STORIA MODERNA

Ludovico Ariosto, il suo tempo e i rapporti con la corte d’Este

Il 1494: la discesa in Italia di Carlo VIII

Nel 1494 Ludovico Ariosto, appartenente ad una nobile famiglia bolognese che da lungo tempo si trovava a Ferrara al servizio degli Estensi, interrompeva gli studi di diritto per dedicarsi all’approfondimento dei suoi interessi letterari. Pare che nel 1494, il poeta scrivesse, ispirandosi ad Orazio, un’ode latina dal titolo Ad Philiroen:

Che cosa appresti Carlo colle navi e coi cavalli delle Gallie, minacciando rovina alle torri d’Italia col furore tremendo dei guerrieri crudeli; e ancora, come cerchi di provvedere a sé il suo nemico, di questo non mi tocchi alcun pensiero, mentre giaccio sotto un albatro, al murmure di una cascatella; e intanto le bionde messi affaticano Coridone gagliardo. O Filiroe, se vuoi, come più volte mi dicesti, che io ricambi il tuo amore, fa che le tempie del tuo amante, umide di vino, cinga una ghirlanda screziata di fiori purpurei, che tu abbia intrecciato colle candide mani, e meco, stesa su queste zolle, canta soavemente al suono della cetra.

Il Carlo menzionato da Ariosto è Carlo VIII; anche se viene inserito nella stilizzazione di un esercizio letterario, tuttavia appare significativo che il soggetto del vocativo sia proprio il re di Francia, che è descritto mentre si sta preparando a calare in Italia, minacciando rovina alle torri ausonie. Nella prima stesura di questa ode, intitolata De vita quieta ad Philiroen, il poeta inveiva anche contro i miseri, quibus vesana mens est vendere sanguine mauro suum: ovvero contro coloro che nutrono il pensiero insano di vendere a prezzo il loro sangue, i mercenari. Il poeta, seguendo certo un motivo classico, afferma di non voler essere toccato dal pensiero della preparazione di questi eventi bellici.

Carlo VIII a cavallo, “en imperant roy”, circa 1495-98 -Di Sconosciuto – Questa immagine è resa disponibile dalla biblioteca digitale Gallica con il numero identificativo di btv1b8426259s/f15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76552837

Quale era la situazione dell’Italia nel Quattrocento? Mentre gli stati esteri, come Francia, Inghilterra e Spagna, avevano iniziato quel processo di unificazione territoriale che li aveva portati alla formazione di grandi monarchie nazionali, in Italia trionfava il principio dell’equilibrio tra i principali Stati regionali (ducato di Milano, repubblica di Venezia, repubblica di Firenze, Stato pontificio e regno di Napoli). La penisola versava, al di là degli splendori dell’arte rinascimentale, in uno stato di profonda crisi, la quale aveva diverse sfaccettature. Era infatti:

  • Una crisi morale: la civiltà del Rinascimento aveva preso le distanze dallo spiritualismo di origine medievale, ed esaltava valori antitetici a quelli del passato (si pensi all’individualismo, al libertinismo delle corti ecc.);
  • Una crisi politica: in realtà il sistema dell’equilibrio inaugurato con la pace di Lodi aveva reso centrale, agli occhi dei principi, l’attività diplomatica, e li aveva condotti a sottovalutare l’importanza delle capacità militari;
  • Ne consegue una crisi militare: eccettuata Venezia, gli altri Stati disponevano solo di poche migliaia di mercenari, ed erano indietro rispetto agli altri paesi nella tecnica militare;
  • Crisi economica: l’espansione ottomana aveva reso pericolose le vecchie rotte per le Indie, danneggiando l’economia italiana; ben presto l’apertura delle rotte atlantiche l’avrebbe compromessa definitivamente.

Esisteva una sostanziale diffidenza tra Stati e una scarsa dialettica politica anche all’interno di un medesimo Stato, per cui il confronto delle posizioni assumeva spesso il carattere della congiura. Si susseguirono congiure (la più rilevante è quella dei Pazzi a Firenze) e guerre, tra cui il conflitto scatenato da Venezia per impadronirsi del Ducato estense di Ferrara, feudo del papa. A Venezia si opposero Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Mantova, per cui la guerra di Ferrara si concluse con la pace di Bagnolo, con la quale Ferrara restava indipendente, ma cedeva a Venezia il Polesine. La morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico determinava la scomparsa del principale protagonista della politica dell’ “equilibrio”.

