza che li caratterizza dunque provocano ulteriori turbazioni, danneggiando coloro su cui governano:

onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Molto interessante sarà inoltre considerare la descrizione che Guicciardini fa degli anni anteriori al 1494, sottolineando in particolare che l’anno 1490 (si noti che è precedente alla morte di Lorenzo) coincideva con una situazione particolarmente prospera e felice:

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e più felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

Osserviamo dunque la risonanza immediata che ebbe l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII.

Frontespizio di un’antica edizione della Storia d’Italia

Il 1506: la congiura di Giulio e Ferrante contro i fratelli Ippolito e Alfonso d’Este.

Sarà interessante vedere un episodio che coinvolse la famiglia degli Estensi di Ferrara per dare l’idea del clima di intrighi e di rivalità che si respirava a corte. Giulio d’Este era figlio naturale del duca Ercole d’Este, e crebbe alla corte insieme ai fratellastri, i figli legittimi del duca; tra questi erano Alfonso I, successore del padre, e il cardinale Ippolito. Tra Giulio e il cardinale vi furono spesso scontri, per lo più per futili motivi: una contesa per avere al proprio servizio un musicista, la rivalità per ottenere l’amore di Angela Borgia, cugina della celebre Lucrezia. In seguito a questi screzi, Ippolito ordinò ai suoi uomini di assalire il fratellastro e di sfregiarlo; gli scherani del cardinale riuscirono a ferire Giulio agli occhi. Alfonso lasciò Ippolito impunito, e diede alle altre corti un resoconto non del tutto veritiero della vicenda. Se ci fu una formale riappacificazione tra Giulio e Ippolito, questa tuttavia non aveva cancellato il rancore di Giulio verso i fratelli; così egli, spronato dall’altro fratello, Ferrante, che intendeva sostituirsi al Duca, organizzò un complotto, insieme ad altri signori, per eliminare Alfonso ed Ippolito. Il piano fallì, e Giulio trovò protezione presso la corte di Francesco Gonzaga; successivamente, dopo un processo sommario, Giulio, Ferrante e gli altri cospiratori furono condannati a morte per il progetto della congiura. La pena per i due fratelli fu poi commutata nella reclusione a vita. Giulio sarebbe uscito dal carcere nel 1559, ottenendo la grazia dal pronipote Alfonso II d’Este.

Ariosto era divenuto cortigiano stipendiato del duca Ercole I a partire dal 1497; alla morte del padre aveva assunto la tutela dei fratelli minori ed iniziato ad occuparsi dell’amministrazione del patrimonio familiare. Nell’ottobre del 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito come “familiare”, diventando in seguito anche chierico. Al momento della congiura, dunque, Ariosto era stipendiato da Ippolito. La vicenda suggestionò molto il poeta, al punto da spingerlo a scrivere in proposito un’egloga, e a farne menzione all’interno dell’Orlando Furioso, (III, ottave 60-62):

Così con voluntà de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: – Chi son li dua sì tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61
Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sì, che ne pareano schivi. –
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,
e gridò: – Ah sfortunati, a quanta pena
lungo istigar d’uomini rei vi mena!

62
O bona prole, o degna d’Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono;
qui ceda la iustizia alla pietade. –
Indi soggiunse con più basso suono:
– Di ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col dolce in bocca; e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

Osserviamo che la posizione di Ariosto è favorevole ai suoi protettori: infatti il poeta, seppure in modo bonario, sottolinea da un lato la colpevolezza dei congiurati, dall’altro la bontà dei signori Alfonso ed Ippolito.

Ippolito II d’Este 1509-1572- Di Unidentified painter – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8597764
  1. Ariosto e gli incarichi ufficiali. Francia e Spagna alla conquista dell’Italia

In quanto familiare di un cardinale, toccarono ad Ariosto numerosi incarichi pubblici e missioni diplomatiche. Questo lo rendeva certo un personaggio attivo, da un punto di vista politico, anche se le sue attività al servizio degli Estensi contrastavano con la sua indole di scrittore, naturalmente tesa alla solitudine e alla riflessione; la vita “attiva”, insomma, limitava il tempo di quella “contemplativa”, impedendo a volte al poeta di compiere progressi nella stesura del suo capolavoro, l’Orlando furioso, iniziato nel 1505.

Ariosto compie varie missioni diplomatiche presso il papa Giulio II nel quadro delle guerre che vedono impegnati gli Estensi contro Venezia. La prima risale al luglio 1509, quando si reca a Roma per perorare la causa dei propri signori, accusati di essere troppo riverenti verso Luigi XII di Francia; nel dicembre dello stesso anno il poeta dovrà tornare dal papa a chiedere il soccorso delle truppe pontificie per la guerra in corso contro i veneziani. Di una battaglia contro Venezia, in cui pare che il cardinale Ippolito si fosse distinto, ci parla anche Ariosto in una ottava del Furioso (XXXVI, ottava 2),:

Di cortesia, di gentilezza esempi

fra gli antiqui guerrier si vider molti,

e pochi fra i moderni; ma degli empi

costumi avvien ch’assai ne vegga e ascolti

in quella guerra, Ippolito, che i tempii

di segni[1] ornaste agli nimici tolti,

e che traeste lor galee captive

di preda carche alle paterne rive.

Ariosto, tornato a Ferrara, dovette presto ripartire alla volta di Roma per calmare l’ira di Giulio II causata anche dal proseguimento, da parte degli Estensi, della guerra contro Venezia, con la quale il papa stesso aveva invece ratificato la pace. Ancora nel 1510, come ci racconta Ariosto nella Satira I (v. 153), Ippolito lo inviò per ben due volte a placare la grande ira di Secondo; il contrasto della casa d’Este con il papa diverrà poi insanabile nel 1512. L’elezione di papa Leone X, seguita alla morte di Giulio II, portò gli Estensi a sperare in un miglioramento dei rapporti con la corte pontificia e Ariosto a confidare di ottenere un ufficio che gli concedesse maggiore tranquillità per i propri otia letterari.

Finalmente, nel 1516, comparve a stampa la prima edizione del Furioso contenente la seguente dedica nel primo canto:

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Orlando Furioso canto 34, edizione del 1565 di Francesco Franceschi. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=661282

Nonostante la dedica e l’esaltazione di Ippolito, questi non si profuse in lodi, e anzi, di fronte al rifiuto del poeta di seguirlo in Ungheria nel 1517 pensò bene di licenziare Ariosto. Il poeta descrisse diffusamente nella Satira I, indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, le ragioni del suo diniego, legate a motivi familiari e di salute. La satira II al fratello Galasso, quasi contemporanea alla prima, testimonia il difficile momento economico in cui si trova il poeta, privato dal cardinale di alcuni benefici.

La situazione migliora quando, a partire dal 1518, Ariosto entra a far parte dei salariati del duca Alfonso come familiare; dopo un periodo di relativa tranquillità la situazione per l’Ariosto si complicò nuovamente in seguito alle nuove guerre che coinvolsero la casa d’Este contro le truppe di Leone X, che premevano alle porte di Ferrara: Alfonso fu costretto a sospendere lo stipendio ad Ariosto e ad altri cortigiani, fino a che la morte del papa non permise al Duca di riconquistare tutti i territori perduti. Nel 1522 Alfonso nominò Ariosto commissario della Garfagnana, espediente che gli consentiva di demandare a quella provincia l’onere del suo pagamento e di assegnare ad un uomo di fiducia il controllo di un’area turbolenta e infestata dai briganti come la Garfagnana stessa. Di questo periodo difficile, di lontananza dall’amata Alessandra Benucci e di impossibilità di impiegare il suo tempo nella scrittura creativa, Ariosto ci parla in una satira, la IV (1523).  In questa satira la Garfagnana viene descritta come un luogo ostile, impraticabile, abitato da un gregge irrequieto; vediamo qualche verso:

Questa è una fossa, ove abito, profonda,

donde non muovo piè senza salire

del silvoso Apennin la fiera sponda.

O stiami in Ròcca o voglio all’aria uscire,                     145

accuse e liti sempre e gridi ascolto,

furti, omicidii, odi, vendette et ire;

sì che or con chiaro or con turbato volto

convien che alcuno prieghi, alcun minacci,

altri condanni, altri ne mandi assolto;                           150

ch’ogni dì scriva et empia fogli e spacci

al Duca or per consiglio or per aiuto,

sì che i ladron, ch’ho d’ogni intorno, scacci.

