LETTERATURA ITALIANA

"Le ragazze di S. Frediano" di Vasco Pratolini

Presentazione e genere letterario:

Scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949 per i tipi di Vallecchi editore, Le ragazze di S. Frediano è in sintesi la storia di un dongiovanni, tal Aldo Sernesi, soprannominato Bob, e delle ragazze con cui intrattiene relazioni sentimentali. Il soprannome deriva al personaggio da una somiglianza con l’attore Bob Taylor, all’epoca molto noto.

Il quartiere di S.Frediano a Firenze

L’altro protagonista della vicenda è sicuramente il quartiere di S. Frediano, sito a Firenze, descritto attraverso i suoi luoghi e mediante la personalità delle figure che lo abitano, particolarmente delle figure femminili.

Tratto dal film di Valerio Zurlini del 1954

Trama:

Si tratta di un romanzo sentimentale ambientato durante e dopo le fasi finali della Seconda guerra mondiale, quelle della Resistenza partigiana. In primo luogo viene presentata l’ambientazione, ovvero “il rione di Sanfrediano”, “quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo”; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine”. Il rione è popolato da personaggi che sembrano identificarsi attraverso il mestiere che svolgono: c’è il rivendugliolo, lo stracciaiolo, l’operaio, l’impiegato, l’artigiano marmista, l’orefice, il pellettiere; le donne sono invece trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici. I sanfredianini sono sentimentali e spietati, caparbi e attivi, hanno partecipato alle vicende della storia in modo piuttosto illuminato. Le ragazze sono belle, gentili, audaci e sfrontate. Fra tutte si distingue per gioventù, bellezza e becerismo[1] una giovane impagliatrice di sedie, Tosca. Si tratta del primo personaggio descritto, una ragazza bionda di 18 anni, bella e sincera, capace di esprimere con facilità i propri pensieri. Attraverso il suo punto di vista veniamo a scoprire le vicende dei partigiani e della loro vendetta contro i fascisti, che vengono fucilati; al primo gruppo sembrerebbe appartenere il giovane Bob, che però fuoriesce da un portone, non si trova dunque nel vivo della lotta partigiana. Bob “era un giovane bruno, dai grandi occhi incredibilmente verdi, i baffetti curati e la carnagione bianca, bianca tanto che in montagna di certo non c’era stato, era un partigiano di città, e così pallido  forse perché appena uscito di prigione”. Bob ha 25 anni e una fama di rubacuori all’interno del Rione, dove abita in via del Campuccio.

Tosca diventa presto la fidanzata di Bob, ma è l’ultima in ordine di tempo, cosicché la vicenda procede in ordine anti-cronologico, e fabula e intreccio non coincidono.

Bob e Tosca, dal Film di Zurlini del 1954

La prima antagonista di Tosca, in quanto pare essere stata la precedente fidanzata di Bob è Silvana, ricamatrice dai capelli scuri; a unire entrambe, in quanto si interfaccia sia con Silvana sia con Tosca, di cui è amica, è Gina, ragazza inizialmente non descritta: ella sembra immune al fascino di Bob, ma si interessa in modo sospetto alle vicende delle due giovani, dipingendo il loro fidanzato come un “donnaiolo” e riferendosi a lui con ironia. L’autore dipinge le ragazze come aggressive e vereconde allo stesso tempo, audaci, ma anche pudiche. Aldo-Bob è un elegante giovane, il quale pensa che le donne siano “arance da succhiare”; egli è luminoso e volgare come la brilllantina che indossa.

Aldo abita con la famiglia, il fratello e il padre sono imbianchini con la passione della caccia, mentre lui svolge la professione di impiegato. E’ piuttosto controllato nei gesti, ma energico al contempo, anche piuttosto atletico. Metà dello stipendio lo dà alla madre, il resto è riservato alla propria eleganza; amante del cinema e della danza, finanzia queste passioni attraverso il biliardo, di cui è un vero campione. Ha un fondo di moralità, in quanto non frequenterebbe mai i bordelli, ma non dimostra alcuna serietà nei rapporti con l’altro sesso. Si stanca facilmente della ragazza di turno, e necessita continuamente di nuove conquiste, arrivando a crearsi un vero e proprio harem. La sua fama di sciupafemmine lo porta ad essere appellato in vario modo: “il giovanotto dalle belle ciglia”, “il gallo della Checca”, “il Granduca”. Ma il soprannome duraturo sarà quello derivante dall’attore Robert Taylor, ideale di mascolinità per le giovani frequentatrici del cinema Orfeo in piazza de’ Nerli.

Nei fatti, era lui a farsi corteggiare, e quando si stancava di una ragazza non dava un taglio netto solitamente, ma si distaccava a poco a poco, con dolcezza e cinismo. Rimaneva sempre con almeno quattro o cinque ragazze. Le sue avventure rimanevano segrete fino a quando non fossero concluse: allora faceva delle allusioni in modo che nel quartiere gli ascoltatori potessero identificare la sventurata. Pur vanesio, virile e avventuroso, tuttavia sapeva contenersi, ed evitava di avere rapporti fisici con le ragazze, eccetto con una, la sua amante. La fama di Bob era paragonabile a quella del Gobbo, un ladro che aveva fatto impazzire le donne del rione nel 1919.