Nel 1476 una congiura nobiliare a Milano si era conclusa con l’uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza a cui era succeduto il figlio Gian Galeazzo II; tuttavia il vero detentore del potere era suo zio Ludovico il Moro, che lo teneva in una condizione di emarginazione rispetto agli affari del governo, suscitando la reazione del suocero di Gian Galeazzo stesso, il re di Napoli Ferrante; poiché la figlia di Ferrante e Gian Galeazzo avevano avuto un figlio, il re di Napoli poteva avere mire giustificate verso il ducato di Milano. Per contrastare gli Aragonesi, Ludovico il Moro chiamò in soccorso il re di Francia Carlo VIII, sollecitandolo a far valere le pretese angioine sul Regno di Napoli (dal quale gli angioini erano stati cacciati nel 1442). Il re di Francia era il sovrano di uno Stato forte, che si era consolidato ulteriormente assorbendo la Borgogna, i ducati di Angiò e la Bretagna. Il coinvolgimento della Francia nelle questioni italiane rese evidenti la debolezza e la frammentazione politica degli Stati d’Italia, inaugurando un lungo periodo di conflitti tra le potenze europee per il controllo della penisola.

Ludovico il Moro – Di Unknown Master, Italian (active 1490-1520 in Lombardy) – Web Gallery of Art:   Immagine  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1452107

Osserviamo che l’incipit della Storia d’Italia di Guicciardini descrive il periodo successivo al 1494 come tempo di decadenza, segnalando come in effetti anche i contemporanei sentirono l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII come un momento di cesura rispetto al passato. In questi termini parla Guicciardini:

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla […].

Guicciardini sottolinea la responsabilità dei principi nell’intervento delle armi francesi; lo storico aggiunge in seguito che i potenti spesso guardano ai propri desideri del momento, non ricordando che la fortuna è volubile e può cambiare facilmente lo stato di cose. Per la loro eccessiva ambizione e per la scarsa prudenza che li caratterizza dunque provocano ulteriori turbazioni, danneggiando coloro su cui governano:

onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Molto interessante sarà inoltre considerare la descrizione che Guicciardini fa degli anni anteriori al 1494, sottolineando in particolare che l’anno 1490 (si noti che è precedente alla morte di Lorenzo) coincideva con una situazione particolarmente prospera e felice:

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e più felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

Osserviamo dunque la risonanza immediata che ebbe l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII.

Frontespizio di un’antica edizione della Storia d’Italia

Il 1506: la congiura di Giulio e Ferrante contro i fratelli Ippolito e Alfonso d’Este.

Sarà interessante vedere un episodio che coinvolse la famiglia degli Estensi di Ferrara per dare l’idea del clima di intrighi e di rivalità che si respirava a corte. Giulio d’Este era figlio naturale del duca Ercole d’Este, e crebbe alla corte insieme ai fratellastri, i figli legittimi del duca; tra questi erano Alfonso I, successore del padre, e il cardinale Ippolito. Tra Giulio e il cardinale vi furono spesso scontri, per lo più per futili motivi: una contesa per avere al proprio servizio un musicista, la rivalità per ottenere l’amore di Angela Borgia, cugina della celebre Lucrezia. In seguito a questi screzi, Ippolito ordinò ai suoi uomini di assalire il fratellastro e di sfregiarlo; gli scherani del cardinale riuscirono a ferire Giulio agli occhi. Alfonso lasciò Ippolito impunito, e diede alle altre corti un resoconto non del tutto veritiero della vicenda. Se ci fu una formale riappacificazione tra Giulio e Ippolito, questa tuttavia non aveva cancellato il rancore di Giulio verso i fratelli; così egli, spronato dall’altro fratello, Ferrante, che intendeva sostituirsi al Duca, organizzò un complotto, insieme ad altri signori, per eliminare Alfonso ed Ippolito. Il piano fallì, e Giulio trovò protezione presso la corte di Francesco Gonzaga; successivamente, dopo un processo sommario, Giulio, Ferrante e gli altri cospiratori furono condannati a morte per il progetto della congiura. La pena per i due fratelli fu poi commutata nella reclusione a vita. Giulio sarebbe uscito dal carcere nel 1559, ottenendo la grazia dal pronipote Alfonso II d’Este.

Ariosto era divenuto cortigiano stipendiato del duca Ercole I a partire dal 1497; alla morte del padre aveva assunto la tutela dei fratelli minori ed iniziato ad occuparsi dell’amministrazione del patrimonio familiare. Nell’ottobre del 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito come “familiare”, diventando in seguito anche chierico. Al momento della congiura, dunque, Ariosto era stipendiato da Ippolito. La vicenda suggestionò molto il poeta, al punto da spingerlo a scrivere in proposito un’egloga, e a farne menzione all’interno dell’Orlando Furioso, (III, ottave 60-62):

Così con voluntà de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: – Chi son li dua sì tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61
Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sì, che ne pareano schivi. –
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,
e gridò: – Ah sfortunati, a quanta pena
lungo istigar d’uomini rei vi mena!