La Garfagnana era una regione di frontiera, sita in una posizione impervia, e caratterizzata da frequenti conflitti tra fazioni (ad esempio, tra quella filo fiorentina e quella filo estense), da un continuo alternarsi di giurisdizioni diverse (dagli Este, al Papa, a Firenze) e da un banditismo endemico. Le parole di Ariosto dimostrano come dovesse essere complesso governare una regione selvaggia per un “amministratore” del tempo. Possiamo immaginare che il poeta riuscì a portare a termine il suo incarico grazie alla propria capacità oratoria e diplomatica, e grazie all’arte scrittoria: la scrittura era infatti il mezzo che gli consentiva di tenersi in contatto con le autorità centrali e di chiedere eventualmente il loro aiuto.

Tabula Peutingeriana: Pars IV – Segmentum IV; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa Lucca Luni, il nome Sengauni e, poco sotto, il Foro Clodi posto a XVI miglia romane da Luni; il tratto Pisa Luni non è ancora collegato – CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2453133

Finalmente, dopo essersi distinto per il suo buon governo, ad Ariosto fu consentito, nel 1525, di ritornare a Ferrara, dove visse in un relativo benessere economico presso la contrada Mirasole. Poiché si era conquistato stima e rispetto come amministratore e come letterato, la corte estense, da allora in avanti, richiese ad Ariosto solo incarichi di rappresentanza e l’accompagnamento del duca in alcuni viaggi. Fu questa una fase di produzione letteraria ampia ed abbondante.

Abbiamo visto un esempio della vita di un letterato cortigiano: Ariosto visse sempre un conflitto tra le esigenze di quella tranquillità necessaria a coltivare la sua vena creativa, e le condizioni materiali ed economiche della vita di corte. Solo col tempo riuscì ad acquistare una certa autonomia. La biografia del poeta si intreccia con eventi storici di assoluto rilievo.

La corte e l’artista.

Il legame di Ariosto con la corte non fu, pertanto, un caso isolato. L’artista e il letterato in epoca rinascimentale si ponevano spesso sotto l’ègida di un protettore, per ricavarne sostegno economico, e d’altro canto anche il signore aveva bisogno dell’artista, per varie ragioni. In primo luogo per comunicare all’esterno il proprio status sociale, la propria ricchezza, per dare insomma segni tangibili del proprio potere. La bellezza delle opere d’arte che il signore commissionava accresceva la magnificenza e lo splendore del palazzo, e gli elogia poetici esaltavano la grandezza della casata, eternandola.

Ma cosa è la corte? Essa è il luogo in cui risiede un principe o un re. Tuttavia il senso è anche figurato, in quanto la corte è anche la familia del sovrano, ovvero l’insieme dei funzionari, dei gentiluomini, dei servi, dei consiglieri politici al suo servizio. Il numero dei cortigiani poteva essere anche molto consistente: ad esempio ben 2000 persone risiedevano presso la corte pontificia di papa Leone X.

Andrea Mantegna, La camera degli sposi – Di see filename or category – http://www.wga.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9049624

La corte poteva essere anche itinerante, perché il sovrano poteva aver bisogno di essere visto dai suoi sudditi e di conoscere il suo regno. Gli uomini che abitavano il palazzo del principe svolgevano molti ruoli: cuochi, siniscalchi, coppieri, sguatteri, giardinieri ecc. Al primo posto nella scala gerarchica erano gli aristocratici, e tra questi e i servitori esisteva un gruppo intermedio composto da amministratori, giudici e politici. Gli accompagnatori prediletti del principe erano i cosiddetti “favoriti”, che risiedevano nelle stanze private del sovrano ed avevano con lui un rapporto diretto, più informale rispetto alla norma delle relazioni instaurate a corte, caratterizzate da rituali cristallizzati. Con il tempo alcune corti si ampliarono a spese di altre, fatto, questo, sintomatico della progressiva centralizzazione del potere.

L’importanza della figura dell’uomo di corte emerge vivissima nel saggio sugli usi e costumi del perfetto cortigiano, Il cortegiano, di Baldassarre Castiglione (1528): per Castiglione, è necessario in primo luogo piacere al principe, distinguendosi nell’arte della conversazione. La partecipazione alla vita di corte comporta la necessità di seguire le regole di un comportamento educato e corretto: cortesia è la parola che indica i comportamenti che contraddistinguono le azioni di un aristocratico, e proprio in epoca rinascimentale vedono la luce molti manuali di buone maniere, il più noto tra i quali è certamente il Galateo di Giovanni della Casa (1558).

A corte furono anche molti artisti, che cercavano di ottenervi una posizione di rilievo; si trattava di musicisti, pittori, letterati ecc. Pittori e scultori potevano scegliere in realtà di lavorare nelle loro botteghe su commissione di clienti: questa condizione consentiva loro una maggiore libertà, anche di evitare incarichi non graditi, ma determinava una situazione economica più precaria. Viceversa, scegliendo la vita di corte, un artista poteva valersi di maggiori sicurezze economiche e di una posizione socialmente più elevata: questo comportava meno libertà, e più pretese da accontentare. Gli artisti infatti non svolgevano a corte solo quello che rientrava nelle loro specifiche competenze, ma si adattavano a soddisfare le esigenze del principe; ad esempio, a un pittore poteva essere richiesto anche di decorare appartamenti o progettare costumi. La situazione di un letterato non era dissimile: molti non avevano mezzi di sostentamento, e necessitavano di un mecenate che glieli fornisse; in cambio, il poeta doveva tessere le lodi del signore, esaltandolo attraverso poemi epici o mediante liriche di carattere encomiastico. Ad esempio Filelfo scrisse la Sforziade, poema epico dedicato a Francesco Sforza, ma anche Ariosto, come si è visto, disseminava nell’Orlando Furioso riferimenti agli Este, sotto il cui governo dichiarava che sarebbe tornata l’età dell’oro. Anche gli storici erano molto graditi a corte, in quanto conferivano fama ai propri mecenati attraverso le loro opere.

I poeti potevano dover impiegare il loro tempo in occupazioni di tipo pratico, ad esempio talvolta erano incaricati di organizzare feste, di accompagnare il signore in occasione di viaggi, e soprattutto, come abbiamo visto, svolgevano funzione di segretari o diplomatici. Spesso i letterati cortigiani aspiravano anche ad ottenere benefici ecclesiastici, in quanto fonti di reddito più sicure: infatti non sempre il mecenate appariva generoso, come si è visto nel caso di Ariosto, e non era infrequente che alcuni si lamentassero dell’esiguità delle ricompense. Oltre all’Ariosto, altri scrittori si fecero portavoce della critica alla corte, dipinta come luogo di inganni, orgoglio, invidia. Il Piccolòmini scrisse un trattatello sotto forma di carteggio, Le miserie dei cortigiani (1444), in cui racconta proprio dei problemi della vita di corte, lamentando l’ingiustizia dei premi dati a persone di scarso valore, l’instabilità della condizione dell’uomo valente, la perdita dell’autonomia, la mancanza di riservatezza, e i problemi relativi al mangiare, al dormire, alla scarsa igiene.

D’altro canto i letterati non potevano fare a meno di ambire ad un posto a corte, per necessità economiche, per poter dedicare il proprio tempo agli otia letterari, e per ottenere prestigio e fama. Anche quando nacque il mercato letterario attraverso la stampa, la figura del mecenate non decadde del tutto: non era infrequente che gli autori dedicassero un’opera ad un signore per averne un tornaconto economico, e anche gli stampatori potevano necessitare del sostegno di un ricco mecenate.

Per approfondire il tema, si propone la lettura di saggi rilevanti, tra cui: Mecenati e clienti, in Peter Burke, Cultura e società nell’Italia del Rinascimento, Einaudi, 1984, Il cortigiano, in L’uomo del Rinascimento, a cura di Eugenio Garin, Laterza 1988 e L’umanesimo e la corte, in Antonio Piromalli, La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto, Bulzoni, 1975.

[1] Segni vale per “bandiere”.

GRAMMATICA

Come si fa l’analisi del periodo. Vademecum

ANALISI DEL PERIODO

Il periodo è una parte di testo di senso compiuto, formato da una o più proposizioni collegate tra loro. Un periodo termina con un segno forte di punteggiatura: punto fermo, punto e virgola, punto esclamativo o interrogativo. Per fare l’analisi del periodo è necessario individuare i predicati verbali (1 predicato= 1 proposizione).
  • Se il periodo è composto da più proposizioni esse si collegano tra loro mediante:
    • Un segno di punteggiatura (Mi sono stancato: andrò a dormire)
    • Una congiunzione (Vado a dormire perché sono stanco)
    • Un pronome relativo (Non ho trovato il vestito che cercavo)
    • Una preposizione (Sono troppo stanco per riposare bene).
Struttura del periodo: una proposizione può essere principale o secondaria. La principale non dipende da altre frasi e può esistere da sola. E’ autonoma e anche isolata mantiene un significato compiuto. In genere contiene un predicato di modo finito.

