STORIA MEDIEVALE

Amore e cavalleria, da “La cavalleria medievale” di Jean Flori

“L’amore non è sempre esistito, è un’invenzione francese del XII secolo”. L’amore, nella sua forma sentimentale e sensuale, nasce in Francia, in ambito aristocratico e cavalleresco. La cavalleria (ovvero la classe dei guerrieri a cavallo) è profondamente legata concetto di amore.

L’amore, la donna e il matrimonio

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Christine de Pizan in una miniatura del XV secolo

Nella civiltà dell’Occidente cristiano medievale la donna non è più in condizione di minorità, bensì ha dei diritti: può ad esempio ereditare, governare, stare in giudizio, e non può essere sposata contro la sua volontà, né essere ripudiata in modo arbitrario. Può persino ottenere il divorzio. Ovviamente si tratta di un iter molto lungo, fatto di piccoli progressi, basti pensare che nell’XI secolo l’Occidente cristiano aveva appena iniziato a fare del matrimonio un sacramento, e che ancora non tutti i matrimoni avevano l’amore come base.

Chiesa e aristocrazia hanno, del resto, una visione molto differente dell’amore e del matrimonio. Ad esempio, la chiesa dà molto valore all’idea della castità, e le unioni carnali sono appena tollerate nel matrimonio, ma per il fine esclusivo della procreazione; ogni sensualità è considerata lussuria, anche nel matrimonio stesso.

Per gli aristocratici il matrimonio è prima di tutto una necessità sociale, funzionale a stringere alleanza politica tra due caste o a porre fine a un conflitto tra esse; ovviamente le unioni di questo genere difficilmente contemplano l’amore, e anche se la sposa, raggiunta un’età minima, deve comunque dare il suo consenso, tuttavia difficilmente questa condizione non si realizza, anche a causa della pressione familiare.

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Il matrimonio medievale http://www.ontanomagico.altervista.org

 

La donna, l’amore e la corte

Per i nobili dunque la donna è una sorta di pedina politica, e ancor di più lo è per i cavalieri, i quali hanno la possibilità di elevarsi se riescono ad ottenere la mano della figlia di un signore. Va detto che, per limitare la riduzione del patrimonio signorile causata dalla frammentazione dei beni nella successione ereditaria, viene adottato spesso quale stratagemma la limitazione dei matrimoni. In ogni famiglia solo alcuni si sposano, a volte solo un figlio, mentre gli altri entrano a far parte del clero o rimangono comunque celibi. Poi sempre più spesso solo il primo  figlio eredita, mentre gli altri raccolgono solo pochi rimasugli, in modo tale che il patrimonio risulti pressoché intatto. Si forma così una importante categoria di uomini, quella dei giovani guerrieri che trovano sostentamento nella casa del padre, del fratello o di un parente, e che sono destinati al celibato, a meno di non trovare una sposa di alto lignaggio capace di garantire loro una sorta di promozione sociale. Questi cavalieri si chiamano juvenes o baccellieri, e sono alla continua ricerca di un patrimonio femminile, mentre la loro vita dipende dal castellano alla corte del quale sono a servizio.

L’amore detto “cortese”

La corte del signore si prestava benissimo dunque alla nascita dell’amor cortese, cantato dai trovatori (ovvero dai compositori ed esecutori di poesia lirica) dell’inizio del XII secolo: si tratta dell’amore profondo ed esclusivo che un giovane cavaliere consacra a una dama di rango più elevato, la quale spesso è sposata al signore da cui il cavaliere dipende. In un certo senso questi diventa doppiamente vassallo, perché anche con la donna egli intreccia una relazione vassallatica, essendole subordinato. La dama impone al suo spasimante delle prove, per ritardare il momento dell’unione. Questo amore non è platonico, ma non è pienamente soddisfatto: si configura come tensione continua tra il desiderio e il suo appagamento. Come cantano i trovatori, la gelosia del marito potrebbe sottrarre la donna all’adorazione dei suoi fedeli.

In questa concezione cavalleresca e cortese l’amore viene ad assumere dunque un valore fondamentale, e questo è un fatto nuovo, e ancora più innovativa è l’idea che l’amore sia capace di elevare e purificare anche l’atto sessuale. Non il matrimonio rende sacra l’unione carnale, bensì l’amore, il sentimento in sé. E questo sentimento trova numerosi ostacoli, di ordine sociale, religioso e morale. Il rapporto tra l’amore assoluto e questi ostacoli  è proprio al centro della poesia dei trovatori.

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Buona fortuna! di Edmund Blair Leighton, 1900. Dama e cavaliere.

