GRAMMATICA LATINA

Il dativo di possesso in latino

Il dativo di possesso indica l’appartenenza di un elemento a qualcuno; viene usato in alternativa al verbo avere.

Osserviamo i seguenti esempi:

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  1. Liviae sunt multae amicae

Dativo+verbo sum+nominativo

Traduzione letterale: Molte amiche sono a Livia

Ovvero: Livia ha molte amiche

Ordine della frase in italiano: soggetto + verbo avere + complemento oggetto.

Mentre in latino l’ordine delle parole è indifferente, in quanto contano solo le desinenze e quindi i casi, in italiano si deve seguire un ordine preciso affinché la frase abbia senso.

2. Dominae multae curae sunt

Dativo+ nominativo+ verbo sum

Traduzione letterale: Molte preoccupazioni sono alla padrona

Ovvero: La padrona ha molte preoccupazioni

Ordine della frase in italiano: soggetto + verbo avere + complemento oggetto.

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3. Dominis villae sunt.

Traduzione letterale: Le ville sono alle padrone

Ovvero: Le padrone/ i padroni hanno le ville

4. Agricolis casa est.

Traduzione letterale: La casupola è ai contadini

Ovvero: I contadini hanno la casupola.

5. Vigiliis sagittae non sunt.

Traduzione letterale: Le frecce non sono alle  sentinelle

Ovvero: Le sentinelle non hanno le frecce

6. Tulliae constantia non est.

Traduzione letterale: La costanza non è a Tullia

Ovvero: Tullia non ha costanza.

Osserva in queste frasi il passaggio dall’uso “habeo” al dativo di possesso

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  1. Domina mea multas divitias habet

La mia padrona ha molta ricchezza.

Multae divitiae dominae meae sunt.

2. Dominae ancillae fidas amicas habent.

Le ancelle della padrona hanno amiche fidate.

Fidae amicae sunt ancillis dominae.

nominativo+verbo sum+ dativo+genitivo.

LETTERATURA ITALIANA

“Golpe” e “lione”: il buon principe secondo Machiavelli

Fedeltà e lealtà sono virtù lodevoli? L’integrità, la pietà, l’umanità sono necessarie a chi governa?

Nel capitolo XVIII de “Il Principe”, trattato storico-politico scritto nel 1513, Machiavelli ci racconta il suo punto di vista basandosi sulla propria esperienza di cancelliere della Repubblica fiorentina.

Ecco quali sono in sintesi i punti che emergono dalla sua trattazione:

Il principe - Wikipedia
Di Niccolò Machiavelli – BNCF, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11844670

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA (IN CHE MISURA I PRINCIPI DEBBANO MANTENERE LA PAROLA DATA)

  1. Sempre auspicabile per un principe è mantenere la “fede”, ovvero essere leale rispetto alla parola data. Tuttavia per esperienza si vede come sia stato più proficuo per i principi agire con l’astuzia, ovvero in malafede, piuttosto che tener conto delle promesse fatte.
  2. Ci sono due modi di combattere: uno con le leggi, tipicamente umano, l’altro con la forza, che è proprio delle bestie. Ma quando l’uomo non riesce ad osservare il primo, deve ricorrere al secondo. Entrambe le nature, quella umana e quella bestiale, sono necessarie. Molti scrittori antichi dicono che Achille e altri principi furono affidati alle cure del centauro Chirone, metà uomo e metà cavallo: ciò evidenzia la necessità della parte animalesca insita nell’uomo.
  3. Per quanto riguarda la bestia, è opportuno prendere spunto dalle caratteristiche della volpe e del leone. Il leone spaventa i lupi con la forza, mentre la volpe sa divincolarsi dai lacci con l’astuzia. La forza senza l’astuzia non ha la medesima efficacia. Non vi è necessità di mantenere la parola data qualora vengano meno le condizioni iniziali: questo perché l’uomo è sleale di natura e malvagio, quindi non osserverebbe i patti, per cui è utile che anche il principe li violi ove necessario. Essere astuti è importante e anche saper fingere bene e mascherare l’astuzia stessa: è infatti facile ingannare gli uomini, spesso molto ingenui.
  4. Alessandro VI fu sempre abile e capace nell’ingannare il prossimo.
  5. Il principe non deve avere tutte le qualità positive, ma deve sembrare che le abbia. Anzi è opportuno che non abbia affatto alcune qualità, ad esempio non deve essere davvero pietoso, fedele, umano, onesto, religioso, ma deve solo sembrarlo. Il principe può agire contro la fede, la carità, l’umanità, la religione, qualora vi sia necessità, in base agli eventi.
  6. Il principe deve sembrare tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. Gli uomini si fermano all’apparenza e pochi “sentono” quello che si è davvero. Il dovere del principe è mantenere lo Stato: ogni mezzo per arrivare a questo fine è onorevole e lodevole.

QUESTIONI DI STILE

Il testo di Machiavelli è molto preciso e concreto, doveva infatti essere immediatamente comprensibile e fruibile dal lettore. Per cui gli aspetti teorici vengono messi da parte per focalizzarsi maggiormente sull’esperienza pratica, che è una maestra sicura nel campo politico. Per questo l’autore usa strategie stilistiche fortemente incisive:

  • Appello ai lettori con il “voi”, al principe con il “tu”
  • L’uso di metafore tratte dal mondo animale
  • Frasi brevi e sentenziose
  • Uso di imperativi e congiuntivi esortativi
  • Uso di espressioni di necessità, bisogno ecc. (“è necessario”, “bisogna”, “si deve”)
  • Presenza di congiunzioni con valore conclusivo (“dunque”, “pertanto”, “però” con valore di “perciò”)

IL RIFERIMENTO AGLI ANIMALI

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In verità il riferimento alla volpe e al leone è presente già in Cicerone nel De officiis, solo che l’inganno e la forza non vengono viste in positivo nel filosofo classico. 

In Dante la volpe assume valenza simbolica, allude alle eresie nel Purgatorio, e il simbolo è appunto negativo; anche i Centauri nell’Inferno hanno qualcosa di demoniaco e la loro natura non viene apprezzata.

Al contrario in Machiavelli il lato animalesco è insito nell’uomo ed è indispensabile al principe quando debba proteggere lo Stato.

Di Pearson Scott Foresman – Archives of Pearson Scott Foresman, donated to the Wikimedia Foundation, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2568365

LA MORALE

Machiavelli non nega che esista il bene, ma afferma che a volte sia necessario prescindere da esso. L’autore considera la verità effettuale delle cose, invece di soffermarsi su come dovrebbero essere; è consapevole del valore morale del bene, ma si limita a constatare che talvolta è necessario sacrificarlo in nome del mantenimento della pace e della stabilità politica.

Questa lezione potrebbe essere valida anche oggi?

Testo integrale de “Il Principe”: https://it.wikisource.org/wiki/Il_Principe

LETTERATURA ITALIANA

“Aminta” di Tasso ovvero un elogio dell’amore

Osserviamo il sistema dei personaggi nella favola pastorale Aminta di Tasso. I nomi e i protagonisti appartengono chiaramente al mondo greco: Dafne, Silvia, Aminta, satiro ecc. La presenza del prologo ci rimanda anch’essa al dramma greco, fatto del resto comunissimo: nel Rinascimento il debito con il mondo classico è forte, e persino il teatro successivo ne rimane influenzato.

INTERLOCUTORI

AMORE, che fa il prologo

DAFNE

SILVIA

AMINTA

TIRSI

ELPINO

SATIRO

NERINA

ERGASTO, ovvero NUNCIO

CORO DE’ PASTORI

La prima rappresentazione dell’opera ebbe luogo con buone probabilità il 31 luglio 1573, al Belvedere di Ferrara. La prima stampa risale al 1580. La prima rappresentazione non contiene uno degli episodi, quello di Mopso.

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Di Torquato Tasso – Raccolta bodoniana, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2086871

GENERE

Ma cos’è una favola pastorale? Vediamo che l’espressione allude alla “fabula”, che in latino significa “testo drammatico” e al mondo dei “pastori”. Si trattava di una forma teatrale molto in voga tra gli autori dell’Umanesimo e del Rinascimento (specie nel contesto della corte ferrarese), la quale affonda le sue radici nella poesia pastorale latina (Virgilio e Teocrito). Vediamone le differenze con la commedia e la tragedia:

COMMEDIAVicenda comica di ambientazione cittadina, con esito felice
FAVOLA PASTORALETemi sentimentali e seri, ambientati in un mondo favoloso; conclusione felice
TRAGEDIATemi patetici e vicende drammatiche, conclusione molto infelice; tono alto e sublime
“PAESAGGIO CON PASTORI E ARMENTI E FIGURE DI POPOLANI IN SOSTA PRESSO UN FONTANILE”, Scuola romana, secolo XVIII,
olio su tela, cm 119 x 177,5

STRUTTURA E METRO

Cinque atti; versi endecasillabi e settenari.

INTENZIONI DELL’AUTORE

Il poeta celebra la vitalità dell’amore, la libertà degli impulsi e offre una proiezione idealizzata della corte ferrarese: egli infatti cela dietro ad alcuni protagonisti dei personaggi reali, ad esempio dietro Tirsi si nasconderebbe lo stesso autore, mentre Elpino evocherebbe la figura del segretario ducale Giovan Battista Pigna.

L’azione non avviene in scena, ma è il risultato dei racconti fatti dai vari personaggi.

SINTESI DELLE SCENE

PROLOGO

Amore, personificato e sotto “pastorali spoglie”, si presenta e presenta tutto il suo divino potenziale. Il fanciulletto si lamenta perché la madre Venere vorrebbe condizionarlo riguardo all’uso dell’arco e delle frecce, mentre il dio intende farne ciò che crede:

Io, che non son fanciullo,
se ben ho volto fanciullesco ed atti,
voglio dispor di me come a me piace:
ché a me fu, non a lei, concessa in sorte
la face onnipotente e l’arco d’oro.

