LETTERATURA ITALIANA

“Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due” – Il sonetto 64 delle Rime di Giovanni della Casa

Il libro delle Rime di Giovanni Della Casa si chiude con un sonetto che invita alla contemplazione del Creato; lascia aperto un interrogativo e prevede un invito implicito ad affidarsi a una maestà divina che è stata così grande nella sua opera. La concezione dell’Universo è panteistica.

Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due
brevi e notturne ore trapassa, oscura
e fredda; involto avea fin qui la pura
parte di me ne l’atre nubi sue.

Or a mirar le grazie tante tue
prendo: ché frutti e fior, gelo ed arsura,
e sí dolce del ciel legge e misura,
eterno Dio, tuo magisterio fue.

Anzi ‘l dolce aer puro, e questa luce
chiara, che ‘l mondo a gli occhi nostri scopre,
traesti tu d’abissi oscuri e misti.

E tutto quel che ‘n terra o ‘n ciel riluce,
di tenebre era chiuso, e tu ‘apristi;
e ‘l giorno e ‘l Sol de le tue man son opre.

Parafrasi

Questa vita mortale, che passa in una / o in due brevi ore notturne oscura e /fredda; aveva avvolto fin qui la parte più pura di me / nelle sue nubi nere.

Ora inizio ad osservare le tue tante grazie, perché i frutti e i fiori / il gelo e il caldo e una così dolce legge e misura del cielo / furono tuo magistero, o eterno Dio.

Anzi tu hai sottratto dagli abissi oscuri e tenebrosi / la dolce aria pura e questa luce chiara / che svela il mondo ai nostri occhi.

E tutto ciò che in cielo e terra risplende / era chiuso nelle tenebre e tu l’hai aperto; / e il giorno e il sole sono opere delle tue mani.

Commento al contenuto

Nella prima quartina sembra che il poeta esprima il tradizionale concetto della fuga del tempo; ma la vita mortale, così breve, aveva un carattere oscuro, e sembrava aver avvolto l’autore nella sua parte più pura, corrompendolo. Nella seconda quartina notiamo uno stacco cronologico, infatti si osserva la congiunzione temporale “ora”: adesso il poeta osserva tutte le bellezze della vita, oggetto della creazione divina.

Le terzine proseguono la celebrazione del creato, opera di Dio, che viene sostanzialmente celebrato come grande Fattore della luce, intesa non solo nel senso letterale, ma probabilmente anche in modo metaforico. La luce dunque potrebbe significare la positività della vita mortale, la serenità e tutto ciò che di bello esiste, intimamente connesso al divino. Vediamo il gioco di luci e ombre, l’ombra connessa al peccato e alla notte, la luce che invece allude al sole, al giorno, all’aria dolce e pura.

In Della Casa è possibile osservare una certa ricercatezza nelle desinenze, un enjambement, e la singolarità del trapasso dalla prima e seconda quartina e dalla prima e seconda terzina: infatti nella seconda quartina si passa dall’esperienza personale a una dimensione più vasta, mentre nel passaggio tra le terzine c’è continuità perfetta.

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Commento metrico-retorico e fonti del sonetto

Forma: sonetto di endecasillabi

Schema metrico: ABBA ABBA CDE CED

Rime: arsura v. 6-misura v. 7 (rima ricca, in comune c’è -ura ma anche la -s) / scopre v. 10 – opre v. 14 (rima inclusiva)

v.1: questa vita mortal richiama alla prosa del Cortegiano di Castiglione, in cui talvolta si incastrano degli endecasillabi

V. 5 Iperbato

Nubi nere: rimando a carmi di Orazio (Carmina 16,2) in cui si parla di atra nubes

V. 11: Richiamo a vecchio testamento (Genesi, I, 2) Et tenebrae erant super faciem abyssi; è l’inizio della Bibbia, in cui si parla di stato primordiale a cui si contrappone poi la grandezza della creazione. Osserviamo anche Genesi, I,5 Et divist lucem a tenebris.

ITALIANO L2

Tour virtuale degli “Uffizi”

Attività di comprensione orale – L2

Obiettivi didattici:

Esercitare l’ascolto e la comprensione, orale e scritta

Apprendere alcuni elementi lessicali legati al mondo dell’arte

Assumere consapevolezza rispetto al patrimonio culturale custodito nell’ambito del museo fiorentino

Livello linguistico:

A2/B2

Tempi:

1 ora

Strumenti:

Video:

Schede didattiche:

E’ possibile integrare l’attività completandola con una comprensione scritta tratta dal sito “Campus italiano per stranieri”, Mondadori Education:

UNITA' DI APPRENDIMENTO

La civiltà umanistica

Unità di apprendimento

Destinatari: studenti della scuola secondaria di secondo grado.

Tempi: 2 ore circa

Strumenti: PDF allegato da proiettare

Fasi:

  1. Visione di immagini e sollecitazione delle impressioni degli studenti
  2. Precisazioni sui prodotti culturali/artistici del tempo mostrati
  3. Spiegazione dialogata sui seguenti punti:
  • Quadro storico
  • Ruolo dei letterati
  • Centri di produzione della cultura
  • Biblioteche
  • Pubblico per le opere letterarie
  • Aspetti pedagogici
  • Una nuova visione del mondo
  • Il rapporto con i classici
  • Geografia della letteratura
  • Umanesimo civile e cortigiano
  • Umanesimo latino e volgare

GRAMMATICA LATINA

Il dativo di possesso in latino

Il dativo di possesso indica l’appartenenza di un elemento a qualcuno; viene usato in alternativa al verbo avere.

