LETTERATURA STRANIERA

“I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe

Trama in sintesi

Nella Francia del 1584 la giovane Emily St. Aubert, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene rinchiusa dalla zia Madame Cheron e dal suo compagno nel tenebroso castello di Udolpho. Iniziano dunque per lei una serie di avventure che metteranno a dura prova la sua capacità di affrontare situazioni difficili.

Commento

“Fino a che avrò Udolpho da leggere, mi sentirò come se nulla potesse rendermi infelice”. Con queste parole Jane Austen commentava il suo rapporto con il fortunato romanzo della Radcliffe. Effettivamente le mille pagine e più del romanzo inglese scorrono con grande rapidità e diventano quasi un compagno di viaggio nelle giornate del lettore. Non so se sia l’effetto della traduzione italiana di Vittoria Sanna, ma lo stile del romanzo, caratterizzato dalla dovizia di dettagli e di descrizioni di situazioni anche piuttosto quotidiane rendono il romanzo piacevole. 

La struttura prevede 4 libri ciascuno dei quali si compone di svariati capitoli introdotti da una citazione tratta da testi poetici o drammaturgici. La stessa narrazione si interrompe per dare spazio a inserti di poesia composta o letta dai vari personaggi. 

Le vicissitudini della giovane Emily dalla Francia all’Italia appaiono velate di un senso di mistero, in quanto eventi più o meno soprannaturali fanno la loro comparsa, soprattutto durante la permanenza della ragazza nel castello di Udolpho, che appunto dà il titolo al romanzo. Accanto a questo elemento “dark” l’autrice riesce a raccontare ogni singolo pensiero o azione dei personaggi, non mancando mai di inserire dettagli e sfumature, anche relative all’ambiente dove si svolge la vicenda. Questo ovviamente conferisce una naturale verosimiglianza al romanzo, al netto di qualche approssimazione su elementi geografici o botanici (ad esempio quando l’autrice colloca i pini su Appennini e Pirenei). Si può intendere il romanzo come una sorta di romanzo di formazione, dove sembrano apparire spunti di carattere autobiografico.

Forse non si può dire che il romanzo incuta un reale spavento, ma certo è antesignano del genere gotico, anche se le vicende surreali vengono spesso spiegate razionalmente. I personaggi sono inoltre tendenzialmente o positivi o negativi, e l’autrice cerca di tratteggiarne le caratteristiche in modo preciso, senza dare molto spazio a sfumature.

All’interno del romanzo troviamo alcuni “tipi” caratteriali: la ragazza giovane e sensibile piena di valori, di cui Emily rappresenta un esempio, la matrigna superficiale e capricciosa, il patrigno malvagio e senza scrupoli, il padre amorevole e saggio, la servitrice fedele e chiacchierona, la nobildonna bella e sfortunata ecc.

Anche i luoghi sembrano ripetersi: il castello misterioso pieno di stanze chiuse è presente in Italia e allo stesso modo in Francia e in entrambe le location si percepiscono musiche la cui provenienza appare inizialmente soprannaturale.

Il soprannaturale tuttavia non resiste, nel senso che infine l’autrice spiega tutti gli enigmi in modo razionale, pertanto il messaggio dell’autrice è piuttosto chiaro e forse l’obiettivo vero del romanzo non è solo generare paura nel lettore, ma mostrare che alla fine il bene prevale sul male, come sembra dirci lei stessa alla fine della narrazione:

Vediamo che il finale del romanzo offre una morale semplice ma calzante rispetto all’intenzione dell’autrice e al suo stile di scrittura:

Sì! E il mio augurio è che possa servire a qualcosa avere mostrato che, anche se a volte i malvagi possono accumulare le afflizioni sui buoni, il loro potere è transitorio e il loro castigo sicuro; e che l’innocenza, benché oppressa dall’ingiustizia, trionferà in ultimo sulla sventura, purché sostenuta dalla pazienza!

Mi sono spaventata leggendo Udolpho? Non direi, come accennavo prima il romanzo è una compagnia piacevole e gli elementi più noir sono mitigati da uno stile descrittivo che spiega ogni aspetto, anche quello più misterioso. 

Trama in dettaglio

Nella quiete della Guascogna, sulle sponde della Garonna, si svolge la tranquilla e lieta vita della famiglia di St. Aubert e della moglie. Persi gli altri figli, conducono una serena esistenza immersi nella natura e nello studio, educando ai loro valori la figlia Emily. Purtroppo un evento distrugge la quiete della famiglia: la morte della madre, che getta il resto della famiglia in uno stato di profonda tristezza.

Emily e il padre partono per un viaggio dalla Linguadoca per raggiungere la regione del Roussillon, nella Francia meridionale, verso i Pirenei. Durante il viaggio conoscono un giovane uomo solitario, di nome Valancourt, con cui iniziano un rapporto di amicizia e che li accompagnerà nel restante tragitto tra luoghi suggestivi e anche pericolosi. Nasce un’intesa speciale tra Emily e Valancourt, che il padre osserva con tenerezza, ma che viene interrotta dalla decisione del giovane di lasciare la compagnia per prendere un’altra strada.

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Quando Emily, il padre e il conducente della carrozza Michael arrivano nella città di Perpignan, sui Pirenei, Aubert riceve cattive notizie dal cognato M. Quesnel: a quanto pare l’amministratore delle sostanze di St. Aubert ha commesso qualche errore indebitandosi e riducendo anche il patrimonio di Aubert stesso. Oltre a questo, nel prosieguo del viaggio la condizione di salute del padre di Emily peggiora sensibilmente e la compagnia riceve assistenza fortuita da una famiglia di contadini residente vicino a un misterioso castello. Lì St. Aubert muore, non prima di aver fatto delle raccomandazioni ad Emily: in un punto segreto del castello di La Valllée, loro residenza, vi sono delle carte che devono essere bruciate senza essere esaminate; inoltre la giovane potrà disporre di 200 luigi d’oro nascosti lì. Infine sino alla maggiore età la ragazza sarà sotto la tutela della sorella di Aubert, M.me Cheron.

Tornata a La Vallée, la ragazza riceve la visita di Valancourt, che le confessa i suoi sentimenti. Arrivata la zia M.me Cheron, il giovane lascia rapidamente il castello. La zia si dimostra subito poco sensibile e redarguisce Emily per questo incontro non autorizzato dalla famiglia. Emily racconta l’accaduto, ma M.me Cheron mostra di non apprezzare il giovane, in quanto figlio cadetto, reputandolo uno spiantato. L’indomani Emily dovrà lasciare il suo castello per recarsi a Tolosa con la nuova tutrice.

La zia si dimostra subito poco empatica e sgradevole con la giovane, negandole anche ogni tipo di contatto con Valancourt e rifiutando la richiesta di matrimonio del ragazzo.