Il lettore viene poi a scoprire che è proprio Gina, amica di infanzia di Aldo, ad essere la sua amante segreta. Lei sta per sposarsi al solo scopo di far ingelosire Aldo e convincerlo a sceglierla. Gina, dagli occhi chiari e dai capelli neri, è una sarta proveniente da una famiglia molto povera. Probabilmente nutre un affetto sincero per Bob, che non ricambia allo stesso modo.

Tra le ragazze Bob aveva deciso di chiudere ogni rapporto con la figlia di un vetturale ubriacone, Mafalda, la quale ha i capelli rossi e un corpo prosperoso ed è tra le ragazze la più disinibita, tanto da aver avuto già rapporti con altri uomini, escluso Bob. Lo incontra un mattino di fine settembre e gli fa una scenata, ritardando il suo incontro con Bice, ragazza bionda, candida e scaltra, commessa alla Rinascente. Più distaccata delle altre, e più disillusa, anch’essa è tuttavia affascinata da Bob. Dopo aver incontrato Bice, Bob ha il consueto appuntamento con Gina e infine con Tosca, benché la ragazza vada via in fretta, probabilmente a causa della febbre, secondo il pensiero di Aldo.

La sera Aldo va al biliardo e qui ha uno scambio di battute con Gianfranco, giovane piuttosto energico e forte, che si conclude in una sorta di duello. Gianfranco intende picchiare Bob essenzialmente perché innamorato di Silvana, e scredita l’avversario dicendo che non ha partecipato alla Resistenza in modo così attivo come dice. Bob colpisce Gianfranco con un frontino e alla fine ha la meglio su di lui. Ciò lo riempie di boria e orgoglio, nonostante le ferite riportate e nonostante gli sia salita la febbre. L’indomani il giovane tenta persino di conquistare una nuova ragazza, Loretta, dandole appuntamento nella sala da ballo, dove lei però non si presenterà.

Bob gioca a biliardo -dal film di Zurlini (1954)

Il narratore lascia poi il racconto delle vicende di Bob e si concentra su quanto era avvenuto in parallelo: Tosca aveva visto Bob per caso, prima con Mafalda, poi con Bice; ne parla con Silvana, poi con Gina e con le altre ragazze e tutte sono decise a fargliela pagare, eccetto Bice, che poi alla fine si fa convincere, e Loretta, molto giovane e ancora non del tutto adescata da Bob. Per far sì che quest’ultimo adescamento non avvenga Mafalda la trattiene per impedirle di andare a ballare, in quel luogo dove il giovane la attendeva.

Sul prato delle Cascine avviene la beffa finale ai danni di Aldo, convinto di incontrarsi con Tosca e deciso a sottrarle la verginità. Tosca non è invece da sola, ma è accompagnata da tutte le ragazze. Viene richiesto al giovane di prendere una decisione, ma egli tergiversa e le minaccia di rovinare la loro reputazione. Per vendetta, le giovani, specie Mafalda e Tosca, colpiscono il giovane(il colpo meglio assetato sarà quello alle parti basse); legatolo e spogliatolo, lo trascineranno sulla carrozza del padre di Mafalda, decise a deriderlo per la sua scarsa virilità. L’unica che non partecipa in nessun momento alla beffa è Gina, colei che più ha da perdere nella situazione.

Dopo il linciaggio pubblico, Aldo perderà la faccia, e la conclusione della vicenda vede Gina maritata al suo pretendente e Aldo stesso sposato con Mafalda, che è proprio colei che il rubacuori aveva voluto allontanare. Il nuovo Casanova diverrà allora un altro giovane del quartiere, Fernando.

Il parco delle Cascine a Firenze

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative, lingua:

La vicenda, salvo il flashback iniziale che riporta ai momenti della Resistenza, dura pochi giorni, ed è ambientata in autunno.

Tutti i personaggi sono descritti, sia dal punto di vista fisico, sia da quello caratteriale. Ciascuna ragazza sembra particolarmente caratterizzata dal colore dei capelli e dal lavoro che svolge. I personaggi sono piuttosto sfaccettati: si va dalle impulsive Mafalda e Tosca, alla scaltra Bice, all’ingenua Loretta, alla timida Silvana, all’amorevole Gina.

Il narratore è esterno, giudicante, ed è frequente l’uso del discorso diretto; i dialoghi sono vivaci e tutto il lessico è popolaresco e umile, la sintassi è piana, il discorso è descrittivo-narrativo, e appare piuttosto rapido e incisivo. I titoli di ogni capitolo scandiscono la vicenda e rappresentano una sorta di scaletta degli eventi narrati.