Osserviamo i seguenti esempi:

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  1. Liviae sunt multae amicae

Dativo+verbo sum+nominativo

Traduzione letterale: Molte amiche sono a Livia

Ovvero: Livia ha molte amiche

Ordine della frase in italiano: soggetto + verbo avere + complemento oggetto.

Mentre in latino l’ordine delle parole è indifferente, in quanto contano solo le desinenze e quindi i casi, in italiano si deve seguire un ordine preciso affinché la frase abbia senso.

2. Dominae multae curae sunt

Dativo+ nominativo+ verbo sum

Traduzione letterale: Molte preoccupazioni sono alla padrona

Ovvero: La padrona ha molte preoccupazioni

Ordine della frase in italiano: soggetto + verbo avere + complemento oggetto.

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3. Dominis villae sunt.

Traduzione letterale: Le ville sono alle padrone

Ovvero: Le padrone/ i padroni hanno le ville

4. Agricolis casa est.

Traduzione letterale: La casupola è ai contadini

Ovvero: I contadini hanno la casupola.

5. Vigiliis sagittae non sunt.

Traduzione letterale: Le frecce non sono alle  sentinelle

Ovvero: Le sentinelle non hanno le frecce

6. Tulliae constantia non est.

Traduzione letterale: La costanza non è a Tullia

Ovvero: Tullia non ha costanza.

Osserva in queste frasi il passaggio dall’uso “habeo” al dativo di possesso

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  1. Domina mea multas divitias habet

La mia padrona ha molta ricchezza.

Multae divitiae dominae meae sunt.

2. Dominae ancillae fidas amicas habent.

Le ancelle della padrona hanno amiche fidate.

Fidae amicae sunt ancillis dominae.

nominativo+verbo sum+ dativo+genitivo.

LETTERATURA ITALIANA

“Golpe” e “lione”: il buon principe secondo Machiavelli

Fedeltà e lealtà sono virtù lodevoli? L’integrità, la pietà, l’umanità sono necessarie a chi governa?

Nel capitolo XVIII de “Il Principe”, trattato storico-politico scritto nel 1513, Machiavelli ci racconta il suo punto di vista basandosi sulla propria esperienza di cancelliere della Repubblica fiorentina.

Ecco quali sono in sintesi i punti che emergono dalla sua trattazione:

Il principe - Wikipedia
Di Niccolò Machiavelli – BNCF, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11844670

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA (IN CHE MISURA I PRINCIPI DEBBANO MANTENERE LA PAROLA DATA)

  1. Sempre auspicabile per un principe è mantenere la “fede”, ovvero essere leale rispetto alla parola data. Tuttavia per esperienza si vede come sia stato più proficuo per i principi agire con l’astuzia, ovvero in malafede, piuttosto che tener conto delle promesse fatte.
  2. Ci sono due modi di combattere: uno con le leggi, tipicamente umano, l’altro con la forza, che è proprio delle bestie. Ma quando l’uomo non riesce ad osservare il primo, deve ricorrere al secondo. Entrambe le nature, quella umana e quella bestiale, sono necessarie. Molti scrittori antichi dicono che Achille e altri principi furono affidati alle cure del centauro Chirone, metà uomo e metà cavallo: ciò evidenzia la necessità della parte animalesca insita nell’uomo.
  3. Per quanto riguarda la bestia, è opportuno prendere spunto dalle caratteristiche della volpe e del leone. Il leone spaventa i lupi con la forza, mentre la volpe sa divincolarsi dai lacci con l’astuzia. La forza senza l’astuzia non ha la medesima efficacia. Non vi è necessità di mantenere la parola data qualora vengano meno le condizioni iniziali: questo perché l’uomo è sleale di natura e malvagio, quindi non osserverebbe i patti, per cui è utile che anche il principe li violi ove necessario. Essere astuti è importante e anche saper fingere bene e mascherare l’astuzia stessa: è infatti facile ingannare gli uomini, spesso molto ingenui.
  4. Alessandro VI fu sempre abile e capace nell’ingannare il prossimo.
  5. Il principe non deve avere tutte le qualità positive, ma deve sembrare che le abbia. Anzi è opportuno che non abbia affatto alcune qualità, ad esempio non deve essere davvero pietoso, fedele, umano, onesto, religioso, ma deve solo sembrarlo. Il principe può agire contro la fede, la carità, l’umanità, la religione, qualora vi sia necessità, in base agli eventi.
  6. Il principe deve sembrare tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. Gli uomini si fermano all’apparenza e pochi “sentono” quello che si è davvero. Il dovere del principe è mantenere lo Stato: ogni mezzo per arrivare a questo fine è onorevole e lodevole.

QUESTIONI DI STILE

Il testo di Machiavelli è molto preciso e concreto, doveva infatti essere immediatamente comprensibile e fruibile dal lettore. Per cui gli aspetti teorici vengono messi da parte per focalizzarsi maggiormente sull’esperienza pratica, che è una maestra sicura nel campo politico. Per questo l’autore usa strategie stilistiche fortemente incisive:

  • Appello ai lettori con il “voi”, al principe con il “tu”
  • L’uso di metafore tratte dal mondo animale
  • Frasi brevi e sentenziose
  • Uso di imperativi e congiuntivi esortativi
  • Uso di espressioni di necessità, bisogno ecc. (“è necessario”, “bisogna”, “si deve”)
  • Presenza di congiunzioni con valore conclusivo (“dunque”, “pertanto”, “però” con valore di “perciò”)

IL RIFERIMENTO AGLI ANIMALI

Fox study 6.jpg

In verità il riferimento alla volpe e al leone è presente già in Cicerone nel De officiis, solo che l’inganno e la forza non vengono viste in positivo nel filosofo classico. 

