LETTERATURA ITALIANA

Musica di un amoroso silenzio notturno: “Tacciono i boschi e i fiumi”, di Torquato Tasso

Il madrigale è un componimento lirico breve, legato alla musica. Inizialmente più lungo e complesso, viene ridotto nel corso del Cinquecento a una sola stanza di endecasillabi o settenari; la rima può essere libera o assente, ma comunque il componimento si conclude con una rima baciata.

I madrigali potevano riguardare temi morali o religiosi, ma soprattutto erano dedicati al racconto dell’amore, in tono leggero e galante. È questo il caso del madrigale di Tasso Tacciono i boschi e i fiumi, composto nel 1592, su commissione del musicista Gesualdo da Venosa:

Tacciono i boschi e i fiumi,

e’l mar senza onda giace,

ne le spelonche i venti han tregua e pace,

e ne la notte bruna

alto silenzio fa la bianca luna;

e noi tegnamo ascose

le dolcezze amorose.

Amor non parli o spiri,

sien muti i baci e muti i miei sospiri.

Metro: madrigale con schema abBcCddeE

Parafrasi

I boschi e i fiumi sono silenziosi,

il mare è calmo e senza onde,

i venti non spirano nelle grotte,

e durante la notte oscura

la luna, bianca, sta in un profondo silenzio;

e noi teniamo nascoste

le dolcezze dell’amore.

Amore non parli o emetta fiato,

i baci e i miei sospiri siano muti.

Il madrigale Tacciono i boschi e i fiumi prende ispirazione sia dalla prima quartina del sonetto 164 di Petrarca (Or che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace), sia dalla celeberrima immagine virgiliana degli amica silentia lunae (Eneide, II, 255).

L’atmosfera ricreata è serena, gli elementi della natura appaiono in una fase di quiete: boschi e fiumi sono silenti, il mare è calmo, i venti non spirano. La luna è bianca, in contrapposizione al nero della notte, e produce un alto silenzio: l’aggettivo allude sia alla profondità del silenzio, latinamente inteso, sia all’altezza della luna nel cielo. L’immagine è una sinestesia, in quanto associa due sfere sensoriali diverse, la vista e l’udito.

I primi cinque versi rimandano ad elementi inanimati, mentre dal sesto compare l’uomo, che si trova in una dimensione empatica rispetto alla natura. L’amore dovrà implicare in ogni caso silenzio, quel silenzio che la notte crea e sembra richiedere anche agli amanti: in questo risiede la piena sintonia e consonanza tra gli amanti e gli elementi della natura. La dolce realizzazione dell’amore si esplica preferibilmente proprio durante la notte, il momento ideale per nascondere e rendere segreta l’intimità degli amanti.

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Il Guercino, Paesaggio al chiaro di luna, 1616, Nationalmuseum Stockolm

La ripresa del sonetto 164 di Petrarca, che ispira il madrigale per l’ambientazione silente e notturna (si veda soprattutto il v. 4 et nel suo letto il mar senz’onda giace), ha carattere formale, ma non sostanziale. Infatti in Tasso l’ultimo verso rende esplicito il dato sensuale, evocato dai baci e dai sospiri, dato che non si sarebbe mai potuto rintracciare in Petrarca, per il quale l’amore è una sorta di adynaton, e si colloca su un piano ideale. Infatti il sonetto trecentesco si conclude con l’affermazione del continuo rinnovamento del martirio d’amore.

Il madrigale esprime invece la gioia di un amore goduto, benché si richieda a questo godimento una totale assenza di suono: in questo senso l’immagine finale è quasi ossimorica, perché baci e sospiri dovrebbero essere muti, mentre invece producono un suono, seppur delicato e leggero.

STORIA MEDIEVALE

Quando le ambulanze erano ceste: la Misericordia di Firenze

L’Arciconfraternita della Misericordia è un ente morale, fondato a Firenze nel 1244 con scopi di religione e di assistenza.

La fondazione è collegata alla predicazione del frate domenicano Pietro da Verona, che giunse a Firenze per combattere l’eresia patarina: in questo contesto nacquero varie iniziative dedicate al culto della Vergine Maria, tra cui appunto la Confraternita di Santa Maria della Misericordia.

Riconosciuta pubblicamente dal Comune nel 1329, dopo la peste del 1348 la Misericordia ingrandisce la propria sede dotandola di un oratorio e di una loggia affrescata (la Loggia di piazza S. Giovanni). 

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La Loggia del Bigallo

Dopo la fusione, avvenuta nel 1425, con la Compagnia del Bigallo, e dopo aver cambiato varie sedi, la Misericordia ottiene, grazie all’intercessione del granduca Francesco I de’ Medici, alcuni locali di un grande palazzo posto di fronte al campanile di Giotto: questa è ancora oggi la sede della Confraternita.