In seguito, saputo delle parentele di lui con una nobildonna del luogo, acconsente al matrimonio. Quando però la donna sposa un italiano di misteriosa origine, Montoni, cambia nuovamente idea dando seguito al desiderio del marito e proibisce il matrimonio della nipote, imponendole di seguirli in Italia. Ovviamente l’impossibilità di sposare Valancourt e la prospettiva di non vederlo mai più gettano Emily in un profondo stato di malinconia.

La vita a Venezia con Montoni e sua zia scorre tra nuove conoscenze e nostalgia del passato; la giovane ben presto si rende conto che Montoni ha sposato sua zia credendo di fare un matrimonio di convenienza, ma si ritrova deluso quando capisce la reale situazione economica della moglie. In effetti non aveva nutrito mai reali sentimenti di affetto o di stima per lei. Emily viene corteggiata da un amico di Montoni, il conte Morano, che ovviamente gli zii preferiscono come partito per il matrimonio di Emily medesima. Sia Montoni che Quesnay, incontrato in Italia, sono molto duri nell’affermare l’importanza economica di un matrimonio di Emily con il conte: a nulla valgono le proteste della giovane, obbligata a contrarre il matrimonio,

Tuttavia, proprio il giorno del matrimonio, gli zii, senza dare spiegazioni, obbligano la giovane a partire con loro verso Udolfo, il castello negli Appennini di proprietà di Montoni. Lì la giovane apprende che la signora Laurentini, una nobildonna che viveva nel castello ed era amata da Montoni, è scomparsa anni addietro, anche se qualcuno giura di averne visto lo spirito aggirarsi nel sinistro edificio…

Una sera Morano fa irruzione in camera di Emily e le racconta che Montoni fu scorretto nel non consentire il matrimonio nonostante la parola data, poiché intendeva dare la nipote in sposa per ottenerne un maggior vantaggio economico. Morano chiede ad Emily di fuggire con lui, dipingendo Montoni come un uomo senza scrupoli. Questo ultimo però scopre l’irruzione di Morano e lo sfida a duello.

Emily viene inoltre a sapere dalla zia che Montoni non possiede le ricchezze che lei credeva ed è pieno di debiti. Infine Montoni stesso racconta agli amici in visita della vicenda della signora Laurentini, sua lontana parente che aveva respinto il suo corteggiamento. La donna era poi caduta in depressione e morta suicida, a detta di Montoni; dopo la morte della donna il castello andò in eredità proprio a Montoni. Nel racconto di questa vicenda si odono delle strane voci nella stanza, fatto che turba non poco il rigido proprietario del castello . 

I rapporti tra i due coniugi sono molto tesi a causa di problematiche di carattere economico che madame Montoni viene a scoprire in relazione al marito; questi vorrebbe che  la moglie gli cedesse la sua proprietà in Francia ma la donna rifiuta recisamente. In seguito ad un tentativo di avvelenamento ai suoi danni, Montoni pensa che la moglie sia coinvolta e la fa chiudere in un’ala del castello, Dopo varie vicissitudini Emily riesce a rivedere la zia che trova però malata e quasi in fin di vita, ne chiede perciò a Montoni il trasferimento. Infine la zia morrà, ma Emily non accetta di cederne le proprietà a Montoni, il quale al contrario asserisce che gli spettano in quanto marito. Emily pensa che le proprietà della zia potranno essere per lei in futuro un elemento di supporto economico e che potranno favorire il rapporto con Valancourt.

Emily al castello è continuamente spaventata da presenze che le sembrano non umane; in particolare le pare di udire spesso una musica dolce. Ad un tratto si illude che questa presenza possa essere Valancourt, e domanda alla sua cameriera Annette se vi siano prigionieri nell’edificio, ma non ottiene una risposta certa.

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Al castello sono presenti, protetti da Montoni, gruppi di condottieri, professionisti tanto della guerra quanto del saccheggio. Quando Emily teme il peggio dal suo ziastro a causa del rifiuto a firmare dei documenti per il possesso delle proprietà della zia in Francia, ecco che accade un fatto nuovo: il castello sta per essere assediato, dunque Emily, su richiesta di Montoni, viene trasferita in un luogo non precisato in Toscana. Lei stessa si chiede quale orribile sorte la attenda, ma non capisce perché le sia stato risparmiato il rischio di un assedio nemico se l’obbiettivo di Montoni è vendicarsi di lei.

Quando il pericolo cessa Emily torna al castello e pur di poter ripartire cede le sue proprietà a Montoni, il quale però non mantiene la promessa di libertà fattale in precedenza.

Incontrato un prigioniero francese di lei invaghito, Du Pont, inizialmente scambiato per Valancourt in seguito ad un equivoco, fugge dal castello insieme a lui, alla cameriera Annette e a un altro servitore, Ludovico. Peregrinando attraverso l’Italia, si imbarcano a Livorno e raggiungono la Francia, dove vengono aiutati in seguito a un naufragio, dal conte de Villefort, il nobiluomo che aveva ereditato i beni del marchese de Villeroi, situati nei pressi del monastero di St. Claire. Ospite del conte, Emily incontra finalmente Valancourt, ma venuta a sapere della sua condotta dissipata decide di interrompere i suoi rapporti con lui.

Nel frattempo scopre che la marchesa, ovvero la precedente proprietaria del castello, non amava realmente il marchese di Villeroi, ma un uomo che avrebbe sposato in segreto prima di lui…

Al castello Emily e l’anziana servitrice visitano gli appartamenti dove era vissuta e morta la marchesa e sembra loro di vedere il drappo che la aveva avvolta muoversi. Si diffondono al castello voci della presenza di fantasmi, per cui Ludovico si offre di risiedere nella zona “infestata” per una notte, al fine di smentire le credenze di molti abitanti della nobile dimora. Il mattino seguente non ci sarà più traccia di lui, motivo per cui il conte decide di ripetere l’esperimento con suo figlio Henri: i due ne rimangono scioccati, ma non ne viene esplicitato il motivo.

Emily viene a conoscenza della storia di suor Agnes, fatta entrare in convento dal padre in seguito alla scoperta da parte del marito della sua relazione extraconiugale con l’uomo da lei amato. Si osserva una strana somiglianza con la storia della marchesa nonché un’insolita somiglianza di suor Agnes con Emily.

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Infine la giovane prenderà possesso delle proprietà di sua zia nonché di La Valleé, anche se una certa tristezza per il mancato matrimonio con Valancourt getta un po’ d’ombra sul tanto sospirato ritorno a casa.