In Dante la volpe assume valenza simbolica, allude alle eresie nel Purgatorio, e il simbolo è appunto negativo; anche i Centauri nell’Inferno hanno qualcosa di demoniaco e la loro natura non viene apprezzata.

Al contrario in Machiavelli il lato animalesco è insito nell’uomo ed è indispensabile al principe quando debba proteggere lo Stato.

Di Pearson Scott Foresman – Archives of Pearson Scott Foresman, donated to the Wikimedia Foundation, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2568365

LA MORALE

Machiavelli non nega che esista il bene, ma afferma che a volte sia necessario prescindere da esso. L’autore considera la verità effettuale delle cose, invece di soffermarsi su come dovrebbero essere; è consapevole del valore morale del bene, ma si limita a constatare che talvolta è necessario sacrificarlo in nome del mantenimento della pace e della stabilità politica.

Questa lezione potrebbe essere valida anche oggi?

Testo integrale de “Il Principe”: https://it.wikisource.org/wiki/Il_Principe

LETTERATURA ITALIANA

“Aminta” di Tasso ovvero un elogio dell’amore

Osserviamo il sistema dei personaggi nella favola pastorale Aminta di Tasso. I nomi e i protagonisti appartengono chiaramente al mondo greco: Dafne, Silvia, Aminta, satiro ecc. La presenza del prologo ci rimanda anch’essa al dramma greco, fatto del resto comunissimo: nel Rinascimento il debito con il mondo classico è forte, e persino il teatro successivo ne rimane influenzato.

INTERLOCUTORI

AMORE, che fa il prologo

DAFNE

SILVIA

AMINTA

TIRSI

ELPINO

SATIRO

NERINA

ERGASTO, ovvero NUNCIO

CORO DE’ PASTORI

La prima rappresentazione dell’opera ebbe luogo con buone probabilità il 31 luglio 1573, al Belvedere di Ferrara. La prima stampa risale al 1580. La prima rappresentazione non contiene uno degli episodi, quello di Mopso.

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Di Torquato Tasso – Raccolta bodoniana, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2086871

GENERE

Ma cos’è una favola pastorale? Vediamo che l’espressione allude alla “fabula”, che in latino significa “testo drammatico” e al mondo dei “pastori”. Si trattava di una forma teatrale molto in voga tra gli autori dell’Umanesimo e del Rinascimento (specie nel contesto della corte ferrarese), la quale affonda le sue radici nella poesia pastorale latina (Virgilio e Teocrito). Vediamone le differenze con la commedia e la tragedia:

COMMEDIAVicenda comica di ambientazione cittadina, con esito felice
FAVOLA PASTORALETemi sentimentali e seri, ambientati in un mondo favoloso; conclusione felice
TRAGEDIATemi patetici e vicende drammatiche, conclusione molto infelice; tono alto e sublime
“PAESAGGIO CON PASTORI E ARMENTI E FIGURE DI POPOLANI IN SOSTA PRESSO UN FONTANILE”, Scuola romana, secolo XVIII,
olio su tela, cm 119 x 177,5

STRUTTURA E METRO

Cinque atti; versi endecasillabi e settenari.

INTENZIONI DELL’AUTORE

Il poeta celebra la vitalità dell’amore, la libertà degli impulsi e offre una proiezione idealizzata della corte ferrarese: egli infatti cela dietro ad alcuni protagonisti dei personaggi reali, ad esempio dietro Tirsi si nasconderebbe lo stesso autore, mentre Elpino evocherebbe la figura del segretario ducale Giovan Battista Pigna.

L’azione non avviene in scena, ma è il risultato dei racconti fatti dai vari personaggi.

SINTESI DELLE SCENE

PROLOGO

Amore, personificato e sotto “pastorali spoglie”, si presenta e presenta tutto il suo divino potenziale. Il fanciulletto si lamenta perché la madre Venere vorrebbe condizionarlo riguardo all’uso dell’arco e delle frecce, mentre il dio intende farne ciò che crede:

Io, che non son fanciullo,
se ben ho volto fanciullesco ed atti,
voglio dispor di me come a me piace:
ché a me fu, non a lei, concessa in sorte
la face onnipotente e l’arco d’oro.

Per sfuggire alla madre Amore trova riparo “ne’ boschi e ne le case
de le genti minute”. Con la sua “face infiammata” (così appare la sua arma) intende far innamorare la ninfa Silvia, riottosa all’amore. Eros non si cura dell’estrazione sociale delle sue vittime, e colpisce ugualmente pastori ed eroi:

Spirerò nobil sensi a’ rozzi petti,
raddolcirò de le lor lingue il suono,
perché, ovunque i’ mi sia, io sono Amore,
ne’ pastori non men che ne gli eroi,
e la disagguaglianza de’ soggetti,
come a me piace agguaglio.

Le Ninfe (greco antico: Νύμφη Nymphē, lett. “fanciulle” o “spose”) sono delle dee della religione greca; rappresentano le potenze divine dei boschi, dei monti, delle acque e delle sorgenti, degli alberi.