Per sfuggire alla madre Amore trova riparo “ne’ boschi e ne le case
de le genti minute”. Con la sua “face infiammata” (così appare la sua arma) intende far innamorare la ninfa Silvia, riottosa all’amore. Eros non si cura dell’estrazione sociale delle sue vittime, e colpisce ugualmente pastori ed eroi:

Spirerò nobil sensi a’ rozzi petti,
raddolcirò de le lor lingue il suono,
perché, ovunque i’ mi sia, io sono Amore,
ne’ pastori non men che ne gli eroi,
e la disagguaglianza de’ soggetti,
come a me piace agguaglio.

Le Ninfe (greco antico: Νύμφη Nymphē, lett. “fanciulle” o “spose”) sono delle dee della religione greca; rappresentano le potenze divine dei boschi, dei monti, delle acque e delle sorgenti, degli alberi.

“Ninfe e satiro” di William-Adolphe Bouguereau, 1873

Vediamo che nel prologo Amore dà l’avvio alla vicenda, perché racconta della sua intenzione di cambiare l’atteggiamento aspro ed ostile della ninfa Silvia, che così subirà un’evoluzione.

ATTO PRIMO, SCENA PRIMA – Dafne e Silvia.

Dafne, amica di Silvia, tenta di convincerla a cedere alle lusinghe dell’amore, che le porterà la gioia di un figlio; ma la ninfa è decisa, il suo passatempo consiste solo nella “cura de l’arco e de gli strali”, nel “seguir le fere fugaci”, “e le forti atterrar combattendo”. Ma Dafne replica con una sentenza divenuta proverbiale:

Forse, se tu gustassi anco una volta
la millesima parte de le gioie
che gusta un cor amato riamando,
diresti ripentita, sospirando:
« perduto è tutto il tempo
che in amar non si spende
:
o mia fuggita etate,
quante vedove notti,
quanti dì solitari
ho consumati indarno,
che si poteano impiegar in quest’uso,
il qual più replicato è più soave! »

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“Apollo e Dafne” Di Jakob Auer – giulio (dottorpeni) / https://www.flickr.com/photos/30291593@N00/976790518/ March 16, 2005, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5247298

Dafne riporta la sua esperienza: all’inizio anch’ella sentiva sdegno e vergogna di fronte a coloro che provavano amore per lei, infine però fu lei stessa ad essere vinta da questo sentimento. Dunque Dafne non si spiega da dove nasca l’odio di Silvia per il pastore Aminta, figlio di Silvano. L’amica spiega così ciò che prova:

Silvia– Faccia Aminta di sé e de’ suoi amori
quel ch’a lui piace: a me nulla ne cale,
e, pur che non sia mio, sia di chi vuole:
ma esser non può mio s’io lui non voglio;
né s’anco egli mio fosse, io sarei sua.

Dafne– Onde nasce il tuo odio?

Silvia– Dal suo amore.

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“Ninfa 1”, Silvia Ridolfi, 2017, Acquerello 35 x 55 cm

ATTO PRIMO, SCENA SECONDA – Aminta e Tirsi

Come afferma Tirsi, amico di Aminta, l’amore si nutre di lacrime:

Pasce l’agna l’herbette, il lupo l’agne,

Ma il crudo amor di lagrime si pasce,
Nè se ne mostra mai satollo.

Aminta racconta a Tirsi di aver conosciuto Silvia da bambino e aver cacciato a lungo con lei; ad un tratto però si era accorto di provare un “incognito affetto” che lo spingeva a cercare sempre la compagnia della ninfa:

Sospirava sovente, e non sapeva
La cagion de’ sospiri.
Così fui prima Amante, ch’intendessi,
Che cosa fosse Amore.

Aminta racconta che un giorno grazie alla sua bocca e ad alcune magiche parole Silvia fece passare all’amica Fillide il dolore per una puntura d’ape. Aminta volle quindi avere un bacio dalla sua bella e perciò finse di essere stato punto da un’ape sul labbro.

Un giorno Aminta decise di dichiarare apertamente il suo amore, ma la reazione della ninfa non fu incoraggiante:

Silvia, le dissi, io per te ardo, e certo
Morrò se non m’aiti. A quel parlare
Chinò ella il bel volto, e fuor le venne
Un’improviso, insolito rossore,
Che diede segno di vergogna, e d’ira;
Né hebbi altra risposta, che un silentio,
Un silentio turbato, e pien di dure
Minaccie.

Silvia lo evita da quel di’ e Aminta si dichiara disposto a morire pur di suscitare in lei una qualche reazione.

CORO

Nel coro dei pastori si canta la felice età dell’oro, dove tutto nasceva in modo dolce e spontaneo e si agiva liberamente seguendo la norma del “se piace, è lecito”; al contrario l’onore, le regole della vita sociale, ingabbiano i liberi impulsi umani:

Ma sol, perché quel vano

Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice
.

L’onore ha spinto a nascondere la bellezza, a reprimere gli istinti e la ricerca del piacere.

ATTO SECONDO, SCENA PRIMA – Satiro

Un satiro, attratto da Silvia, matura la decisione di usarle violenza. Spiega le sue intenzioni attraverso un monologo.

Satiro in riposo“, copia romana in marmo dall’originale di Prassitele[1]Musei Capitolini – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1226079

ATTO SECONDO, SCENA SECONDA- Dafne e Tirsi

Tirsi parla della naturalezza con cui le donne apprendono l’arte del sembrare belle, del piacere ad altri:

Ma, quale è così semplice fanciulla,

Che, uscita da le fascie, non apprenda
L’arte del parer bella, e del piacere,
De l’uccider piacendo, e del sapere
Qual arme fera, e qual dia morte, e quale
Sani, e ritorni in vita.

Dafne è al contrario molto preoccupata e non crede che sia facile persuadere Silvia; così si esprime poi sulle donne:

Hor, non sai tu, com’è fatta la donna?
Fugge, e fuggendo vuol, che altri la giunga;
Niega, e negando vuol, ch’altri si toglia;
Pugna, e pugnando vuol, ch’altri la vinca.

Dafne consiglia a Tirsi che Aminta si rechi alla fonte di Diana, dove troverà lei stessa e la ninfa Silvia.

ATTO SECONDO, SCENA TERZA –  Aminta e Tirsi

Tirsi spiega ad Aminta che troverà l’amata “ignuda e sola” presso una fonte; la presenza di Dafne con lei sarà positiva e di aiuto. Tirsi convince Aminta, esitante, dicendo che “nulla fa, chi troppe cose pensa”:

CORO

Celebrazione di amore, degno maestro di se stesso. Infatti ad amare non si impara a scuola, ma con l’esperienza.

ATTO TERZO, SCENA PRIMA – Coro e Tirsi

In un confronto con il coro, Tirsi si dice preoccupato che Aminta voglia darsi la morte, vinto dal dolore per l’amore non ricambiato da Silvia, e dall’odio che lei gli dimostra. Tirsi racconta poi la vicenda dell’incontro tra Aminta e Silvia presso la fonte di Diana: la ninfa era stata assalita da un satiro che intendeva usarle violenza. Al suo arrivo, Aminta lo colpisce con un dardo e libera le mani di Silvia, che però non gli dimostra riconoscenza e fugge via.

ATTO TERZO, SCENA SECONDA – Aminta, Dafne e Nerina

Mentre Dafne consola Silvia, sopraggiunge Nerina, una ninfa amica, che si dice foriera di cattive notizie. Silvia è stata assalita da alcuni lupi, e verosimilmente questi l’hanno uccisa. A prova di quanto dice ha condotto con sé il velo di Silvia stessa. Aminta sviene e poi dice di volersi dare la morte.

“Le Nereidi”, Di Gaston Bussière, 1927 – See, for example, http://www.artsheaven.com/nereides.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1738506

ATTO QUARTO, SCENA PRIMA – Dafne, Silvia, Coro

Compare Silvia, che spiega come in realtà sia riuscita a salvarsi;  saputo che Aminta intende uccidersi è colta da pietà e da pentimento per la sua passata crudeltà. Vorrebbe comprare la vita di Aminta con la sua.

ATTO QUARTO, SCENA SECONDA – Nuncio, Coro, Silvia, Dafne

Il nuncio dichiara l’avvenuta morte di Aminta, che si è gettato giù da un precipizio; Silvia ne rimane fortemente impressionata e sembra decisa ad abbandonare anch’essa la vita.

ATTO QUINTO, SCENA PRIMA – Elpino, Coro

Il saggio Elpino dà al coro una bella notizia: la caduta di Aminta non è stata fatale, perché è atterrato in primo luogo su un fascio di erbe, rami e spini. In quel momento sopraggiungono anche Silvia e Dafne, e la ninfa, visto l’innamorato ancora in vita, inizia a baciarne le labbra.

Scena del’Aminta di Tasso in un affresco anonimo cinquecentesco, autore ignoto, Villa Caldogno, Vicenza

CORO

Celebrazione finale dell’amore, che dà dolori ma anche gioie.

Testo originale della favola: WIkisource

GRAMMATICA LATINA

Il participio presente e perfetto in latino: formazione, esempi e caratteristiche

Osserva i seguenti esempi in italiano:

  1. Un rumore assordante mi ha svegliato. •In analisi logica “assordante” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio presente del verbo “assordare”.
  2. I medicinali scaduti sono stati buttati via. •In analisi logica “scaduti” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio passato del verbo scadere.
  3. Il treno proveniente da Roma è in arrivo al binario 5. • «Proveniente» è un verbo; si tratta del participio presente del verbo «provenire», significa: «che proviene».
  4. Risolto quel problema, Luca andò al lavoro. • «Risolto», è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «risolvere», significa: «dopo che quel problema fu risolto».
  5. Lucia si svegliò, spaventata da un rumore. • «Spaventata» è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «spaventare», significa: «poiché era stata spaventata».