Come si legge sullo Statuto, la Misericordia nasce con i seguenti principali obiettivi:

  • prendere i malati, dovunque essi si trovino, e portarli ai pubblici ospedali;
  • grazie alle donazioni, elargire somme di denaro ai malati in situazione di indigenza;
  • soccorrere chi fosse colpito da malore o si infortunasse;
  • aiutare gli infermi nelle proprie abitazioni, cambiando la biancheria se necessario.

Principalmente trasportava malati e seppelliva i defunti, ma nel corso del tempo le sue attività si sono moltiplicate, e i confratelli si sono dedicati anche all’assistenza dei condannati a morte, alla visita dei detenuti, al trasporto dei malati di mente.

Il numero fisso dei confratelli, detti anche “Capi di guardia”, era 72, a ricordo dei discepoli mandati in Giudea dal Salvatore a portare la buona novella, e a preparare la via all’effusione divina della carità. Ad aiutare i confratelli nelle opere di carità cooperavano  molti “Aggregati” e “Ascritti”. Requisiti imprescindibili per “aggregarsi” alla confraternita erano: il compimento dei 16 anni di età, il non avere subito procedimenti penali, l’avere un comportamento onesto e decoroso e infine il professare la fede cattolica.

La struttura della Confraternita era decisamente democratica; si tenevano delle riunioni per decidere come impiegare i fondi derivanti da donazioni nell’aula appositamente predisposta. I confratelli votavano le varie proposte, ad esempio quelle legate ad acquisti, usando delle palline: nera in caso di risposta affermativa, bianca in caso di risposta negativa.

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La Sala del Consiglio. Firenze, Sede della Misericordia.
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Benefattori dell’Arciconfraternita. Firenze, Museo della Misericordia.

Ancora oggi la Misericordia svolge un fondamentale servizio di ambulanza; colui che riceve le richieste di aiuto viene chiamato “servitore”, a sottolineare l’umiltà di chi si pone a rendere un servizio benefico per la collettività.

La primissima ambulanza era la zana, una sorta di grande cesta imbottita di paglia, portata in spalla da una persona: sicuramente era un sistema assai scomodo, considerato il peso di una persona.

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La prima forma di ambulanza. Firenze, Museo della Misericordia.

In seguito ci si attrezzò diversamente, e i volontari iniziarono a portare i malati sui cataletti, piccole lettighe coperte di paglia (che poi veniva eventualmente bruciata, per evitare il contagio). Possiamo vedere due tipi di lettiga nelle foto sottostanti:

 

In passato (fino ai primi decenni del Novecento) i volontari andavano per le strade con un lungo abito, corredato da un cappuccio, funzionale sia a proteggerli dal contagio, ma soprattutto a garantirne l’anonimato: chi faceva la carità infatti, doveva tenerlo per sé, evitando di rendersi noto agli altri. Il cappuccio era detto “buffa”.

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Tuniche degli aggregati. Firenze, Museo della Misericordia.

Naturalmente il lavoro dei confratelli era molto prezioso soprattutto durante il periodo della peste. Di questa però si sapeva molto poco, come dimostra il Manuale sulla peste  conservato presso l’Archivio della Misericordia: si evince che avevano capito di dover cambiare spesso l’aria, e che credevano di poter combattere il morbo con un intruglio a base di scorpioni.

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Registro degli ammorbati soccorsi durante la peste del 1630. Firenze, Sede della Misericordia.

Sono stati rinvenuti i registri dove venivano conservati i disegni di alcune chiavi utili ai confratelli: in tal modo, in caso di smarrimento della chiave, era possibile recarsi da un fabbro per farne una riproduzione.

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Registro delle Chiavi. Firenze, Museo della Misericordia

I documenti conservati presso l’archivio della Misericordia sono molto interessanti perché consentono di ricostruire le entrate e le uscite della confraternita, con il dettaglio di quanto veniva acquistato; rappresentano quindi un utile strumento per descrivere la vita materiale del tempo.

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Registro delle Entrate e uscite della Misericordia.

Fondamentale era per i confratelli agire in nome delle Sette opere della Misericordia, richieste da Gesù nel Vangelo per ottenere il perdono dei peccati ed entrare nel Regno dei Cieli. Le opere della misericordia corporale sono:

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.
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Bernardo Daddi, Madonna della Misericordia, 1342, Firenze, Museo della Misericordia.
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S. Sebastiano, patrono della Misericordia.

Visitando il museo della Misericordia in piazza Duomo a Firenze è possibile scoprire e apprezzare la storia di questa istituzione, vedere documenti antichi conservati presso l’archivio, e godere di bellissimi affreschi risalenti a vari periodi storici.

LETTERATURA ITALIANA

Quando i poeti parlano di camerette: Petrarca e Ariosto a confronto.

Francesco Petrarca, O cameretta che già fosti un porto

Canzoniere 234
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne,
che ’l dí celate per vergogna porto.

O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver ’me crudeli a sí gran torto!