Esempio:

“Oggi ho camminato a lungo”.

La secondaria invece dipende dalla frase reggente cui è legata.

“Oggi ho camminato a lungo / e mi sono stancato

Il collegamento tra due proposizioni avviene per coordinazione o per subordinazione.

_ Nel rapporto di coordinazione due proposizioni hanno lo stesso valore sintattico e vengono poste sullo stesso piano. Una coordinata può essere legata sia alla principale che a una subordinata.

ES. “Ti chiamo, / ma non rispondi” (coordinata alla principale)

“Ti ho detto / che è partita / e che non tornerà” (coordinata alla subordinata).

Le coordinate sono introdotte da segni di punteggiatura o congiunzioni.

ES. “Vorrei parlarti: mi serve un consiglio”

“Mangi , bevi e dormi”

“Non ho studiato molto, quindi ho preso un brutto voto”

“Vorrei comprare quel videogioco, però costa troppo”.

_  Nel rapporto di subordinazione due proposizioni hanno un diverso valore sintattico all’interno del periodo e si collegano in ordine gerarchico, in modo da rendere chiari i rapporti logici tra i fatti.

Le subordinate dipendono sempre da una proposizione reggente. I gradi della subordinazione indicano l’ordine gerarchico delle subordinate rispetto alla proposizione principale.

ES. Quando avevo 9 anni/ mi arrampicavo sugli alberi/ per cogliere i mandarini/ che mi piacevano tanto.

LE SUBORDINATE POSSONO ESSERE ESPLICITE O IMPLICITE

 SUBORDINATE ESPLICITE:

  • HANNO IL PREDICATO ESPRESSO IN UN MODO FINITO (INDICATIVO, CONGIUNTIVO, CONDIZIONALE)
  • SONO INTRODOTTE DA UNA CONGIUNZIONE SUBORDINANTE, UN PRONOME O UN AGGETTIVO INTERROGATIVO, UN PRONOME RELATIVO O UN AVVERBIO. ES:

“Sono venuto nonostante sia molto stanco”

“Dimmi chi hai visto”

“Ti racconto quali regali ho ricevuto”

“Ho comprato il vestito che ti piace”

“Ti faccio sapere dove si svolge la festa”

SUBORDINATE IMPLICITE:

  • HANNO IL PREDICATO ESPRESSO IN MODO INDEFINITO (PARTICIPIO, GERUNDIO, INFINITO)
  • LA SUBORDINATA SI UNISCE DIRETTAMENTE ALLA REGGENTE, SALVO NEL CASO IN CUI IL PREDICATO SIA ALL’INFINITO.

ES. “Lucia, arrivata a scuola, si accorse di aver dimenticato il diario”

“Risolvendo il problema, ho meritato un voto alto”

“Mi sento preparato per affrontare una nuova avventura”

“Prima di partire ho fatto la valigia”

LE PROPOSIZIONI SUBORDINATE HANNO LA STESSA FUNZIONE LOGICA DEI COMPLEMENTI.

LE SUBORDINATE COMPLETIVE=completano il significato della reggente

1)SUBORDINATE SOGGETTIVE

Svolgono la funzione di soggetto rispetto al predicato della reggente. È pertanto necessario osservare quest’ultimo per poterle riconoscere.

Le soggettive dipendono da:

  • Verbi e locuzioni impersonali. Es. accade, capita, bisogna, occorre, sembra, pare, conviene, dispiace, basta, importa, interessa – è ora, è tempo, è compito, è dovere, è un piacere – è bello, è brutto, è necessario, è bene, è tanto, è molto, è opportuno, sembra sicuro… “È bene fare sempre i compiti”, “Bisogna che partecipiate anche voi”, “Capita che i bambini prendano la febbre”, “È ora di partire”.
  • Verbi costruiti con il SI passivante come si dice, si crede, si pensa, si teme, si spera. “Si dice che il sindaco si dimetterà”, “Si teme che il fiume rompa gli argini”.

Nella forma esplicita sono introdotte dalla congiunzione CHE (es. “è chiaro che il responsabile sei tu”).

Nella forma implicita la soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione DI (es. “Bisogna avvertire Paolo”).

2)SUBORDINATE OGGETTIVE

Le oggettive svolgono la funzione di complemento oggetto rispetto al predicato della reggente, che è costituito da verbi usati in forma personale, ovvero provvisti di soggetto.

Le oggettive dipendono da:

  • Verbi di tipo enunciativo-dichiarativo. Es. dire, affermare, proclamare, comunicare, informare, rivelare, raccontare, riferire, promettere, scrivere, telegrafare, telefonare, rispondere, negare. “Ti comunico che il sindaco arriverà domani”, “Lara nega che Luca sia con lei”.
  • Verbi che indicano percezione o ricordo. Es. vedere, sentire, udire, percepire, accorgersi, degnarsi, rifiutarsi, capire, dimenticare. “Vedo che Angela è al mare”, “Anna si accorse che il gatto era sparito”, “Tiziano si è degnato di farmi uno squillo”.
  • Verbi o locuzioni composte dal verbo essere+ aggettivo, indicanti opinione, giudizio, sospetto ecc. Es. credere, ritenere, giudicare, supporre, essere conscio, convinto, consapevole ecc. “Si convinse di essere incapace”, “Ritenne di aver fallito”.
  • Verbi o locuzioni composte dal verbo essere+ aggettivo indicanti concessione, speranza, desiderio, ordine, divieto, timore. Es. desiderare, sperare, comandare, vietare, impedire, proibire, permettere, concedere, promettere, temere, essere desideroso, timoroso ecc. “Gli impediremo di fare altri danni”, “Temo che non otterrò il risarcimento”.

Nella forma esplicita sono introdotte dalla congiunzione CHE (es. Paolo dice che gli hai mentito).

Nella forma implicita la soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione DI (es. Spero di rientrare presto a casa; sento il cane abbaiare).

3) SUBORDINATE DICHIARATIVE

Le dichiarative chiariscono in che senso si debba intendere un elemento della reggente, completando così il significato del periodo.

L’elemento della reggente spiegato dalla dichiarativa può essere:

  • Un pronome dimostrativo: “Questo mi spiace, che tu mi ritenga colpevole”
  • Un nome derivato da un verbo indicante opinione, convinzione, speranza ecc: “Ho l’impressione che tu menta”, “Ho la speranza di trovare lavoro presto”, “Licia ha la certezza che Luca la tradisca” (se fosse: “Licia è certa che Luca la tradisca” sarebbe una sub. Oggettiva)

Nella forma esplicita è introdotta da CHE, in quella implicita da Di+infinito.

4)SUBORDINATE INTERROGATIVE INDIRETTE

Esprimono una domanda, un interrogativo, un dubbio in forma indiretta
Quanti anni hai?Ti ho chiesto quanti anni hai
Chi ha telefonato?Ditemi chi ha telefonato
Che cosa dirai?Siamo in dubbio su che cosa dirai
E’ una persona onesta?Non so se sia una persona onesta

Dipendono da:

  • Verbi o nomi che indicano domanda, richiesta, indagine, interrogazione, ricerca, informazione. Es. “Mi chiedo se abbia ascoltato”, “Il giudice ha avviato un’indagine su chi era il vero responsabile del reato”.
  • Verbi o locuzioni di significato dichiarativo come “dire, sapere, indovinare, pensare, spiegare, far sapere”, spesso usati all’imperativo. Es.-“Dimmi dove vai”, “Fammi sapere chi ci sarà alla festa”, “Non riesco a capire come abbia fatto”.
  • Verbi nomi o locuzioni che esprimono dubbio e incertezza (es. “Sono incerto se partire o no”, “Tutti ignorano dove Laura sia andata in vacanza”, “Non so di chi stiate parlando”)

Le interrogative indirette sono introdotte da un pronome o aggettivo interrogativo (es. “Dimmi con chi esci”, “Non so con quali amici uscirò”), da avverbi o locuzioni avverbiali interrogative (Vorrei sapere quanto costa il biglietto, Dimmi perché piangi, Fammi sapere come hai fatto), dalla congiunzione SE.