Il conte, la figlia ed altri durante un viaggio vengono a contatto con dei banditi, e sono salvati da Ludovico, del quale si scopre adesso la sorte.. Egli infatti era stato rapito da quei banditi che mediante un passaggio segreto avevano accesso al castello, nei cui sotterranei nascondevano la refurtiva. Anche il conte aveva visto una persona nella notte di sorveglianza al castello, ma aveva promesso di non raccontare nulla dell’accaduto.

Verso la fine del romanzo vengono chiariti tutti gli enigmi disseminati in esso: si scopre che suor Agnes era in realtà la proprietaria del castello di Udolpho, la signora Laurentini, che aveva rifiutato Montoni in quanto innamorata del marchese di Villarois. Quest’ultimo aveva a sua volta sposato la marchesa, che si scopre essere la sorella del padre di Emily. Il marchese, convinto che la moglie avesse un amante, su istigazione e con la complicità della sua amata italiana, la avvelena, pentendosi subito dopo. Anche la signora Laurentini si pente, entrando poi in convento come suor Agnes. La donna come si era capito  aveva momenti di follia e per alleviare il dolore andava di notte a suonare nei dintorni del convento, spiegando così le strane melodie udite anche al castello del conte. Inoltre il cadavere che Emily credeva di aver visto a Udolpho altro non era che una statua di cera.

Si viene inoltre a saper da un nobile che aveva condiviso la prigionia a Parigi con Valancourt che quest’ultimo, pur caduto nella rete della dissolutezza, non aveva però mai accettato denaro da nobildonne né aveva partecipato agli inganni dei giocatori d’azzardo, inoltre aveva fatto di tutto per aiutare il suo compagno di prigione e la sua famiglia .

Pertanto Emily perdonerà Valancourt decidendo di sposarlo e di vivere con lui principalmente a La Valleė, vendendo le proprietà di madame Cheron a Tolosa.

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LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

Perché leggere “Una donna” di Sibilla Aleramo

Citazione:

“E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole e incompleta, a un uomo che non la riceve come una sua uguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia? Dacché avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza”.

Struttura e contenuto dell’opera

  • L’opera è divisa in 3 parti, che rappresentano la vita dell’autrice;
  • la figura del padre, di ispirazione per la giovane, sarà poi deludente in quanto sostanzialmente abbandona la famiglia per un’altra donna
  • La scrittura, nutrita grazie alle letture, rappresenta per la protagonista un elemento di riscatto 
  • Il titolo rimanda a una vicenda che vuole essere esemplare, non specifica di una persona. Sono assenti i nomi propri per lo stesso motivo
  •  i dialoghi sono poco presenti, non appaiono molte descrizioni approfondite
  • Il narratore-protagonista è interno e racconta in flash-back la vicenda di una crisi di identità
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Buoni motivi per leggere “Una vita”

  • Si tratta del primo testo femminista della nostra letteratura
  • Finalmente la donna non è più vista come proprietà dell’uomo: l’auspicio è quello di affermare le proprie capacità personali e i propri desideri, in sintesi la propria identità
  • Una donna non è un’opera narrativa tradizionale, rappresenta una sorta di romanzo di formazione in cui la protagonista si libera delle prigioni familiari e si ribella al proprio ruolo tradizionale di madre e moglie
  • La scrittura è semplice, basata su un’alternanza di narrazione e riflessione; in particolare vi sono riflessioni su temi cari alla protagonista e analisi di carattere psicologico
  • la struttura non è realistica, ha similitudini con i romanzi di Pirandello e Svevo
  • lo stile è ricco di metafore, similitudini, anafore, interrogative retoriche ed esclamazioni. Sembra una prosa quasi poetica.

Considerazioni di contesto

Nel 1946 ha inizio un nuovo periodo importante per le donne italiane, grazie al riconoscimento dei diritti politici, ma l’Italia è comunque di nuovo in ritardo rispetto ad alcuni altri paesi come ad esempio l’Inghilterra dove “la donna gode della piena capacità giuridica in materia di contratti e di beni” già a partire dal 1870. È soprattutto negli anni Sessanta però, con il baby boom, che i grandi movimenti di emancipazione femminile nascono e si estendono in Italia. Nonostante il ritardo storico complessivo dell’Italia rispetto all’Inghilterra, la Aleramo è comunque in anticipo poiché il romanzo Una donna risale ai primi del 1900. La maggior parte dei testi femministi inglesi, come A room of one’s own e Three Guineas di Virginia Woolf risalgono agli anni Venti e Trenta. Negli anni Settanta la concezione del matrimonio cambia, modificando l’idea del marito come capofamiglia e cancellando la concezione di una relazione impari tra i coniugi. La relazione paritaria guadagna terreno e l’uguaglianza della donna si afferma, cosicché il ruolo della donna non è più soltanto ristretto alla maternità e al governo di casa, ma si estende anche a ruoli nuovi.

Bibliografia

S. Aleramo, Una donna, Milano, Feltrinelli, 2013

M. Colonna, L. Costa, Le voci delle donne, La scrittura femminile nel Novecento, Milano, Paravia, 2021

Lara Dierickx, Una Donna di Sibilla Aleramo. La presenza di prototipi femminili nella prima letteratura femminista italiana, tesi di laurea, facoltà di Gent, a.a 2014/2015

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Uomini e no” di Elio Vittorini

Più che un romanzo, “Uomini e no” è un insieme di frammenti narrativi che rispecchiano un momento storico concitato, quello della Resistenza a Milano nel 1944. I brevi capitoletti analizzano la situazione da punti di vista diversi, cosicché il lettore si trova spesso catapultato nella realtà di personaggi dai nomi in codice, non descritti direttamente, ma indirettamente presentati dalle loro parole, azioni, gesti, interlocuzioni.

Tra gli eventi violenti perpetrati dai nazisti si verifica una strage di civili, così descritta:

“I morti al largo Augusto non erano cinque soltanto; altri ve n’erano sul marciapiede dirimpetto; e quattro erano sul corso di Porta Vittoria; sette erano nella piazza delle Cinque Giornate, ai piedi del monumento.

Cartelli dicevano dietro ogni fila di morti: Passati per le armi. Non dicevano altro, e tra i morti erano due ragazzi di quindici anni. C’era anche una bambina, c’erano due donne e un vecchio dalla barba bianca. […] Come? Anche quei due ragazzi di quindici anni? Anche la bambina? Ogni cosa? Per questo, appunto, sembrava anzi che comprendesse ogni cosa. Nessuno si stupiva di niente. Nessuno domandava spiegazioni. E nessuno si sbagliava”

Oltre alla dimensione storica ciò che distingue il romanzo è una storia d’amore infelice tra Enne 2 e Berta: storia infelice in quanto lei è già di un altro uomo. Due incontri caratterizzano il procedere della narrazione, nel secondo dei quali sembra che la situazione sentimentale di Berta si sblocchi in favore di Enne 2. Tuttavia ad un certo punto lei decide di tornare da suo marito per spiegargli il suo punto di vista, lasciando Enne 2 solo e deluso. Prima di questa delusione, il partigiano rivolge a Berta bellissime parole:

“Sapevi di essere mia moglie? Non lo sapevi. E invece lo sei”.