Né pur il mio secreto e ’l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e ’l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo;

e ’l vulgo a me nemico et odïoso
(chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

Inserito nella prima parte delle rime, il sonetto di Petrarca sulla cameretta tratta un tema in realtà tradizionale, che si rintraccia anche nelle Sacre Scritture. Già Dante nella Vita Nova parlava della camera come rifugio e come luogo adatto al pianto segreto, e in seguito Boccaccio riprende e moltiplica questo motivo nel Filocolo e nel Filostrato.

Nella prima quartina leggiamo che la cameretta è metaforicamente paragonata ad un porto sicuro, che durante le tempeste della giornata (fuor di metafora: i gravi problemi che fanno soffrire il poeta), ha offerto un sicuro riparo; adesso invece la camera è il luogo dove il poeta può piangere di notte le lacrime che nasconde di giorno.

Il caro letto, prima un conforto nella sofferenza, adesso invece è bagnato dalle lacrime di Amore, causate dalle mani di Laura, bianche come l’avorio. Queste mani sono crudeli solo verso il poeta.

Il poeta, come ci dice nella prima terzina, non solo fugge l’intimità della cameretta e il riposo che il letto potrebbe dare, ma anche se stesso e il suo pensiero d’amore, che lo fa sollevare al di sopra delle cose terrene. Nella seconda terzina il poeta dichiara di ricercare come nuovo rifugio la compagnia del “vulgo” nemico e odiato, tale è la sua paura di ritrovarsi da solo con i suoi pensieri.

Se inizialmente dunque la cameretta, il “dentro”, rappresenta la calma e la quiete contrapposte al mondo esterno in tempesta, il poeta ci svela poi un vero e proprio ribaltamento: è il fuori a rappresentare la via d’uscita, perché l’interno acuisce il dolore favorendo il pensiero d’amore per Laura, un amore tormentato e inappagato. Questo tormento sfocia in un doloroso pianto.

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A. M. Marini (1668-1725), Mare in burrasca, olio su tela.

Ludovico Ariosto lavora sul modello petrarchesco, ma molto diverso è l’intento della poesia, e anche il tono:

Ludovico Ariosto, O sicuro, secreto e fidel porto

III
O sicuro, secreto e fidel porto,
dove, fuor di gran pelago, due stelle,
le più chiare del cielo e le più belle,
dopo una lunga e cieca via m’han scorto;

ora io perdono al vento e al mar il torto
che m’hanno con gravissime procelle
fatto sin qui, poi che se non per quelle
io non potea fruir tanto conforto.

O caro albergo, o cameretta cara,
ch’in queste dolci tenebre mi servi
a goder d’ogni sol notte più chiara,

scorda ora i torti e i sdegni acri e protervi:
ché, tal mercé, cor mio, ti si prepara,
che appagarà quantunque servi e servi.

In O sicuro, secreto e fidel porto compare la notte, che presenta una valenza positiva; nella notte infatti ci sono anche delle luci, gli occhi della donna, che hanno condotto il poeta nella tranquillità della cameretta.

Anche in Petrarca l’ambientazione è notturna, tuttavia non vi è nulla di sereno nel sonetto: come abbiamo visto, la cameretta un tempo era un porto, adesso è un luogo di pianti e disperazione, dovuti ad amore; il poeta giunge al punto di ricercare la compagnia del volgo per evitare di stare solo con il suo dolore. Viceversa per Ariosto la cameretta è il luogo in cui l’amore si realizza felicemente, dove le due stelle, ovvero gli occhi della donna, lo portano al riparo dalle tempeste della vita. Allora, in questo porto felice, la notte sarà più dolce e chiara del sole. Tutto sarà perdonabile, ogni torto subito, ogni offesa, proprio grazie al conforto dato dall’amata nella quiete della cameretta.

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Vincent van Gogh, Notte stellata, 1889, olio su tela, cm 73,7 x 92. New York, Museum of Modern Art (MoMa)

Del testo di Ariosto  si suggerisce anche di notare alcune figure retoriche ed espedienti poetici:
• L’iterato procedimento vocativo, che riprende Petrarca ed era presente anche nel capitolo;
• In linea con i vocativi, nelle terzine sono presenti due forme verbali alla seconda persona singolare, “servi”, rivolto alla cameretta e “ti si prepara”, riferito al cuore;
• La doppia dittologia del v. 12: “torti e i sdegni” (sostantivi) e “acri e protervi” (aggettivi);
• La ripetizione finale del verbo “servi” e la rima equivoca con il “servi” del v. 10, che deriva dal verbo servare.

Mentre Petrarca soffre per Laura, ed esprime in vario modo questo dolore, nel caso di Ariosto, che viveva una relazione felice con Alessandra Benucci, l’amore è vissuto in modo sereno e positivo e la cameretta rappresenta lo specchio nitido di questa visione.