SUBORDINATE RELATIVE

Precisano un nome della reggente cui sono collegate mediante un pronome o un avverbio relativi

Sono dunque introdotte da:

  • un PRONOME RELATIVO (es. CHE, CUI, IL QUALE) o MISTO (es. CHI, CHIUNQUE);
  • da un AVVERBIO RELATIVO (DOVE, DA DOVE) o RELATIVO INDEFINITO (OVUNQUE, DOVUNQUE

ATTENZIONE: nella forma implicita non sempre il verbo è introdotto da un pronome relativo. Ad esempio quando il verbo è

  • al participio: es. “Faccio un lavoro non rispondente alle mie aspirazioni” (= che non risponde). “Non mi è ancora arrivata la lettera spedita da Lucca una settimana fa” (che è stata spedita).
  • all’infinito: es. “Questo è l’abito da accorciare” (=che deve essere accorciato); “Ho sentito il cane abbaiare =che abbaiava”.
  • l’infinito può essere preceduto dal pronome relativo, es: “Ho bisogno di uno stipendio con cui pagare le bollette”.

NOTA BENE:

_La relativa implicita deve essere trasformabile in forma esplicita.

_Attenzione a non confondere il CHE relativo con il CHE congiunzione. Il secondo non è sostituibile con “il quale, la quale”

ES. “Ho visto che un cane si mordeva la coda” (oggettiva)

“Ho visto un cane che si mordeva la coda” (relativa: un cane il quale si mordeva la coda)

_Le subordinate relative assumono spesso particolari sfumature di significato: temporale, causale, finale ecc. Ad esempio: “Ho incontrato Luca che usciva dal cinema” (=mentre usciva dal cinema, relativa-temporale);

 “Invidio Elisabetta che è già in vacanza” (=perché è già in vacanza);

 “Chiamerò un idraulico che ripari il guasto (=affinché ripari, finale);

 “Vorrei una penna che non macchiasse le dita” (=tale che non macchiasse le dita, consecutiva);

“Laura, che ha studiato inglese per anni, non è riuscita a tradurre quella poesia” (=nonostante abbia studiato inglese per anni, concessiva).

SUBORDINATA CONSECUTIVA

Indica la conseguenza o l’effetto di quanto è detto nella reggente; generalmente è anticipata nella reggente da avverbi come “così, tanto, talmente” o dagli aggettivi “tale, siffatto, simile” ecc. Oppure dalle congiunzioni composte “cosicché, sicché, talché” o dalle locuzioni congiuntive “in modo tale che, al punto che”.

ESEMPI:

_Forma esplicita:

Il film era così divertente che tutti in sala ridevano.

Laura è tanto bella che le sta bene qualsiasi pettinatura

Ho fatto in modo che tu possa superare l’esame

_Le subordinate consecutive in forma implicita sono introdotte dalla preposizione DA + INFINITO

“Angela è così ingenua da credere ai fantasmi”.

SUBORDINATA CONCESSIVA

Indica la circostanza NONOSTANTE la quale avviene il fatto espresso dalla reggente.

In forma esplicita è introdotta dalle congiunzioni e dalle locuzioni “benché, sebbene, nonostante, malgrado che, per quanto”; “anche se”, “neanche se”, “nemmeno se”.

Es. “Benché io abbia studiato, non ho superato l’esame

La concessiva implicita ha il verbo al gerundio preceduto da PURE o ANCHE o al PARTICIPIO PASSATO, preceduto da SEBBENE, BENCHE’, QUANTUNQUE.

Es. “Pur essendo stato ferito, ha continuato a correre”

“Anche volendo, non potrei farlo”

“Benché sconsigliato, non rinunciò al suo sogno”.

SUBORDINATA CONDIZIONALE

Esprime la condizione da cui dipende l’avverarsi di quanto è espresso nella reggente

Nella forma esplicita la condizionale è introdotta da SE, QUALORA, PURCHE’, NEL CASO CHE, NELL’IPOTESI CHE, A PATTO CHE; NELL’EVENTUALITA’ IN CUI.

Es. “Se esci, vengo con te”, “Qualora si verificassero degli imprevisti, te lo faremo sapere”, “Se continuasse a piovere, il fiume strariperebbe”.

Nella forma implicita il verbo è:

_al gerundio presente: “continuando con questo ritmo, finiremo presto il lavoro” (=se continuiamo così)

_al participio passato: “Eseguito con calma, il lavoro sarebbe riuscito meglio” (=se fosse stato eseguito)

_ all’infinito presente: “A comportarti così, ti renderai odioso” (=se ti comporti così)

SUBORDINATE IMPLICITE: esercizio di riconoscimento (trasformale in esplicite).

Ho visto un’auto da collaudare

A stare sempre chiusi in casa, non si prende il sole

Anche ammettendo che tu non abbia colpe, la situazione è compromessa

Ho fatto una corsetta per dimagrire

Per essere dimagrita troppo ho perso massa muscolare

Ho fatto il gelato usando la menta

Luca ha fatto tanto sforzo da essere tutto sudato

Ti ringrazio di avermi aiutato

Camminando ci riscalderemo

Nessuno sa dove andare

Abbiamo paura di prendere una multa

Sento il cane abbaiare

Ho preso il pane da mettere nel polpettone

Morto Cesare, gli uccisori presero il sopravvento

Il lievito, dimenticato in macchina, è andato a male.

Venne verso di me urlando minacciosamente.

COME SI FA L’ANALISI DEL PERIODO:

  1. INDIVIDUARE I PREDICATI E DUNQUE SUDDIVIDERE I PERIODI IN PROPOSIZIONI FACENDO ATTENZIONE AI CONNETTIVI, OVVERO AGLI ELEMENTI CHE LE COLLEGANO FRA LORO (SEGNI DI PUNTEGGIATURA, CONGIUNZIONI, PREPOSIZIONI, PRONOMI RELATIVI)
  2. INDIVIDUARE LA PROPOSIZIONE PRINCIPALE E SPECIFICARNE LA FUNZIONE (ENUNCIATIVA, ESCLAMATIVA, INTERROGATIVA, VOLITIVA, DESIDERATIVA)
  3. RICONOSCERE LE PROPOSIZIONI COORDINATE, SPECIFICANDO CON QUALE PROPOSIZIONE SONO IN RELAZIONE, SE SONO COORDINATE PER ASINDETO O POLISINDETO, E QUALE FUNZIONE SVOLGONO NEL CASO SIANO INTRODOTTE DA CONGIUNZIONE (COPULATIVA, DISGIUNTIVA, AVVERSATIVA, DICHIARATIVA, CONCLUSIVA, CORRELATIVA).
  4. INDIVIDUARE LE SUBORDINATE, SEGNALANDO IL GRADO DI SUBORDINAZIONE, LA FUNZIONE E LA FORMA (ESPLICITA O IMPLICITA)
ITALIANO L2, UNITA' DI APPRENDIMENTO

“I fiumi” di Ungaretti: una galleria visiva

Attività didattica sulla poesia “I fiumi” di Ungaretti

Destinatari:

Studenti di una scuola secondaria di primo grado o del biennio della scuola secondaria di secondo grado. Le diapositive possono essere utilizzate anche per semplificare il dettato poetico, come ausilio per studenti non italofoni.

Tempi:

2 ore di lavoro in classe

1 o 2 ore di lavoro domestico

Eventuale verifica: 2 ore (per la restituzione e la spiegazione orale dei testi poetici redatti)

Fasi e metodologie:

  1. Inquadramento storico letterario della poesia (lezione dialogata)
  2. Lettura / ascolto del testo (è possibile anche proporre la lettura di Ungaretti attraverso la LIM https://youtu.be/8SAegn2KtDc)
  3. Analisi partecipata di ciascuna strofa attraverso la proiezione del PowerPoint qui allegato. Commento metrico, retorico, stilistico, lessicale.
  4. Esercitazione finale: stesura di una poesia sull’esempio di quella ungarettiana (da concludere a casa)
  5. Eventuale esposizione orale dei lavori prodotti

Strumenti:

Libro di testo o fotocopie, LIM

Obiettivi:

Conoscere e comprendere il contenuto della poesia, e saperla inquadrare nel contesto dell’opera ungarettiana.

Sviluppo delle competenze di analisi in relazione all’aspetto metrico, retorico, stilistico e lessicale.

Rielaborazione di quanto appreso per redigere un testo creativo.

Miglioramento delle proprie competenze di ascolto, scrittura ed esposizione orale.

Scarica qui il contenuto dell’attività didattica:

LETTERATURA ITALIANA

“Notturno indiano” di Antonio Tabucchi

Introduzione

“Notturno indiano” è un romanzo scritto da Antonio Tabucchi e pubblicato nel 1984 per i tipi di Sellerio.