Intenzioni dell’autore:

Il romanzo rappresenta un inno al quartiere di San Frediano, ed esprime una morale piuttosto semplice: un uomo non può volare da un fiore ad un altro, deve invece scegliere una sola donna da amare. Difatti, l’atteggiamento poligamo di Bob viene severamente punito proprio da coloro che ne erano state le vittime.

Il romanzo ebbe un grande successo, al punto che ne fu tratto un film omonimo nel 1954, con la regia di Valerio Zurlini.

Alcuni luoghi citati nel romanzo:

Chiesa e piazza del Carmine, pendici di Bellosguardo, Palazzo Pitti, bastioni medicei, Cascine, p.za Signoria, S. Croce, Cestello, Ponte alla Carraia, via della Vigna, piazza de’Nerli, porta S. Frediano, Mura S. Rosa, via Pisana, borgo Stella, via del Leone, via del Campuccio, Legnaia, piazza Piattellina, via Maggio.


[1] Becero, aggettivo di area toscana, vuol dire volgare, chiassoso, ignorante.

LETTERATURA ITALIANA

Domande e risposte su "La luna e i falò" di C. Pavese

  • Quando è stato scritto il romanzo? 1948/9, pubblicato nel 1950.
  • Che genere di romanzo è? Si tratta di un romanzo realista, denso di spunti autobiografici. Potrebbe essere definito anche romanzo di formazione.
La luna e i falò, Einaudi, 1997
  • Che cosa racconta? E’ la storia di un ritorno, di una maturazione, riguarda la presa di coscienza dell’importanza delle radici e della difficoltà nel trovarle (si veda in particolare il primo capitolo). Allo stesso tempo è il racconto di un viaggio, metaforico e reale, nel mondo dell’infanzia, ormai quasi mitologico. Ma il viaggio è anche alla scoperta di nuovi mondi, ed è dovuto all’esigenza di crescita e di cambiamento. Tornare dopo essere cambiati risulta complesso, non sembra di ritrovare più se stessi. La maturazione come elemento fondamentale di questo romanzo sembra confermata anche dall’epigrafe iniziale: “For C. Ripeness in all” (Per C: maturità in tutto). Constance Dowling è l’attrice americana di cui Pavese era innamorato.
Andrea Checchi e Costance Dowling nel film La strada finisce sul fiume
Di sconosciuto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4440344
  • Come si chiama il protagonista? E’ soprannominato Anguilla, ed è un orfano. Vive poveramente e lavora in campagna, finché decide di partire.
  • Quanti anni ha? 40 anni, al momento del racconto.
  • Chi racconta le vicende? Il protagonista stesso, in prima persona. Il narratore è dunque interno.
  • Qual è la trama?  Anguilla, orfano, è adottato  da una famiglia modesta proveniente da un piccolo borgo contadino (probabilmente Santo Stefano Belbo, luogo natale dell’autore) e abita sulla collina Gaminella; dopo la morte di Virgilia, madre adottiva, quando ha solo 13 anni, si trasferisce presso “La mora”, tenuta del Sor Matteo, un proprietario terriero. Inizia a lavorare e vive le sue vicende adolescenziali presso la tenuta, dove è circondato dalle figure femminili delle figlie di sor Matteo, Irene, Silvia e Santa, delle cui vite e storie amorose è attento osservatore. Parte poi per la leva militare e va a Genova; lì vive esperienze antifasciste e conosce Teresa. Si imbarca in seguito per l’America, dove fa fortuna; vive probabilmente in California. Qui è presente un’altra figura femminile, Rosanne, con la quale la storia d’amore si conclude a causa della partenza di lei. Gli americani, dice il protagonista, sembrano non avere radici, sono come “bastardi” (cap. XXI).
  • Il protagonista, partito senza nemmeno un nome, dopo tanti anni ritorna nel periodo del Ferragosto (si racconta brevemente anche di un precedente ritorno); incontra Nuto, amico saggio, sempre rimasto al paese, e guida razionale di Anguilla. Lui rappresenta il legame con un passato che sembra ormai scomparso, come scomparsi sono gli altri personaggi della sua vita passata e gli alberi di nocciole intorno alla casa del padre adottivo.
  • La vecchia casa di Gaminella è stata acquistata da un povero contadino mezzadro, Valino, nel cui figlio zoppo, Cinto, Anguilla rivede se stesso da ragazzo. Valino, a causa della povertà e dei problemi economici, arriverà ad uccidere la nonna e la cognata che vivono con lui, mentre Cinto riuscirà a fuggire e avviserà Nuto e Anguilla. Il romanzo termina con il racconto della morte di Santa, uccisa dai partigiani a causa del suo doppiogiochismo.
  • Fabula e intreccio coincidono? No, i piani temporali sono sfalzati; la narrazione segue l’andamento dei ricordi, e si sposta continuamente dal presente al passato, dunque sono presenti molte analessi.
  • Qual è l’ambientazione? Il mondo rurale delle Langhe, nel Piemonte meridionale. Lo scenario è descritto con notazioni uditive, olfattive, tattili e visive. Sono frequenti i termini tecnici relativi all’agricoltura e alla vegetazione tipica della campagna piemontese (tra cui i nocciòli, che il protagonista aveva vicino alla propria abitazione e che appunto non ci sono più).
Risultati immagini per noccioli
  • Perché il titolo? La luna influenza i raccolti e i falò servono per rendere fertile la terra; si tratta di simboli del mondo rurale, e allo stesso tempo sembrano anche simboli mitologici. I falò si accendevano anche durante le feste in campagna. Inoltre l’incendio della casa della Gaminella e il falò acceso per dar fuoco al cadavere di Santa sembrano alludere nuovamente al simbolo esplicitato dal titolo.
  • Quali sono i personaggi più importanti, come sono descritti e quali caratteristiche hanno? Nuto è l’amico saggio, suonatore di clarino, falegname. Durante l’adolescenza è stato compagno nella vita del protagonista, l’ha aiutato e accompagnato nella crescita. Da adulti è di nuovo una figura di riferimento, che rappresenta scelte opposte rispetto a quelle di Anguilla: non se ne è mai andato dal paese, e pensa che ci si possa restare solo non andandosene mai. Forse è Nuto il simbolo di quelle radici che Anguilla sembra non trovare. Nuto è inoltre aiutante dei partigiani, dunque vive in modo abbastanza attivo, benché prudente, un periodo storico turbolento, ovvero gli anni della Resistenza e della Repubblica di Salò.
  • Le figure però descritte con più dovizia di particolari sono quelle femminili, in particolare Irene, Silvia e Santa. Irene, bionda ed eterea, affascina il protagonista, che però sa di non poter arrivare a lei e dunque sente una maggiore attrazione per Silvia, mora e più passionale. Le ragazze sono però figlie del suo padrone, quindi ha con loro solo un rapporto di subalternità. Tuttavia la seconda parte del libro è tutta concentrata sul racconto delle loro vicende, con il rammarico quasi di non avervi preso parte.
  • Tutti i personaggi del passato di Anguilla, più o meno rilevanti, tranne Nuto, vengono citati in assenza: molti infatti sono defunti, o comunque non sono più presenti in paese. Anche questo contribuisce al senso di sradicamento del narratore, deciso alla fine a ripartire.
LETTERATURA ITALIANA