“Quando non lo sapevo non lo ero”

“E invece lo eri” […]

“Lo sei sempre stata” egli le disse.

La baciò. E fuori dalle finestre, alte sulle altre case, ancora si vedeva, bianco e celeste negli occhi del cielo, staccato da terra, il ghiaccio delle montagne.

“Non lo sei sempre stata?” disse Enne2. “Lo sei sempre stata”.

“E le montagne?” Berta chiese. “Le hai sempre vedute?”

“Le ho sempre vedute”

“E i morti?”

“Ci sono sempre stati.”

“E gli occhi azzurri?”

“Gli occhi azzurri?”

“Di chi mi hai parlato sempre che aveva gli occhi azzurri? Era tuo padre? Erano nella tua infanzia?”

“Erano tu stessa”

“Io stessa gli occhi di tuo padre?”

“Tu stessa la mia infanzia”

“Io anche la tua infanzia?”

“Tu ogni cosa. Sei stata ogni mia cosa, e lo sei”.

“Lo sono?”

“Sei ogni cosa che è stata e che è”.

“E tua moglie?”

“Mia moglie. Mia nonna e mia moglie. Mia madre e mia moglie. La mia bambina e mia moglie. Le montagne e mia moglie”.

Il bacio di Klimt

In seguito ad una azione contro i fascisti, Enne 2 viene identificato e viene posta una taglia su di lui per chiunque lo denunci. Viene suggerito ad Enne 2 di fuggire, ma l’uomo si trattiene principalmente per attendere il ritorno di Berta.

Commento

La narrazione, decisamente frammentaria e quasi del tutto dialogica, è sicuramente particolare. La vicenda non risulta sempre facile da seguire, ma il romanzo è consigliato per chi abbia predilezione per i testi di natura narrativa o addirittura teatrale. La componente descrittiva è esigua e quella riflessiva è confinata alle pagine scritte in corsivo, che però non sembrano integrarsi particolarmente nella vicenda, ma appaiono commenti di carattere generico.

Chi è appassionato alla storia della Resistenza potrà trovare nel libro un’interessante rappresentazione realista delle figure partigiane e fasciste; ma sicuramente l’aspetto più piacevole risiede nel racconto della storia d’amore epica tra Berta e Enne 2.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Paesi tuoi” di Cesare Pavese

Paesi tuoi è scritto nel 1939 ed esce presso la casa editrice Einaudi nel 1941.

La critica saluta il romanzo come un esempio di rinnovato verismo, ma questo è un equivoco, durato a lungo. Il linguaggio di Paesi tuoi è quello popolareggiante intriso di dialetto, così come in Verga si intravedeva in filigrana il dialetto dei personaggi, ma ci sono differenze profonde con Verga. In quest’ultimo si verificava una svolta della narrativa ottocentesca, il narratore parlava come uno dei personaggi; il narratore di Verga è interno al mondo rurale rappresentato, quello di Pavese è esterno e vede il mondo contadino dal di fuori e ciò crea il senso della narrazione, nella quale il viaggio è scoperta di un mondo diverso e ignoto. A narrare è Berto, un meccanico torinese che conosce un contadinotto, Talino, che lo invita a seguirlo nella cascina del padre nelle langhe. Berto prima rifiuta ma poi si trova in difficoltà, senza casa e senza lavoro. La focalizzazione è interna sul personaggio. Anche nella narrazione in prima persona bisogna dire che le funzioni sono diverse: un conto è chi vive i fatti, un conto è il narratore che li rivive. Il fatto che sia focalizzato sul primo tipo di narratore dà senso di immediatezza.

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Il testo pavesiano allude al grembo materno della madre terra. La mammella non è solo simbolo materno pre-edipico ma anche simbolo erotico. La ricerca è pervasa da impulso erotico, le sorelle di Talino non sono molto attraenti però una di loro, come dice Berto, è meno “manza” delle altre. Berto scopre segni di violenza sul corpo di Gisella e cerca di capire cosa sia successo. Talino è figura apparentemente ridicola, sembra quasi demonica, incarnazione atroce del male, regno di violenza e sangue. I luoghi sembrano rimasti fermi a una stagione arcaica. Il critico Barberi Squarotti ha detto che il viaggio di Berto non è un viaggio nello spazio, quanto un viaggio nel tempo. La campagna conserva costumi, mentalità, riti ancestrali, anteriori alla civiltà come la si intende comunemente. E’ il regno del selvaggio. Pavese è ossessionato dall’idea del selvaggio, cui dedica molte annotazioni soprattutto nel Mestiere di vivere. L’interesse per ciò va di pari passo con le scienze antropologiche (cfr. Il ramo d’oro di Frazer). In questo senso Pavese studia riti, sangue, sesso, fuoco per rendere feconda la terra, falò accesi per fecondare i campi. Si pensava inizialmente che Pavese volesse rappresentare la realtà cruda della campagna – esiste in un romanzo naturalista, La terra di Zola, una vicenda simile. Anche Paesi tuoi a volte è stato assimilato ai primordi della corrente neorealista. Ma invece è un romanzo simbolico: ad esempio l’uccisione di Gisella sui covoni di grano è un sacrificio umano, di cui Pavese legge infiniti esempi nel libro di Fraser.

La matrice è decadente e dannunziana: la collina-mammella viene da D’Annunzio, Il trionfo della morte 1895. D’Annunzio è fondamentale nella formazione del giovane Pavese, l’interesse per il selvaggio accomuna i due autori. Alcune annotazioni del Mestiere di vivere sono illuminanti in relazione all’idea del selvaggio. Tutto ciò che lo ha interessato gira intorno al selvaggio e in questo senso Pavese cita proprio d’Annunzio.

Feria d’agosto è un libro contenente racconti, prose liriche, piccoli poemi in prosa in cui Pavese enuncia la teoria del mito centrale nella sua visione. Poi si evidenzia un gruppo di saggi sotto il titolo complessivo Del mito, del simbolo e dell’altro. Qui si comincia con la descrizione di un’estasi panica e lo scrittore confessa che di fronte alla campagna è preso come dire da una sorta di immedesimazione per cui si identifica con le varie presenze della campagna, si trasforma nel vento, nelle foglie, nel succo dei frutti cioè esattamente come in una di quelle estasi paniche di Alcyone. Però Pavese è anche consapevole dei rischi che comporta questo cedimento all’irrazionale decadente ed anzi ne era diventato consapevole proprio per l’esperienza del fascismo e della guerra: sapeva bene che l’irrazionalismo decadente era fra le matrici culturali del nazifascismo. Immergersi nell’irrazionale e restarne prigioniero non va bene, Pavese vuole portare l’irrazionale a chiarezza, ammirando il progresso. In Paesi tuoi il protagonista Berto rappresenta infatti proprio la ragione, il logos, la modernità, in quel mondo arcaico e superstizioso.

LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Preludio” di Emilio Praga

La Scapigliatura è una corrente letteraria sviluppatasi negli anni Sessanta dell’Ottocento. Ne fanno parte scrittori e poeti molto diversi tra loro ma accomunati da una stessa insoddisfazione per lo stato della letteratura italiana del loro tempo. Il termine deriva da un romanzo di Cletto Arrighi, intitolato appunto La Scapigliatura e il 6 febbraio. Il desiderio di questi intellettuali è opporsi a tutti gli ordini stabiliti, ribellarsi alla classe borghese, riprendere lo spirito bohémienne parigino, adattandolo al contesto italiano. Il centro propulsore della nuova corrente letteraria è Milano, città dove gravita anche la figura di Emilio Praga, autore della poesia-manifesto Preludio:

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  • Noi siamo i figli dei padri ammalati:
  • aquile al tempo di mutar le piume,
  • svolazziam muti, attoniti, affamati,
  • sull’agonia di un nume.
  • Nebbia remota è lo splendor dell’arca,
  • e già all’idolo d’or torna l’umano,
  • e dal vertice sacro il patriarca
  • s’attende invano;

  • s’attende invano dalla musa bianca
  • che abitò venti secoli il Calvario,
  • e invan l’esausta vergine s’abbranca
  • ai lembi del Sudario…

  • Casto poeta che l ‘Italia adora,
  • vegliardo in sante visioni assorto,
  • tu puoi morir!…Degli antecristi è l’ora!
  • Cristo è rimorto!

  • O nemico lettor, canto la Noia,
  • l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
  • il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
  • il tuo cielo, e il tuo loto!

  • Canto litane di martire e d’empio;
  • canto gli amori dei sette peccati
  • che mi stanno nel cor, come in un tempio,
  • inginocchiati.

  • Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
  • e l’Ideale che annega nel fango…
  • Non irrider, fratello, al mio sussurro,
  • se qualche volta piango:

  • giacché più del mio pallido demone,
  • odio il minio e la maschera al pensiero,
  • giacché canto una misera canzone,
  • ma canto il vero!

La poesia si apre con una dichiarazione categorica: i giovani della generazione di Praga (specie i poeti) sono figli di padri malati, padri incapaci di trasmettere valori solidi e ancora condivisibili. Sono come aquile nel periodo della muta delle piume, quando, impedite a librarsi in ampi voli, possono tutt’al più svolazzare vicino al loro nido, che però non garantisce protezione di un rifugio familiare, ma attesta il consumarsi di un disastro: il nume, il dio protettivo in cui si è creduto, sta morendo. Ormai la poesia religiosa ha esaurito la sua funzione, adesso anche il poeta simbolo di quella musa cristiana non può più comunicare nulla perché è l’ora degli anticristi, Cristo è morto nuovamente. I valori di cui si fa portatrice la spiritualità, la rettitudine, il rigore morale, la Provvidenza, sono tramontati e i nuovi autori al contrario cantano la Noia, l’eredità del dubbio e dell’ignoto: ormai la certezza positiva della fede è scardinata e domina un certo smarrimento, un’oscillazione maledetta tra una convinzione e l’altra.

Potremmo dire che qui il discorso si fa metaletterario, in quanto il poeta dichiara l’azione di “cantare” e si appella direttamente al lettore, definito “nemico” probabilmente in quanto membro della categoria borghese e benpensante. Il poeta scapigliato canta il vero, cioè la nuda e cruda realtà, con le sue brutture e contraddizioni, senza edulcorarla con maschere e ipocrisie.

Tuttavia la novità poetica prospettata è solo annunciata, ma non effettiva. La poesia rimane formalmente nel segno della tradizione (si notino le anafore vv. 6-7, 21-22, 25 e la cobla capfinida tra la seconda e la terza strofa), e dal punto di vista del contenuto sono fortissime le riprese dai Fiori del male di Baudelaire. Basta, a titolo di esempio, osservare l’explicit della famosa poesia finale della raccolta del poeta francese, Il viaggio:

E tanto brucia nel cervello il suo fuoco, / che vogliamo tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, cosa importa? / discendere l’Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.

L’abisso, l’inferno, il loto, l’ignoto, sono tutti concetti che in qualche modo la Scapigliatura recupera e trasferisce poeticamente, replicando immagini ed espedienti letterari già usati da Baudlaire.

STORIA ANTICA, UNITA' DI APPRENDIMENTO

I popoli italici

Unità di apprendimento

Destinatari: studenti della scuola secondaria di secondo grado, secondo anno.

Tempi: 4 ore circa

Strumenti: PDF allegato da proiettare

Fasi:

  1. Riepilogo delle preconoscenze.
  2. Visione di carte geografiche per localizzare i luoghi interessati dallo sviluppo delle civiltà italiche.
  3. Spiegazione dialogata sui seguenti punti, usando il PowerPoint:
  • Civiltà delle terramare
  • Civiltà villanoviana
  • Civiltà nuragica
  • Etruschi e altri popoli (Greci, Fenici, Celti)

4. Verifica orale e valutazione.

FILM

Little women – Piccole donne di Greta Gerwig

RECENSIONE DEL FILM


Little Woman, della regista americana Greta Gerwig, è un film uscito nel 2019 che vale la pena guardare, meglio se in lingua originale, soprattutto perché offre molteplici spunti di riflessione.


L’opera è stata girata in America nel Massachusets e gli attori sono di varia provenienza: la protagonista ad esempio, Saoirse Ronan, è un’irlandese in possesso della cittadinanza americana, mentre Thimotée Chamelet è un attore statunitense con la cittadinanza francese.
I due artisti citati sopra interpretano Jo e Laurie, in un certo senso i veri protagonisti della storia, che appare piuttosto fedele al romanzo da cui è tratta, Little Women di Louisa May Alcott. La sceneggiatura e la regia danno un valore aggiunto al libro: mentre ne rispettano le intenzioni, i caratteri dei personaggi e la morale, inseriscono espedienti narrativi vivaci e credibili che velocizzano la storia e la rendono ancor più piacevole. In particolare la vicenda è raccontata attraverso due piani temporali diversi, presente e passato, che si alternano e si intrecciano tenendo alta la concentrazione dello spettatore, intento a cercare di capire in quale momento della storia si trovi.