Il genere è singolare, in quanto risiede a metà strada tra la guida di viaggio e il romanzo breve, il cui realismo assume tratti misteriosi, quasi magici. In realtà è la storia di un viaggio che diventa una ricerca, un’investigazione apparentemente rivolta verso l’esterno: il protagonista cerca l’amico Xavier. L’India non è quella dei percorsi turistici tradizionali: vengono descritte le camere d’albergo e i pensieri suscitati dalla visione di oggetti e persone, piuttosto che i luoghi normalmente oggetto di visita.

Alcune indicazioni per comprendere il testo sono fornite dall’autore nella nota introduttiva: “questo libro”, dice Tabucchi, “oltre che un’insonnia, è un viaggio […]”, in questo “Notturno si cerca un’ombra”; l’autore ci indica dunque che l’insonnia è il motore della scrittura di un romanzo che sembra una rincorsa verso qualcosa che nemmeno esiste, ovvero un’ombra.

Tabucchi inserisce all’inizio l’indice dei luoghi visitati, affinché qualche amante di percorsi incongrui possa un giorno utilizzare il romanzo come guida.

Carta dell’India

Riassunto dei capitoli

I: L’io narrante incontra un tassista che vorrebbe condurlo a un albergo adatto a una personalità signorile come la sua; a Marine Drive, sulla spiaggia, c’è una festa religiosa, dove sono presenti anche vagabondi e mendicanti. Il “quartiere delle gabbie” era peggio di come se l’immaginava il narratore: sono presenti costruzioni di legno e stuoie, baracche, tende di stracci, botteghe, prostitute in casupole. Il primo hotel di cui si parla, Khajuraho, ha un’aria equivoca ma non sordida. La signora dell’albergo forse si chiede cosa ci faccia un occidentale in quel luogo; la camera ha pareti verdoline. Alla donna della portineria viene richiesto che sia rintracciata Vimala Sar, una prostituta, che prima lavorava lì. Al suo arrivo, Vimala guarda la lettera che ha scritto al narratore e piange; dice di averla scritta perché era al corrente dell’amicizia tra lui e Xavier. Lei dice che negli ultimi tempi Xavier era malato ed era diventato cattivo. L’uomo aveva un atteggiamento taciturno e irascibile; faceva commerci a Goa. La donna cita delle lettere di Madras, provenienti da una società di studio, la Theosophical Society. La prostituta racconta della loro storia d’amore, e che X., colpito da un triste destino, aveva bruciato tutti i suoi stessi scritti.

II: All’ospedale di Bombay , dove X. viene cercato, non è presente un archivio. Apprendiamo altre informazioni sul conto del disperso: Xavier Janata Pinto, di origini indiane, è un portoghese, e sembra non essere più rintracciabile. Era stato ricoverato in ospedale circa un anno prima. Era alto, magro, capelli lisci, della stessa età del narratore, con un’espressione tra il triste e il sorridente. Pinto scriveva racconti su cose non riuscite, errori, su un uomo che sogna un viaggio e poi si accorge che non ha più voglia di farlo. L’ospedale è in condizioni igieniche precarie, pieno di scarafaggi. Di X. nessuna traccia.

III: Il Taj Mahal è il successivo albergo visitato, si tratta di una vera e propria città, dotata persino di depuratori per l’acqua. Qui il personaggio principale richiama alla memoria momenti passati con Xavier, Isabel e Magda. Ricorda Magda piangente e Isabel illusa. Lui stesso era definito usignolo in portoghese (Rouxinol). Scrive una lettera a Isabel in cui le parla dei giorni lontani, del suo viaggio, dei sentimenti che riaffiorano nel tempo. E poi s’accorge che quella lettera era in realtà per Magda.

L’hotel Taj Mahal a Bombay

IV: Alla stazione il viaggiatore parla con un Jainista[1]: gli dice che andrà a Madras e poi a Goa. Dice di star compiendo un itinerario privato, in cui cerca delle tracce.

V: Al Coromandel Hotel il protagonista ascolta dei pezzetti di conversazione e parla con Margareth, un’ospite che in precedenza alloggiava nella sua camera, e che pare vi abbia dimenticato un pacchetto di documenti. Probabilmente si tratta di una ladra, che vuole vendicarsi di un uomo, ma il viaggiatore intende coprirla.

VI: Il viaggiatore si trova alla Società Teosofica a Madras: La Società Teosofica è un’Associazione internazionale apolitica e areligiosa, composta da donne e uomini che si riconoscono nel principio della fratellanza umana; lo scopo essenziale è quello di incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze. La teosofia (dal greco θεός, ‘dio’, e σοφία, ‘sapienza’) è un insieme di diverse dottrine esoterico-filosofiche storicamente succedutesi dal XV al XXI secolo, che si richiamano l’una all’altra.

Alla società teosofica il narratore si trova a parlare con uno studioso vestito di una casacca bianca, fine conoscitore del francese e uomo di cultura. Egli offre una cena frugale al viaggiatore, dal quale era stato avvertito mediante un biglietto, qualche telefonata e una visita pomeridiana in cui si faceva riferimento a una persona scomparsa, in modo generico. Tale individuo rispondeva al nome di Javier Xanata Pinto, un corrispondente della Società; non è facile ricavare notizie su una corrispondenza privata, e il protagonista lo apprende con disappunto, mentre cena a base di polpette vegetali e riso insipido. La conversazione tra i due non procede bene, l’indiano è particolarmente interessato a dimostrare la propria erudizione e per la sua saccenza e presunzione ispira una certa impertinenza al viaggiatore. La conversazione prosegue a colpi di silenzi, citazioni e irritazione, quando finalmente l’indiano porge un biglietto (scritto a Calangute e datato 23 settembre) al ricercatore: in esso Xavier racconta di essere divenuto un uccello notturno. Dal colloquio apprendiamo che il viaggiatore ha visitato, tra le altre cose, il tempio di Kailasantha: come di consueto, le visite turistiche vere e proprie non vengono descritte nel romanzo.

Madras, India

VII: Durante una sosta dell’autobus che porta da Madras a Mangalore -dovuta all’attesa di altro autobus conducente altri passeggeri- il nostro conosce una coppia di adolescenti, uno dei quali è probabilmente affetto da qualche malattia: infatti si tratta di un individuo di dimensioni irrisorie, apparentemente simili a quelle di una scimmia, con un volto e un corpo contorti e deformati. L’esserino è in grado di prevedere il futuro e predire il karma dei pellegrini, in quanto è un Arhant, ovvero un profeta jaino. Egli non distingue l’atma, ovvero l’anima del viaggiatore, in quanto reputa che lui non sia se stesso, ma un altro; dice che l’atma del protagonista si trova su una barca, con intorno molte luci. Qui veniamo a intuire un elemento che sarà più chiaro alla fine del libro.

VIII: a Goa il nostro arriva al colègio de S. Boaventura, dove è accolto da un guardiano e dove attende l’arrivo di padre Pimentel. A un tratto, mentre osserva l’ambiente, vede comparire un anziano con un lungo viso scavato e la testa ricoperta da un copricapo di foggia strana. Il vecchio sembra conoscere il suo viaggio e il dialogo con lui, piuttosto insolito, culmina nell’affermazione “Sono Afonso de Albuquerque, viceré delle Indie”; qui il protagonista capisce che si tratta di un matto. Dopo vari confronti, il matto chiede cosa il suo interlocutore stia facendo in quel luogo, e lui dichiara di voler fare ricerche d’archivio presso la biblioteca del collegio. L’anziano dice che si tratta di una menzogna, fino a che emerge la confessione che in realtà il vero oggetto della visita è la ricerca di Xavier. L’interlocutore replica che Xavier non esiste, è un fantasma, ed è morto, come tutti. Ben presto il dialogo si rivelerà un sogno, interrotto dall’arrivo di padre Pimentel, al quale il protagonista dice di voler andare a Calangute per sapere qualcosa su una persona.

IX: Si descrive il soggiorno presso l’hotel Zuari, a Vasco da Gama, cittadina “particolarmente brutta”.

X: Sulla spiaggia di Calangute a Goa il protagonista conosce un ex postino che aveva lavorato a Filadelphia, il quale racconta la sua storia; a lui sono richieste informazioni su Xavier, così descritto: “quando sorride sembra triste”. La compagna del postino suggerisce di cercare all’Hotel Mondovi.