La donna, il chierico e il cavaliere

Esistono dei testi letterari del XII secolo che parlano di “corti d’amore” presiedute da principesse di alto rango dove due dame discuterebbero dei rispettivi meriti dei loro amanti. Di questi amanti uno è chierico, l’altro cavaliere: il chierico è colto e premuroso, è buon oratore e si trova sempre a corte, mentre il cavaliere si assenta spesso per fare guerre o tornei, però è bello, prode e virile. Inoltre l’amore con il chierico è clandestino in quanto egli non ha diritto ad avere una moglie o un’amante, mentre il cavaliere è libero di vivere alla luce del sole le sue relazioni. In ogni caso dal testo emerge che matrimonio e amore sono inconciliabili, perché il matrimonio implica doveri e obblighi.

Alla fine del XII secolo viene scritto anche un interessante trattato dal chierico Andrea Cappellano, il De amore, detto “trattato dell’amor cortese”. Questo testo ha un’ interpretazione controversa, ed è incentrato sulla descrizione delle forme possibili dell’amore. Cappellano sostiene che l’amore non sia cosa per villani (ad esempio per contadini, pastori ecc.), mentre le altre classi sociali possono provarlo; al chierico sarebbe vietato, ma egli è come gli altri uomini, e come a loro anche a lui l’amore è necessario; tuttavia la Chiesa proibisce l’amore fuori dal matrimonio. Questo conflitto espresso in letteratura è comunque la prova di un problema reale, un problema di costumi e di mentalità.

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Chrétien de Troyes, Lancillotto

 

L’amore è dunque compatibile con il matrimonio? Amore e cavalleria sono alleati o nemici? Chrétien de Troyes, il primo grande romanziere francese, ha cercato delle risposte a queste domande, dando vita al romanzo arturiano e contribuendo all’elaborazione dell’etica e dell’ideologia cavalleresca.

 

UNITA' DI APPRENDIMENTO

“Gli indifferenti” di Moravia

“Gli indifferenti” è il romanzo d’esordio di Alberto Moravia, pubblicato nel 1929. Opera fondamentale della nostra letteratura, si presta a una profonda riflessione sul tema dell’indifferenza, sempre attuale e collegato alla realtà di tutti i giorni.

Ecco una proposta di unità di apprendimento su alcuni passi de “Gli indifferenti”, contenente varie attività didattiche utili per l’analisi e lo studio del testo.

Clicca per scaricarla:

Moravia_Gli indifferenti

UNITA' DI APPRENDIMENTO

I poeti del decadentismo

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il Decadentismo è

Una teoria estetico-morale sorta in Francia intorno al 1885-1886. Decadenti, furono chiamati alcuni poeti dai loro avversarî ed essi dell’accusa si fecero un vanto e un programma. Poeta o artista decadente è quello che di certe sensazioni morbide ed estenuanti, di certe rinunce e abdicazioni morali, che prolungandosi sfibrano lo spirito, si compiace come di una superiorità, le rinnova e le eccita artificiosamente.”

Si propone una unità di apprendimento ricca di immagini e spunti per studenti della scuola secondaria di primo e di secondo grado. Per avvicinarsi alla complessità di autori come Baudlaire e Mallarmé, senza dimenticare gli spunti simbolici costruiti dalla poesia del nostro Pascoli.

Clicca qui per accedere all’unità:

i poeti del decadentismo

LETTERATURA ITALIANA

La “Vita” di Alfieri: commento e sintesi

PREMESSA

Vittorio Alfieri, drammaturgo piemontese vissuto nel 1700, scrive la sua vita in modo dettagliato e piacevole. Non si tratta solo del racconto degli eventi più significativi della sua esistenza, si tratta anche e soprattutto di una sorta di biografia letteraria, in cui il drammaturgo ricostruisce passo dopo passo gli studi e le letture che ha affrontato e che spesso lo hanno ispirato nella propria attività di scrittore.

La lunga giovanile astensione dalla lettura viene analizzata a posteriori dall’autore, e il flusso degli accadimenti viene intrecciato saldamente all’esigenza crescente di confrontarsi con la pagina scritta. In una climax ascendente noi assistiamo alla nascita dell’artista, magistralmente affrescata da lui stesso.

SINTESI

INTRODUZIONE

Nell’introduzione l’autore spiega il perché ha deciso di scrivere una biografia: in primo luogo per amor proprio, e poi perché, essendo egli uno scrittore, qualcuno avrebbe potuto decidere di scriverla al suo posto, inserendo magari delle inesattezze. Alfieri infatti asserisce che dal canto suo non scriverà cose non vere. L’autore intende dividere la vita in 5 età: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità, vecchiaia. Essa sarà utile per uno studio dell’uomo, e sarà dettata dal cuore: anche lo stile dunque risentirà di questo impulso sentimentale di scrittura.