Le sorelle March


Guardando il film si ha la sensazione di essere proiettati davvero nell’America ottocentesca, le atmosfere e l’ambientazione sono autentiche, così come i dialoghi e la recitazione di tutti gli attori. Unica nota negativa, forse Emma Watson nei panni di Meg appare meno credibile, perché ha un aspetto molto adolescenziale che non la rende perfettamente in parte nell’impersonare la sorella maggiore. Tuttavia tutti gli attori mi sono apparsi validi, a parte forse l’attrice che interpreta la madre, Laura Dern, in quanto alcune sue espressioni del volto mi sembrano un po’ ripetitive e stereotipate per cui la sua presenza non aggiunge un guizzo di qualità ulteriore; va anche detto che il personaggio in sé non ha moltissimo spazio nel film.
La vera eccellenza attoriale risiede nello scambio tra Jo e Laurie, la cui chimica è davvero notevole; forse si sarebbe potuto giocare di più con la loro relazione e incrementare il numero di scene in cui dialogano.

SPUNTI DIDATTICI POSSIBILI

Lingua inglese: lettura del romanzo e visione del film in lingua originale. Possibile confronto di vari adattamenti cinematografici.

Letteratura italiana ed educazione civica: visione del film e approfondimento sulla condizione della donna in America nell’Ottocento, da confrontare con la situazione femminile italiana. Riflessione sulla sceneggiatura e sugli espedienti narrativi usati nel film, ad esempio i vari flashback. Confronto di una scena del libro e la sua trasposizione filmica.

Pedagogia: approfondimento sui metodi educativi usati nella famiglia March.

LETTERATURA STRANIERA

“L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert

Un romanzo adatto a chi ama i classici e le atmosfere ottocentesche, nonché le storie d’amore romantiche ed epiche. La vicenda è incentrata sulle vicende sentimentali di Federico Moreau, un ragazzo trasferitosi a Parigi da una cittadina di provincia, ed è molto interessante perché si profila nell’evolversi della storia un triangolo amoroso. In questo prevale senza dubbio l’amore platonico per l’affascinante e casta madame Arnoux, già sposata ad un uomo di affari parigino.

La storia avrà lieto fine?

TRAMA DETTAGLIATA

Federico è un giovane orfano di padre che si trasferisce a Parigi per studiare giurisprudenza. Nel viaggio incontra un commerciante di arte, il signor Artaux, e si innamora perdutamente della moglie di lui, Marie. Tra alti e bassi Federico frequenta l’Università e sostiene gli esami, non mancando di entrare in contatto con la borghesia e la nobiltà francese. Lo sforzo di Federico è tutto teso, inoltre, a entrare in confidenza con la famiglia Artaux, per stare vicino a Marie, alla quale però non ha il coraggio di dichiararsi. Dopo la laurea Federico, di ritorno alla cittadina di origine, Nogent, scoprirà dalla madre che l’eredità dello zio non gli spetta. Dopo tre anni si scopre che invece Federico è stato nominato erede di una discreta fortuna e questo lo indurrà a trasferirsi nuovamente a Parigi. Sistematosi qui, intreccia nuovamente le relazioni di un tempo e torna a frequentare casa Artaux. I suoi amici lo introducono nel mondo delle donne di facili costumi: durante queste feste improntate al divertissment il protagonista conosce Rosanette, amante dello stesso Arnaux, e ne rimane colpito. La donna rappresenta la pulsione amorosa passionale, mentre Marie l’amore idealizzato ed etereo. Quest’ultima fa intendere al giovane di essere assolutamente contraria alle relazioni extraconiugali, scoraggiandolo così dal dichiararsi; l’infedeltà del marito non è dunque per la donna una spinta sufficiente per cedere ad alcuna avance.
Nel frattempo, sempre in nome dell’innamoramento per Marie, Federico aiuta il marito di lei, oberato dai debiti, e rischia di affrontare un duello per averlo difeso. Per aiutarlo gli presta la somma di 15.000 franchi, destinata in verità al progetto dell’amico giurista Deslaurier di aprire un giornale. Questi, per vendicarsi, si reca da madame Artoux ad esigere la somma per conto di Federico, dicendo alla donna che la ama, credendo di sostituirsi a Federico come amante di Marie, che ovviamente lo rifiuta. Le dice inoltre che Federico sta per sposarsi con la ricca Luisa Roque, una giovane di Nogent che Federico aveva educato da piccola. Federico ha combinato questo matrimonio per questione di interesse, tuttavia Luisa lo ama sinceramente.

Dopo qualche tempo il protagonista torna a Parigi da Nogent. In città scoprirà una madame Artaux gelosa non solo dell’imminente matrimonio ma anche del rapporto eventuale tra Rosanette e Federico. Questo promette a Marie che non si sposerà, perché ama solo lei, di un amore puro e disinteressato. Inizia tra I due un legame più stretto ed intimo, gli incontri si fanno frequenti ed emozionanti, benché non vi sia mai un contatto sensuale. Un giorno in cui i due avrebbero dovuto incontrarsi per una passeggiata purtroppo madame è trattenuta dalla malattia del figlio e non si presenta. Federico ne è amareggiato e deluso, al punto che si consola con Rosanette, che porta nel nido d’amore preparato per Marie. Con Rosanette consuma quella passione fisica sempre frustrata dall’altra donna. Nel frattempo vari e grandi rivolte si attuano a Parigi, ma Federico rimane piuttosto indifferente.
Inizia dunque la terza parte del romanzo.
Federico diventa amante di Rosanette, a cui chiede di smettere di vedere Arnaux, suo precedente amante. Prende parte più attiva ai moti del 1848, candidandosi come deputato. Inoltre porta Rosanette in villeggiatura a Fontainebleau da cui però torna a causa del ferimento di Dussardier.
A Parigi incontra Roque con la figlia durante un pranzo a casa Dambrouse; lì per combinazione incontra anche madame Arnoux a cui dice di averla sempre pensata, ma la donna lo accoglie freddamente, dubitando di lui. Durante il pranzo si viene anche a sapere che Federico ha pagato il ritratto per Rosanette e questo lo mette in ulteriore cattiva luce rispetto alle donne innamorate di lui. A Luisa Federico spiega di voler rimandare il matrimonio, adducendo scuse. La giovane provinciale gli sembra tutto sommato ridicola e poco attraente. Luisa prova ad andarlo a trovare di sera a casa sua, ma apprende sgomenta che lui non dorme a casa da tre mesi.