Caratteristiche del participio:

•E’ un modo indefinito, cioè non dà indicazioni sulla persona del soggetto.

•Può essere presente o passato.

•Partecipa alle proprietà del verbo e a quelle del nome e dell’aggettivo (i latini lo chiamano «participium»).

•In italiano il participio presente per lo più ha funzione di aggettivo, mentre il participio passato ha valore di verbo con maggiore frequenza. Inoltre il participio passato si usa per formare i verbi alla diatesi passiva e per i empi composti di forma attiva.

Formazione in latino – participio presente:

•Al tema del presente aggiungiamo il suffisso –NT-; il nominativo è SIGMATICO, con scomparsa consueta della dentale. Si declina come un aggettivo della seconda classe a una uscita.

•1 coniugazione – VOCA– NT –S> VOCANS / VOCANTIS

•2 coniugazione RETINE – NT-S> RETINENS / RETINENTIS

•3 coniugazione CONDE – NT- S> CONDENS/CONDENTIS

•4 coniugazione SENTIE – NT – S> SENTIENS/SENTIENTIS

•VERBI IN –IO CAPIE-NT-S> CAPIENS/CAPIENTIS

  • L’ablativo singolare è in –I quando il participio ha funzione di aggettivo
  • L’ablativo singolare è in –E quando il participio ha funzione verbale
  • Il participio presente ha significato attivo, è proprio di tutti i verbi, transitivi e intransitivi (tranne di SUM)
  • Esprime un rapporto di contemporaneità rispetto all’azione del verbo nella sovraordinata •Traduzione in italiano: participio presente, frase relativa, o gerundio presente. •ES. VOCANS: chiamante, che chiama/chiamava, chiamando.

ESEMPI:

•Est lex nihil aliud nisi recta ratio imperans honesta (Cic) • “La legge non è nient’altro che una giusta regola che comanda ciò che è onesto”.

•Philippo Pellae hibernanti Aetolorum defectio nuntiata est (Liv) • “A Filippo che svernava a Pella fu annunciata la ribellione degli Etoli”.

Formazione in latino – participio perfetto:

•Al tema del SUPINO si aggiungono –US/-A/-UM. Si declina come un aggettivo della prima classe. I verbi privi di supino non hanno il participio perfetto.

•1 coniugazione VOCAT- US/A/UM

•2 coniugazione RETENT- US/A/UM

•3 coniugazione CONDIT-US/A/UM

•4 coniugazione SENS-US/A/UM

•VERBI In –IO CAPT-US/A/UM

  • Il p. perfetto esprime un valore di ANTERIORITA’ rispetto all’azione della sovraordinata
  • Il p. perfetto dei verbi attivi ha significato PASSIVO (solo i verbi TRANSITIVI LO HANNO, quelli intransitivi lo hanno solo per formare il passivo impersonale es. perventum est – si giunse)
  • Si traduce usando il participio passato, una frase relativa o il gerundio passato.
  • ES: VOCATUS: chiamato, che è/era stato chiamato, essendo stato chiamato.

ESEMPI:

•Locum reperit egregie natura atque opere munitum (Ces) • “Trovò un luogo ben difeso dalla natura e dalle opere di fortificazione.”

•Militiadis auctoritate impulsi Athenienses copias ex urbe eduxerunt (Nep) • “Spinti dall’autorità di Milziade, gli Ateniesi condussero le truppe fuori città.”

STORIA ANTICA

Caratteri e meraviglie dell’età ellenistica

•Età ellenistica: 323 a.C – 31 a.C

Il termine “ellenismo” indica la fase successiva alla morte di Alessandro Magno. E’ stato coniato dallo storico J. Droysen. In greco ‛Ελλάς, cioè Ellas/Ellade, è la terra degli Elleni (“Ελληνες).

Nella fase ellenistica si assiste alla diffusione della cultura e della lingua greca nei territori dell’impero creato dal sovrano macedone Alessandro Magno. I successori dell’imperatore divisero l’impero in tanti regni.

I regni ellenistici

Caratteri dei regni ellenistici

  • TERRITORIO: Regni formatisi sui territori dell’ex impero di Alessandro.
  • ISTITUZIONI: Monarchie coadiuvate da funzionari Greci e Macedoni.
  • POLITICA ESTERA: Ogni stato difende la propria indipendenza.
  • ECONOMIA: Frequenti scambi commerciali, aumento della circolazione monetaria; i sovrani controllano la produzione e le esportazioni dei beni. Notevole pressione fiscale. Impoverimento delle masse contadine. Distribuzioni gratuite di cibo da parte dei re.
  • SOCIETÀ: Multietnica, classe dirigente formata da Greci.
  • RELIGIONE E CULTURA: Politeismo con influsso delle religioni orientali; la religione si riduce a una dimensione personale e interiore.
  • LINGUA: Greco come lingua ufficiale  di commercianti e funzionari.

Il greco

La riorganizzazione del potere e degli Stati nell’area greco-orientale ebbe conseguenze sul piano culturale; il greco divenne la lingua comune (koinè) della classe dirigente, dei commercianti, degli uomini di cultura, una lingua ufficiale e universale parlata dal Mediterraneo all’Oriente.

La diffusione del greco omogeneizzò i popoli e facilitò la comunicazione; le aristocrazie orientali si interessarono alla cultura filosofica e letteraria della Grecia classica. I Greci vennero influenzati dall’incontro con le civiltà orientali, in ambito sia politico sia religioso.

Il faro di Alessandria

Fu il re Tolomeo I a farlo innalzare su una piccola isola, Pharos, situata davanti al porto di Alessandria d’Egitto. I lavori durarono vent’anni, e nel 280 a.C. fu inaugurato il primo faro della storia: il Faro di Alessandria.

Con i suoi 130 metri d’altezza, il Faro di Alessandria era l’edificio più alto del mondo dopo le piramidi. Alla sommità un grande fuoco, potenziato da un gioco di specchi, poteva essere visto dalle navi in arrivo fino a 55 km di distanza.

La biblioteca di Alessandria d’Egitto

I sovrani diedero impulso e sostegno alla ricerca in tutti i campi scientifici. Ad Alessandria il re Tolomeo II Filadelfo fondò il Museo (280 a.C), un edificio in onore delle Muse dove giunsero letterati, filosofi, artisti e scienziati da ogni parte del continente. Nel museo vi era una grande Biblioteca, che contenne fino a 700,000 volumi e offrì una sistemazione dei testi greci e una classificazione dei saperi per soggetto.

Vi fu una notevole diffusione del libro, quindi alla cultura orale si sostituì la scrittura: il testo e la parola della poesia divennero più ricercati, rivolti a cultori raffinati della materia.

La nuova biblioteca

La nuova biblioteca di Alessandria

Inaugurata nel 2002, si tratta di un edificio la cui forma sembra un enorme cilindro inclinato verso il mare. Su 85,000 metri quadrati si trovano sale di consultazione, un istituto per la consultazione e il restauro dei libri antichi, una biblioteca per l’infanzia, un museo della scienza, una scuola d’informatica e 600 computer con cui si può accedere in formato digitale ai testi antichi.

La filologia; la traduzione della Bibbia

L’attenzione al testo scritto spinse i grammatici alessandrini ad approfondire le conoscenze sulle opere del passato; ebbe origine la filologia, la disciplina che ricostruisce e commenta i testi scritti dal punto di vista linguistico. Ad Alessandria vennero tradotti i libri dell’Antico Testamento in greco, garantendo la diffusione dell’ebraismo in tutta l’area greco-orientale. La traduzione fu realizzata dai «Settanta», ovvero 70 dotti ebrei incaricati della traduzione per conto del sovrano Tolomeo II. I testi venivano redatti su rotoli di papiro fino al I secolo a.C, quando poi venne usata la pelle di animale sbiancata (questa tecnica sarebbe nata a Pergamo, da lì il termine pergamena).

Individualismo e religione

Sul piano religioso i sentimenti e le paure individuali, le ansie procurate dagli interrogativi sulla morte o sulla vita spinsero alla ricerca di nuove esperienze. Il rapporto col divino divenne più privato e personale, slegato dalla dimensione ufficiale e civica della tradizione greca; alcuni trovarono risposta nella magia, nell’astrologia e nelle religioni orientali, in una mescolanza di pratiche religiose.

Si parla di sincretismo religioso: si individuarono aspetti comuni in culti diversi, sia greci sia orientali, e si arrivò ad unificarli; ad esempio si fusero il culto di Demetra e quello di Iside.

Macchine stupefacenti

Nell’ambito della poliorcètica, ovvero l’arte di espugnare le città, furono inventate nuove armi, tra cui la helèpolis, ovvero la «macchina conquistatrice di una città», un’enorme torre alta 40 metri e montata su una piattaforma mobile. Occorrevano 3000 uomini per manovrarla. Furono inventate e realizzate varie armi, come la catapulta o arieti giganteschi.

Hèlepolis
catapulta - Wikizionario
Copia di antica catapulta –
CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=219437

Bibliografia:

AA.VV., La tela di Penelope 1, Editrice La scuola, 2020.

Bettini, Lentano, Puliga, Il fattore umano 1, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 2015.

SAGGISTICA

“Per scrivere bene imparate a nuotare”

Giuseppe Pontiggia è l’autore di trentatré conversazioni sulla scrittura, pubblicate su due riviste negli anni Novanta, e di quattro lezioni sul medesimo tema. Mondadori ha raccolto questi interventi in un unico volume dal titolo “Per scrivere bene imparate a nuotare”, edito nel febbraio 2020.

Pontiggia ritiene che non si nasca scrittori, ma che lo si diventi “dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti”.