 

 

STORIA ANTICA

Uomini schiavi e uomini liberi: la schiavitù a Roma

In latino classico “schiavo” si dice servus; nel latino medievale esisteva invece una parola, sclavus o slavus, che indicava i prigionieri di guerra slavi, ridotti in gran parte in schiavitù. Il termine passò poi ad indicare gli schiavi in generale.

Probabilmente la schiavitù nasce a Roma fin dalla sua fondazione ed è stata determinata da operazioni di razzia nel Lazio o da insolvenza dei debiti.

Lo schiavo era, come dice Varrone (De re rustica, I 17, 1) un instrumenti genus vocale, “un tipo di strumento dotato di voce”: i campi d’azione di questo strumento erano principalmente due, l’agricoltura e il servizio domestico.

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La cattura di uno schiavo in un rilievo romano.

Schiavi e mondo agricolo

Gli schiavi lavoravano nei latifondi, controllati dal vilicus, un fattore, spesso schiavo anch’egli, che ripartiva le mansioni da svolgere; oppure potevano lavorare in un allevamento. Era importante che gli schiavi non si ammalassero e non morissero, per non causare perdite economiche al padrone. La concezione della massimizzazione del profitto in campo agricolo si ravvisa bene nel De agri cultura di Catone censore (234-149 a.C); gli schiavi vi sono visti alla stregua di oggetti, ed è inoltre specificata persino la quantità di cibo da assegnare loro:

Cibo per gli schiavi. Per chi lavora nei campi: d’inverno quattro moggi di frumento (34,5 kg), d’estate quattro moggi e mezzo (39 kg); per il fattore, la fattoressa, il guardiano e il pecoraio tre moggi (26 kg); per gli schiavi legati: d’inverno quattro libbre (1,2 kg) di pane; quando incominceranno a sarchiare la vigna cinque libbre (1,5 kg) finché incominceranno a maturare i fichi: allora tornerai a quattro libbre. (De agri cultura 56).

In seguito, nel De agri cultura di Columella (4-70 d.C), si specifica che è necessario procurare agli schiavi il giusto vestiario, affinché possano lavorare con ogni condizione climatica; è inoltre opportuno sorvegliare gli schiavi continuamente, in modo tale che compiano con esattezza il loro lavoro, e, stanchi, desiderino riposarsi piuttosto che abbandonarsi ai piaceri.

In realtà il lavoro degli schiavi rovinò l’economia agraria di Roma, in quanto i piccoli coltivatori liberi non reggevano la concorrenza dei grandi latifondi, e non trovavano nemmeno lavoro come salariati, vista la grande quantità di schiavi disponibili a prezzi inferiori. Sia per queste difficoltà, sia per la lontananza degli agricoltori dai propri campi dovuta alla partecipazione alle guerre di espansione, si ebbe già dal I secolo a.C uno spopolamento delle campagne. A partire dal III secolo la crisi economica fu irreversibile. Del resto, l’uso degli schiavi scoraggiava anche la ricerca di nuovi strumenti per una coltivazione più efficace.

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Bassorilievo marmoreo con schiavi intenti a pigiare l’uva (inizi del II sec. a.C)

Gli schiavi domestici

Oltre al lavoro agricolo, molti schiavi erano impiegati in quello domestico, utile ad assicurare il funzionamento della casa, la cura della persona, della cucina, della scuderia ecc. Questi schiavi avevano una vita meno dura, e facevano parte della familia, ovvero dell’insieme dei componenti della casa. C’erano anche schiavi che si dedicavano ad attività produttive, e non era infrequente trovare fabbri, vasai, orefici, fabbri, scalpellini, librai ecc. Le uniche attività da cui erano esclusi erano quella politica e quella militare.

Lo schiavo: un oggetto che può riscattarsi

Schiavi si nasceva o si diventava, in ogni caso si era ritenuti inferiori dal punto di vista giuridico; certo un padrone poteva comportarsi bene con gli schiavi, ma questo rientrava in una scelta personale. Lo schiavo è un bene mobile e come tale può essere venduto; può essere tuttavia acquistato anche da se stesso e quindi diventare libero: è il caso dei liberti.

Gli schiavi liberati avevano la possibilità di amministrare un piccolo peculium (all’inizio un piccolo gregge, poi un modesto capitale) affidato loro dal padrone perché lo sfruttassero a proprio vantaggio. Interessante leggere nel Satyricon di Petronio (I secolo d.C) la vicenda di Trimalchione, liberto arricchitosi grazie alla buona sorte:

75. Sono arrivato dall’Asia che ero alto come questo candelabro. Per farla breve, mi misuravo ogni giorno con lui e per avere prima peli sul mento mi ungevo le labbra con l’olio della lucerna. (11) Peraltro per quattordici anni fui l’amasio del padrone. Non è vergogna quello che comanda il padrone; io però soddisfacevo anche la padrona. Sapete quello che intendo dire senza che lo dica: io non sono di quelli che si vantano. 76 (1) A ogni modo, come dio volle diventai padrone in casa e mi conquistai il cervello del padrone. (2) Insomma, mi fece erede assieme all’imperatore e ricevetti un patrimonio illustre. (3) A nessuno però basta mai niente. Volli dedicarmi al commercio. Per non farvela lunga, fabbricai cinque navi, le caricai di vino, che allora valeva come oro, e le spedii a Roma. (4) Ma neanche l’avessi ordinato, tutte naufragarono; è un fatto, non una balla. In un giorno solo Nettuno si mangiò trenta milioni. Pensate che io mi sia abbattuto? (5) Non mi sono neanche scomposto: come niente fosse stato. Ne fabbricai altre, migliori e più fortunate, al punto che tutti parlavano della mia forza d’animo. (6) In effetti, più è grande la nave, più è grande la forza. Le caricai di nuovo di vino, di lardo, di fave, di profumi, di schiavi. (7) In questa occasione Fortunata fece una cosa commovente: vendette tutto il suo oro e i suoi vestiti e mi mise in mano cento monete. (8) Questo fu il lievito delle mie sostanze. Quello che gli dei vogliono succede alla svelta. Con un viaggio solo feci su dieci milioni di sesterzi, e subito riscattai tutti i fondi appartenuti al mio patrono. Mi faccio la casa, acquisto schiavi e animali da tiro, tutto ciò che toccavo cresceva come un favo. (9) Quando possedetti più di tutta la mia città messa insieme, basta coi libri (mastri): mi ritirai dal commercio e mi misi a prestare ai liberti. (Satyricon, 75, 76)

Trimalchione dunque si è arricchito nel tempo, ed è molto sensibile al tema della uguale dignità umana degli schiavi, essendo stato schiavo lui stesso; per tale motivo intende affrancare tutti i suoi, mediante un testamento.

Certo, in teoria il liberto aveva la stessa cittadinanza del patrono, in realtà gli doveva un obsequium, un rispetto filiale e manteneva spesso una certa dipendenza, dovendo svolgere per lui alcune prestazioni. Per il resto gli schiavi liberati potevano svolgere tutti i mestieri e le professioni, e anche migliorare le proprie finanze lavorando.

A partire dall’imperatore Claudio (41-54 d.C), accadde che gli imperatori, non potendo fidarsi dei senatori, affidavano incarichi amministrativi di fiducia ai liberti, che iniziarono dunque ad avere un certo peso a corte. Probabilmente gli uomini di rango senatorio erano estremamente ostili a questi potentissimi liberti.

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Busto dell’imperatore Claudio (Museo archeologico nazionale, Napoli)

 

La posizione degli schiavi si mostrava comunque decisamente subalterna, e non di rado i liberti stessi si macchiavano di azioni crudelissime verso i loro schiavi: questo dimostra che mancava un certo desiderio di migliorare l’assetto sociale, alleviando le dure condizioni di vita implicate dal regime schiavistico.

Da A. Roncoroni (a cura di), “Le ali della libertà”. Uomini schiavi e uomini liberi in Seneca, Tacito, Agostino, Carlo Signorelli editore.

LETTERATURA ITALIANA

Come scegliere una moglie (e sapersela tenere): la satira V di Ludovico Ariosto

Le satire

Le satire sono componimenti poetici volti a colpire concezioni, atteggiamenti, modi di comportarsi che si discostano dalla  morale dell’autore o dal comune modo di pensare. In sostanza servono a deridere e a schernire individui o gruppi di persone.

Ludovico Ariosto scrisse sette satire, dal 1517 al 1524: si tratta di componimenti in terza rima diretti a parenti e amici in cui è possibile trovare un’analisi di alcune circostanze della vita del poeta; a partire da queste si affrontano poi temi più generali, e si parla della debolezza degli uomini, ma con il sorriso, con un tono sempre ironico e bonario. Vari sono i modelli letterari che danno spunto ad Ariosto per la scelta delle sue tematiche, da Orazio, a Dante, a Boccaccio, e notiamo che le reminescenze letterarie si fondono perfettamente alle note biografiche che l’autore ci offre.

La satira V

La quinta satira, in particolare, è indirizzata al cugino del poeta, Annibale Malaguzzi, prossimo al matrimonio:

Da tutti li altri amici, Annibale, odo,
fuor che da te, che sei per pigliar moglie:
mi duol che ’l celi a me, che ’l facci lodo.
Forse mel celi perché alle tue voglie
pensi che oppor mi debbia, come io danni, (5)
non l’avendo tolta io, s’altri la toglie.
Se pensi di me questo, tu te inganni:
ben che senza io ne sia, non però accuso
se Piero l’ha, Martin, Polo e Giovanni.