“Ninfe e satiro” di William-Adolphe Bouguereau, 1873

Vediamo che nel prologo Amore dà l’avvio alla vicenda, perché racconta della sua intenzione di cambiare l’atteggiamento aspro ed ostile della ninfa Silvia, che così subirà un’evoluzione.

ATTO PRIMO, SCENA PRIMA – Dafne e Silvia.

Dafne, amica di Silvia, tenta di convincerla a cedere alle lusinghe dell’amore, che le porterà la gioia di un figlio; ma la ninfa è decisa, il suo passatempo consiste solo nella “cura de l’arco e de gli strali”, nel “seguir le fere fugaci”, “e le forti atterrar combattendo”. Ma Dafne replica con una sentenza divenuta proverbiale:

Forse, se tu gustassi anco una volta
la millesima parte de le gioie
che gusta un cor amato riamando,
diresti ripentita, sospirando:
« perduto è tutto il tempo
che in amar non si spende
:
o mia fuggita etate,
quante vedove notti,
quanti dì solitari
ho consumati indarno,
che si poteano impiegar in quest’uso,
il qual più replicato è più soave! »

Jakob Auer 001.jpg
“Apollo e Dafne” Di Jakob Auer – giulio (dottorpeni) / https://www.flickr.com/photos/30291593@N00/976790518/ March 16, 2005, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5247298

Dafne riporta la sua esperienza: all’inizio anch’ella sentiva sdegno e vergogna di fronte a coloro che provavano amore per lei, infine però fu lei stessa ad essere vinta da questo sentimento. Dunque Dafne non si spiega da dove nasca l’odio di Silvia per il pastore Aminta, figlio di Silvano. L’amica spiega così ciò che prova:

Silvia– Faccia Aminta di sé e de’ suoi amori
quel ch’a lui piace: a me nulla ne cale,
e, pur che non sia mio, sia di chi vuole:
ma esser non può mio s’io lui non voglio;
né s’anco egli mio fosse, io sarei sua.

Dafne– Onde nasce il tuo odio?

Silvia– Dal suo amore.

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“Ninfa 1”, Silvia Ridolfi, 2017, Acquerello 35 x 55 cm

ATTO PRIMO, SCENA SECONDA – Aminta e Tirsi

Come afferma Tirsi, amico di Aminta, l’amore si nutre di lacrime:

Pasce l’agna l’herbette, il lupo l’agne,

Ma il crudo amor di lagrime si pasce,
Nè se ne mostra mai satollo.

Aminta racconta a Tirsi di aver conosciuto Silvia da bambino e aver cacciato a lungo con lei; ad un tratto però si era accorto di provare un “incognito affetto” che lo spingeva a cercare sempre la compagnia della ninfa:

Sospirava sovente, e non sapeva
La cagion de’ sospiri.
Così fui prima Amante, ch’intendessi,
Che cosa fosse Amore.

Aminta racconta che un giorno grazie alla sua bocca e ad alcune magiche parole Silvia fece passare all’amica Fillide il dolore per una puntura d’ape. Aminta volle quindi avere un bacio dalla sua bella e perciò finse di essere stato punto da un’ape sul labbro.

Un giorno Aminta decise di dichiarare apertamente il suo amore, ma la reazione della ninfa non fu incoraggiante:

Silvia, le dissi, io per te ardo, e certo
Morrò se non m’aiti. A quel parlare
Chinò ella il bel volto, e fuor le venne
Un’improviso, insolito rossore,
Che diede segno di vergogna, e d’ira;
Né hebbi altra risposta, che un silentio,
Un silentio turbato, e pien di dure
Minaccie.

Silvia lo evita da quel di’ e Aminta si dichiara disposto a morire pur di suscitare in lei una qualche reazione.

CORO

Nel coro dei pastori si canta la felice età dell’oro, dove tutto nasceva in modo dolce e spontaneo e si agiva liberamente seguendo la norma del “se piace, è lecito”; al contrario l’onore, le regole della vita sociale, ingabbiano i liberi impulsi umani:

Ma sol, perché quel vano

Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice
.

L’onore ha spinto a nascondere la bellezza, a reprimere gli istinti e la ricerca del piacere.

ATTO SECONDO, SCENA PRIMA – Satiro

Un satiro, attratto da Silvia, matura la decisione di usarle violenza. Spiega le sue intenzioni attraverso un monologo.

Satiro in riposo“, copia romana in marmo dall’originale di Prassitele[1]Musei Capitolini – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1226079

ATTO SECONDO, SCENA SECONDA- Dafne e Tirsi

Tirsi parla della naturalezza con cui le donne apprendono l’arte del sembrare belle, del piacere ad altri:

Ma, quale è così semplice fanciulla,

Che, uscita da le fascie, non apprenda
L’arte del parer bella, e del piacere,
De l’uccider piacendo, e del sapere
Qual arme fera, e qual dia morte, e quale
Sani, e ritorni in vita.

Dafne è al contrario molto preoccupata e non crede che sia facile persuadere Silvia; così si esprime poi sulle donne:

Hor, non sai tu, com’è fatta la donna?
Fugge, e fuggendo vuol, che altri la giunga;
Niega, e negando vuol, ch’altri si toglia;
Pugna, e pugnando vuol, ch’altri la vinca.

Dafne consiglia a Tirsi che Aminta si rechi alla fonte di Diana, dove troverà lei stessa e la ninfa Silvia.