Ecco in sintesi alcune delle osservazioni e dei suggerimenti per scrittori in erba che l’autore enuncia nella sua intervista:

  • Se si chiede consiglio a parenti e conoscenti quando si scrive, occorre fidarsi più delle critiche che dei complimenti.
  • Lo scrittore ha il compito di scoprire, di dire qualcosa di nuovo evitando la banalità; deve inoltre essere sincero.
  • Lo scrittore deve leggere molto per evitare di imitare pedissequamente. Bisogna apprendere più linguaggi per trovare il proprio.
  • E’ opportuno attingere all’esperienza e alla memoria, ma non basta. Il lavoro di rielaborazione, tecnica e invenzione è necessario, per esprimere con precisione un pensiero o un’emozione così da interessare il lettore.
  • Pertanto l’ispirazione deve sempre fare i conti con la tecnica; sono due elementi complementari.
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  • La retorica, ovvero la rhetoriké téchne, la tecnica del parlare in modo efficace, è importante; serve a trovare le idee e ad esprimerle più efficacemente. Aiuta anche l’ispirazione.
  • L’ispirazione può aiutare a superare problemi tecnici, e la tecnica, inclusa la retorica, può agevolare l’ideazione. La tecnica aiuta a risolvere i problemi veri e a non crearsene di immaginari. Ad esempio alcuni autori si pongono subito il problema del nome da dare ai personaggi, della loro descrizione psicofisica, ma non sanno che in realtà il testo funziona anche senza questi elementi, non sono sempre indispensabili e non vanno subito definiti.
  • Gli antichi Greci credevano che l’ispirazione provenisse dall’esterno, fosse un elemento religioso scaturito dalle Muse, figlie della memoria. Oggi abbiamo interiorizzato le Muse, anche se continuiamo a credere che l’ispirazione ci provenga dall’esterno.
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  • Non esiste in un romanzo una trama di cui si possa parlare in termini oggettivi, la trama vera è il testo. Quando si riassume una trama spesso si fraintendono i contenuti.
  • Per scrivere bisogna immaginare, non basta ricordare, anche se l’immaginazione può elaborare dei ricordi. Memoria e immaginazione lavorano dunque insieme.
  • L’arte crea la bellezza.
  • L’artista dovrebbe creare qualcosa di accattivante e coinvolgente per il lettore; non sempre aderire fedelmente alla realtà, assecondando il cosiddetto pregiudizio realistico, è una buona idea: il risultato potrebbe essere noioso.
  • La retorica serve all’efficacia dell’espressione, in particolare perché insegna due strategie: l’antitesi e la capacità di giocare con il linguaggio.
  • La retorica in quanto tecnica, ars, aiuta la naturalezza della scrittura, che appunto non è un fatto spontaneo, ma meditato. Si potrebbe dire che scrivere sia come nuotare: non viene spontaneo, ma è necessario imparare una tecnica.
  • Certo non bisogna esagerare con le strategie retoriche, ma badare soprattutto ai significati che vogliamo trasmettere.
  • La scelta di un solo avverbio sbagliato può alterare il significato di una frase e diminuirne l’efficacia espressiva.
  • Sono pochi gli scrittori che hanno approfondito lo studio della retorica, e che ne hanno una conoscenza sistematica e storica; invece la hanno assimilata attraverso i modelli e gli esempi.
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  • Quando si sceglie un nome per un personaggio è opportuno che sia adeguato al contesto; ad esempio, a meno che non si voglia ottenere effetti grotteschi, inutile dare un nome aristocratico a personaggi umili. Certo talvolta gli autori scelgono con cattivo gusto assecondando il cattivo gusto dei lettori, e quindi la scelta appare funzionale.
  • Ci sono nomi molto evocativi; ad esempio se Dante avesse chiamato Piccarda “Adalgisa” forse non avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Anche i nomi sono portatori di un significato, persino le vocali possono modificarlo. Ad esempio una persona in carne forse non sceglierebbe per sé il nome “Pik”, ma preferirebbe “Pok”.
  • Come l’avverbio, anche l’aggettivo va ben ponderato; a volte meglio toglierlo, altre ne servono diversi per ottenere l’effetto desiderato. Inoltre è bene pensare se l’aggettivo dapprima funziona nel suo senso letterale, per poi capire se è efficace la sua trasposizione metaforica; dire che uno stile è “graffiante” è meno adeguato che definirlo “incisivo”, “tagliente”, “penetrante.
  • Fondamentare è evitare frasi fatte e luoghi comuni; ad esempio “su questo argomento scorrono fiumi d’inchiostro” contiene un’immagine goffa, perché l’inchiostro non scorre a fiumi, non lo si versa e non si usa più da decenni.
  • I best-seller, a prescindere dal loro valore letterario, non seguono la moda, la creano, perché introducono qualcosa di nuovo.
  • L’incipit deve suscitare interesse e curiosità prima di tutto in chi lo scrive, altrimenti significa che non si sta scoprendo niente ma replicando qualcosa di già noto.
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L’autore riassume i suoi precetti in quattro lezioni:

Lezione 1: a scrivere bene si può imparare. Non si nasce scrittori, lo si diventa dopo un lungo tirocinio.

Lezione 2: per scrivere bisogna pensare. Non basta aver vissuto una storia avventurosa, è necessario inventarla, trovarla sulla pagina scritta, dal latino “invenire”, trovare. Le migliori idee nascono a tavolino.

Lezione 3: è impossibile trascrivere quello che uno dice. Parlare e scrivere sono due azioni diverse che hanno in comune la parola L’oralità è linguaggio della parola e del corpo, ovvero del tono, delle pause, dei gesti, dello sguardo; importante è anche lo sfondo, l’ambientazione del dialogo

Lezione 4: per alcuni studiosi americani l’incidenza della parola in un discorso è del 7 per cento; il resto è tono, sguardi, gesti, simpatia, sfondo ecc. Parlare non dovrebbe essere ripetere, dovrebbe invece significare scoprire in quel che si dice qualcosa che si è vissuto, o si pensa o si prova. Allo stesso modo, scrivere non è trascrivere, ma scoprire, inventare qualcosa che il testo svela, piano piano.

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LETTERATURA LATINA

Le usanze dei Germani (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, VI, 22)

Cesare descrive usi e costumi dei Germani.

Agri culturae non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Non habent agri modum certum aut fines proprios, sed principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum agrum adtribuunt numero aptum et, anno post alio, mutare sedem cogunt. Eius rei multae indicantur causae: ne, adsidua consuetudine capti, studium belli agri culturā commutent; ne latos fines parare studeant neve principes ex possesionibus humiles expellant; ne, contra frigora atque aestus, firmas casas aedificent; ne augeatur pecuniae cupiditas et eā causā factiones dissensionesque in civitate erumpant; ut animi aequitate principes contineant plebem, videntem opes suas cum illis aequari. Civitatibus summa laus est habere circum se solitudines: hoc proprium virtutis existimant, non concedĕre aliis ut apud se consistant.

Non si occupano dell’agricoltura, e la gran parte del loro cibo è composto da latte, formaggio e carne. Non hanno una misura fissa di campi o territori propri, ma i nobili ogni anno assegnano alle famiglie e ai parenti di uomini un terreno adatto al numero e, anno dopo anno, costringono a cambiare sede. Sono indicate molte cause di questo fatto: affinché, presi da costante abitudine, non cambino con l’agricoltura l’impegno della guerra; affinché non si impegnino per ottenere territori ampi o i principi non estromettano gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili, contro il freddo e il caldo; affinché non aumenti il desiderio di denaro e per questo motivo esplodano fazioni e discordie in città; affinché i nobili contengano con l’equità d’animo la plebe, che vede pareggiare le proprie ricchezze con le loro. E’ motivo di molta lode per i cittadini avere intorno a sé solitudine: reputano questo proprio del valore, non concedere agli altri di fermarsi presso di loro.

Rappresentazione pittorica di un assalto di popolazioni germaniche all’esercito romano. Di Otto Albert Koch – http://www.lwl.org, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6381946
LETTERATURA LATINA

Le navi romane contro l’alta marea (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, IV, 29)

Cesare tenta una spedizione in Britannia, ma le sue navi, ancorate alla costa, sono sorprese dall’alta marea.

Eadem nocte luna plena erat, quae maritimos aestus magnos in Oceano efficĕre consuevit, nostrisque id erat incognitum. Ita uno tempore et longas naves, quas Caesar in aridum subduxerat, aestus complebat, et onerarias, quae ad ancoras erant deligatae, tempestas adflictabat, neque Romani ullo modo aut naves administrare aut laborantibus auxilium ferre valebant. Multis navibus fractis, quia reliquae, funibus, ancoris reliquisque armamentis amissis, ad navigationem inutiles erant, totus exercitus magna perturbatione captus est. Neque autem exercitum in Galliam reducere debebat quod frumentum in his locis in hiemem provisum non erat.

Nella stessa notte la luna era piena, la quale era solita creare alte maree sull’Oceano, e questo fatto era sconosciuto ai nostri. Così allo stesso tempo sia la marea riempiva le navi lunghe che Cesare aveva tratto sulla terra, sia la tempesta percuoteva le navi da carico che erano state legate alle ancore, né i Romani in alcun modo riuscivano a governare le navi o a portare aiuto a quelle in difficoltà. Dopo la distruzione di molte navi, poiché le altre, essendo state perse funi, ancore e altri armamenti, erano inutili alla navigazione, l’intero esercito fu colto da grande turbamento. Né infatti c’erano altre navi per i soldati e molti strumenti, che erano per uso delle imbarcazioni, erano stati distrutti. Tuttavia Cesare doveva riportare l’esercito in Gallia poiché in questi luoghi in inverno non era stato procurato il frumento.