62
O bona prole, o degna d’Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono;
qui ceda la iustizia alla pietade. –
Indi soggiunse con più basso suono:
– Di ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col dolce in bocca; e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

Osserviamo che la posizione di Ariosto è favorevole ai suoi protettori: infatti il poeta, seppure in modo bonario, sottolinea da un lato la colpevolezza dei congiurati, dall’altro la bontà dei signori Alfonso ed Ippolito.

Ippolito II d’Este 1509-1572- Di Unidentified painter – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8597764
  1. Ariosto e gli incarichi ufficiali. Francia e Spagna alla conquista dell’Italia

In quanto familiare di un cardinale, toccarono ad Ariosto numerosi incarichi pubblici e missioni diplomatiche. Questo lo rendeva certo un personaggio attivo, da un punto di vista politico, anche se le sue attività al servizio degli Estensi contrastavano con la sua indole di scrittore, naturalmente tesa alla solitudine e alla riflessione; la vita “attiva”, insomma, limitava il tempo di quella “contemplativa”, impedendo a volte al poeta di compiere progressi nella stesura del suo capolavoro, l’Orlando furioso, iniziato nel 1505.

Ariosto compie varie missioni diplomatiche presso il papa Giulio II nel quadro delle guerre che vedono impegnati gli Estensi contro Venezia. La prima risale al luglio 1509, quando si reca a Roma per perorare la causa dei propri signori, accusati di essere troppo riverenti verso Luigi XII di Francia; nel dicembre dello stesso anno il poeta dovrà tornare dal papa a chiedere il soccorso delle truppe pontificie per la guerra in corso contro i veneziani. Di una battaglia contro Venezia, in cui pare che il cardinale Ippolito si fosse distinto, ci parla anche Ariosto in una ottava del Furioso (XXXVI, ottava 2),:

Di cortesia, di gentilezza esempi

fra gli antiqui guerrier si vider molti,

e pochi fra i moderni; ma degli empi

costumi avvien ch’assai ne vegga e ascolti

in quella guerra, Ippolito, che i tempii

di segni[1] ornaste agli nimici tolti,

e che traeste lor galee captive

di preda carche alle paterne rive.

Ariosto, tornato a Ferrara, dovette presto ripartire alla volta di Roma per calmare l’ira di Giulio II causata anche dal proseguimento, da parte degli Estensi, della guerra contro Venezia, con la quale il papa stesso aveva invece ratificato la pace. Ancora nel 1510, come ci racconta Ariosto nella Satira I (v. 153), Ippolito lo inviò per ben due volte a placare la grande ira di Secondo; il contrasto della casa d’Este con il papa diverrà poi insanabile nel 1512. L’elezione di papa Leone X, seguita alla morte di Giulio II, portò gli Estensi a sperare in un miglioramento dei rapporti con la corte pontificia e Ariosto a confidare di ottenere un ufficio che gli concedesse maggiore tranquillità per i propri otia letterari.

Finalmente, nel 1516, comparve a stampa la prima edizione del Furioso contenente la seguente dedica nel primo canto:

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Orlando Furioso canto 34, edizione del 1565 di Francesco Franceschi. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=661282

Nonostante la dedica e l’esaltazione di Ippolito, questi non si profuse in lodi, e anzi, di fronte al rifiuto del poeta di seguirlo in Ungheria nel 1517 pensò bene di licenziare Ariosto. Il poeta descrisse diffusamente nella Satira I, indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, le ragioni del suo diniego, legate a motivi familiari e di salute. La satira II al fratello Galasso, quasi contemporanea alla prima, testimonia il difficile momento economico in cui si trova il poeta, privato dal cardinale di alcuni benefici.

La situazione migliora quando, a partire dal 1518, Ariosto entra a far parte dei salariati del duca Alfonso come familiare; dopo un periodo di relativa tranquillità la situazione per l’Ariosto si complicò nuovamente in seguito alle nuove guerre che coinvolsero la casa d’Este contro le truppe di Leone X, che premevano alle porte di Ferrara: Alfonso fu costretto a sospendere lo stipendio ad Ariosto e ad altri cortigiani, fino a che la morte del papa non permise al Duca di riconquistare tutti i territori perduti. Nel 1522 Alfonso nominò Ariosto commissario della Garfagnana, espediente che gli consentiva di demandare a quella provincia l’onere del suo pagamento e di assegnare ad un uomo di fiducia il controllo di un’area turbolenta e infestata dai briganti come la Garfagnana stessa. Di questo periodo difficile, di lontananza dall’amata Alessandra Benucci e di impossibilità di impiegare il suo tempo nella scrittura creativa, Ariosto ci parla in una satira, la IV (1523).  In questa satira la Garfagnana viene descritta come un luogo ostile, impraticabile, abitato da un gregge irrequieto; vediamo qualche verso:

Questa è una fossa, ove abito, profonda,

donde non muovo piè senza salire

del silvoso Apennin la fiera sponda.