PARAFRASI

Annibale, ho saputo da tutti i tuoi amici,
tranne che da te, che stai per sposarti:
mi addolora che tu lo nasconda a me, che invece lodo che tu lo faccia.
Forse me lo nascondi perché pensi che
Mi debba opporre ai tuoi desideri, come se io disapprovassi che altri prendano moglie, non avendola presa io.
Se pensi questo di me, ti sbagli:
anche se io non ce l’ho, non rimprovero per questo motivo
se ce l’hanno Piero, Martino, Paolo e Giovanni.

L’argomento della satira è presto enunciato: si parla di matrimonio, e dell’opportunità di contrarlo. Ariosto afferma che per vari eventi accidentali non ha potuto sposarsi, ma che sarebbe molto meglio farlo, perché l’uomo senza moglie accanto non ha piena onestà d’animo, non è moralmente perfetto. Questo anche perché il celibato spesso induce l’uomo a cercare altrove donne non sue, sempre diverse, in una sorta di ingordigia sensuale, e non gli consente mai di provare amore o carità.. Tra questi uomini, ci sono i preti, che son “sì ingorda e crudel canaglia”.

Meglio prendere moglie non troppo tardi: da anziani è preferibile dedicarsi ad attività diverse dall’amore, perché non si hanno più le forze, e le donzelle si consolano facilmente. Anche se avesse dei figli, la persona in là con gli anni non può prendersi cura di loro molto a lungo. Ariosto biasima anche coloro che sposano le serve dalle quali hanno avuto figli, in quanto questi prenderanno la loro indole e le loro maniere dalle madri.

Se l’amore conduce il cugino a prender moglie, lo faccia: ma Ariosto dà alcuni consigli. L’andamento della satira dunque è fortemente didascalico, mira cioè a insegnare qualcosa, al cugino, ma anche al lettore.

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Tiziano, Ritratto dell’Ariosto, 1515, Indianapolis, Indianapolis Museum of Art
  1. Osserva bene la madre della futura sposa, e l’educazione ricevuta.

Infatti la mela non cade mai lontano dall’albero e dai costumi della madre si possono evincere quelli della figlia:

Se la madre ha duo amanti, ella ne mira
a quattro e a cinque, e spesso a più di sei, (110)
et a quanti più può la rete tira:

È utile sapere chi siano la balia e le compagne, e se la donna sia capace nell’arte tessile o nel canto o nella musica.

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Sandro Botticelli, Ritratto di Simonetta Vespucci, 1475, Francoforte, Städel Museum
  1. Non prendere in moglie donne più ricche e più nobili.

Queste, infatti, spenderanno di più e, se non verranno accontentati i loro capricci, turberanno la quiete domestica. Meglio preferire una donna di pari condizione sociale.

Una che ti sia ugual teco si giunga,  (145)
che por non voglia in casa nuove usanze,
né più del grado aver la coda lunga.

  1. Non volere una donna troppo bella.

Meglio preferire una donna né brutta né bella, ispirandosi al principio della medietas.

Fra bruttezza e beltà truovi una strada
dove è gran turba, né bella né brutta, (152)
che non t’ha da spiacer, se non te aggrada.

Una troppo bella moglie potrebbe essere infatti oggetto di amore e di desiderio da parte di più persone, e alla fine, tra tutti i suoi corteggiatori, qualcuno riuscirà a conquistarla, vincendo le sue resistenze. Meglio anche evitare le donne troppo brutte, da cui proverrà una pena perenne.

  1. Non scegliere una moglie sciocca.

Una sciocca potrebbe rendere noti a tutti i propri errori chiacchierando troppo; la donna saggia invece agisce con astuzia, di nascosto, e sa coprire le sue malefatte. Oltre che saggia,

Sia piacevol, cortese, sia d’ogni atto
di superbia nimica, sia gioconda,
non mesta mai, non mai col ciglio attratto.

Sia vergognosa; ascolti e non risponda
per te dove tu sia; né cessi mai, (185)
né mai stia in ozio; sia polita e monda.

Quindi la donna dovrebbe avere un bel carattere: dovrebbe essere gentile, umile, allegra, timida, operosa, leggiadra, pura. I consigli del poeta riguardano quindi anche l’aspetto interiore.

  1. Sposa una donna più giovane di dieci o dodici anni.

Se la scegli di pari età o più vecchia, ti sembrerà presto sfiorita, mentre tu sei nel pieno delle forze e nel fiore degli anni: le donne infatti invecchiano prima. È inoltre opportuno che l’uomo abbia raggiunto i 30 anni prima di sposarsi, un’età in cui la ragione può predominare sulle passioni.

  1. Sceglila pia e religiosa, ma sta’ attento che non vada troppo spesso a Messa.

Questo perché i preti amano circuire donne sposate: non c’è da fidarsi.

  1. Evita le donne che si truccano troppo.

Il rifiuto del trucco è tradizionale in letteratura, ed è aborrito da molti autori, quali Plauto e Giovenale. Ariosto ci dice che i trucchi sono fatti con la saliva delle donne ebree che li vendono e con altre sostanze maleodoranti. Belletti e unguenti inoltre rovinano la pelle, facendola diventare rugosa, e persino i denti, che diventano neri e pochi.