ANALISI:

Eadem nocte: complemento di tempo;

quae: pronome relativo femminile singolare nominativo (antecedente: luna);

maritimos aestus: accusativo plurale maschile – maritimos può essere sottinteso, l’espressione indica l’alta marea;

efficĕre: infinito dipendente da consuevit;

ferre: infinito del verbo “fero”;

Multis navibus fractisamissis: ablativi assoluti;

magna perturbatione: ablativo di causa efficiente;

in his locis: complemento di stato in luogo;

provisum non erat: piuccheperfetto passivo, terza persona singolare.

Cesare in Britannia – INTERFOTO / History

STORIA MODERNA

Ludovico Ariosto, il suo tempo e i rapporti con la corte d’Este

Il 1494: la discesa in Italia di Carlo VIII

Nel 1494 Ludovico Ariosto, appartenente ad una nobile famiglia bolognese che da lungo tempo si trovava a Ferrara al servizio degli Estensi, interrompeva gli studi di diritto per dedicarsi all’approfondimento dei suoi interessi letterari. Pare che nel 1494, il poeta scrivesse, ispirandosi ad Orazio, un’ode latina dal titolo Ad Philiroen:

Che cosa appresti Carlo colle navi e coi cavalli delle Gallie, minacciando rovina alle torri d’Italia col furore tremendo dei guerrieri crudeli; e ancora, come cerchi di provvedere a sé il suo nemico, di questo non mi tocchi alcun pensiero, mentre giaccio sotto un albatro, al murmure di una cascatella; e intanto le bionde messi affaticano Coridone gagliardo. O Filiroe, se vuoi, come più volte mi dicesti, che io ricambi il tuo amore, fa che le tempie del tuo amante, umide di vino, cinga una ghirlanda screziata di fiori purpurei, che tu abbia intrecciato colle candide mani, e meco, stesa su queste zolle, canta soavemente al suono della cetra.

Il Carlo menzionato da Ariosto è Carlo VIII; anche se viene inserito nella stilizzazione di un esercizio letterario, tuttavia appare significativo che il soggetto del vocativo sia proprio il re di Francia, che è descritto mentre si sta preparando a calare in Italia, minacciando rovina alle torri ausonie. Nella prima stesura di questa ode, intitolata De vita quieta ad Philiroen, il poeta inveiva anche contro i miseri, quibus vesana mens est vendere sanguine mauro suum: ovvero contro coloro che nutrono il pensiero insano di vendere a prezzo il loro sangue, i mercenari. Il poeta, seguendo certo un motivo classico, afferma di non voler essere toccato dal pensiero della preparazione di questi eventi bellici.

Carlo VIII a cavallo, “en imperant roy”, circa 1495-98 -Di Sconosciuto – Questa immagine è resa disponibile dalla biblioteca digitale Gallica con il numero identificativo di btv1b8426259s/f15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76552837

Quale era la situazione dell’Italia nel Quattrocento? Mentre gli stati esteri, come Francia, Inghilterra e Spagna, avevano iniziato quel processo di unificazione territoriale che li aveva portati alla formazione di grandi monarchie nazionali, in Italia trionfava il principio dell’equilibrio tra i principali Stati regionali (ducato di Milano, repubblica di Venezia, repubblica di Firenze, Stato pontificio e regno di Napoli). La penisola versava, al di là degli splendori dell’arte rinascimentale, in uno stato di profonda crisi, la quale aveva diverse sfaccettature. Era infatti:

  • Una crisi morale: la civiltà del Rinascimento aveva preso le distanze dallo spiritualismo di origine medievale, ed esaltava valori antitetici a quelli del passato (si pensi all’individualismo, al libertinismo delle corti ecc.);
  • Una crisi politica: in realtà il sistema dell’equilibrio inaugurato con la pace di Lodi aveva reso centrale, agli occhi dei principi, l’attività diplomatica, e li aveva condotti a sottovalutare l’importanza delle capacità militari;
  • Ne consegue una crisi militare: eccettuata Venezia, gli altri Stati disponevano solo di poche migliaia di mercenari, ed erano indietro rispetto agli altri paesi nella tecnica militare;
  • Crisi economica: l’espansione ottomana aveva reso pericolose le vecchie rotte per le Indie, danneggiando l’economia italiana; ben presto l’apertura delle rotte atlantiche l’avrebbe compromessa definitivamente.

Esisteva una sostanziale diffidenza tra Stati e una scarsa dialettica politica anche all’interno di un medesimo Stato, per cui il confronto delle posizioni assumeva spesso il carattere della congiura. Si susseguirono congiure (la più rilevante è quella dei Pazzi a Firenze) e guerre, tra cui il conflitto scatenato da Venezia per impadronirsi del Ducato estense di Ferrara, feudo del papa. A Venezia si opposero Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Mantova, per cui la guerra di Ferrara si concluse con la pace di Bagnolo, con la quale Ferrara restava indipendente, ma cedeva a Venezia il Polesine. La morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico determinava la scomparsa del principale protagonista della politica dell’ “equilibrio”.

Nel 1476 una congiura nobiliare a Milano si era conclusa con l’uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza a cui era succeduto il figlio Gian Galeazzo II; tuttavia il vero detentore del potere era suo zio Ludovico il Moro, che lo teneva in una condizione di emarginazione rispetto agli affari del governo, suscitando la reazione del suocero di Gian Galeazzo stesso, il re di Napoli Ferrante; poiché la figlia di Ferrante e Gian Galeazzo avevano avuto un figlio, il re di Napoli poteva avere mire giustificate verso il ducato di Milano. Per contrastare gli Aragonesi, Ludovico il Moro chiamò in soccorso il re di Francia Carlo VIII, sollecitandolo a far valere le pretese angioine sul Regno di Napoli (dal quale gli angioini erano stati cacciati nel 1442). Il re di Francia era il sovrano di uno Stato forte, che si era consolidato ulteriormente assorbendo la Borgogna, i ducati di Angiò e la Bretagna. Il coinvolgimento della Francia nelle questioni italiane rese evidenti la debolezza e la frammentazione politica degli Stati d’Italia, inaugurando un lungo periodo di conflitti tra le potenze europee per il controllo della penisola.

Ludovico il Moro – Di Unknown Master, Italian (active 1490-1520 in Lombardy) – Web Gallery of Art:   Immagine  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1452107

Osserviamo che l’incipit della Storia d’Italia di Guicciardini descrive il periodo successivo al 1494 come tempo di decadenza, segnalando come in effetti anche i contemporanei sentirono l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII come un momento di cesura rispetto al passato. In questi termini parla Guicciardini:

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla […].

Guicciardini sottolinea la responsabilità dei principi nell’intervento delle armi francesi; lo storico aggiunge in seguito che i potenti spesso guardano ai propri desideri del momento, non ricordando che la fortuna è volubile e può cambiare facilmente lo stato di cose. Per la loro eccessiva ambizione e per la scarsa prudenza che li caratterizza dunque provocano ulteriori turbazioni, danneggiando coloro su cui governano:

onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Molto interessante sarà inoltre considerare la descrizione che Guicciardini fa degli anni anteriori al 1494, sottolineando in particolare che l’anno 1490 (si noti che è precedente alla morte di Lorenzo) coincideva con una situazione particolarmente prospera e felice:

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e più felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

Osserviamo dunque la risonanza immediata che ebbe l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII.

Frontespizio di un’antica edizione della Storia d’Italia

Il 1506: la congiura di Giulio e Ferrante contro i fratelli Ippolito e Alfonso d’Este.

Sarà interessante vedere un episodio che coinvolse la famiglia degli Estensi di Ferrara per dare l’idea del clima di intrighi e di rivalità che si respirava a corte. Giulio d’Este era figlio naturale del duca Ercole d’Este, e crebbe alla corte insieme ai fratellastri, i figli legittimi del duca; tra questi erano Alfonso I, successore del padre, e il cardinale Ippolito. Tra Giulio e il cardinale vi furono spesso scontri, per lo più per futili motivi: una contesa per avere al proprio servizio un musicista, la rivalità per ottenere l’amore di Angela Borgia, cugina della celebre Lucrezia. In seguito a questi screzi, Ippolito ordinò ai suoi uomini di assalire il fratellastro e di sfregiarlo; gli scherani del cardinale riuscirono a ferire Giulio agli occhi. Alfonso lasciò Ippolito impunito, e diede alle altre corti un resoconto non del tutto veritiero della vicenda. Se ci fu una formale riappacificazione tra Giulio e Ippolito, questa tuttavia non aveva cancellato il rancore di Giulio verso i fratelli; così egli, spronato dall’altro fratello, Ferrante, che intendeva sostituirsi al Duca, organizzò un complotto, insieme ad altri signori, per eliminare Alfonso ed Ippolito. Il piano fallì, e Giulio trovò protezione presso la corte di Francesco Gonzaga; successivamente, dopo un processo sommario, Giulio, Ferrante e gli altri cospiratori furono condannati a morte per il progetto della congiura. La pena per i due fratelli fu poi commutata nella reclusione a vita. Giulio sarebbe uscito dal carcere nel 1559, ottenendo la grazia dal pronipote Alfonso II d’Este.

Ariosto era divenuto cortigiano stipendiato del duca Ercole I a partire dal 1497; alla morte del padre aveva assunto la tutela dei fratelli minori ed iniziato ad occuparsi dell’amministrazione del patrimonio familiare. Nell’ottobre del 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito come “familiare”, diventando in seguito anche chierico. Al momento della congiura, dunque, Ariosto era stipendiato da Ippolito. La vicenda suggestionò molto il poeta, al punto da spingerlo a scrivere in proposito un’egloga, e a farne menzione all’interno dell’Orlando Furioso, (III, ottave 60-62):

Così con voluntà de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: – Chi son li dua sì tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61
Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sì, che ne pareano schivi. –
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,
e gridò: – Ah sfortunati, a quanta pena
lungo istigar d’uomini rei vi mena!