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Federico decide di incontrare madame Arnoux: i due si chiariscono sul mancato appuntamento e lui confessa di esser diventato amante di Rosanette per la disperazione di non poter avere lei. Mentre Marie e Federico si lasciano andare ad un bacio la porta si apre ed entra Rosanette, che era venuta a riscuotere un credito dal sig Arnaux. Federico capisce che ormai la situazione con Marie è perduta, anche perché, scopre, Rosanette è incinta. Lui riesce a vedere tutti i difetti della donna e tutte le sere esce per andare a trovare madame Dambrouse, che gli sembra più piacevole e interessante. Ben presto ne diventa l’amante, trascurando Rosanette che dal canto suo non smette con i suoi incontri finalizzati ad ottenere denaro. Federico ha una relazione con entrambe le donne, avendo però sempre in mente madame Arnoux, costretta alla fuga col marito a causa dei guai giudiziari ed economici di lui.

Nemmeno la morte del figlioletto avuto da Rosanette commuove davvero Federico, che infine lascia entrambe le amanti, essendo incapace di amarle davvero e avendo sempre la convinzione di aver sempre voluto solo Marie. Molti anni dopo lei gli farà visita e il loro incontro sarà commovente, ma non si esaurirà mai in un atto fisico.

COMMENTO

Il romanzo ha la caratteristica cifra di Flaubert, ovvero la presenza di descrizioni dettagliatissime che danno un’idea di veridicità dell’ambiente in cui si svolge la vicenda. Molto precise sono anche le raffigurazioni degli scambi dialogici e delle azioni compiute da tutti i personaggi, anche se secondari. Questa dovizia di dettagli è forse un po’ distraente rispetto alla vicenda del protagonista, attorniato da miriadi di altre figure che parlano di lui e con lui.

Il titolo è coerente con il contenuto: Federico infatti cresce e impara qualcosa dalle sue esperienze amorose, anche se non sembra trarre un vero frutto da questi insegnamenti.

La vita di Federico scorre infatti tra ricerche e relazioni, ma sembra alla fine sempre deludente: il personaggio non trova mai una soddisfazione concreta e reale, come se la felicità fosse in fondo solo una chimera irraggiungibile.

Probabilmente il romanzo ci insegna che l’amore platonico non può avere una fine lieta, è troppo idealizzato e può vivere, dunque, solo nel mondo delle idee: la realtà è al contrario più prosaica, ed è necessario fare i conti anche con l’aspetto sensuale delle relazioni.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

Perché leggere “Gli indifferenti” di Moravia

Perché un testo scritto nella prima metà del Novecento dovrebbe essere ancora oggi valido? Si tratta di una lettura consigliabile oppure meglio evitarla per dar spazio a romanzi scritti ai giorni nostri?

“Gli indifferenti” è un classico, e come tale è senza tempo, è oltre la misura del tempo. Non si tratta di un dramma calato in una precisa dimensione storica e ad essa collegato, si tratta invece dell’espressione di dubbi esistenziali e di problemi assoluti e universali.

Moravia sceglie di concentrare l’azione in due giorni e di focalizzarla su pochi personaggi, una madre, Mariagrazia, con i suoi due figli, Carla e Michele, e due amici di famiglia, Leo e Lisa. L’intenzione è infatti, come dice l’autore, di redigere in forma di romanzo una sorta di dramma, di tragedia.

Ogni personaggio contiene in sé elementi drammatici, sfumature caratteriali e insicurezze diverse, ma tutti sono forse accumunati da un identico malessere e da una certa insoddisfazione, più o meno accentuata e cosciente, verso la vita.

Mariagrazia è il personaggio di cui sappiamo meno, nel senso che viene descritto dal punto di vista degli altri personaggi, principalmente. Sembra in un certo senso una figura negativa, per i sentimenti che suscita negli altri, ovvero pietà, rabbia, rancore. Si tratta di una donna non più giovane, con problemi economici, che accoglie in casa un amico di famiglia, Leo, di cui è segretamente amante. In verità i figli sono coscienti di questa relazione, anche perché Mariagrazia indugia spesso in scenate di gelosia verso Leo e i suoi comportamenti. Lo stesso Leo è il salvatore della donna ma anche il suo carnefice, perché richiede indietro un prestito fatto alla famiglia, altrimenti minaccia di esigere la casa di Mariagrazia per rivenderla. In verità sa che la vendita all’asta frutterebbe alla famiglia una somma notevole, con la quale potrebbero essere saldati i debiti: per questo motivo intende farsi intermediario, “derubando” Mariagrazia degli effettivi introiti derivanti dalla vendita dell’immobile. Ciò fa comunque capire la cecità della donna, che non si accorge delle reali intenzioni di Leo e che addirittura lo reputa sinceramente innamorato di lei. L’uomo rappresenta una sorta di ossessione per Mariagrazia, gelosa e incapace di misurare le sue reazioni di fronte ai figli. Emerge oltre a questo un certo egoismo un po’ infantile della donna, una tendenza al capriccio che mal si concilia con la sua età e con le responsabilità di una madre. Tuttavia, proprio per queste sue fragilità, è difficile avere Mariagrazia in antipatia: con tutti i suoi limiti, il suo comportamento è tuttavia evidente, sincero, senza troppi sotterfugi.

Leo, l’amante e amico di Mariagrazia, è un uomo non più giovane verso cui al contrario è difficile non provare antipatia: opportunista, bugiardo, meschino fino al punto da voler ingannare l’amante e da sedurne la figlia. Nonostante ciò, si tratta forse del personaggio più felice e risolto. Egli ha tutto quel che vuole ottenere e in fondo è pago di se stesso, sa essere calmo e razionale e non è scosso da dubbi o sentimenti profondi. In un certo senso è l’antagonista degli altri personaggi, ma allo stesso tempo è il perno intorno al quale essi ruotano.

Carla è la figlia ventiquattrenne di Mariagrazia, una ragazza carina pur nella presenza di alcuni difetti fisici. La sua descrizione è spesso offerta dal punto di vista libidinoso di Leo, ma apprendiamo molti dettagli anche da quello autoriferito della ragazza, mentre si guarda allo specchio. Carla è infelice e si sente intrappolata in un’esistenza senza senso, soprattutto a causa dei comportamenti infantili ed egocentrici della madre. Decide di dare una svolta alla sua vita commettendo un’azione piuttosto immorale, nella convinzione che anche un cambiamento in peggio possa comunque salvarla da quella noia e indurla a progredire in una direzione diversa.

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Michele è sicuramente il personaggio più consapevole, una sorta, forse, di alter ego dell’autore. Egli ha un punto di vista chiaro e cosciente su se stesso e sugli altri, di lui conosciamo pensieri e riflessioni profonde. Sa benissimo di essere indifferente rispetto a tutti e rispetto a tutto: il suo fallimento sta proprio nel non riuscire a provare sentimenti di nessun tipo e per nessuno. Pertanto non riesce né ad amare, né ad odiare, ma spesso finge, consapevolmente, di agire spinto dall’onda di sentimenti fittizi. Michele sa che le azioni umane sono spinte tutte da una certa mancanza di sincerità, di vero affetto, di solidarietà. Sa che le persone agiscono per un tornaconto materiale, economico o, peggio ancora, fisico. Michele è dunque un censore dei comportamenti umani, di cui smaschera l’ipocrisia e la contraddittorietà. Rimane comunque destinato al fallimento, perché incapace di agire in alcun senso per realizzare ciò che reputa giusto e per affermare sé stesso nel mondo. In questo senso non differisce molto da Carla, benché la sua visione sia più lucida e matura.