Tu m’hai sì piena di dolor la mente, di Guido Cavalcanti

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir’ che manda ’l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente, 5
dice: «E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire».

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia 10
fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’ egli è morto, aperto segno.

SINTESI DEL COMPONIMENTO

Il sonetto di Guido Cavalcanti consiste in una descrizione degli effetti che Amore ha sul poeta. Nella prima quartina l’autore rivolge un’apostrofe alla donna amata, dichiarando che lei ha riempito il poeta di dolore a tal punto che l’anima cerca di allontanarsi dalle facoltà vitali e i sospiri che il cuore addolorato emana rivelano alla vista delle persone che il poeta è incapace di tollerare la sofferenza data da amore.

Nella seconda quartina invece il protagonista è Amore, personificato, il quale percepisce la potenza della donna e dichiara di essere dispiaciuto che al poeta tocchi la morte a causa della donna crudele la quale sembra non voglia ascoltare nessuna parola che chieda pietà per il suo dolore.

Nelle terzine ci si concentra invece sull’Io poetico: Cavalcanti dichiara di essere come fuori dalla vita, di sembrare essere divenuto inanimato, come di rame o di pietra o di legno.; il poeta sembra camminare solo in virtù di un artificio meccanico, e sembra che si muova con una ferita nel cuore che indichi in modo evidente come lui sia stato ucciso.

Ritratto di Cavalcanti, in Rime 1813

ANALISI DEL TESTO

Il componimento potrebbe essere diviso in tre parti: nella prima quartina è presente appunto l’apostrofe alla donna e l’affermazione della volontà dell’anima di allontanarsi, di dividersi dalla persona del poeta; il cuore è il secondo protagonista in quanto emette dei sospiri ben visibili a chi sta intorno alla persona. Come spesso avviene in Cavalcanti l’identità dell’uomo è scissa in più elementi, è composta dall’anima e dal cuore che a sua volta produce sospiri, altro elemento collegato alla persona del poeta. La donna è personaggio muto, è presente solo attraverso le parole del poeta e di Amore medesimo, personificato, che dichiara la crudeltà della donna incapace di ascoltare parole richiedenti compassione per l’amante.

Amore personaggio è in questo componimento decisamente solidale con il poeta, si rivolge a lui dimostrandosi partecipe e addolorato. L’amante, colui che vive il dramma amoroso, appare nuovamente protagonista nelle terzine, nelle quali dipinge gli effetti sconvolgenti dell’amore sulla sua persona, che diventa appunto priva di vivacità, come senza vita, impietrita. Il cuore emerge nuovamente nel penultimo verso: qui si vede evidentemente la ferita mortale inferta dall’amore.