O stiami in Ròcca o voglio all’aria uscire,                     145

accuse e liti sempre e gridi ascolto,

furti, omicidii, odi, vendette et ire;

sì che or con chiaro or con turbato volto

convien che alcuno prieghi, alcun minacci,

altri condanni, altri ne mandi assolto;                           150

ch’ogni dì scriva et empia fogli e spacci

al Duca or per consiglio or per aiuto,

sì che i ladron, ch’ho d’ogni intorno, scacci.

La Garfagnana era una regione di frontiera, sita in una posizione impervia, e caratterizzata da frequenti conflitti tra fazioni (ad esempio, tra quella filo fiorentina e quella filo estense), da un continuo alternarsi di giurisdizioni diverse (dagli Este, al Papa, a Firenze) e da un banditismo endemico. Le parole di Ariosto dimostrano come dovesse essere complesso governare una regione selvaggia per un “amministratore” del tempo. Possiamo immaginare che il poeta riuscì a portare a termine il suo incarico grazie alla propria capacità oratoria e diplomatica, e grazie all’arte scrittoria: la scrittura era infatti il mezzo che gli consentiva di tenersi in contatto con le autorità centrali e di chiedere eventualmente il loro aiuto.

Tabula Peutingeriana: Pars IV – Segmentum IV; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa Lucca Luni, il nome Sengauni e, poco sotto, il Foro Clodi posto a XVI miglia romane da Luni; il tratto Pisa Luni non è ancora collegato – CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2453133

Finalmente, dopo essersi distinto per il suo buon governo, ad Ariosto fu consentito, nel 1525, di ritornare a Ferrara, dove visse in un relativo benessere economico presso la contrada Mirasole. Poiché si era conquistato stima e rispetto come amministratore e come letterato, la corte estense, da allora in avanti, richiese ad Ariosto solo incarichi di rappresentanza e l’accompagnamento del duca in alcuni viaggi. Fu questa una fase di produzione letteraria ampia ed abbondante.

Abbiamo visto un esempio della vita di un letterato cortigiano: Ariosto visse sempre un conflitto tra le esigenze di quella tranquillità necessaria a coltivare la sua vena creativa, e le condizioni materiali ed economiche della vita di corte. Solo col tempo riuscì ad acquistare una certa autonomia. La biografia del poeta si intreccia con eventi storici di assoluto rilievo.

La corte e l’artista.

Il legame di Ariosto con la corte non fu, pertanto, un caso isolato. L’artista e il letterato in epoca rinascimentale si ponevano spesso sotto l’ègida di un protettore, per ricavarne sostegno economico, e d’altro canto anche il signore aveva bisogno dell’artista, per varie ragioni. In primo luogo per comunicare all’esterno il proprio status sociale, la propria ricchezza, per dare insomma segni tangibili del proprio potere. La bellezza delle opere d’arte che il signore commissionava accresceva la magnificenza e lo splendore del palazzo, e gli elogia poetici esaltavano la grandezza della casata, eternandola.

Ma cosa è la corte? Essa è il luogo in cui risiede un principe o un re. Tuttavia il senso è anche figurato, in quanto la corte è anche la familia del sovrano, ovvero l’insieme dei funzionari, dei gentiluomini, dei servi, dei consiglieri politici al suo servizio. Il numero dei cortigiani poteva essere anche molto consistente: ad esempio ben 2000 persone risiedevano presso la corte pontificia di papa Leone X.

Andrea Mantegna, La camera degli sposi – Di see filename or category – http://www.wga.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9049624

La corte poteva essere anche itinerante, perché il sovrano poteva aver bisogno di essere visto dai suoi sudditi e di conoscere il suo regno. Gli uomini che abitavano il palazzo del principe svolgevano molti ruoli: cuochi, siniscalchi, coppieri, sguatteri, giardinieri ecc. Al primo posto nella scala gerarchica erano gli aristocratici, e tra questi e i servitori esisteva un gruppo intermedio composto da amministratori, giudici e politici. Gli accompagnatori prediletti del principe erano i cosiddetti “favoriti”, che risiedevano nelle stanze private del sovrano ed avevano con lui un rapporto diretto, più informale rispetto alla norma delle relazioni instaurate a corte, caratterizzate da rituali cristallizzati. Con il tempo alcune corti si ampliarono a spese di altre, fatto, questo, sintomatico della progressiva centralizzazione del potere.