ATTO SECONDO, SCENA TERZA –  Aminta e Tirsi

Tirsi spiega ad Aminta che troverà l’amata “ignuda e sola” presso una fonte; la presenza di Dafne con lei sarà positiva e di aiuto. Tirsi convince Aminta, esitante, dicendo che “nulla fa, chi troppe cose pensa”:

CORO

Celebrazione di amore, degno maestro di se stesso. Infatti ad amare non si impara a scuola, ma con l’esperienza.

ATTO TERZO, SCENA PRIMA – Coro e Tirsi

In un confronto con il coro, Tirsi si dice preoccupato che Aminta voglia darsi la morte, vinto dal dolore per l’amore non ricambiato da Silvia, e dall’odio che lei gli dimostra. Tirsi racconta poi la vicenda dell’incontro tra Aminta e Silvia presso la fonte di Diana: la ninfa era stata assalita da un satiro che intendeva usarle violenza. Al suo arrivo, Aminta lo colpisce con un dardo e libera le mani di Silvia, che però non gli dimostra riconoscenza e fugge via.

ATTO TERZO, SCENA SECONDA – Aminta, Dafne e Nerina

Mentre Dafne consola Silvia, sopraggiunge Nerina, una ninfa amica, che si dice foriera di cattive notizie. Silvia è stata assalita da alcuni lupi, e verosimilmente questi l’hanno uccisa. A prova di quanto dice ha condotto con sé il velo di Silvia stessa. Aminta sviene e poi dice di volersi dare la morte.

“Le Nereidi”, Di Gaston Bussière, 1927 – See, for example, http://www.artsheaven.com/nereides.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1738506

ATTO QUARTO, SCENA PRIMA – Dafne, Silvia, Coro

Compare Silvia, che spiega come in realtà sia riuscita a salvarsi;  saputo che Aminta intende uccidersi è colta da pietà e da pentimento per la sua passata crudeltà. Vorrebbe comprare la vita di Aminta con la sua.

ATTO QUARTO, SCENA SECONDA – Nuncio, Coro, Silvia, Dafne

Il nuncio dichiara l’avvenuta morte di Aminta, che si è gettato giù da un precipizio; Silvia ne rimane fortemente impressionata e sembra decisa ad abbandonare anch’essa la vita.

ATTO QUINTO, SCENA PRIMA – Elpino, Coro

Il saggio Elpino dà al coro una bella notizia: la caduta di Aminta non è stata fatale, perché è atterrato in primo luogo su un fascio di erbe, rami e spini. In quel momento sopraggiungono anche Silvia e Dafne, e la ninfa, visto l’innamorato ancora in vita, inizia a baciarne le labbra.

Scena del’Aminta di Tasso in un affresco anonimo cinquecentesco, autore ignoto, Villa Caldogno, Vicenza

CORO

Celebrazione finale dell’amore, che dà dolori ma anche gioie.

Testo originale della favola: WIkisource

GRAMMATICA LATINA

Il participio presente e perfetto in latino: formazione, esempi e caratteristiche

Osserva i seguenti esempi in italiano:

  1. Un rumore assordante mi ha svegliato. •In analisi logica “assordante” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio presente del verbo “assordare”.
  2. I medicinali scaduti sono stati buttati via. •In analisi logica “scaduti” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio passato del verbo scadere.
  3. Il treno proveniente da Roma è in arrivo al binario 5. • «Proveniente» è un verbo; si tratta del participio presente del verbo «provenire», significa: «che proviene».
  4. Risolto quel problema, Luca andò al lavoro. • «Risolto», è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «risolvere», significa: «dopo che quel problema fu risolto».
  5. Lucia si svegliò, spaventata da un rumore. • «Spaventata» è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «spaventare», significa: «poiché era stata spaventata».

Caratteristiche del participio:

•E’ un modo indefinito, cioè non dà indicazioni sulla persona del soggetto.

•Può essere presente o passato.

•Partecipa alle proprietà del verbo e a quelle del nome e dell’aggettivo (i latini lo chiamano «participium»).

•In italiano il participio presente per lo più ha funzione di aggettivo, mentre il participio passato ha valore di verbo con maggiore frequenza. Inoltre il participio passato si usa per formare i verbi alla diatesi passiva e per i empi composti di forma attiva.

Formazione in latino – participio presente:

•Al tema del presente aggiungiamo il suffisso –NT-; il nominativo è SIGMATICO, con scomparsa consueta della dentale. Si declina come un aggettivo della seconda classe a una uscita.

•1 coniugazione – VOCA– NT –S> VOCANS / VOCANTIS

•2 coniugazione RETINE – NT-S> RETINENS / RETINENTIS

•3 coniugazione CONDE – NT- S> CONDENS/CONDENTIS

•4 coniugazione SENTIE – NT – S> SENTIENS/SENTIENTIS

•VERBI IN –IO CAPIE-NT-S> CAPIENS/CAPIENTIS

  • L’ablativo singolare è in –I quando il participio ha funzione di aggettivo
  • L’ablativo singolare è in –E quando il participio ha funzione verbale
  • Il participio presente ha significato attivo, è proprio di tutti i verbi, transitivi e intransitivi (tranne di SUM)
  • Esprime un rapporto di contemporaneità rispetto all’azione del verbo nella sovraordinata •Traduzione in italiano: participio presente, frase relativa, o gerundio presente. •ES. VOCANS: chiamante, che chiama/chiamava, chiamando.