PUERIZIA

Il conte Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel gennaio del 1749, da famiglia nobile: questo fatto gli ha consentito di svelare abusi e ridicolezze del suo stesso stato, ma al contempo lo ha fatto vivere non contaminato, libero e puro anche grazie alla sua agiatezza. Inoltre può essere fiero dell’onestà dei suoi parenti. Suo padre muore poco dopo la sua nascita, per cui il poeta lo conosce solo attraverso i racconti di altri.

Alfieri ci racconta il suo primo ricordo, per agevolare chi ne studia appunto il funzionamento: lo zio paterno gli regala dei confetti. Ci racconta inoltre l’autore che quando sua sorella maggiore viene allontanata dalla casa materna per essere collocata nel monastero dei Gesuiti ad Asti, il piccolo Alfieri soffre molto. Trova un po’ di sollievo quando si reca nella chiesa del Carmine e vede i visi dei novizi, che sono muliebri e gli ricordano forse la sorella; il bambino dimostra in più occasioni un carattere sognatore e appassionato, che spesso tende alla solitudine e alla malinconia.

Immagine correlata

Armando Spadini, Bambini che studiano, 1918

ADOLESCENZA (OTTO ANNI D’INEDUCAZIONE)

Dopo essere stato collocato, a 9 anni, a studiare presso l’Accademia di Torino, peggiora anche la sua salute, per la vita densa di sforzi che vi conduce. Lo studio qui portato avanti è mnemonico e libresco e casuali sono i contatti di Alfieri con qualche autore italiano, tra cui l’Ariosto, Metastasio, Caro, Goldoni. Durante una breve vacanza a Cuneo presso lo zio paterno, suo tutore, compone il primo sonetto, che però lo zio non apprezza: siamo nel 1761 e il poeta non scriverà più fino al compimento dei 25 anni.

Il giovanissimo Alfieri viene molto impressionato dallo spettacolo del dramma giocoso in musica Il mercato di Malmantile, di Goldoni; vi assiste nel teatro di Carignano, progettato dal cugino paterno Benedetto Alfieri ed è particolarmente colpito dalla musica.

A 14 anni, dopo la morte dello zio tutore, viene in possesso delle sue entrate e acquisisce maggiore libertà. Entra nel Primo Appartamento dell’Accademia, dove vive una vita scioperata e priva di studi significativi; la sua salute tuttavia migliora. Ha a disposizione la sua eredità e con il nuovo curatore riesce a imporsi e a spendere quanto vuole nell’acquisto di abiti e cavalli. Diventa bravissimo cavaliere, e con gli amici va spesso a cavalcare, spingendosi anche a compiere tratti arditi. Durante una breve villeggiatura con due fratelli suoi amici s’innamora della loro cognata e idealizza questo amore senza però agire in merito.

Una visita a Genova lo impressiona molto, ma, dice, non scrive versi in proposito perché non ha la lingua né una bastante cultura.

Ben presto gli viene offerto di entrare nel Reggimento Provinciale, ma il giovanissimo Alfieri non ha alcuna voglia di intraprendere la vita militare al servizio del re del Piemonte: vuole invece soltanto viaggiare. Riassume così la sua adolescenza: 8 anni di infermità, ozio, ignoranza.

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James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

GIOVINEZZA, DIECI ANNI DI VIAGGI E DISSOLUTEZZA

Cambia cameriere, adesso è Francesco Elia, uomo sagace che era stato per 20 anni a servizio presso lo zio paterno. Nel 1766, a soli 17 anni, intraprende un lungo viaggio, in cui conduce con sé solo alcuni Viaggi d’Italia scritti in francese: il giovane infatti legge e parla in francese, lingua che però non conosce benissimo. Arriva a Milano e a Bologna, ma queste città non gli piacciono. A Firenze visita i monumenti, ma senza alcun senso del bello. Lo colpisce la tomba di Michelangelo e riflette sulla grandezza dell’uomo che ha lasciato qualcosa di stabile fatto da lui; nel complesso Firenze gli piace meno di Genova, e invece d’imparare il toscano si mette a studiarvi l’inglese, forse perché vede la superiorità politica degli inglesi.