La donna è pura citazione, come spesso avviene in Cavalcanti: non si dice nulla del suo aspetto fisico, viene menzionata dal poeta solo con un generico “tu”, e poi se ne sottolinea la potenza (“grande valor”), pienamente percepita da Amore. Quest’ultimo la descrive come crudele e insensibile alle parole esprimenti sentimento e compassione.  

La sofferenza d’amore si genera dapprima nella mente del poeta, successivamente interessa l’anima  e la fa muovere, mentre il cuore sospira; questi elementi sono personificati al pari degli occhi del pubblico, che rappresentano appunto l’osservatore esterno al quale non sfugge la situazione dolente del poeta. Ma osservatori sono presenti anche nella prima terzina, dove si dice che il poeta appare come un oggetto materiale “a chi lo sguarda”; non solo, sembra una sorta di meccanismo, un ingranaggio che si muove per inerzia.

Elementi tipici del lessico stilnovistico sono la personificazione di Amore, la presenza del cuore, della “fiera donna”, lo sguardo altrui che osserva silenzioso; in Cavalcanti poi si accentuano le sensazioni di sconvolgimento, a cui alludono i vocaboli e le espressioni afferenti alla sfera semantica del dolore: “si briga di partire”, “sospiri”, “dolente”, “soffrire”.

Pisanello, San Giorgio e la principessa, 1436-1438 circa. Affresco. Dettaglio con la testa della principessa, chiesa di Sant’AnastasiaVerona

ANALISI METRICO- RETORICA

Il sonetto, composto da endecasillabi, ha schema metrico con rima alternata ABAB nelle quartine, con rima  CDE ECD  nelle terzine. Il ritmo rallentato nelle terzine accentua il senso della “meccanicizzazione” del poeta, divenuto una sorta di automa.

Figure retoriche:

Personificazione di Amore, dell’anima, dei sospiri, degli occhi.

Sineddoche “occhi” per persone v. 4

Paronomasia “per” – “par” versi 7 e 8

Anafora: “che”

Rime semantiche: mente-dolente, vita-ferita

Espressioni parallele:  convien morire v. 6 – fuor di vita v. 9.

ITALIANO L2

Descrivo la mia giornata

Attività didattica per imparare a parlare della propria giornata e delle proprie abitudini e fare esercizio di comprensione scritta e orale.

Destinatari: studenti non italofoni delle scuole secondarie di primo ed eventualmente di secondo grado. Livello suggerito: A1/A2

Discipline coinvolte: italiano L2

Obiettivi:

  • Imparare i verbi al presente relativi alle proprie abitudini quotidiane
  • Approfondire il lessico legato a varie sfere semantiche: viaggio, lavoro
  • Comprendere un breve video
  • Comprendere un testo scritto di media complessità
  • Parlare della propria quotidianità
  • Produrre un testo scritto sulle proprie abitudini quotidiane

Tempi: 5 ore

Metodologie didattiche: brain-storming, visione di immagini e video, dibattito, cooperative-learning.

Strumenti: LIM, lavagna tradizionale, fotocopie.

Pianificazione delle attività:

Fase 1: VIDEO “La giornata tipo degli allievi della Scuola di volo Cantor Air ATO , tratto da YouTube https://youtu.be/cw6kaTVJ8w4. Tempi: 2 ore

In primo luogo si fa un piccolo brain-storming per spiegare alcune parole del lessico legato al volo (aereo, decollo, atterraggio, pista). Possibilmente si fanno dei disegni esplicativi alla lavagna o si mostrano delle immagini con l’ausilio della LIM.

Viene mostrato il video una prima volta.Si dettano o si scrivono alla lavagna le seguenti domande:

  • A che ora si sveglia lo studente?
  • Che cosa fa subito dopo?
  • Che cosa fanno gli studenti tutti insieme?
  • Quante persone ci sono nell’aereo?
  • Che cosa si può vedere dall’aereo?
  • A che ora atterra l’aereo?

Si mostra il video una seconda volta e una terza se necessaria.

Correzione in plenum e analisi dei verbi.

Racconto a coppie della propria giornata tipo.

Fase 2: Lettura del testo “Ecco la giornata tipo dei leader più importanti al mondo”. Tempi: 3 ore

Brain-storming sul concetto di “leader“. Dibattito in classe sugli impegni quotidiani che può avere un capo.

Lettura del testo allegato “Ecco la giornata tipo dei leader più importanti al mondo” e svolgimento degli esercizi.

STORIA MEDIEVALE

L’invenzione della stampa

Il libro a stampa

La stampa venne introdotta in Germania a metà del 1400; qui, nell’alta valle del Reno, esisteva già una tecnica di riproduzione di brevi testi e immagini basata sull’utilizzo di matrici in legno duro incise a rilievo o a incavo, poi inchiostrate e impresse su carta o pergamena. Questa tecnica si chiama xilografia.