ESEMPI:

•Est lex nihil aliud nisi recta ratio imperans honesta (Cic) • “La legge non è nient’altro che una giusta regola che comanda ciò che è onesto”.

•Philippo Pellae hibernanti Aetolorum defectio nuntiata est (Liv) • “A Filippo che svernava a Pella fu annunciata la ribellione degli Etoli”.

Formazione in latino – participio perfetto:

•Al tema del SUPINO si aggiungono –US/-A/-UM. Si declina come un aggettivo della prima classe. I verbi privi di supino non hanno il participio perfetto.

•1 coniugazione VOCAT- US/A/UM

•2 coniugazione RETENT- US/A/UM

•3 coniugazione CONDIT-US/A/UM

•4 coniugazione SENS-US/A/UM

•VERBI In –IO CAPT-US/A/UM

  • Il p. perfetto esprime un valore di ANTERIORITA’ rispetto all’azione della sovraordinata
  • Il p. perfetto dei verbi attivi ha significato PASSIVO (solo i verbi TRANSITIVI LO HANNO, quelli intransitivi lo hanno solo per formare il passivo impersonale es. perventum est – si giunse)
  • Si traduce usando il participio passato, una frase relativa o il gerundio passato.
  • ES: VOCATUS: chiamato, che è/era stato chiamato, essendo stato chiamato.

ESEMPI:

•Locum reperit egregie natura atque opere munitum (Ces) • “Trovò un luogo ben difeso dalla natura e dalle opere di fortificazione.”

•Militiadis auctoritate impulsi Athenienses copias ex urbe eduxerunt (Nep) • “Spinti dall’autorità di Milziade, gli Ateniesi condussero le truppe fuori città.”

STORIA ANTICA

Caratteri e meraviglie dell’età ellenistica

•Età ellenistica: 323 a.C – 31 a.C

Il termine “ellenismo” indica la fase successiva alla morte di Alessandro Magno. E’ stato coniato dallo storico J. Droysen. In greco ‛Ελλάς, cioè Ellas/Ellade, è la terra degli Elleni (“Ελληνες).

Nella fase ellenistica si assiste alla diffusione della cultura e della lingua greca nei territori dell’impero creato dal sovrano macedone Alessandro Magno. I successori dell’imperatore divisero l’impero in tanti regni.

I regni ellenistici

Caratteri dei regni ellenistici

  • TERRITORIO: Regni formatisi sui territori dell’ex impero di Alessandro.
  • ISTITUZIONI: Monarchie coadiuvate da funzionari Greci e Macedoni.
  • POLITICA ESTERA: Ogni stato difende la propria indipendenza.
  • ECONOMIA: Frequenti scambi commerciali, aumento della circolazione monetaria; i sovrani controllano la produzione e le esportazioni dei beni. Notevole pressione fiscale. Impoverimento delle masse contadine. Distribuzioni gratuite di cibo da parte dei re.
  • SOCIETÀ: Multietnica, classe dirigente formata da Greci.
  • RELIGIONE E CULTURA: Politeismo con influsso delle religioni orientali; la religione si riduce a una dimensione personale e interiore.
  • LINGUA: Greco come lingua ufficiale  di commercianti e funzionari.

Il greco

La riorganizzazione del potere e degli Stati nell’area greco-orientale ebbe conseguenze sul piano culturale; il greco divenne la lingua comune (koinè) della classe dirigente, dei commercianti, degli uomini di cultura, una lingua ufficiale e universale parlata dal Mediterraneo all’Oriente.

La diffusione del greco omogeneizzò i popoli e facilitò la comunicazione; le aristocrazie orientali si interessarono alla cultura filosofica e letteraria della Grecia classica. I Greci vennero influenzati dall’incontro con le civiltà orientali, in ambito sia politico sia religioso.

Il faro di Alessandria

Fu il re Tolomeo I a farlo innalzare su una piccola isola, Pharos, situata davanti al porto di Alessandria d’Egitto. I lavori durarono vent’anni, e nel 280 a.C. fu inaugurato il primo faro della storia: il Faro di Alessandria.

Con i suoi 130 metri d’altezza, il Faro di Alessandria era l’edificio più alto del mondo dopo le piramidi. Alla sommità un grande fuoco, potenziato da un gioco di specchi, poteva essere visto dalle navi in arrivo fino a 55 km di distanza.

La biblioteca di Alessandria d’Egitto

I sovrani diedero impulso e sostegno alla ricerca in tutti i campi scientifici. Ad Alessandria il re Tolomeo II Filadelfo fondò il Museo (280 a.C), un edificio in onore delle Muse dove giunsero letterati, filosofi, artisti e scienziati da ogni parte del continente. Nel museo vi era una grande Biblioteca, che contenne fino a 700,000 volumi e offrì una sistemazione dei testi greci e una classificazione dei saperi per soggetto.

Vi fu una notevole diffusione del libro, quindi alla cultura orale si sostituì la scrittura: il testo e la parola della poesia divennero più ricercati, rivolti a cultori raffinati della materia.

La nuova biblioteca

La nuova biblioteca di Alessandria

Inaugurata nel 2002, si tratta di un edificio la cui forma sembra un enorme cilindro inclinato verso il mare. Su 85,000 metri quadrati si trovano sale di consultazione, un istituto per la consultazione e il restauro dei libri antichi, una biblioteca per l’infanzia, un museo della scienza, una scuola d’informatica e 600 computer con cui si può accedere in formato digitale ai testi antichi.