Livorno gli piace perché è sul mare e somiglia a Torino, a Siena sta poco, a Roma sta più tempo ma non se ne meraviglia quanto dovrebbe. Nulla lo spinge ad approfondire e osserva sempre le stesse cose senza esserne affatto colpito. Nemmeno Venezia, dopo un iniziale stupore, lo coinvolge. Presto dunque si reca fuori dall’Italia.

Arriva a Parigi, che gli sembra una città con moltissimi difetti; qui assiste a degli spettacoli teatrali, ma pochi drammi gli piacciono davvero (tra questi, la Fedra). Nel complesso le città estere gli sembrano inferiori alle italiane. È sempre annoiato e ha una continua ansia del partire. Visita anche Londra, che invece gli piace perché appare una città laboriosa e sviluppata; in Olanda, a L’Aia, s’innamora di una giovane sposina, e trova un amico, Don Jose D’Acunha, ministro del Portogallo. Egli gli regala un esemplare del Principe, che l’autore leggerà solo dopo molti anni. Partita la sposina, Alfieri se ne addolora e si dispera a tal punto che D’Acunha lo spinge a ripartire: ha 19 anni.

Tornato in Italia, decide di rimanere a Torino con la sorella, dove si dedica alla lettura di libri, soprattutto francesi; legge anche Le vite parallele di Plutarco, che lo colpiscono molto, e studia il sistema planetario. Per sua fortuna un progetto di matrimonio sfuma. A 20 anni esce dalla podestà del curatore e scopre di essere più ricco di quanto credesse. Incerto sul da farsi, intraprende un secondo viaggio europeo, in Germania, Danimarca e Svezia, previo permesso del re di Sardegna.

Tra i vari spostamenti legge i saggi di Montaigne, mentre evita autori italiani e latini, ormai disavvezzo a comprendere le due lingue. Conosce il re di Prussia, ma non sente per lui rispetto o meraviglia, bensì sdegno e rabbia. Non ama il servilismo né il servizio militare in genere. Parla in italiano con il ministro di Napoli in Danimarca e legge i dialoghi dell’Aretino. In questo secondo viaggio rimane colpito dal paesaggio svedese, mentre S. Pietroburgo lo delude molto, forse perché governata da Caterina II, autocrate e dispotica.

Torna dunque in Inghilterra, dove vive avventure molto intense, frutto di una certa giovanile imprudenza: cade da cavallo e si produce una frattura al braccio; inoltre viene sfidato a duello dal marito della donna con cui ha una relazione. Non intende poi sposarla, nonostante il divorzio di lei, perché lei aveva un servitore del marito come secondo amante.

In Portogallo conosce l’abate Tommaso di Caluso, che gli legge varie poesie e che diverrà uno dei suoi migliori amici. Le città spagnole di Siviglia, Cordova e Valencia gli piacciono molto.

Si dirige nuovamente a Torino, dove fonda con i vecchi compagni dell’Accademia una Società Permanente e tra le altre cose i consociati leggono degli scritti anonimi da loro composti: Alfieri compone dei testi di genere satirico. A 24 anni cade poi in un terzo laccio amoroso, che stavolta è fatale, ma in un certo senso anche salvifico. Nel 1733 ha una feroce malattia, in seguito si ammala la sua amante e mentre è al suo capezzale, tediato, scrive le scene di un dramma in versi, Cleopatra, in un italiano stentato; inconsapevole del potenziale di quella prova poetica, la lascia sotto il cuscino della poltroncina.

Si dimette dall’incarico militare cui pure aveva raramente atteso. Decide di distaccarsi dalla sua donna, scrive un sonetto e vuole rimettere mano alla sua Cleopatra:  si fa legare alla sedia per non cadere nuovamente nei lacci di quell’insano amore. Termina l’opera, in 4 atti, e la fa leggere a padre Paciaudi, bibliotecario del duca di Parma; facendo seguito ad alcune postille del Paciaudi, Alfieri decide di riscrivere la Cleopatra e la fa rappresentare a Torino il 16 giugno 1775: la recita è molto applaudita e fa nascere nel suo autore il desiderio di raggiungere vera gloria.

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Paul Bril, Landscape with a hunting party and Roman ruins, XVII secolo.

VIRILITÀ

In questa fase scrive le tragedie Filippo e Polinice; deve molto al Paciaudi e al conte Agostino Tana, anch’egli letterato. Inizia a studiare i latini e intraprende un viaggio in Toscana per impararne la lingua. Ci racconta molto del suo modo di scrivere, che spesso ha ispirazione letteraria.  In primo luogo il poeta si occupa di ideare il soggetto e di distribuirlo in atti e scene (definisce il numero dei personaggi e fa una sintesi degli eventi); poi inizia a stendere il testo, ovvero scrive i dialoghi e infine li mette in versi e rielabora togliendo quello che non reputa leggibile e poetico (fase del verseggiare). L’autore, pur mantenendo il necessario labor limae poetico, si riconosce una certa impulsività nella scrittura, che è un tratto suo caratteristico.