Esempio di Xilografia, Di Emil Eugen Sachse – Zweihundert Bildnisse und Lebensabrisse berühmter deutscher Männer, 3rd ed., Leipzig 1870, editor Ludwig Bechstein (Google Books);already present in first edition (1854) : Google Books, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47049249

Il limite della xilografia era che gli stampini in legno potevano riprodurre soltanto testi brevi, data la difficoltà a sviluppare lunghe linee di testo continue dovendo incidere i caratteri a rovescio (la destra e la sinistra erano invertite); inoltre il foglio stampato poteva essere utilizzato solo da un lato, a causa della profondità dell’impronta, e ogni matrice poteva contenere un solo testo per cui andava sempre incisa di nuovo per stampare opere diverse. Inoltre le matrici avevano una durata breve perché il supporto di legno andava soggetto a una naturale consunzione. La xilografia si sviluppò in effetti in concomitanza con la lavorazione del legno, mentre la stampa si collega da subito al mondo della lavorazione dei metalli.

L’orefice tedesco Johannes di Gutemberg (1394-1468) inventò una soluzione per produrre in serie i singoli caratteri tipografici; questi caratteri potevano essere combinati insieme su delle forme metalliche per dare origine a sequenze di lettere, righe, pagine e quindi testi pronti per essere inchiostrati e successivamente impressi su carta.

Dal 1450 Gutemberg impiantò un’officina per la stampa libraria a Strasburgo: qui venne stampata in 180 copie la grande Bibbia latina in due volumi, detta anche la Bibbia delle 42 righe, dal numero di linee per ogni pagina. Ben presto l’impresa tipografica fallì e Gutemberg lavorò in altre officine, trasmettendo il proprio sapere ai suoi collaboratori.

Una pagina della Bibbia di Gutemberg
Di Johannes Gutenberg – From a scan at the Ransom Center of the University of Texas at Austin http://www.hrc.utexas.edu/exhibitions/permanent/gutenberg/, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=409361

Il sistema della stampa

Il procedimento di stampa attraversava queste 3 fasi:

  1. Il progetto grafico delle lettere;
  2. L’incisione dei punzoni;
  3. La fusione del carattere.

I grafici riproducevano la scrittura dei codici; queste erano le tipologie di carattere usate in ambito italiano: il gotico (o littera moderna),  il tondo (o littera antiqua, che si ispira all’antica minuscola carolina) e il corsivo.

Definito il carattere, era necessario incidere il contropunzone in acciaio dove veniva trasferito il disegno della lettera; in seguito si riscaldava un punzone, sempre d’acciaio, per ammorbidirlo e renderlo atto a ricevere l’impronta del contropunzone. L’impronta diventa poi la cavità che riceve il metallo fuso, una volta posta nella forma. La forma è lo strumento che ospita le matrici ed è fatta da due parti metalliche coperte di legno in funzione isolante. Si colava una lega di metalli (piombo, stagno, antimonio, bismuto) nella matrice e successivamente si estraeva il carattere, che veniva ulteriormente lavorato. Si facevano moltissime fusioni ogni giorno, circa 3-4000, di varie grandezze e fatture a seconda del disegno dell’alfabeto.

Un punzone (a sinistra) e la matrice da lui prodotta (a destra)
Di Theodore Low De Vinne (1828-1914) (author of the book for copyright purposes; no engravers identified)(Made by combining two illustrations from the book source and digitally cleaned up by uploader) – The Practice of Typography: Modern Methods of Book Composition (1904), New York: The Century Co., p. 16 and 17. Digital scan available at https://archive.org/details/practiceoftypogr1904devi, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24438612

Data la grande perizia necessaria per la corretta composizione chimica della lega metallica, i più grandi stampatori furono proprio i professionisti del metallo (incisori, fonditori, orafi, argentieri).

I caratteri venivano poi composti sulle pagine collocate sulla forma; l’insieme delle pagine veniva poi posto su un carrello portaforma che veniva inchiostrato e passato sotto il torchio. La disposizione delle pagine nella forma doveva essere stabilita in anticipo in modo da calcolare con esattezza l’ordine che ogni facciata avrebbe assunto una volta piegato il foglio.

In caso di prime stampe era inoltre necessario suddividere il manoscritto in tante porzioni prevedendo la quantità di testo e di caratteri necessari per comporre la pagina tipografica. Il compositore doveva leggere il testo, prendere i caratteri dai cosiddetti “cassettini” e disporre le lettere in ordine inverso a quello naturale, ovvero da destra verso sinistra.

Il piano portaforma veniva collocato su un carrello posizionato su rotaie che si spostavano sotto la pressa, denominata “platina”. Il cosiddetto tiratore azionava la platina e imprimeva il foglio sulla forma inchiostrata. Esisteva anche un battitore che si occupava dell’inchiostrazione delle forme mediante due tamponi di lana o pelo, detti mazzi.

La stampa a caratteri mobili in una xilografia del 1568
Di Jost Amman – Meggs, Philip B. A History of Graphic Design. John Wiley & Sons, Inc. 1998. (p 64), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2777036

L’inchiostro era composto da un pigmento scuro ricavato dalla fuliggine, sciolto ad alta temperatura in olio di lino.