XI all’Hotel Mondovi, sempre sito a Goa, il protagonista tenta di scoprire qualcosa del sig. Nightingale, alias Xavier, dal portiere, ma non scopre molto. Il maître dell’albergo invece, dietro lauto pagamento, lo indirizza a un altro hotel, di lusso.

Querim beach, Goa, India

XII: All’hotel Oberoi di Goa assistiamo allo scioglimento della vicenda, che tuttavia rimane in parte misteriosa. Sembrerebbe che Xavier si trovi lì e, conosciuta una fotografa di nome Christine, le racconti la trama del romanzo, proprio di Notturno, dichiarando di essere lui quello cercato. Apprendiamo infine che il ricercatore e il ricercato sono in realtà la stessa persona.

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative

L’ambientazione è piuttosto realistica, ma per lo più non vi sono rappresentati gli spazi aperti dell’India, bensì quelli chiusi di alberghi, ospedali, luoghi di cultura, o mezzi di trasporto. Si tratta di un’India frammentata, descritta a tratti, percorsa in luoghi non noti. Gli ambienti sono descritti attraverso la voce di alcuni personaggi che compaiono come meteore, e attraverso i rumori, gli odori, i sapori e le sensazioni provati dall’io narrante. La vicenda coincide con un viaggio di pochi giorni, che potrebbe essere accaduto in qualunque momento storico; la fabula è alterata dall’inserimento di frequenti analessi, che riportano a un passato lontano: quello in cui il protagonista e l’amico Xavier erano insieme. Vengono menzionate anche due donne, che però sembrano, ad un tratto, confuse o intercambiabili.

Il narratore è interno e coincide con il protagonista, che infine si scopre essere colui che cerca e colui che è cercato, divenendo così una sorta di “doppio personaggio”.

Il protagonista non è rappresentato dettagliatamente, ma lo si inquadra attraverso ciò che dice e che fa e attraverso la descrizione del suo doppio: sembra sia un italiano che conosce il portoghese, dotato di buona cultura e piuttosto facoltoso, a giudicare dalla quantità di mance che riesce a dispensare. Tuttavia viaggia leggero, ha con sé solo una valigia. Potrebbe quasi trattarsi di un alter-ego dell’autore medesimo. Ad un tratto si dice che sta facendo delle ricerche di archivio, ma ciò che sta cercando in realtà è una persona. L’io narrante si vale della lettura di una sorta di guida, ovvero India, a travel survival kit, e si sposta con vari mezzi di trasporto; i personaggi che incontra sono descritti fisicamente, ma scarsamente caratterizzati, rappresentano più dei simboli dell’India, o delle tappe nella ricerca. Compaiono e rapidamente scompaiono, esaurendo la loro funzione narrativa di interlocutori per brevi dialoghi o di informatori in relazione alla missione investigativa del protagonista.

Lingua e stile

La lingua è semplice e colloquiale, e la sintassi è piana; lo stile è sia narrativo sia descrittivo, le descrizioni sono rapide e incisive. Si trovano lunghe pause riflessive su quanto l’io narrante vive ed osserva, e diversi dialoghi.

Intenzione dell’autore

Questo libro racconta sostanzialmente degli aneddoti di un viaggio, un viaggio di piacere a cui viene associata una sorta di inchiesta. Questa ricerca, rivolta all’esterno, sembra in realtà un’indagine interiore: è come se il protagonista ricercasse il suo Io, come se sentisse di essersi perso, di non sapere chi sia, come se provasse una sorta di crisi d’identità. Il finale è tuttavia aperto a molteplici interpretazioni, e vi è presente lo spunto metaletterario del personaggio che racconta del libro che sta scrivendo, la cui trama coincide per l’appunto con quella di “Notturno indiano”.


[1]  Religione indiana, diffusa in tutta l’India (circa 2 milioni di seguaci). Si basa sugli insegnamenti di Mahāvīra (il «grande eroe», soprannome di Vardhamāna; 599-527 a.C), ultimo di una serie di 24 altri maestri

LETTERATURA ITALIANA

“Le ragazze di S. Frediano” di Vasco Pratolini

Presentazione e genere letterario:

Scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949 per i tipi di Vallecchi editore, Le ragazze di S. Frediano è in sintesi la storia di un dongiovanni, tal Aldo Sernesi, soprannominato Bob, e delle ragazze con cui intrattiene relazioni sentimentali. Il soprannome deriva al personaggio da una somiglianza con l’attore Bob Taylor, all’epoca molto noto.

Il quartiere di S.Frediano a Firenze

L’altro protagonista della vicenda è sicuramente il quartiere di S. Frediano, sito a Firenze, descritto attraverso i suoi luoghi e mediante la personalità delle figure che lo abitano, particolarmente delle figure femminili.

Tratto dal film di Valerio Zurlini del 1954

Trama:

Si tratta di un romanzo sentimentale ambientato durante e dopo le fasi finali della Seconda guerra mondiale, quelle della Resistenza partigiana. In primo luogo viene presentata l’ambientazione, ovvero “il rione di Sanfrediano”, “quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo”; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine”. Il rione è popolato da personaggi che sembrano identificarsi attraverso il mestiere che svolgono: c’è il rivendugliolo, lo stracciaiolo, l’operaio, l’impiegato, l’artigiano marmista, l’orefice, il pellettiere; le donne sono invece trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici. I sanfredianini sono sentimentali e spietati, caparbi e attivi, hanno partecipato alle vicende della storia in modo piuttosto illuminato. Le ragazze sono belle, gentili, audaci e sfrontate. Fra tutte si distingue per gioventù, bellezza e becerismo[1] una giovane impagliatrice di sedie, Tosca. Si tratta del primo personaggio descritto, una ragazza bionda di 18 anni, bella e sincera, capace di esprimere con facilità i propri pensieri. Attraverso il suo punto di vista veniamo a scoprire le vicende dei partigiani e della loro vendetta contro i fascisti, che vengono fucilati; al primo gruppo sembrerebbe appartenere il giovane Bob, che però fuoriesce da un portone, non si trova dunque nel vivo della lotta partigiana. Bob “era un giovane bruno, dai grandi occhi incredibilmente verdi, i baffetti curati e la carnagione bianca, bianca tanto che in montagna di certo non c’era stato, era un partigiano di città, e così pallido  forse perché appena uscito di prigione”. Bob ha 25 anni e una fama di rubacuori all’interno del Rione, dove abita in via del Campuccio.

Tosca diventa presto la fidanzata di Bob, ma è l’ultima in ordine di tempo, cosicché la vicenda procede in ordine anti-cronologico, e fabula e intreccio non coincidono.

Bob e Tosca, dal Film di Zurlini del 1954

La prima antagonista di Tosca, in quanto pare essere stata la precedente fidanzata di Bob è Silvana, ricamatrice dai capelli scuri; a unire entrambe, in quanto si interfaccia sia con Silvana sia con Tosca, di cui è amica, è Gina, ragazza inizialmente non descritta: ella sembra immune al fascino di Bob, ma si interessa in modo sospetto alle vicende delle due giovani, dipingendo il loro fidanzato come un “donnaiolo” e riferendosi a lui con ironia. L’autore dipinge le ragazze come aggressive e vereconde allo stesso tempo, audaci, ma anche pudiche. Aldo-Bob è un elegante giovane, il quale pensa che le donne siano “arance da succhiare”; egli è luminoso e volgare come la brilllantina che indossa.

Aldo abita con la famiglia, il fratello e il padre sono imbianchini con la passione della caccia, mentre lui svolge la professione di impiegato. E’ piuttosto controllato nei gesti, ma energico al contempo, anche piuttosto atletico. Metà dello stipendio lo dà alla madre, il resto è riservato alla propria eleganza; amante del cinema e della danza, finanzia queste passioni attraverso il biliardo, di cui è un vero campione. Ha un fondo di moralità, in quanto non frequenterebbe mai i bordelli, ma non dimostra alcuna serietà nei rapporti con l’altro sesso. Si stanca facilmente della ragazza di turno, e necessita continuamente di nuove conquiste, arrivando a crearsi un vero e proprio harem. La sua fama di sciupafemmine lo porta ad essere appellato in vario modo: “il giovanotto dalle belle ciglia”, “il gallo della Checca”, “il Granduca”. Ma il soprannome duraturo sarà quello derivante dall’attore Robert Taylor, ideale di mascolinità per le giovani frequentatrici del cinema Orfeo in piazza de’ Nerli.