L’essere appagato dal sostegno di alcuni buoni amici è corroborante per la sua attività poetica. Nel 1777 scrive La tirannide. Cerca sempre di non leggere tragedie moderne se intende comporne alcune con medesimo soggetto: ciò perché non vuole essere influenzato nell’attività creatrice.

A Firenze s’innamora della contessa d’Albany, sposata a un uomo con problemi di alcool, molto geloso. La contessa ha un’ottima indole e migliora le facoltà intellettive di Alfieri. Ella è inoltre molto bella, ha i capelli biondi, gli occhi neri e una pelle chiarissima. Diventerà l’anima gemella del poeta.

Per essere libero  di soggiornare e pubblicare dove vuole senza dover ottenere il permesso del re del Piemonte, regala il suo feudo alla sorella Giulia, perdendo parte della sua rendita. Inizia a fare molta economia, su cibo, abiti e cavalli. Decide di fare in modo che la sua amata impari l’italiano perché lui non sopporta il francese; la vede ogni sera, e la presenza dell’amata, nonché la continua corrispondenza con i suoi amici, l’abate Caluso e il senese Gori, lo fanno sentire affettivamente pieno: questo lo porta a scrivere di più e a migliorare le sue capacità.

La sua amata viene però angustiata da difficoltà domestiche: per salvarsi dall’ebro marito è costretta a rifugiarsi in convento prima a Firenze e poi a Roma. I due amanti sono perciò separati per un periodo, finché Alfieri non si trasferisce a Roma e ottiene di vedere l’amata ogni sera.

Nel frattempo continua a scrivere tragedie, nel 1782 è la volta del Saul; arriva al numero di 14 e nel 1783 decide di stamparne 4.

Poiché il fratello dell’amata vuole interrompere la frequentazione tra lei e Alfieri, in quanto poco opportuna per una donna ancora sposata che risiede in un convento, il poeta decide di partire per il nord Italia, dove incontra Cesarotti e Parini, da cui riceve qualche suggerimento. Pubblica altre sei tragedie e poi decide di partire per l’Inghilterra, per consolarsi della lontananza con l’amata; qui acquista 14 cavalli, che porta in Italia, in una sorta di avventurosa spedizione. Giunto a Torino, il re Vittorio Amedeo II lo vorrebbe impiegare, ma Alfieri rifiuta la proposta fattagli da un ministro del re, in quanto vuole praticare le lettere e non essere al servizio dei potenti.

A Torino assiste alla pessima recita della Virginia; comprende che in Italia non può ottenere davvero lode né biasimo, la prima perché non discerne le qualità e dunque scoraggia, il secondo perché non insegna. Spesso Alfieri lamenta il fatto che le critiche alle sue opere tragiche non sono mai circostanziate e sostenute da esempi positivi. A Torino va a trovare la madre, poi, dopo il trasferimento dell’amata, la raggiunge in Alsazia.

Il ricongiungimento con l’amata fa riprendere ad Alfieri la vena creativa, e compone altre 3 tragedie; con suo sommo dolore riceve la notizia della morte dell’amico Gori. La vicinanza con la contessa d’Albany e la visita dell’abate Caluso tuttavia lo consolano molto e determinano una nuova energia nella scrittura; decide di stampare le tragedie a Parigi e a Kehl le altre opere. Siamo agli albori della Rivoluzione francese.

PARTE II

QUARTA EPOCA
Tra varie traduzioni e studi latini, dopo un breve viaggio in Inghilterra, Alfieri e la contessa decidono di partire dalla Francia, per evitare i problemi in cui sarebbero incorsi durante la Rivoluzione; riescono fortunatamente ad uscire dal paese e si recano a Firenze, dove Alfieri compone il Misogallo e inizia a studiare i classici greci, provando a imparare il greco nel 1797. Nuovamente ispirato, scrive di getto, obbedendo a un vero e proprio impulso, la tragedia Alceste seconda.

Nel 1799 assiste all’occupazione francese della Toscana e anche per questo decide di rivedere e terminare le sue opere; i francesi poi si ritirano. L’editore parigino Molini intende ristampare e pubblicare le opere di Alfieri trovate già stampate a Parigi, e l’autore ne è molto scontento, in quanto si tratta sostanzialmente del furto di alcuni libri a stampa che aveva dovuto forzatamente lasciare nella fuga da Parigi.