La carta doveva essere morbida ed elastica in modo da non lacerarsi e al contempo densa abbastanza da non far trasparire l’inchiostro; essa era il prodotto della lacerazione degli stracci, dalla quale si otteneva una pasta densa che veniva raccolta in un telaio e fatta asciugare singolarmente; al centro del foglio era visibile la filigrana, ovvero il marchio di fabbrica della cartiera di provenienza. Il costo della carta veniva addebitato al cliente che commissionava l’edizione.

Inizialmente gli incunaboli, cioè i testi stampati fino al 1500, avevano le stesse dimensioni dei manoscritti, variabili anche in base al genere del libro; in seguito i formati divennero più piccoli per questioni di costo.

Incipit del Lattanzio impresso nel monastero di Subiaco, il primo incunabolo con data certa (29 ottobre 1465) stampato in Italia
Di Lactantius (text); Arnold Pannartz and Konrad Sweynheim (printers) – http://www.summagallicana.it/lessico/l/Lattanzio.htm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12866999

Il formato di un volume a stampa dipende dal numero di piegature di un singolo foglio: maggiore è il numero, minore è il formato del libro. Per individuare il formato si fa spesso riferimento alla posizione della filigrana, che varia in base alle piegature, oppure in base all’orientamento dei filoni e delle vergelle (cioè linee verticali e orizzontali determinate dai fili di rame del telaio usato per produrre la carta).

Si calcola che un’officina tipografica lavorasse 10-12 ore al giorno imprimendo 1250 fogli circa; al momento dell’introduzione della stampa la tiratura media fu di circa 300-500 esemplari, e arrivò a 1000 copie verso la fine del secolo.

FONTE:

AA.VV, Breve storia della scrittura e del libro, Carocci, 2016, pp. 85-100.

ITALIANO L2

Tempo e clima

Attività didattica per studenti non italofoni, relativa al tempo meteorologico, al clima, alle zone o fasce climatiche.

Destinatari: studenti non italofoni delle scuole secondarie di primo ed eventualmente di secondo grado. Livello minimo consigliato: A2

Discipline coinvolte: geografia, scienze, italiano.

Obiettivi:

  1. Conoscere i concetti di tempo e clima, e la differenza tra i due;
  2. Consolidare il lessico relativo alle previsioni del tempo;
  3. Ripassare le regioni d’Italia;
  4. Conoscere i fattori che influenzano il clima;
  5. Saper individuare le zone climatiche nel globo terrestre, associandovi i vari continenti;
  6. Saper enunciare le caratteristiche principali delle zone climatiche;
  7. Conoscere a grandi linee le differenze tra i principali ambienti del mondo, e saper fare esempi relativi alla flora e la fauna che li caratterizzano.

Tempi: 8 ore (escluse verifiche finali).

Metodologie didattiche: Brain-storming, lezione frontale, visione di immagini, lezione dialogata, cooperative learning.

Strumenti: LIM, fotocopie.

Pianificazione delle attività (PDF allegato):

Prima fase (4 ore):

  1. Brainstorming: che cosa è il tempo atmosferico;
  2. Attività di abbinamento lessicale;
  3. Definizione di tempo;
  4. Esercizio di consolidamento lessicale;
  5. Visione di un video (da YouTube) contenente le previsioni del tempo in Italia in un dato giorno: gli studenti dovranno scrivere quante più parole possibili relative al campo semantico del tempo (pioggia, vento, precipitazioni ecc.);
  6. Data una cartina muta, gli studenti cercheranno, in coppie, di creare una semplice carta meteorologica, sulla base delle previsioni ascoltate in precedenza. L’insegnante avrà preliminarmente indicato alla lavagna i simboli da utilizzare.

Seconda fase (4 ore):

  1. Brainstorming: concetto di clima;
  2. Definizione e spiegazione dei fattori che influenzano il clima;
  3. Divisi in piccoli gruppi gli studenti leggono le caratteristiche di una fascia climatica e le espongono alla classe (tempo per la lettura: 30 minuti; tempo per l’esposizione: 30/45 minuti).
  4. Ricerca in laboratorio di informatica (da completare eventualmente a casa): ciascun gruppo ricerca in internet e stampa delle immagini di animali e piante relative a una data fascia climatica. Le immagini possono essere poi incollate su un cartellone dove si sarà disegnato il globo corredato dall’indicazione delle fasce climatiche.

Compito: Verifiche orali.

Clicca sul link per visualizzare il PDF:

STORIA DELLA LINGUA ITALIANA

Dal latino alle lingue romanze

L’INDOEUROPEO

Gli studiosi hanno osservato alcune lingue dell’Europa e dell’Asia rilevando la presenza di corrispondenze fonologiche, grammaticali e lessicali: per queste caratteristiche comuni le hanno definite lingue “indoeuropee”. L’indoeuropeo è una fase linguistica antica di cui non abbiamo documenti, ma di cui si congettura l’esistenza per spiegare appunto i tratti comuni tra varie lingue dell’Europa e dell’Asia.