Nei fatti, era lui a farsi corteggiare, e quando si stancava di una ragazza non dava un taglio netto solitamente, ma si distaccava a poco a poco, con dolcezza e cinismo. Rimaneva sempre con almeno quattro o cinque ragazze. Le sue avventure rimanevano segrete fino a quando non fossero concluse: allora faceva delle allusioni in modo che nel quartiere gli ascoltatori potessero identificare la sventurata. Pur vanesio, virile e avventuroso, tuttavia sapeva contenersi, ed evitava di avere rapporti fisici con le ragazze, eccetto con una, la sua amante. La fama di Bob era paragonabile a quella del Gobbo, un ladro che aveva fatto impazzire le donne del rione nel 1919.

Il lettore viene poi a scoprire che è proprio Gina, amica di infanzia di Aldo, ad essere la sua amante segreta. Lei sta per sposarsi al solo scopo di far ingelosire Aldo e convincerlo a sceglierla. Gina, dagli occhi chiari e dai capelli neri, è una sarta proveniente da una famiglia molto povera. Probabilmente nutre un affetto sincero per Bob, che non ricambia allo stesso modo.

Tra le ragazze Bob aveva deciso di chiudere ogni rapporto con la figlia di un vetturale ubriacone, Mafalda, la quale ha i capelli rossi e un corpo prosperoso ed è tra le ragazze la più disinibita, tanto da aver avuto già rapporti con altri uomini, escluso Bob. Lo incontra un mattino di fine settembre e gli fa una scenata, ritardando il suo incontro con Bice, ragazza bionda, candida e scaltra, commessa alla Rinascente. Più distaccata delle altre, e più disillusa, anch’essa è tuttavia affascinata da Bob. Dopo aver incontrato Bice, Bob ha il consueto appuntamento con Gina e infine con Tosca, benché la ragazza vada via in fretta, probabilmente a causa della febbre, secondo il pensiero di Aldo.

La sera Aldo va al biliardo e qui ha uno scambio di battute con Gianfranco, giovane piuttosto energico e forte, che si conclude in una sorta di duello. Gianfranco intende picchiare Bob essenzialmente perché innamorato di Silvana, e scredita l’avversario dicendo che non ha partecipato alla Resistenza in modo così attivo come dice. Bob colpisce Gianfranco con un frontino e alla fine ha la meglio su di lui. Ciò lo riempie di boria e orgoglio, nonostante le ferite riportate e nonostante gli sia salita la febbre. L’indomani il giovane tenta persino di conquistare una nuova ragazza, Loretta, dandole appuntamento nella sala da ballo, dove lei però non si presenterà.

Bob gioca a biliardo -dal film di Zurlini (1954)

Il narratore lascia poi il racconto delle vicende di Bob e si concentra su quanto era avvenuto in parallelo: Tosca aveva visto Bob per caso, prima con Mafalda, poi con Bice; ne parla con Silvana, poi con Gina e con le altre ragazze e tutte sono decise a fargliela pagare, eccetto Bice, che poi alla fine si fa convincere, e Loretta, molto giovane e ancora non del tutto adescata da Bob. Per far sì che quest’ultimo adescamento non avvenga Mafalda la trattiene per impedirle di andare a ballare, in quel luogo dove il giovane la attendeva.

Sul prato delle Cascine avviene la beffa finale ai danni di Aldo, convinto di incontrarsi con Tosca e deciso a sottrarle la verginità. Tosca non è invece da sola, ma è accompagnata da tutte le ragazze. Viene richiesto al giovane di prendere una decisione, ma egli tergiversa e le minaccia di rovinare la loro reputazione. Per vendetta, le giovani, specie Mafalda e Tosca, colpiscono il giovane(il colpo meglio assetato sarà quello alle parti basse); legatolo e spogliatolo, lo trascineranno sulla carrozza del padre di Mafalda, decise a deriderlo per la sua scarsa virilità. L’unica che non partecipa in nessun momento alla beffa è Gina, colei che più ha da perdere nella situazione.

Dopo il linciaggio pubblico, Aldo perderà la faccia, e la conclusione della vicenda vede Gina maritata al suo pretendente e Aldo stesso sposato con Mafalda, che è proprio colei che il rubacuori aveva voluto allontanare. Il nuovo Casanova diverrà allora un altro giovane del quartiere, Fernando.

Il parco delle Cascine a Firenze

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative, lingua:

La vicenda, salvo il flashback iniziale che riporta ai momenti della Resistenza, dura pochi giorni, ed è ambientata in autunno.

Tutti i personaggi sono descritti, sia dal punto di vista fisico, sia da quello caratteriale. Ciascuna ragazza sembra particolarmente caratterizzata dal colore dei capelli e dal lavoro che svolge. I personaggi sono piuttosto sfaccettati: si va dalle impulsive Mafalda e Tosca, alla scaltra Bice, all’ingenua Loretta, alla timida Silvana, all’amorevole Gina.

Il narratore è esterno, giudicante, ed è frequente l’uso del discorso diretto; i dialoghi sono vivaci e tutto il lessico è popolaresco e umile, la sintassi è piana, il discorso è descrittivo-narrativo, e appare piuttosto rapido e incisivo. I titoli di ogni capitolo scandiscono la vicenda e rappresentano una sorta di scaletta degli eventi narrati.

Intenzioni dell’autore:

Il romanzo rappresenta un inno al quartiere di San Frediano, ed esprime una morale piuttosto semplice: un uomo non può volare da un fiore ad un altro, deve invece scegliere una sola donna da amare. Difatti, l’atteggiamento poligamo di Bob viene severamente punito proprio da coloro che ne erano state le vittime.

Il romanzo ebbe un grande successo, al punto che ne fu tratto un film omonimo nel 1954, con la regia di Valerio Zurlini.

Alcuni luoghi citati nel romanzo:

Chiesa e piazza del Carmine, pendici di Bellosguardo, Palazzo Pitti, bastioni medicei, Cascine, p.za Signoria, S. Croce, Cestello, Ponte alla Carraia, via della Vigna, piazza de’Nerli, porta S. Frediano, Mura S. Rosa, via Pisana, borgo Stella, via del Leone, via del Campuccio, Legnaia, piazza Piattellina, via Maggio.


[1] Becero, aggettivo di area toscana, vuol dire volgare, chiassoso, ignorante.