Dopo il ritorno dei francesi in Toscana Alfieri mantiene comunque la sua ritrosia e indipendenza; stende il soggetto per sei commedie. Per il troppo studio si ammala frequentemente. Nel 1803 decide di non scrivere più opere nuove, ma di limare solo quanto è già stato scritto.

Da una lettera dell’abate di Caluso apprendiamo che il poeta è morto improvvisamente, dopo breve convalescenza, nel 1803, all’età di 55 anni.

 

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François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, Firenze, Galleria degli Uffizi

COMMENTO

Alfieri si dimostra, in tutto l’arco della sua vita, appassionato, amante degli estremi, dell’andare più che dello stare, a volte intollerante, sempre indipendente. Ha vissuto un’adolescenza e una giovinezza provando moltissime esperienze grazie ai numerosi viaggi affrontati; biasima a lungo, analizzandolo retrospettivamente, questo modo scioperato di vivere, privo di letture e di studi significativi. Il lettore sarà portato a credere che forse la ragione di questo continuo muoversi, viaggiare, spostarsi, senza essere mai appagato sarà da rintracciarsi proprio in questa mancanza di vita intellettuale. La chiave di volta dell’esistenza alfierana è rappresentata proprio dall’inizio degli studi autonomi, che lo conducono, in un momento di noia, a intraprendere anche la via della scrittura. Per la verità Alfieri inizia a leggere e a scrivere proprio per fuggire a qualcosa, in particolare a un amore più dannoso che utile, e senza dubbio alla noia; l’ingresso nella nuova vita letteraria si connota dunque in primo luogo come uscita da una fase precedente e sofferta.

Le attività di lettura e scrittura riempiranno davvero l’ anima dello scrittore, a partire dai 25 anni circa; certo, vien fatto di pensare che a quest’età l’autore sia semplicemente maturato, e comprendendo meglio se stesso e le sue esigenze si dedichi all’esercizio di ciò che davvero può gratificarlo, ovvero l’ottenimento della gloria letteraria. Curiosamente però l’autore ci racconta più delle critiche che dei complimenti ricevuti, che pensa sempre di non meritare; quindi se da un lato ci dice di essere sempre stato mosso dal desiderio di ottenere gloria, dall’altro non ci racconta molto di come questa sia arrivata, come se non fosse mai pienamente soddisfatto dei suoi risultati di letterato.

Accanto allo studio e forse più importante di questo, l’altro perno della vita di Alfieri è rappresentato dalla presenza degli affetti: due amici molto cari e la sua donna. Quando è circondato dagli affetti il poeta si sente sereno e la sua vena creativa è più prolifica.

Se da una parte l’autore critica molto se stesso per il lungo digiuno di studi e letture, tuttavia forse le variegate esperienze vissute in giovinezza avranno lasciato un seme destinato a fiorire nella drammaturgia. Possiamo infatti pensare che Alfieri conoscesse le umane passioni per averle vissute e per aver conosciuto bene il mondo, nonostante il suo carattere taciturno e riservato; e che questa  interiore conoscenza del mondo l’autore la trasponesse nelle sue tragedie in particolare, e nei suoi testi poetici e prosastici in generale.

La stessa definizione che il poeta fa di se stesso, come di persona taciturna e schiva, riesce un po’ difficile crederla, stante la discreta quantità di individui con cui viene a contatto e con cui ha familiarità; certamente poi, solo due persone, Gori e l’abate Caluso, sono considerati da lui amici veri.

Una vita ricca di eventi, in cui Alfieri dimostra grandissime capacità di azione e al contempo di riflessione, due attitudini che sembrano opposte e che in lui trovano una sorprendente sintesi. L’azione è simboleggiata dalle continue corse a cavallo, la riflessione dallo studio letterario che l’Alfieri, una volta intrapreso, non abbandona mai: queste opposte tendenze perfettamente equilibrate e l’affetto della sua donna, la sua metà, rappresentano la linfa vitale del poeta.

Infine, Alfieri si mostra spesso indomito, intollerante, incapace di scendere a compromessi con il potere, disprezzatore della tirannide e di chi per fuggirla ne crea una peggiore (come i rivoluzionari in Francia). Certo la sua agiatezza economica consente al nobile Alfieri di sottrarsi a un servizio regio altrimenti necessario per il proprio sostentamento, e gli dà una certa libertà di movimento, d’azione, di pensiero. Anche dalla vita si intravedono alcuni giudizi politici negativi, specie verso i francesi, popolo verso cui il poeta non nutre alcuna stima, come dimostra nel suo Misogallo.