62
O bona prole, o degna d’Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono;
qui ceda la iustizia alla pietade. –
Indi soggiunse con più basso suono:
– Di ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col dolce in bocca; e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

Osserviamo che la posizione di Ariosto è favorevole ai suoi protettori: infatti il poeta, seppure in modo bonario, sottolinea da un lato la colpevolezza dei congiurati, dall’altro la bontà dei signori Alfonso ed Ippolito.

Ippolito II d’Este 1509-1572- Di Unidentified painter – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8597764
  1. Ariosto e gli incarichi ufficiali. Francia e Spagna alla conquista dell’Italia

In quanto familiare di un cardinale, toccarono ad Ariosto numerosi incarichi pubblici e missioni diplomatiche. Questo lo rendeva certo un personaggio attivo, da un punto di vista politico, anche se le sue attività al servizio degli Estensi contrastavano con la sua indole di scrittore, naturalmente tesa alla solitudine e alla riflessione; la vita “attiva”, insomma, limitava il tempo di quella “contemplativa”, impedendo a volte al poeta di compiere progressi nella stesura del suo capolavoro, l’Orlando furioso, iniziato nel 1505.

Ariosto compie varie missioni diplomatiche presso il papa Giulio II nel quadro delle guerre che vedono impegnati gli Estensi contro Venezia. La prima risale al luglio 1509, quando si reca a Roma per perorare la causa dei propri signori, accusati di essere troppo riverenti verso Luigi XII di Francia; nel dicembre dello stesso anno il poeta dovrà tornare dal papa a chiedere il soccorso delle truppe pontificie per la guerra in corso contro i veneziani. Di una battaglia contro Venezia, in cui pare che il cardinale Ippolito si fosse distinto, ci parla anche Ariosto in una ottava del Furioso (XXXVI, ottava 2),:

Di cortesia, di gentilezza esempi

fra gli antiqui guerrier si vider molti,

e pochi fra i moderni; ma degli empi

costumi avvien ch’assai ne vegga e ascolti

in quella guerra, Ippolito, che i tempii

di segni[1] ornaste agli nimici tolti,

e che traeste lor galee captive

di preda carche alle paterne rive.

Ariosto, tornato a Ferrara, dovette presto ripartire alla volta di Roma per calmare l’ira di Giulio II causata anche dal proseguimento, da parte degli Estensi, della guerra contro Venezia, con la quale il papa stesso aveva invece ratificato la pace. Ancora nel 1510, come ci racconta Ariosto nella Satira I (v. 153), Ippolito lo inviò per ben due volte a placare la grande ira di Secondo; il contrasto della casa d’Este con il papa diverrà poi insanabile nel 1512. L’elezione di papa Leone X, seguita alla morte di Giulio II, portò gli Estensi a sperare in un miglioramento dei rapporti con la corte pontificia e Ariosto a confidare di ottenere un ufficio che gli concedesse maggiore tranquillità per i propri otia letterari.

Finalmente, nel 1516, comparve a stampa la prima edizione del Furioso contenente la seguente dedica nel primo canto:

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Orlando Furioso canto 34, edizione del 1565 di Francesco Franceschi. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=661282

Nonostante la dedica e l’esaltazione di Ippolito, questi non si profuse in lodi, e anzi, di fronte al rifiuto del poeta di seguirlo in Ungheria nel 1517 pensò bene di licenziare Ariosto. Il poeta descrisse diffusamente nella Satira I, indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, le ragioni del suo diniego, legate a motivi familiari e di salute. La satira II al fratello Galasso, quasi contemporanea alla prima, testimonia il difficile momento economico in cui si trova il poeta, privato dal cardinale di alcuni benefici.

La situazione migliora quando, a partire dal 1518, Ariosto entra a far parte dei salariati del duca Alfonso come familiare; dopo un periodo di relativa tranquillità la situazione per l’Ariosto si complicò nuovamente in seguito alle nuove guerre che coinvolsero la casa d’Este contro le truppe di Leone X, che premevano alle porte di Ferrara: Alfonso fu costretto a sospendere lo stipendio ad Ariosto e ad altri cortigiani, fino a che la morte del papa non permise al Duca di riconquistare tutti i territori perduti. Nel 1522 Alfonso nominò Ariosto commissario della Garfagnana, espediente che gli consentiva di demandare a quella provincia l’onere del suo pagamento e di assegnare ad un uomo di fiducia il controllo di un’area turbolenta e infestata dai briganti come la Garfagnana stessa. Di questo periodo difficile, di lontananza dall’amata Alessandra Benucci e di impossibilità di impiegare il suo tempo nella scrittura creativa, Ariosto ci parla in una satira, la IV (1523).  In questa satira la Garfagnana viene descritta come un luogo ostile, impraticabile, abitato da un gregge irrequieto; vediamo qualche verso:

Questa è una fossa, ove abito, profonda,

donde non muovo piè senza salire

del silvoso Apennin la fiera sponda.

O stiami in Ròcca o voglio all’aria uscire,                     145

accuse e liti sempre e gridi ascolto,

furti, omicidii, odi, vendette et ire;

sì che or con chiaro or con turbato volto

convien che alcuno prieghi, alcun minacci,

altri condanni, altri ne mandi assolto;                           150

ch’ogni dì scriva et empia fogli e spacci

al Duca or per consiglio or per aiuto,

sì che i ladron, ch’ho d’ogni intorno, scacci.

La Garfagnana era una regione di frontiera, sita in una posizione impervia, e caratterizzata da frequenti conflitti tra fazioni (ad esempio, tra quella filo fiorentina e quella filo estense), da un continuo alternarsi di giurisdizioni diverse (dagli Este, al Papa, a Firenze) e da un banditismo endemico. Le parole di Ariosto dimostrano come dovesse essere complesso governare una regione selvaggia per un “amministratore” del tempo. Possiamo immaginare che il poeta riuscì a portare a termine il suo incarico grazie alla propria capacità oratoria e diplomatica, e grazie all’arte scrittoria: la scrittura era infatti il mezzo che gli consentiva di tenersi in contatto con le autorità centrali e di chiedere eventualmente il loro aiuto.

Tabula Peutingeriana: Pars IV – Segmentum IV; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa Lucca Luni, il nome Sengauni e, poco sotto, il Foro Clodi posto a XVI miglia romane da Luni; il tratto Pisa Luni non è ancora collegato – CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2453133

Finalmente, dopo essersi distinto per il suo buon governo, ad Ariosto fu consentito, nel 1525, di ritornare a Ferrara, dove visse in un relativo benessere economico presso la contrada Mirasole. Poiché si era conquistato stima e rispetto come amministratore e come letterato, la corte estense, da allora in avanti, richiese ad Ariosto solo incarichi di rappresentanza e l’accompagnamento del duca in alcuni viaggi. Fu questa una fase di produzione letteraria ampia ed abbondante.

Abbiamo visto un esempio della vita di un letterato cortigiano: Ariosto visse sempre un conflitto tra le esigenze di quella tranquillità necessaria a coltivare la sua vena creativa, e le condizioni materiali ed economiche della vita di corte. Solo col tempo riuscì ad acquistare una certa autonomia. La biografia del poeta si intreccia con eventi storici di assoluto rilievo.

La corte e l’artista.

Il legame di Ariosto con la corte non fu, pertanto, un caso isolato. L’artista e il letterato in epoca rinascimentale si ponevano spesso sotto l’ègida di un protettore, per ricavarne sostegno economico, e d’altro canto anche il signore aveva bisogno dell’artista, per varie ragioni. In primo luogo per comunicare all’esterno il proprio status sociale, la propria ricchezza, per dare insomma segni tangibili del proprio potere. La bellezza delle opere d’arte che il signore commissionava accresceva la magnificenza e lo splendore del palazzo, e gli elogia poetici esaltavano la grandezza della casata, eternandola.

Ma cosa è la corte? Essa è il luogo in cui risiede un principe o un re. Tuttavia il senso è anche figurato, in quanto la corte è anche la familia del sovrano, ovvero l’insieme dei funzionari, dei gentiluomini, dei servi, dei consiglieri politici al suo servizio. Il numero dei cortigiani poteva essere anche molto consistente: ad esempio ben 2000 persone risiedevano presso la corte pontificia di papa Leone X.

Andrea Mantegna, La camera degli sposi – Di see filename or category – http://www.wga.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9049624

La corte poteva essere anche itinerante, perché il sovrano poteva aver bisogno di essere visto dai suoi sudditi e di conoscere il suo regno. Gli uomini che abitavano il palazzo del principe svolgevano molti ruoli: cuochi, siniscalchi, coppieri, sguatteri, giardinieri ecc. Al primo posto nella scala gerarchica erano gli aristocratici, e tra questi e i servitori esisteva un gruppo intermedio composto da amministratori, giudici e politici. Gli accompagnatori prediletti del principe erano i cosiddetti “favoriti”, che risiedevano nelle stanze private del sovrano ed avevano con lui un rapporto diretto, più informale rispetto alla norma delle relazioni instaurate a corte, caratterizzate da rituali cristallizzati. Con il tempo alcune corti si ampliarono a spese di altre, fatto, questo, sintomatico della progressiva centralizzazione del potere.

L’importanza della figura dell’uomo di corte emerge vivissima nel saggio sugli usi e costumi del perfetto cortigiano, Il cortegiano, di Baldassarre Castiglione (1528): per Castiglione, è necessario in primo luogo piacere al principe, distinguendosi nell’arte della conversazione. La partecipazione alla vita di corte comporta la necessità di seguire le regole di un comportamento educato e corretto: cortesia è la parola che indica i comportamenti che contraddistinguono le azioni di un aristocratico, e proprio in epoca rinascimentale vedono la luce molti manuali di buone maniere, il più noto tra i quali è certamente il Galateo di Giovanni della Casa (1558).