LETTERATURA ITALIANA

Domande e risposte su “La luna e i falò” di C. Pavese

  • Quando è stato scritto il romanzo? 1948/9, pubblicato nel 1950.
  • Che genere di romanzo è? Si tratta di un romanzo realista, denso di spunti autobiografici. Potrebbe essere definito anche romanzo di formazione.
La luna e i falò, Einaudi, 1997
  • Che cosa racconta? E’ la storia di un ritorno, di una maturazione, riguarda la presa di coscienza dell’importanza delle radici e della difficoltà nel trovarle (si veda in particolare il primo capitolo). Allo stesso tempo è il racconto di un viaggio, metaforico e reale, nel mondo dell’infanzia, ormai quasi mitologico. Ma il viaggio è anche alla scoperta di nuovi mondi, ed è dovuto all’esigenza di crescita e di cambiamento. Tornare dopo essere cambiati risulta complesso, non sembra di ritrovare più se stessi. La maturazione come elemento fondamentale di questo romanzo sembra confermata anche dall’epigrafe iniziale: “For C. Ripeness in all” (Per C: maturità in tutto). Constance Dowling è l’attrice americana di cui Pavese era innamorato.
Andrea Checchi e Costance Dowling nel film La strada finisce sul fiume
Di sconosciuto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4440344
  • Come si chiama il protagonista? E’ soprannominato Anguilla, ed è un orfano. Vive poveramente e lavora in campagna, finché decide di partire.
  • Quanti anni ha? 40 anni, al momento del racconto.
  • Chi racconta le vicende? Il protagonista stesso, in prima persona. Il narratore è dunque interno.
  • Qual è la trama?  Anguilla, orfano, è adottato  da una famiglia modesta proveniente da un piccolo borgo contadino (probabilmente Santo Stefano Belbo, luogo natale dell’autore) e abita sulla collina Gaminella; dopo la morte di Virgilia, madre adottiva, quando ha solo 13 anni, si trasferisce presso “La mora”, tenuta del Sor Matteo, un proprietario terriero. Inizia a lavorare e vive le sue vicende adolescenziali presso la tenuta, dove è circondato dalle figure femminili delle figlie di sor Matteo, Irene, Silvia e Santa, delle cui vite e storie amorose è attento osservatore. Parte poi per la leva militare e va a Genova; lì vive esperienze antifasciste e conosce Teresa. Si imbarca in seguito per l’America, dove fa fortuna; vive probabilmente in California. Qui è presente un’altra figura femminile, Rosanne, con la quale la storia d’amore si conclude a causa della partenza di lei. Gli americani, dice il protagonista, sembrano non avere radici, sono come “bastardi” (cap. XXI).
  • Il protagonista, partito senza nemmeno un nome, dopo tanti anni ritorna nel periodo del Ferragosto (si racconta brevemente anche di un precedente ritorno); incontra Nuto, amico saggio, sempre rimasto al paese, e guida razionale di Anguilla. Lui rappresenta il legame con un passato che sembra ormai scomparso, come scomparsi sono gli altri personaggi della sua vita passata e gli alberi di nocciole intorno alla casa del padre adottivo.
  • La vecchia casa di Gaminella è stata acquistata da un povero contadino mezzadro, Valino, nel cui figlio zoppo, Cinto, Anguilla rivede se stesso da ragazzo. Valino, a causa della povertà e dei problemi economici, arriverà ad uccidere la nonna e la cognata che vivono con lui, mentre Cinto riuscirà a fuggire e avviserà Nuto e Anguilla. Il romanzo termina con il racconto della morte di Santa, uccisa dai partigiani a causa del suo doppiogiochismo.
  • Fabula e intreccio coincidono? No, i piani temporali sono sfalzati; la narrazione segue l’andamento dei ricordi, e si sposta continuamente dal presente al passato, dunque sono presenti molte analessi.
  • Qual è l’ambientazione? Il mondo rurale delle Langhe, nel Piemonte meridionale. Lo scenario è descritto con notazioni uditive, olfattive, tattili e visive. Sono frequenti i termini tecnici relativi all’agricoltura e alla vegetazione tipica della campagna piemontese (tra cui i nocciòli, che il protagonista aveva vicino alla propria abitazione e che appunto non ci sono più).
Risultati immagini per noccioli
  • Perché il titolo? La luna influenza i raccolti e i falò servono per rendere fertile la terra; si tratta di simboli del mondo rurale, e allo stesso tempo sembrano anche simboli mitologici. I falò si accendevano anche durante le feste in campagna. Inoltre l’incendio della casa della Gaminella e il falò acceso per dar fuoco al cadavere di Santa sembrano alludere nuovamente al simbolo esplicitato dal titolo.
  • Quali sono i personaggi più importanti, come sono descritti e quali caratteristiche hanno? Nuto è l’amico saggio, suonatore di clarino, falegname. Durante l’adolescenza è stato compagno nella vita del protagonista, l’ha aiutato e accompagnato nella crescita. Da adulti è di nuovo una figura di riferimento, che rappresenta scelte opposte rispetto a quelle di Anguilla: non se ne è mai andato dal paese, e pensa che ci si possa restare solo non andandosene mai. Forse è Nuto il simbolo di quelle radici che Anguilla sembra non trovare. Nuto è inoltre aiutante dei partigiani, dunque vive in modo abbastanza attivo, benché prudente, un periodo storico turbolento, ovvero gli anni della Resistenza e della Repubblica di Salò.
  • Le figure però descritte con più dovizia di particolari sono quelle femminili, in particolare Irene, Silvia e Santa. Irene, bionda ed eterea, affascina il protagonista, che però sa di non poter arrivare a lei e dunque sente una maggiore attrazione per Silvia, mora e più passionale. Le ragazze sono però figlie del suo padrone, quindi ha con loro solo un rapporto di subalternità. Tuttavia la seconda parte del libro è tutta concentrata sul racconto delle loro vicende, con il rammarico quasi di non avervi preso parte.
  • Tutti i personaggi del passato di Anguilla, più o meno rilevanti, tranne Nuto, vengono citati in assenza: molti infatti sono defunti, o comunque non sono più presenti in paese. Anche questo contribuisce al senso di sradicamento del narratore, deciso alla fine a ripartire.
LETTERATURA ITALIANA

Tu m’hai sì piena di dolor la mente, di Guido Cavalcanti

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir’ che manda ’l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente, 5
dice: «E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire».

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia 10
fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’ egli è morto, aperto segno.

SINTESI DEL COMPONIMENTO

Il sonetto di Guido Cavalcanti consiste in una descrizione degli effetti che Amore ha sul poeta. Nella prima quartina l’autore rivolge un’apostrofe alla donna amata, dichiarando che lei ha riempito il poeta di dolore a tal punto che l’anima cerca di allontanarsi dalle facoltà vitali e i sospiri che il cuore addolorato emana rivelano alla vista delle persone che il poeta è incapace di tollerare la sofferenza data da amore.

Nella seconda quartina invece il protagonista è Amore, personificato, il quale percepisce la potenza della donna e dichiara di essere dispiaciuto che al poeta tocchi la morte a causa della donna crudele la quale sembra non voglia ascoltare nessuna parola che chieda pietà per il suo dolore.

Nelle terzine ci si concentra invece sull’Io poetico: Cavalcanti dichiara di essere come fuori dalla vita, di sembrare essere divenuto inanimato, come di rame o di pietra o di legno.; il poeta sembra camminare solo in virtù di un artificio meccanico, e sembra che si muova con una ferita nel cuore che indichi in modo evidente come lui sia stato ucciso.

Ritratto di Cavalcanti, in Rime 1813

ANALISI DEL TESTO

Il componimento potrebbe essere diviso in tre parti: nella prima quartina è presente appunto l’apostrofe alla donna e l’affermazione della volontà dell’anima di allontanarsi, di dividersi dalla persona del poeta; il cuore è il secondo protagonista in quanto emette dei sospiri ben visibili a chi sta intorno alla persona. Come spesso avviene in Cavalcanti l’identità dell’uomo è scissa in più elementi, è composta dall’anima e dal cuore che a sua volta produce sospiri, altro elemento collegato alla persona del poeta. La donna è personaggio muto, è presente solo attraverso le parole del poeta e di Amore medesimo, personificato, che dichiara la crudeltà della donna incapace di ascoltare parole richiedenti compassione per l’amante.

Amore personaggio è in questo componimento decisamente solidale con il poeta, si rivolge a lui dimostrandosi partecipe e addolorato. L’amante, colui che vive il dramma amoroso, appare nuovamente protagonista nelle terzine, nelle quali dipinge gli effetti sconvolgenti dell’amore sulla sua persona, che diventa appunto priva di vivacità, come senza vita, impietrita. Il cuore emerge nuovamente nel penultimo verso: qui si vede evidentemente la ferita mortale inferta dall’amore.

La donna è pura citazione, come spesso avviene in Cavalcanti: non si dice nulla del suo aspetto fisico, viene menzionata dal poeta solo con un generico “tu”, e poi se ne sottolinea la potenza (“grande valor”), pienamente percepita da Amore. Quest’ultimo la descrive come crudele e insensibile alle parole esprimenti sentimento e compassione.  

La sofferenza d’amore si genera dapprima nella mente del poeta, successivamente interessa l’anima  e la fa muovere, mentre il cuore sospira; questi elementi sono personificati al pari degli occhi del pubblico, che rappresentano appunto l’osservatore esterno al quale non sfugge la situazione dolente del poeta. Ma osservatori sono presenti anche nella prima terzina, dove si dice che il poeta appare come un oggetto materiale “a chi lo sguarda”; non solo, sembra una sorta di meccanismo, un ingranaggio che si muove per inerzia.

Elementi tipici del lessico stilnovistico sono la personificazione di Amore, la presenza del cuore, della “fiera donna”, lo sguardo altrui che osserva silenzioso; in Cavalcanti poi si accentuano le sensazioni di sconvolgimento, a cui alludono i vocaboli e le espressioni afferenti alla sfera semantica del dolore: “si briga di partire”, “sospiri”, “dolente”, “soffrire”.

Pisanello, San Giorgio e la principessa, 1436-1438 circa. Affresco. Dettaglio con la testa della principessa, chiesa di Sant’AnastasiaVerona

ANALISI METRICO- RETORICA

Il sonetto, composto da endecasillabi, ha schema metrico con rima alternata ABAB nelle quartine, con rima  CDE ECD  nelle terzine. Il ritmo rallentato nelle terzine accentua il senso della “meccanicizzazione” del poeta, divenuto una sorta di automa.

Figure retoriche:

Personificazione di Amore, dell’anima, dei sospiri, degli occhi.

Sineddoche “occhi” per persone v. 4

Paronomasia “per” – “par” versi 7 e 8

Anafora: “che”

Rime semantiche: mente-dolente, vita-ferita

Espressioni parallele:  convien morire v. 6 – fuor di vita v. 9.