Possiamo concludere dicendo che la lettura della Vita è un viaggio piacevolissimo, e che Alfieri è una guida speciale proprio per la nettezza e la tagliente precisione delle sue opinioni. Bisogna sempre considerare che non si tratta di un testo neutro, ma della visione a posteriori dell’autore rispetto a quello che ha compiuto: e non si limita a narrarlo, ma lo giudica apertamente. Colui che legge la Vita dal canto suo potrà formarsi una propria opinione dei fatti letti, e mediante la successiva lettura dell’opera di Alfieri potrà magari gettare ulteriori luci sull’affascinante personalità del grande tragediografo.

UNITA' DI APPRENDIMENTO

Federico Barbarossa e i Comuni

Si propone una unità di apprendimento sui rapporti tra i Comuni e l’imperatore del Sacro Romano Impero Federico I Hohenstaufen, detto Federico Barbarossa.

Clicca sul link per scaricarla:

Comuni e Barbarossa 1

I rapporti tra l’imperatore e i Comuni furono tesi e complessi: le slide allegate propongono una didattizzazione del tema, e sono destinate a studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado.

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Federico Barbarossa. Miniatura da un manoscritto del 1188, Biblioteca Vaticana.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Federico_Barbarossa

 

LETTERATURA LATINA

Traduzione dell’ “Ars amatoria” di Ovidio, III libro (vv. 1-42)

Ho dato le armi ai Danai contro le Amazzoni; restano

Le armi che dovrei dare a te e alla tua schiera, Pentesilèa.

Scendete pari in guerra; vincano quelli

Favoriti dalla benefica Dione e dal fanciullo che vola in tutto il mondo.

Non era giusto che voi combatteste disarmate contro armati;                                               5

così o uomini, sarebbe stato vergognoso vincere anche per voi.

Qualcuno tra molti dirà: “Perché aggiungi veleno ai

Serpenti e consegni l’ovile a una lupa rabbiosa?”

Evitate di estendere a tutte le colpe di poche;

ciascuna fanciulla sia valutata in base alle proprie azioni.                                                      10

Se il minore degli Atridi ha motivo di accusare Elena,

e il maggiore la sorella,

se per il delitto della figlia di Tàlao, Erifile,

il figlio di Eclo andò vivo su cavalli vivi allo Stige,

c’è anche Penelope casta mentre per due lustri il marito andò errando                              15

e per altrettanti portò guerra;

pensa al FIlocide e a colei che – si dice – fosse andata

compagna al marito e fosse morta prima del tempo.

La donna di Pagase riscattò la vita del figlio di Ferete

e proprio la moglie fu trasportata nella cerimonia funebre al posto del marito.           20

“Prendimi con te, Capaneo, saremo confusi nelle ceneri”

disse la figlia d’Ifi, e si gettò in mezzo ai roghi.

Anche la virtù stessa per abbigliamento e per nome è donna:

non c’è da meravigliarsi, se quella piace al suo popolo.

E tuttavia siffatte menti non sono richieste dalla mia arte,                                             25

più piccole vele si addicono alla mia navicella.

Da me non s’impara nulla se non amori lascivi:

inizierò dal modo in cui deve essere amata una donna.

La donna non scaccia né le fiamme, né le crudeli frecce;

vedo che queste armi nuocciono meno agli uomini.                                                        30

Spesso gli uomini ingannano, raramente lo fanno

le tenere fanciulle – se guardi, si macchiano poco del crimine di tradimento.

Il traditore Giasone lasciò Medea, già madre,

venne un’altra sposa tra le braccia dell’Esonide.

Per quanto ti riguarda, Teseo, Arianna nutrì gli uccelli                                               35

marini, lasciata sola in un luogo sconosciuto.

Chiedi perché una sola via è chiamata “Nove vie”

e ascolta le selve piangere Fillide, una volta deposte le chiome.

E ha fama di pietà, e tuttavia l’ospite

ti porse la spada e anche il motivo della tua morte, Elissa.                                             40

Vi dirò cosa vi ha rovinato: non avete saputo amare,

vi mancò l’arte: amore dura grazie all’arte.