Lisa è una donna dall’aspetto pingue e sereno, che sembra trascorrere, come Leo, molto tempo nella realizzazione dei suoi progetti amorosi. Si tratta di un’amica di Mariagrazia, della quale sopporta sovente accuse e capricci. A modo suo è un personaggio, come Leo, abbastanza risolto. Sa quello che vuole e agisce per ottenerlo. In questo senso è più risoluta e forte di Mariagrazia e dei suoi figli, tanto da aver capito la natura meschina di Leo e da arrivare a respingerlo.

Tutti questi personaggi ricordano forse un po’ l’aristocratica nullafacenza del giovin signore di Parini: se lì si trattava, appunto, di una critica al ceto nobile, qui, al contrario viene dipinta l’inerzia colpevole del mondo borghese, sempre interessato ad aspetti materialistici o frivoli e privo di sentimenti positivi, di concretezza, di solidarietà reciproca.

Il romanzo scorre via piacevole e rapido, il lettore è incalzato dalla curiosità di sapere cosa faranno i personaggi. Il tempo della storia è breve, si risolve tutto in un paio di giorni, ma la dovizia di particolari nelle descrizioni lo dilata molto, tanto che la vicenda sembra avvenuta nell’arco di alcuni mesi. Molto interessante il gioco dei punti di vista e la caratterizzazione psicologica non solo dei personaggi, ma anche degli ambienti e degli oggetti, descritti in relazione ai sentimenti dei protagonisti.

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Possiamo dunque chiederci: è vero che di base l’uomo è indifferente rispetto a quello che gli accade intorno e finge soltanto di interessarsene e di provare emozioni e sentimenti veri? Mi sembra una domanda interessante, la cui risposta potrebbe non essere univoca.
E tu, che cosa ne pensi?

LETTERATURA ITALIANA

“La casa in collina” di Cesare Pavese


Trama
Il titolo del romanzo ci conduce già in un luogo significativo per vari aspetti, come si evince da questa citazione:
“Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.
Siamo in estate durante la seconda guerra mondiale e Corrado, un insegnante di scienze che lavora a Torino, abita con due donne, Elvira e sua madre, in collina. Elvira nutre dei sentimenti per lui.
Una sera si sente l’allarme della guerra e il protagonista, rifugiatosi nel cortile di un’osteria, incontra una ragazza frequentata in passato: Cate. Con lei ha un breve colloquio che basta a fargli ripercorrere la vicenda amorosa che li ha legati, essenzialmente basata, per Corrado, su un approccio fisico, senza troppo sentimento.
Nonostante la sua noncuranza Corrado dovrà fare i conti con un bombardamento che probabilmente aveva fatto dei morti: giunto in una Torino semideserta, mentre la scuola è naturalmente chiusa, l’insegnante capirà meglio l’entità di quanto avvenuto. Passeggiando per la città Corrado ripensa alla sua relazione con Anna Maria, durata tre anni e non conclusasi col matrimonio programmato: si tratta di un’altra figura femminile il cui ricordo è misto a sentimenti di oppressione e quasi di rancore.
Corrado torna svariate volte alle “Fontane”, dove è l’abitazione di Cate e dove si trovano altri personaggi con cui l’insegnante dialoga sempre più spesso. Parlando con Cate scopre che lei ha un bambino; solo più tardi capirà che il nome Dino sta per “Corrado” e chiederà spiegazioni del nome alla madre. Corrado immagina infatti che si tratti di suo figlio. Dalla conversazione con Cate emerge che quest’ultima ha una chiarissima percezione della personalità del protagonista:

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“La guardai interdetto: – Non sono più buono, Cate? Anche con te, non sono buono più che allora?Non so, – disse Cate, – sei buono così, senza voglia. Lasci fare e non dai confidenza. Non hai nessuno, non ti arrabbi nemmeno.

– Mi sono arrabbiato per Dino, – dissi.

Non vuoi bene a nessuno.

– Devo baciarti, Cate?

– Stupido, – disse, sempre calma, – non è questo che dico. Se io avessi voluto, mi avresti baciata da un pezzo. – Tacque un momento, poi riprese: – Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.”

Si comprende la personalità distaccata dell’uomo dalle semplici parole di Cate, e lo stesso Corrado è assolutamente consapevole di essere “immune” in mezzo alle cose, come dichiara a se stesso, mentre riflette.
Un giorno alle Fontane si viene a sapere che Mussolini è caduto; Corrado teme che la guerra non finisca, ma anzi cominci, e in effetti gli eventi sembrano dargli ragione.
Il tempo trascorre per Corrado, riapre la scuola, passano le stagioni e lui rimane chiuso nelle sue abitudini e defilato rispetto a quanto di pericoloso e angosciante accade intorno a lui. I tedeschi catturano tutti gli abitanti dell’osteria tranne Dino, che Corrado porta da Elvira, mentre lui stesso su suggerimento della donna si rifugia al collegio di Chieri. La fuga era necessaria in quanto i tedeschi lo stavano cercando, erano andati anche a Torino per prenderlo.
Quando Corrado apprende che il collegio non è più sicuro, torna a casa di Elvira, mentre Dino, che viveva nel medesimo collegio, fugge. Corrado decide dunque di tornare al suo paese natale e viaggia attraversando conflitti tra tedeschi e partigiani, ma scampando sempre ai pericoli.
La sua vita è sempre stata una ricerca di isolamento, come lui stesso dichiara: “mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più“.

Elementi stilistici
L’andamento del testo è paratattico e lo scorrere delle vicende avviene attraverso dialoghi tra una molteplicità di personaggi. Sembra che l’autore voglia replicare il modo di parlare degli abitanti del luogo e la loro mentalità popolana. La narrazione procede per elenchi e per suggestioni quasi casuali, disordinate. Le descrizioni sono appunto immagini improvvise caratterizzate da una tensione decisamente poetica, specie quelle relative alla campagna, al bosco, alla collina.

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Commento
Probabilmente la guerra nel romanzo è percepibile più come sfondo che come centro della storia: maggiore è l’indagine psicologica che emerge del protagonista attraverso il confronto con eventi, personaggi e situazioni. Interessanti alcuni dialoghi, specie quelli con Cate, mentre forse un po’ confusi risultano quelli, a tratti ellittici, con gli altri personaggi sul contesto bellico.