Meglio dunque preferire una donna che non segue mode e sia esperta di cucito piuttosto che di trucchi.

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Pieter Paul Rubens, Ritratto di Isabella d’Este, 1605, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Dopo i consigli per prendere moglie, il poeta spiega al cugino come comportarsi nel matrimonio, seguendo uno schema di ovidiana memoria (si veda l’Ars Amatoria). Dovrà occuparsi della sua donna e non andare a cercarne altre; dovrà essere affettuoso, e, qualora lei sbagliasse, dovrà farle capire l’errore con le buone maniere. La donna dovrebbe essere una compagna, non una serva, e sarà opportuno soddisfare le sue richieste, se non eccessive. Bisogna osservare quello che fa, ma non mostrarsi diffidente; meglio è permetterle di andare agli eventi pubblici, sempre stando attenti alle sue amicizie, affinché non abbiano influenze negative.

Lievale quanto puoi la occasïone
d’esser puttana, e pur se avien che sia, (290)
almen che ella non sia per tua cagione.

A questo punto il poeta, per affrontare l’argomento del tradimento, fa una parentesi e ci racconta un aneddoto su un pittore, Galasso, che rappresentava il diavolo con aspetto bellissimo: bel viso, begli occhi e bei capelli. Il diavolo un giorno gli appare in sogno e per ringraziarlo dei suoi dipinti così belli, dice che risponderà a qualunque domanda Galasso voglia fargli. Il pittore, allora, che aveva una moglie meravigliosa, di eccezionale bellezza, e ne era geloso, domanda al diavolo come possa fare per essere sicuro di non essere mai tradito. Il diavolo allora gli mette un anello al dito e gli dice che finché lo terrà, la moglie non lo tradirà mai. Allora…

Lieto ch’omai la sua senza fatica
potrà guardar, si sveglia il mastro, e truova
che ’l dito alla moglier ha ne la fica.

Questo annel tenga in dito, e non lo muova (325)
mai chi non vuol ricevere vergogna
da la sua donna; e a pena anco gli giova,

pur ch’ella voglia, e farlo si dispogna.

Ariosto aderisce a motivi letterari tradizionali, come quello del marito geloso (che già si rintraccia nella poesia trobadorica) e della donna fedifraga (si pensi alla poesia classica, ad esempio alle elegie di Properzio, ma anche alle novelle di Boccaccio). In più usa un linguaggio osceno tipico della poesia giocosa e carnascialesca. Sembra proprio, secondo questa satira ariostesca, che sia difficile impedire alla moglie di tradire il marito.

Naturalmente non dobbiamo dimenticare che Ariosto compone delle satire, quindi esaspera volutamente certi concetti e li pone in chiave ironica, con lo scopo di suscitare il sorriso del lettore. E ci sembra che le terzine della satira V riescano in questo intento, parlando in modo vivido e avvincente di un argomento sempre attuale, quale la relazione amorosa tra uomo e donna.

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Horae Beatae Mariae Virginis, Manoscritto miniato, presumibilmente
Anversa, circa 1480
UNITA' DI APPRENDIMENTO

Terremoti e vulcani

Perché la terra trema?

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STORIA MEDIEVALE

Amore e cavalleria, da “La cavalleria medievale” di Jean Flori

“L’amore non è sempre esistito, è un’invenzione francese del XII secolo”. L’amore, nella sua forma sentimentale e sensuale, nasce in Francia, in ambito aristocratico e cavalleresco. La cavalleria (ovvero la classe dei guerrieri a cavallo) è profondamente legata concetto di amore.

L’amore, la donna e il matrimonio

cristine
Christine de Pizan in una miniatura del XV secolo

Nella civiltà dell’Occidente cristiano medievale la donna non è più in condizione di minorità, bensì ha dei diritti: può ad esempio ereditare, governare, stare in giudizio, e non può essere sposata contro la sua volontà, né essere ripudiata in modo arbitrario. Può persino ottenere il divorzio. Ovviamente si tratta di un iter molto lungo, fatto di piccoli progressi, basti pensare che nell’XI secolo l’Occidente cristiano aveva appena iniziato a fare del matrimonio un sacramento, e che ancora non tutti i matrimoni avevano l’amore come base.

Chiesa e aristocrazia hanno, del resto, una visione molto differente dell’amore e del matrimonio. Ad esempio, la chiesa dà molto valore all’idea della castità, e le unioni carnali sono appena tollerate nel matrimonio, ma per il fine esclusivo della procreazione; ogni sensualità è considerata lussuria, anche nel matrimonio stesso.