La filologia; la traduzione della Bibbia

L’attenzione al testo scritto spinse i grammatici alessandrini ad approfondire le conoscenze sulle opere del passato; ebbe origine la filologia, la disciplina che ricostruisce e commenta i testi scritti dal punto di vista linguistico. Ad Alessandria vennero tradotti i libri dell’Antico Testamento in greco, garantendo la diffusione dell’ebraismo in tutta l’area greco-orientale. La traduzione fu realizzata dai «Settanta», ovvero 70 dotti ebrei incaricati della traduzione per conto del sovrano Tolomeo II. I testi venivano redatti su rotoli di papiro fino al I secolo a.C, quando poi venne usata la pelle di animale sbiancata (questa tecnica sarebbe nata a Pergamo, da lì il termine pergamena).

Individualismo e religione

Sul piano religioso i sentimenti e le paure individuali, le ansie procurate dagli interrogativi sulla morte o sulla vita spinsero alla ricerca di nuove esperienze. Il rapporto col divino divenne più privato e personale, slegato dalla dimensione ufficiale e civica della tradizione greca; alcuni trovarono risposta nella magia, nell’astrologia e nelle religioni orientali, in una mescolanza di pratiche religiose.

Si parla di sincretismo religioso: si individuarono aspetti comuni in culti diversi, sia greci sia orientali, e si arrivò ad unificarli; ad esempio si fusero il culto di Demetra e quello di Iside.

Macchine stupefacenti

Nell’ambito della poliorcètica, ovvero l’arte di espugnare le città, furono inventate nuove armi, tra cui la helèpolis, ovvero la «macchina conquistatrice di una città», un’enorme torre alta 40 metri e montata su una piattaforma mobile. Occorrevano 3000 uomini per manovrarla. Furono inventate e realizzate varie armi, come la catapulta o arieti giganteschi.

Hèlepolis
catapulta - Wikizionario
Copia di antica catapulta –
CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=219437

Bibliografia:

AA.VV., La tela di Penelope 1, Editrice La scuola, 2020.

Bettini, Lentano, Puliga, Il fattore umano 1, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 2015.

SAGGISTICA

“Per scrivere bene imparate a nuotare”

Giuseppe Pontiggia è l’autore di trentatré conversazioni sulla scrittura, pubblicate su due riviste negli anni Novanta, e di quattro lezioni sul medesimo tema. Mondadori ha raccolto questi interventi in un unico volume dal titolo “Per scrivere bene imparate a nuotare”, edito nel febbraio 2020.

Pontiggia ritiene che non si nasca scrittori, ma che lo si diventi “dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti”.

Ecco in sintesi alcune delle osservazioni e dei suggerimenti per scrittori in erba che l’autore enuncia nella sua intervista:

  • Se si chiede consiglio a parenti e conoscenti quando si scrive, occorre fidarsi più delle critiche che dei complimenti.
  • Lo scrittore ha il compito di scoprire, di dire qualcosa di nuovo evitando la banalità; deve inoltre essere sincero.
  • Lo scrittore deve leggere molto per evitare di imitare pedissequamente. Bisogna apprendere più linguaggi per trovare il proprio.
  • E’ opportuno attingere all’esperienza e alla memoria, ma non basta. Il lavoro di rielaborazione, tecnica e invenzione è necessario, per esprimere con precisione un pensiero o un’emozione così da interessare il lettore.
  • Pertanto l’ispirazione deve sempre fare i conti con la tecnica; sono due elementi complementari.
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  • La retorica, ovvero la rhetoriké téchne, la tecnica del parlare in modo efficace, è importante; serve a trovare le idee e ad esprimerle più efficacemente. Aiuta anche l’ispirazione.
  • L’ispirazione può aiutare a superare problemi tecnici, e la tecnica, inclusa la retorica, può agevolare l’ideazione. La tecnica aiuta a risolvere i problemi veri e a non crearsene di immaginari. Ad esempio alcuni autori si pongono subito il problema del nome da dare ai personaggi, della loro descrizione psicofisica, ma non sanno che in realtà il testo funziona anche senza questi elementi, non sono sempre indispensabili e non vanno subito definiti.
  • Gli antichi Greci credevano che l’ispirazione provenisse dall’esterno, fosse un elemento religioso scaturito dalle Muse, figlie della memoria. Oggi abbiamo interiorizzato le Muse, anche se continuiamo a credere che l’ispirazione ci provenga dall’esterno.
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  • Non esiste in un romanzo una trama di cui si possa parlare in termini oggettivi, la trama vera è il testo. Quando si riassume una trama spesso si fraintendono i contenuti.
  • Per scrivere bisogna immaginare, non basta ricordare, anche se l’immaginazione può elaborare dei ricordi. Memoria e immaginazione lavorano dunque insieme.
  • L’arte crea la bellezza.
  • L’artista dovrebbe creare qualcosa di accattivante e coinvolgente per il lettore; non sempre aderire fedelmente alla realtà, assecondando il cosiddetto pregiudizio realistico, è una buona idea: il risultato potrebbe essere noioso.
  • La retorica serve all’efficacia dell’espressione, in particolare perché insegna due strategie: l’antitesi e la capacità di giocare con il linguaggio.
  • La retorica in quanto tecnica, ars, aiuta la naturalezza della scrittura, che appunto non è un fatto spontaneo, ma meditato. Si potrebbe dire che scrivere sia come nuotare: non viene spontaneo, ma è necessario imparare una tecnica.
  • Certo non bisogna esagerare con le strategie retoriche, ma badare soprattutto ai significati che vogliamo trasmettere.
  • La scelta di un solo avverbio sbagliato può alterare il significato di una frase e diminuirne l’efficacia espressiva.
  • Sono pochi gli scrittori che hanno approfondito lo studio della retorica, e che ne hanno una conoscenza sistematica e storica; invece la hanno assimilata attraverso i modelli e gli esempi.
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  • Quando si sceglie un nome per un personaggio è opportuno che sia adeguato al contesto; ad esempio, a meno che non si voglia ottenere effetti grotteschi, inutile dare un nome aristocratico a personaggi umili. Certo talvolta gli autori scelgono con cattivo gusto assecondando il cattivo gusto dei lettori, e quindi la scelta appare funzionale.
  • Ci sono nomi molto evocativi; ad esempio se Dante avesse chiamato Piccarda “Adalgisa” forse non avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Anche i nomi sono portatori di un significato, persino le vocali possono modificarlo. Ad esempio una persona in carne forse non sceglierebbe per sé il nome “Pik”, ma preferirebbe “Pok”.
  • Come l’avverbio, anche l’aggettivo va ben ponderato; a volte meglio toglierlo, altre ne servono diversi per ottenere l’effetto desiderato. Inoltre è bene pensare se l’aggettivo dapprima funziona nel suo senso letterale, per poi capire se è efficace la sua trasposizione metaforica; dire che uno stile è “graffiante” è meno adeguato che definirlo “incisivo”, “tagliente”, “penetrante.
  • Fondamentare è evitare frasi fatte e luoghi comuni; ad esempio “su questo argomento scorrono fiumi d’inchiostro” contiene un’immagine goffa, perché l’inchiostro non scorre a fiumi, non lo si versa e non si usa più da decenni.
  • I best-seller, a prescindere dal loro valore letterario, non seguono la moda, la creano, perché introducono qualcosa di nuovo.
  • L’incipit deve suscitare interesse e curiosità prima di tutto in chi lo scrive, altrimenti significa che non si sta scoprendo niente ma replicando qualcosa di già noto.
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L’autore riassume i suoi precetti in quattro lezioni:

Lezione 1: a scrivere bene si può imparare. Non si nasce scrittori, lo si diventa dopo un lungo tirocinio.

Lezione 2: per scrivere bisogna pensare. Non basta aver vissuto una storia avventurosa, è necessario inventarla, trovarla sulla pagina scritta, dal latino “invenire”, trovare. Le migliori idee nascono a tavolino.

Lezione 3: è impossibile trascrivere quello che uno dice. Parlare e scrivere sono due azioni diverse che hanno in comune la parola L’oralità è linguaggio della parola e del corpo, ovvero del tono, delle pause, dei gesti, dello sguardo; importante è anche lo sfondo, l’ambientazione del dialogo

Lezione 4: per alcuni studiosi americani l’incidenza della parola in un discorso è del 7 per cento; il resto è tono, sguardi, gesti, simpatia, sfondo ecc. Parlare non dovrebbe essere ripetere, dovrebbe invece significare scoprire in quel che si dice qualcosa che si è vissuto, o si pensa o si prova. Allo stesso modo, scrivere non è trascrivere, ma scoprire, inventare qualcosa che il testo svela, piano piano.

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LETTERATURA LATINA

Le usanze dei Germani (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, VI, 22)

Cesare descrive usi e costumi dei Germani.

Agri culturae non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Non habent agri modum certum aut fines proprios, sed principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum agrum adtribuunt numero aptum et, anno post alio, mutare sedem cogunt. Eius rei multae indicantur causae: ne, adsidua consuetudine capti, studium belli agri culturā commutent; ne latos fines parare studeant neve principes ex possesionibus humiles expellant; ne, contra frigora atque aestus, firmas casas aedificent; ne augeatur pecuniae cupiditas et eā causā factiones dissensionesque in civitate erumpant; ut animi aequitate principes contineant plebem, videntem opes suas cum illis aequari. Civitatibus summa laus est habere circum se solitudines: hoc proprium virtutis existimant, non concedĕre aliis ut apud se consistant.

Non si occupano dell’agricoltura, e la gran parte del loro cibo è composto da latte, formaggio e carne. Non hanno una misura fissa di campi o territori propri, ma i nobili ogni anno assegnano alle famiglie e ai parenti di uomini un terreno adatto al numero e, anno dopo anno, costringono a cambiare sede. Sono indicate molte cause di questo fatto: affinché, presi da costante abitudine, non cambino con l’agricoltura l’impegno della guerra; affinché non si impegnino per ottenere territori ampi o i principi non estromettano gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili, contro il freddo e il caldo; affinché non aumenti il desiderio di denaro e per questo motivo esplodano fazioni e discordie in città; affinché i nobili contengano con l’equità d’animo la plebe, che vede pareggiare le proprie ricchezze con le loro. E’ motivo di molta lode per i cittadini avere intorno a sé solitudine: reputano questo proprio del valore, non concedere agli altri di fermarsi presso di loro.

Rappresentazione pittorica di un assalto di popolazioni germaniche all’esercito romano. Di Otto Albert Koch – http://www.lwl.org, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6381946