L’importanza della figura dell’uomo di corte emerge vivissima nel saggio sugli usi e costumi del perfetto cortigiano, Il cortegiano, di Baldassarre Castiglione (1528): per Castiglione, è necessario in primo luogo piacere al principe, distinguendosi nell’arte della conversazione. La partecipazione alla vita di corte comporta la necessità di seguire le regole di un comportamento educato e corretto: cortesia è la parola che indica i comportamenti che contraddistinguono le azioni di un aristocratico, e proprio in epoca rinascimentale vedono la luce molti manuali di buone maniere, il più noto tra i quali è certamente il Galateo di Giovanni della Casa (1558).

A corte furono anche molti artisti, che cercavano di ottenervi una posizione di rilievo; si trattava di musicisti, pittori, letterati ecc. Pittori e scultori potevano scegliere in realtà di lavorare nelle loro botteghe su commissione di clienti: questa condizione consentiva loro una maggiore libertà, anche di evitare incarichi non graditi, ma determinava una situazione economica più precaria. Viceversa, scegliendo la vita di corte, un artista poteva valersi di maggiori sicurezze economiche e di una posizione socialmente più elevata: questo comportava meno libertà, e più pretese da accontentare. Gli artisti infatti non svolgevano a corte solo quello che rientrava nelle loro specifiche competenze, ma si adattavano a soddisfare le esigenze del principe; ad esempio, a un pittore poteva essere richiesto anche di decorare appartamenti o progettare costumi. La situazione di un letterato non era dissimile: molti non avevano mezzi di sostentamento, e necessitavano di un mecenate che glieli fornisse; in cambio, il poeta doveva tessere le lodi del signore, esaltandolo attraverso poemi epici o mediante liriche di carattere encomiastico. Ad esempio Filelfo scrisse la Sforziade, poema epico dedicato a Francesco Sforza, ma anche Ariosto, come si è visto, disseminava nell’Orlando Furioso riferimenti agli Este, sotto il cui governo dichiarava che sarebbe tornata l’età dell’oro. Anche gli storici erano molto graditi a corte, in quanto conferivano fama ai propri mecenati attraverso le loro opere.

I poeti potevano dover impiegare il loro tempo in occupazioni di tipo pratico, ad esempio talvolta erano incaricati di organizzare feste, di accompagnare il signore in occasione di viaggi, e soprattutto, come abbiamo visto, svolgevano funzione di segretari o diplomatici. Spesso i letterati cortigiani aspiravano anche ad ottenere benefici ecclesiastici, in quanto fonti di reddito più sicure: infatti non sempre il mecenate appariva generoso, come si è visto nel caso di Ariosto, e non era infrequente che alcuni si lamentassero dell’esiguità delle ricompense. Oltre all’Ariosto, altri scrittori si fecero portavoce della critica alla corte, dipinta come luogo di inganni, orgoglio, invidia. Il Piccolòmini scrisse un trattatello sotto forma di carteggio, Le miserie dei cortigiani (1444), in cui racconta proprio dei problemi della vita di corte, lamentando l’ingiustizia dei premi dati a persone di scarso valore, l’instabilità della condizione dell’uomo valente, la perdita dell’autonomia, la mancanza di riservatezza, e i problemi relativi al mangiare, al dormire, alla scarsa igiene.

D’altro canto i letterati non potevano fare a meno di ambire ad un posto a corte, per necessità economiche, per poter dedicare il proprio tempo agli otia letterari, e per ottenere prestigio e fama. Anche quando nacque il mercato letterario attraverso la stampa, la figura del mecenate non decadde del tutto: non era infrequente che gli autori dedicassero un’opera ad un signore per averne un tornaconto economico, e anche gli stampatori potevano necessitare del sostegno di un ricco mecenate.

Per approfondire il tema, si propone la lettura di saggi rilevanti, tra cui: Mecenati e clienti, in Peter Burke, Cultura e società nell’Italia del Rinascimento, Einaudi, 1984, Il cortigiano, in L’uomo del Rinascimento, a cura di Eugenio Garin, Laterza 1988 e L’umanesimo e la corte, in Antonio Piromalli, La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto, Bulzoni, 1975.

[1] Segni vale per “bandiere”.

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