Per gli aristocratici il matrimonio è prima di tutto una necessità sociale, funzionale a stringere alleanza politica tra due caste o a porre fine a un conflitto tra esse; ovviamente le unioni di questo genere difficilmente contemplano l’amore, e anche se la sposa, raggiunta un’età minima, deve comunque dare il suo consenso, tuttavia difficilmente questa condizione non si realizza, anche a causa della pressione familiare.

ontano
Il matrimonio medievale http://www.ontanomagico.altervista.org

 

La donna, l’amore e la corte

Per i nobili dunque la donna è una sorta di pedina politica, e ancor di più lo è per i cavalieri, i quali hanno la possibilità di elevarsi se riescono ad ottenere la mano della figlia di un signore. Va detto che, per limitare la riduzione del patrimonio signorile causata dalla frammentazione dei beni nella successione ereditaria, viene adottato spesso quale stratagemma la limitazione dei matrimoni. In ogni famiglia solo alcuni si sposano, a volte solo un figlio, mentre gli altri entrano a far parte del clero o rimangono comunque celibi. Poi sempre più spesso solo il primo  figlio eredita, mentre gli altri raccolgono solo pochi rimasugli, in modo tale che il patrimonio risulti pressoché intatto. Si forma così una importante categoria di uomini, quella dei giovani guerrieri che trovano sostentamento nella casa del padre, del fratello o di un parente, e che sono destinati al celibato, a meno di non trovare una sposa di alto lignaggio capace di garantire loro una sorta di promozione sociale. Questi cavalieri si chiamano juvenes o baccellieri, e sono alla continua ricerca di un patrimonio femminile, mentre la loro vita dipende dal castellano alla corte del quale sono a servizio.

L’amore detto “cortese”

La corte del signore si prestava benissimo dunque alla nascita dell’amor cortese, cantato dai trovatori (ovvero dai compositori ed esecutori di poesia lirica) dell’inizio del XII secolo: si tratta dell’amore profondo ed esclusivo che un giovane cavaliere consacra a una dama di rango più elevato, la quale spesso è sposata al signore da cui il cavaliere dipende. In un certo senso questi diventa doppiamente vassallo, perché anche con la donna egli intreccia una relazione vassallatica, essendole subordinato. La dama impone al suo spasimante delle prove, per ritardare il momento dell’unione. Questo amore non è platonico, ma non è pienamente soddisfatto: si configura come tensione continua tra il desiderio e il suo appagamento. Come cantano i trovatori, la gelosia del marito potrebbe sottrarre la donna all’adorazione dei suoi fedeli.

In questa concezione cavalleresca e cortese l’amore viene ad assumere dunque un valore fondamentale, e questo è un fatto nuovo, e ancora più innovativa è l’idea che l’amore sia capace di elevare e purificare anche l’atto sessuale. Non il matrimonio rende sacra l’unione carnale, bensì l’amore, il sentimento in sé. E questo sentimento trova numerosi ostacoli, di ordine sociale, religioso e morale. Il rapporto tra l’amore assoluto e questi ostacoli  è proprio al centro della poesia dei trovatori.

buona fortuna
Buona fortuna! di Edmund Blair Leighton, 1900. Dama e cavaliere.

La donna, il chierico e il cavaliere

Esistono dei testi letterari del XII secolo che parlano di “corti d’amore” presiedute da principesse di alto rango dove due dame discuterebbero dei rispettivi meriti dei loro amanti. Di questi amanti uno è chierico, l’altro cavaliere: il chierico è colto e premuroso, è buon oratore e si trova sempre a corte, mentre il cavaliere si assenta spesso per fare guerre o tornei, però è bello, prode e virile. Inoltre l’amore con il chierico è clandestino in quanto egli non ha diritto ad avere una moglie o un’amante, mentre il cavaliere è libero di vivere alla luce del sole le sue relazioni. In ogni caso dal testo emerge che matrimonio e amore sono inconciliabili, perché il matrimonio implica doveri e obblighi.

Alla fine del XII secolo viene scritto anche un interessante trattato dal chierico Andrea Cappellano, il De amore, detto “trattato dell’amor cortese”. Questo testo ha un’ interpretazione controversa, ed è incentrato sulla descrizione delle forme possibili dell’amore. Cappellano sostiene che l’amore non sia cosa per villani (ad esempio per contadini, pastori ecc.), mentre le altre classi sociali possono provarlo; al chierico sarebbe vietato, ma egli è come gli altri uomini, e come a loro anche a lui l’amore è necessario; tuttavia la Chiesa proibisce l’amore fuori dal matrimonio. Questo conflitto espresso in letteratura è comunque la prova di un problema reale, un problema di costumi e di mentalità.

chretien
Chrétien de Troyes, Lancillotto

 

L’amore è dunque compatibile con il matrimonio? Amore e cavalleria sono alleati o nemici? Chrétien de Troyes, il primo grande romanziere francese, ha cercato delle risposte a queste domande, dando vita al romanzo arturiano e contribuendo all’elaborazione dell’etica e dell’ideologia cavalleresca.