A corte furono anche molti artisti, che cercavano di ottenervi una posizione di rilievo; si trattava di musicisti, pittori, letterati ecc. Pittori e scultori potevano scegliere in realtà di lavorare nelle loro botteghe su commissione di clienti: questa condizione consentiva loro una maggiore libertà, anche di evitare incarichi non graditi, ma determinava una situazione economica più precaria. Viceversa, scegliendo la vita di corte, un artista poteva valersi di maggiori sicurezze economiche e di una posizione socialmente più elevata: questo comportava meno libertà, e più pretese da accontentare. Gli artisti infatti non svolgevano a corte solo quello che rientrava nelle loro specifiche competenze, ma si adattavano a soddisfare le esigenze del principe; ad esempio, a un pittore poteva essere richiesto anche di decorare appartamenti o progettare costumi. La situazione di un letterato non era dissimile: molti non avevano mezzi di sostentamento, e necessitavano di un mecenate che glieli fornisse; in cambio, il poeta doveva tessere le lodi del signore, esaltandolo attraverso poemi epici o mediante liriche di carattere encomiastico. Ad esempio Filelfo scrisse la Sforziade, poema epico dedicato a Francesco Sforza, ma anche Ariosto, come si è visto, disseminava nell’Orlando Furioso riferimenti agli Este, sotto il cui governo dichiarava che sarebbe tornata l’età dell’oro. Anche gli storici erano molto graditi a corte, in quanto conferivano fama ai propri mecenati attraverso le loro opere.

I poeti potevano dover impiegare il loro tempo in occupazioni di tipo pratico, ad esempio talvolta erano incaricati di organizzare feste, di accompagnare il signore in occasione di viaggi, e soprattutto, come abbiamo visto, svolgevano funzione di segretari o diplomatici. Spesso i letterati cortigiani aspiravano anche ad ottenere benefici ecclesiastici, in quanto fonti di reddito più sicure: infatti non sempre il mecenate appariva generoso, come si è visto nel caso di Ariosto, e non era infrequente che alcuni si lamentassero dell’esiguità delle ricompense. Oltre all’Ariosto, altri scrittori si fecero portavoce della critica alla corte, dipinta come luogo di inganni, orgoglio, invidia. Il Piccolòmini scrisse un trattatello sotto forma di carteggio, Le miserie dei cortigiani (1444), in cui racconta proprio dei problemi della vita di corte, lamentando l’ingiustizia dei premi dati a persone di scarso valore, l’instabilità della condizione dell’uomo valente, la perdita dell’autonomia, la mancanza di riservatezza, e i problemi relativi al mangiare, al dormire, alla scarsa igiene.

D’altro canto i letterati non potevano fare a meno di ambire ad un posto a corte, per necessità economiche, per poter dedicare il proprio tempo agli otia letterari, e per ottenere prestigio e fama. Anche quando nacque il mercato letterario attraverso la stampa, la figura del mecenate non decadde del tutto: non era infrequente che gli autori dedicassero un’opera ad un signore per averne un tornaconto economico, e anche gli stampatori potevano necessitare del sostegno di un ricco mecenate.

Per approfondire il tema, si propone la lettura di saggi rilevanti, tra cui: Mecenati e clienti, in Peter Burke, Cultura e società nell’Italia del Rinascimento, Einaudi, 1984, Il cortigiano, in L’uomo del Rinascimento, a cura di Eugenio Garin, Laterza 1988 e L’umanesimo e la corte, in Antonio Piromalli, La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto, Bulzoni, 1975.

[1] Segni vale per “bandiere”.

GRAMMATICA

Come si fa l’analisi del periodo. Vademecum

ANALISI DEL PERIODO

Il periodo è una parte di testo di senso compiuto, formato da una o più proposizioni collegate tra loro. Un periodo termina con un segno forte di punteggiatura: punto fermo, punto e virgola, punto esclamativo o interrogativo. Per fare l’analisi del periodo è necessario individuare i predicati verbali (1 predicato= 1 proposizione).
  • Se il periodo è composto da più proposizioni esse si collegano tra loro mediante:
    • Un segno di punteggiatura (Mi sono stancato: andrò a dormire)
    • Una congiunzione (Vado a dormire perché sono stanco)
    • Un pronome relativo (Non ho trovato il vestito che cercavo)
    • Una preposizione (Sono troppo stanco per riposare bene).
Struttura del periodo: una proposizione può essere principale o secondaria. La principale non dipende da altre frasi e può esistere da sola. E’ autonoma e anche isolata mantiene un significato compiuto. In genere contiene un predicato di modo finito.

Esempio:

“Oggi ho camminato a lungo”.

La secondaria invece dipende dalla frase reggente cui è legata.

“Oggi ho camminato a lungo / e mi sono stancato

Il collegamento tra due proposizioni avviene per coordinazione o per subordinazione.

_ Nel rapporto di coordinazione due proposizioni hanno lo stesso valore sintattico e vengono poste sullo stesso piano. Una coordinata può essere legata sia alla principale che a una subordinata.

ES. “Ti chiamo, / ma non rispondi” (coordinata alla principale)

“Ti ho detto / che è partita / e che non tornerà” (coordinata alla subordinata).

Le coordinate sono introdotte da segni di punteggiatura o congiunzioni.

ES. “Vorrei parlarti: mi serve un consiglio”

“Mangi , bevi e dormi”

“Non ho studiato molto, quindi ho preso un brutto voto”

“Vorrei comprare quel videogioco, però costa troppo”.

_  Nel rapporto di subordinazione due proposizioni hanno un diverso valore sintattico all’interno del periodo e si collegano in ordine gerarchico, in modo da rendere chiari i rapporti logici tra i fatti.

Le subordinate dipendono sempre da una proposizione reggente. I gradi della subordinazione indicano l’ordine gerarchico delle subordinate rispetto alla proposizione principale.

ES. Quando avevo 9 anni/ mi arrampicavo sugli alberi/ per cogliere i mandarini/ che mi piacevano tanto.

LE SUBORDINATE POSSONO ESSERE ESPLICITE O IMPLICITE

 SUBORDINATE ESPLICITE:

  • HANNO IL PREDICATO ESPRESSO IN UN MODO FINITO (INDICATIVO, CONGIUNTIVO, CONDIZIONALE)
  • SONO INTRODOTTE DA UNA CONGIUNZIONE SUBORDINANTE, UN PRONOME O UN AGGETTIVO INTERROGATIVO, UN PRONOME RELATIVO O UN AVVERBIO. ES:

“Sono venuto nonostante sia molto stanco”

“Dimmi chi hai visto”

“Ti racconto quali regali ho ricevuto”

“Ho comprato il vestito che ti piace”

“Ti faccio sapere dove si svolge la festa”

SUBORDINATE IMPLICITE:

  • HANNO IL PREDICATO ESPRESSO IN MODO INDEFINITO (PARTICIPIO, GERUNDIO, INFINITO)
  • LA SUBORDINATA SI UNISCE DIRETTAMENTE ALLA REGGENTE, SALVO NEL CASO IN CUI IL PREDICATO SIA ALL’INFINITO.

ES. “Lucia, arrivata a scuola, si accorse di aver dimenticato il diario”

“Risolvendo il problema, ho meritato un voto alto”

“Mi sento preparato per affrontare una nuova avventura”

“Prima di partire ho fatto la valigia”

LE PROPOSIZIONI SUBORDINATE HANNO LA STESSA FUNZIONE LOGICA DEI COMPLEMENTI.

LE SUBORDINATE COMPLETIVE=completano il significato della reggente

1)SUBORDINATE SOGGETTIVE

Svolgono la funzione di soggetto rispetto al predicato della reggente. È pertanto necessario osservare quest’ultimo per poterle riconoscere.

Le soggettive dipendono da:

  • Verbi e locuzioni impersonali. Es. accade, capita, bisogna, occorre, sembra, pare, conviene, dispiace, basta, importa, interessa – è ora, è tempo, è compito, è dovere, è un piacere – è bello, è brutto, è necessario, è bene, è tanto, è molto, è opportuno, sembra sicuro… “È bene fare sempre i compiti”, “Bisogna che partecipiate anche voi”, “Capita che i bambini prendano la febbre”, “È ora di partire”.
  • Verbi costruiti con il SI passivante come si dice, si crede, si pensa, si teme, si spera. “Si dice che il sindaco si dimetterà”, “Si teme che il fiume rompa gli argini”.

Nella forma esplicita sono introdotte dalla congiunzione CHE (es. “è chiaro che il responsabile sei tu”).

Nella forma implicita la soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione DI (es. “Bisogna avvertire Paolo”).

2)SUBORDINATE OGGETTIVE

Le oggettive svolgono la funzione di complemento oggetto rispetto al predicato della reggente, che è costituito da verbi usati in forma personale, ovvero provvisti di soggetto.

Le oggettive dipendono da:

  • Verbi di tipo enunciativo-dichiarativo. Es. dire, affermare, proclamare, comunicare, informare, rivelare, raccontare, riferire, promettere, scrivere, telegrafare, telefonare, rispondere, negare. “Ti comunico che il sindaco arriverà domani”, “Lara nega che Luca sia con lei”.
  • Verbi che indicano percezione o ricordo. Es. vedere, sentire, udire, percepire, accorgersi, degnarsi, rifiutarsi, capire, dimenticare. “Vedo che Angela è al mare”, “Anna si accorse che il gatto era sparito”, “Tiziano si è degnato di farmi uno squillo”.
  • Verbi o locuzioni composte dal verbo essere+ aggettivo, indicanti opinione, giudizio, sospetto ecc. Es. credere, ritenere, giudicare, supporre, essere conscio, convinto, consapevole ecc. “Si convinse di essere incapace”, “Ritenne di aver fallito”.
  • Verbi o locuzioni composte dal verbo essere+ aggettivo indicanti concessione, speranza, desiderio, ordine, divieto, timore. Es. desiderare, sperare, comandare, vietare, impedire, proibire, permettere, concedere, promettere, temere, essere desideroso, timoroso ecc. “Gli impediremo di fare altri danni”, “Temo che non otterrò il risarcimento”.