La parola Indoeuropeo richiama all’India e all’Europa: in effetti Indoeuropee sono le popolazioni che nel V millennio a.C sono stanziate in un ampio territorio compreso tra l’Europa centrorientale, il Caucaso, le steppe attorno al Caspio e al mare d’Aral. Nel corso del tempo queste popolazioni si allontanano dalle sedi originarie e si suddividono in etnie sempre più differenziate.

Risultati immagini per popoli indoeuropei
Schema sommario del processo di indoeuropeizzazione dell’Eurasia tra V e I millennio a.C.,
Dbachmann (talk · contribs) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)%5D

LINGUE EUROPEE:

  • Lingue celtiche: gallico (scomparso), irlandese, bretone, gallese;
  • Latino;
  • Lingue italiche: venetico, osco, umbro (scomparse);
  • Lingue germaniche: inglese, tedesco, olandese, danese, svedese, norvegese; gotico (scomparso);
  • Greco;
  • Albanese;
  • Lingue baltiche: antico prussiano (scomparso), lituano, lèttone;
  • Lingue slave: sloveno, ceco, polacco, russo;

LINGUE DELL’ASIA MINORE:

  • Armeno;
  • Frigio (scomparso);
  • Lingue anatoliche es. ittito e lidio (scomparse);

LINGUE DELL’ASIA CENTRALE:

  • Indoiraniche es. indiano, iranico.
  • Tocario, scomparso.

IL LATINO CLASSICO E IL LATINO VOLGARE

Già dal II millennio a.C sappiamo che una popolazione indoeuropea si è stanziata in Italia sui monti Albani, nella zona tra il fiume Tevere e il mar Tirreno: a quest’area si dà il nome di Latium e Latini sono coloro che la abitano.

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Mappa del Lazio, II-I millennio a.C
Di Cassius Ahenobarbus – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26875434

La tradizione e gli studi archeologici attestano la fondazione di Roma intorno all’VIII secolo a.C. Il latino si diffonde da questa zona circoscritta del Lazio a molti altri territori, di pari passo con le conquiste dei Romani. Il latino diventa lingua letteraria probabilmente intorno al III secolo a.C e raggiunge la sua massima diffusione durante l’età imperiale. Con il declino dell’impero anche la lingua latina si trasforma e da questa evoluzione e differenziazione nascono le lingue neo-latine o romanze (600/800 d.C). Il latino a questo punto continua ad essere usato come lingua di cultura, per lo più scritta.

CRONOLOGIA DEL LATINO

Il latino che oggi si studia a scuola è il latino classico, ma le lingue romanze non sono nate dal latino classico, bensì da quello volgare, o meglio dal latino parlato. Il latino parlato da tutti è una lingua che tende a mutare, a trasformarsi; e quindi tra latino classico e latino volgare sussistono alcune differenze che riguardano la fonologia (i suoni), la morfologia (la forma delle parole), la sintassi (le strutture della frase) e il lessico. Ma il latino classico e quello volgare sono comunque la medesima lingua, con delle differenze.

LE LINGUE ROMANZE

Il latino nel corso del tempo e con il procedere delle conquiste di nuovi territori come si è detto si trasforma, e muta in base a fattori diversi:

  • ad esempio il latino di partenza dei conquistatori era diverso in base alla regione d’Italia da cui provenivano;
  • la lingua variava anche in base al momento della conquista, all’epoca in cui essa avveniva;
  • il contatto con le lingue dei popoli sottomessi era causa di nuove trasformazioni all’interno del latino (la lingua dei vinti poteva influenzare la pronuncia, il vocabolario ecc.).

Più tardi anche la diffusione del Cristianesimo e le invasioni barbariche hanno influenzato molto l’evoluzione del latino volgare. In particolare, in seguito alle invasioni, da alcune zone dell’impero romano il latino scomparve (dall’Africa, dall’Inghilterra, dall’Europa centrale al di là delle Alpi, da gran parte dei Balcani), mentre in altre regioni si differenzia in una grande varietà di parlate che si possono raggruppare in 11 rami principali.

Le lingue neolatine avranno dei tratti conservativi rispetto al latino, e dei tratti innovativi. La lingua più conservativa è il rumeno, quella più innovativa è il francese.

Facciamo alcuni esempi: rispetto al latino il rumeno mantiene alcuni casi scomparsi nelle altre lingue romanze (ad esempio il genitivo, dativo, vocativo) e conserva il neutro come categoria grammaticale. Il francese invece ha dei tratti innovativi rispetto al latino, come ad esempio l’uso obbligatorio del pronome personale con il verbo, un ordine dei componenti della frase più rigido (soggetto+verbo+oggetto), l’eliminazione del passato remoto.

In generale le lingue romanze più orientali sono più conservative, mentre quelle occidentali sono innovative. L’italiano è in una posizione intermedia, di equilibrio.

Bibliografia:

M. Dardano, Manualetto di linguistica italiana, Zanichelli, 2005.