Psyché ranimée par le baiser de l'Amour.jpg

Amore e Psiche (Canova) – Wikipedia

 

Note linguistiche e paradigmi

1 DEM: congiuntivo presente di DO

4 FAVEO: regge il dativo

7 VIRUS: veleno

7 DIXERIT: congiuntivo perfetto di DICO

18 OCCUBO-AS-OCCUBUI-OCCUBITUM-OCCUBARE

21 MISCEO-ES-MISCUI-MIXTUM-MISCĒRE

21 DESILIO-IS-DESILUI-DESILIRE

28 PRAECIPIO-IS-CEPI-CEPTUM-PRAECIPĔRE

38 PHILLIDA: accusativo di PHYLLIS-PHYLLIDIS

38 FLEVISSE: infinito perfetto di fleo.

40 PRAEBEO-ES-PRAEBUI-PRAEBITUM-ĔRE

42 PERENNO-AS-AVI-ATUM-ARE

LETTERATURA ITALIANA

“Senilità” di Italo Svevo

Senilità fu pubblicato da Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nel 1898, presso l’editore Ettore Vram. Si tratta del secondo romanzo di Svevo, letterato non per professione, e come il primo non ebbe il successo sperato.
Il romanzo racconta in terza persona le vicende di Emilio Brentani, impiegato assicurativo con la passione per la scrittura; egli vive con la sorella Amalia, completamente dedita ad accudire lui e la loro casa. L’unica figura esterna a venire spesso in contatto con questo ristretto nucleo familiare è Stefano Balli, scultore amico di Brentani.

Gli equilibri tra i personaggi cambiano con l’arrivo di Angiolina, ragazza bionda che sconvolge la tranquilla e oziosa esistenza del Brentani, facendolo innamorare di sé. Questo momento è quasi un punto di non ritorno: da questo attimo scaturiscono infatti una serie di eventi e comportamenti, che, in un lento crescendo, porteranno Brentani a una fine non felice.
Procedendo con ordine, il romanzo è intitolato Senilità. Quali sono gli attributi di questa età della vita? Forse una certa pacatezza, una lentezza nell’agire, un temperamento meno energico, misti però a saggezza. Tuttavia, a parte i caratteri della vecchiaia, la senilità di cui si parla è marcata in senso morale: il protagonista è senile, in quanto non appare particolarmente votato all’azione, non sembra mai avere in pugno gli eventi della sua vita, e sicuramente non si dimostra nemmeno virtuoso. È molto lontano, dunque, dai canoni dell’eroe letterario. Trascorre la sua vita in modo inerte, senza eventi speciali, fino all’arrivo di Angiolina, che è l’alter ego della giovinezza. Per le azioni che questa ragazza compie il lettore è portato a vederla non in modo positivo: appare come una giovinetta con vicende familiari infelici che tende a cercare il proprio tornaconto senza minimamente considerare i sentimenti altrui. In questo senso è giovane, in quanto non le appartiene l’idea che esistano altre persone oltre a lei e poiché vive in modo spensierato. Il lettore potrà vederla così, non così la vede Emilio Brentani, per il quale Angiolina è vera donna-angelo, presenza salvifica che lo riconduce alla vita spezzando l’inerte monotonia della sopravvivenza. Brentani la idealizza e vede in lei la vera bellezza, non solo esteriore, ma anche interiore.

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Leonardo da Vinci, Annunciazione (particolare). Firenze, Galleria degli Uffizi

Se Angiolina è la giovinezza, anche l’amico di Emilio, Stefano, in qualche modo la rappresenta. Si tratta di un personaggio affascinante, energico, animato da vero spirito solidale verso Emilio. La sua caratura morale, dapprima un po’ in ombra, emerge con più forza verso la fine, nel momento più difficile per il suo amico. In parallelo, se Angiolina ha sconvolto la tranquillità di Emilio, Stefano mina quella di Amalia: la sorella del protagonista infatti, in un periodo in cui lo scultore frequenta casa Brentani, se ne innamora, non avendo mai il coraggio di esprimere il suo sentimento. Perché se almeno Emilio si relaziona con qualcuno e in particolare confessa ciò che prova ad Angiolina, conducendo una sorta di esistenza all’esterno del nucleo familiare, Amalia non ha neppure questi elementi di conforto: vive in casa sua, tra una corazza di abitudini e suo fratello Emilio. Quest’ultimo però trascura la sorella durante la relazione con Angiolina e così ad Amalia viene a mancare l’unica forma di relazione in una vita solitaria e mesta. E dunque alla fine i fratelli, così senili, andranno incontro a due forme diverse di sconfitta.

sconfitta

Svevo scruta dentro l’animo umano, che è certo un pozzo profondo, difficile da indagare, e ci regala l’affresco magistrale di un uomo con le sue debolezze, i suoi egoismi, i suoi sensi di colpa