Nella forma esplicita sono introdotte dalla congiunzione CHE (es. Paolo dice che gli hai mentito).

Nella forma implicita la soggettiva ha il verbo all’infinito, con o senza la preposizione DI (es. Spero di rientrare presto a casa; sento il cane abbaiare).

3) SUBORDINATE DICHIARATIVE

Le dichiarative chiariscono in che senso si debba intendere un elemento della reggente, completando così il significato del periodo.

L’elemento della reggente spiegato dalla dichiarativa può essere:

  • Un pronome dimostrativo: “Questo mi spiace, che tu mi ritenga colpevole”
  • Un nome derivato da un verbo indicante opinione, convinzione, speranza ecc: “Ho l’impressione che tu menta”, “Ho la speranza di trovare lavoro presto”, “Licia ha la certezza che Luca la tradisca” (se fosse: “Licia è certa che Luca la tradisca” sarebbe una sub. Oggettiva)

Nella forma esplicita è introdotta da CHE, in quella implicita da Di+infinito.

4)SUBORDINATE INTERROGATIVE INDIRETTE

Esprimono una domanda, un interrogativo, un dubbio in forma indiretta
Quanti anni hai?Ti ho chiesto quanti anni hai
Chi ha telefonato?Ditemi chi ha telefonato
Che cosa dirai?Siamo in dubbio su che cosa dirai
E’ una persona onesta?Non so se sia una persona onesta

Dipendono da:

  • Verbi o nomi che indicano domanda, richiesta, indagine, interrogazione, ricerca, informazione. Es. “Mi chiedo se abbia ascoltato”, “Il giudice ha avviato un’indagine su chi era il vero responsabile del reato”.
  • Verbi o locuzioni di significato dichiarativo come “dire, sapere, indovinare, pensare, spiegare, far sapere”, spesso usati all’imperativo. Es.-“Dimmi dove vai”, “Fammi sapere chi ci sarà alla festa”, “Non riesco a capire come abbia fatto”.
  • Verbi nomi o locuzioni che esprimono dubbio e incertezza (es. “Sono incerto se partire o no”, “Tutti ignorano dove Laura sia andata in vacanza”, “Non so di chi stiate parlando”)

Le interrogative indirette sono introdotte da un pronome o aggettivo interrogativo (es. “Dimmi con chi esci”, “Non so con quali amici uscirò”), da avverbi o locuzioni avverbiali interrogative (Vorrei sapere quanto costa il biglietto, Dimmi perché piangi, Fammi sapere come hai fatto), dalla congiunzione SE.

SUBORDINATE RELATIVE

Precisano un nome della reggente cui sono collegate mediante un pronome o un avverbio relativi

Sono dunque introdotte da:

  • un PRONOME RELATIVO (es. CHE, CUI, IL QUALE) o MISTO (es. CHI, CHIUNQUE);
  • da un AVVERBIO RELATIVO (DOVE, DA DOVE) o RELATIVO INDEFINITO (OVUNQUE, DOVUNQUE

ATTENZIONE: nella forma implicita non sempre il verbo è introdotto da un pronome relativo. Ad esempio quando il verbo è

  • al participio: es. “Faccio un lavoro non rispondente alle mie aspirazioni” (= che non risponde). “Non mi è ancora arrivata la lettera spedita da Lucca una settimana fa” (che è stata spedita).
  • all’infinito: es. “Questo è l’abito da accorciare” (=che deve essere accorciato); “Ho sentito il cane abbaiare =che abbaiava”.
  • l’infinito può essere preceduto dal pronome relativo, es: “Ho bisogno di uno stipendio con cui pagare le bollette”.

NOTA BENE:

_La relativa implicita deve essere trasformabile in forma esplicita.

_Attenzione a non confondere il CHE relativo con il CHE congiunzione. Il secondo non è sostituibile con “il quale, la quale”

ES. “Ho visto che un cane si mordeva la coda” (oggettiva)

“Ho visto un cane che si mordeva la coda” (relativa: un cane il quale si mordeva la coda)

_Le subordinate relative assumono spesso particolari sfumature di significato: temporale, causale, finale ecc. Ad esempio: “Ho incontrato Luca che usciva dal cinema” (=mentre usciva dal cinema, relativa-temporale);

 “Invidio Elisabetta che è già in vacanza” (=perché è già in vacanza);

 “Chiamerò un idraulico che ripari il guasto (=affinché ripari, finale);

 “Vorrei una penna che non macchiasse le dita” (=tale che non macchiasse le dita, consecutiva);

“Laura, che ha studiato inglese per anni, non è riuscita a tradurre quella poesia” (=nonostante abbia studiato inglese per anni, concessiva).

SUBORDINATA CONSECUTIVA

Indica la conseguenza o l’effetto di quanto è detto nella reggente; generalmente è anticipata nella reggente da avverbi come “così, tanto, talmente” o dagli aggettivi “tale, siffatto, simile” ecc. Oppure dalle congiunzioni composte “cosicché, sicché, talché” o dalle locuzioni congiuntive “in modo tale che, al punto che”.

ESEMPI:

_Forma esplicita:

Il film era così divertente che tutti in sala ridevano.

Laura è tanto bella che le sta bene qualsiasi pettinatura

Ho fatto in modo che tu possa superare l’esame

_Le subordinate consecutive in forma implicita sono introdotte dalla preposizione DA + INFINITO

“Angela è così ingenua da credere ai fantasmi”.

SUBORDINATA CONCESSIVA

Indica la circostanza NONOSTANTE la quale avviene il fatto espresso dalla reggente.

In forma esplicita è introdotta dalle congiunzioni e dalle locuzioni “benché, sebbene, nonostante, malgrado che, per quanto”; “anche se”, “neanche se”, “nemmeno se”.

Es. “Benché io abbia studiato, non ho superato l’esame

La concessiva implicita ha il verbo al gerundio preceduto da PURE o ANCHE o al PARTICIPIO PASSATO, preceduto da SEBBENE, BENCHE’, QUANTUNQUE.

Es. “Pur essendo stato ferito, ha continuato a correre”

“Anche volendo, non potrei farlo”

“Benché sconsigliato, non rinunciò al suo sogno”.

SUBORDINATA CONDIZIONALE

Esprime la condizione da cui dipende l’avverarsi di quanto è espresso nella reggente

Nella forma esplicita la condizionale è introdotta da SE, QUALORA, PURCHE’, NEL CASO CHE, NELL’IPOTESI CHE, A PATTO CHE; NELL’EVENTUALITA’ IN CUI.

Es. “Se esci, vengo con te”, “Qualora si verificassero degli imprevisti, te lo faremo sapere”, “Se continuasse a piovere, il fiume strariperebbe”.

Nella forma implicita il verbo è:

_al gerundio presente: “continuando con questo ritmo, finiremo presto il lavoro” (=se continuiamo così)

_al participio passato: “Eseguito con calma, il lavoro sarebbe riuscito meglio” (=se fosse stato eseguito)

_ all’infinito presente: “A comportarti così, ti renderai odioso” (=se ti comporti così)

SUBORDINATE IMPLICITE: esercizio di riconoscimento (trasformale in esplicite).

Ho visto un’auto da collaudare

A stare sempre chiusi in casa, non si prende il sole

Anche ammettendo che tu non abbia colpe, la situazione è compromessa

Ho fatto una corsetta per dimagrire

Per essere dimagrita troppo ho perso massa muscolare

Ho fatto il gelato usando la menta

Luca ha fatto tanto sforzo da essere tutto sudato

Ti ringrazio di avermi aiutato

Camminando ci riscalderemo

Nessuno sa dove andare

Abbiamo paura di prendere una multa

Sento il cane abbaiare

Ho preso il pane da mettere nel polpettone

Morto Cesare, gli uccisori presero il sopravvento

Il lievito, dimenticato in macchina, è andato a male.

Venne verso di me urlando minacciosamente.

COME SI FA L’ANALISI DEL PERIODO:

  1. INDIVIDUARE I PREDICATI E DUNQUE SUDDIVIDERE I PERIODI IN PROPOSIZIONI FACENDO ATTENZIONE AI CONNETTIVI, OVVERO AGLI ELEMENTI CHE LE COLLEGANO FRA LORO (SEGNI DI PUNTEGGIATURA, CONGIUNZIONI, PREPOSIZIONI, PRONOMI RELATIVI)
  2. INDIVIDUARE LA PROPOSIZIONE PRINCIPALE E SPECIFICARNE LA FUNZIONE (ENUNCIATIVA, ESCLAMATIVA, INTERROGATIVA, VOLITIVA, DESIDERATIVA)
  3. RICONOSCERE LE PROPOSIZIONI COORDINATE, SPECIFICANDO CON QUALE PROPOSIZIONE SONO IN RELAZIONE, SE SONO COORDINATE PER ASINDETO O POLISINDETO, E QUALE FUNZIONE SVOLGONO NEL CASO SIANO INTRODOTTE DA CONGIUNZIONE (COPULATIVA, DISGIUNTIVA, AVVERSATIVA, DICHIARATIVA, CONCLUSIVA, CORRELATIVA).
  4. INDIVIDUARE LE SUBORDINATE, SEGNALANDO IL GRADO DI SUBORDINAZIONE, LA FUNZIONE E LA FORMA (ESPLICITA O IMPLICITA)