LETTERATURA ITALIANA

“Notturno indiano” di Antonio Tabucchi

Introduzione

“Notturno indiano” è un romanzo scritto da Antonio Tabucchi e pubblicato nel 1984 per i tipi di Sellerio.

Il genere è singolare, in quanto risiede a metà strada tra la guida di viaggio e il romanzo breve, il cui realismo assume tratti misteriosi, quasi magici. In realtà è la storia di un viaggio che diventa una ricerca, un’investigazione apparentemente rivolta verso l’esterno: il protagonista cerca l’amico Xavier. L’India non è quella dei percorsi turistici tradizionali: vengono descritte le camere d’albergo e i pensieri suscitati dalla visione di oggetti e persone, piuttosto che i luoghi normalmente oggetto di visita.

Alcune indicazioni per comprendere il testo sono fornite dall’autore nella nota introduttiva: “questo libro”, dice Tabucchi, “oltre che un’insonnia, è un viaggio […]”, in questo “Notturno si cerca un’ombra”; l’autore ci indica dunque che l’insonnia è il motore della scrittura di un romanzo che sembra una rincorsa verso qualcosa che nemmeno esiste, ovvero un’ombra.

Tabucchi inserisce all’inizio l’indice dei luoghi visitati, affinché qualche amante di percorsi incongrui possa un giorno utilizzare il romanzo come guida.

Carta dell’India

Riassunto dei capitoli

I: L’io narrante incontra un tassista che vorrebbe condurlo a un albergo adatto a una personalità signorile come la sua; a Marine Drive, sulla spiaggia, c’è una festa religiosa, dove sono presenti anche vagabondi e mendicanti. Il “quartiere delle gabbie” era peggio di come se l’immaginava il narratore: sono presenti costruzioni di legno e stuoie, baracche, tende di stracci, botteghe, prostitute in casupole. Il primo hotel di cui si parla, Khajuraho, ha un’aria equivoca ma non sordida. La signora dell’albergo forse si chiede cosa ci faccia un occidentale in quel luogo; la camera ha pareti verdoline. Alla donna della portineria viene richiesto che sia rintracciata Vimala Sar, una prostituta, che prima lavorava lì. Al suo arrivo, Vimala guarda la lettera che ha scritto al narratore e piange; dice di averla scritta perché era al corrente dell’amicizia tra lui e Xavier. Lei dice che negli ultimi tempi Xavier era malato ed era diventato cattivo. L’uomo aveva un atteggiamento taciturno e irascibile; faceva commerci a Goa. La donna cita delle lettere di Madras, provenienti da una società di studio, la Theosophical Society. La prostituta racconta della loro storia d’amore, e che X., colpito da un triste destino, aveva bruciato tutti i suoi stessi scritti.

II: All’ospedale di Bombay , dove X. viene cercato, non è presente un archivio. Apprendiamo altre informazioni sul conto del disperso: Xavier Janata Pinto, di origini indiane, è un portoghese, e sembra non essere più rintracciabile. Era stato ricoverato in ospedale circa un anno prima. Era alto, magro, capelli lisci, della stessa età del narratore, con un’espressione tra il triste e il sorridente. Pinto scriveva racconti su cose non riuscite, errori, su un uomo che sogna un viaggio e poi si accorge che non ha più voglia di farlo. L’ospedale è in condizioni igieniche precarie, pieno di scarafaggi. Di X. nessuna traccia.

III: Il Taj Mahal è il successivo albergo visitato, si tratta di una vera e propria città, dotata persino di depuratori per l’acqua. Qui il personaggio principale richiama alla memoria momenti passati con Xavier, Isabel e Magda. Ricorda Magda piangente e Isabel illusa. Lui stesso era definito usignolo in portoghese (Rouxinol). Scrive una lettera a Isabel in cui le parla dei giorni lontani, del suo viaggio, dei sentimenti che riaffiorano nel tempo. E poi s’accorge che quella lettera era in realtà per Magda.

L’hotel Taj Mahal a Bombay

IV: Alla stazione il viaggiatore parla con un Jainista[1]: gli dice che andrà a Madras e poi a Goa. Dice di star compiendo un itinerario privato, in cui cerca delle tracce.

V: Al Coromandel Hotel il protagonista ascolta dei pezzetti di conversazione e parla con Margareth, un’ospite che in precedenza alloggiava nella sua camera, e che pare vi abbia dimenticato un pacchetto di documenti. Probabilmente si tratta di una ladra, che vuole vendicarsi di un uomo, ma il viaggiatore intende coprirla.

VI: Il viaggiatore si trova alla Società Teosofica a Madras: La Società Teosofica è un’Associazione internazionale apolitica e areligiosa, composta da donne e uomini che si riconoscono nel principio della fratellanza umana; lo scopo essenziale è quello di incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze. La teosofia (dal greco θεός, ‘dio’, e σοφία, ‘sapienza’) è un insieme di diverse dottrine esoterico-filosofiche storicamente succedutesi dal XV al XXI secolo, che si richiamano l’una all’altra.

Alla società teosofica il narratore si trova a parlare con uno studioso vestito di una casacca bianca, fine conoscitore del francese e uomo di cultura. Egli offre una cena frugale al viaggiatore, dal quale era stato avvertito mediante un biglietto, qualche telefonata e una visita pomeridiana in cui si faceva riferimento a una persona scomparsa, in modo generico. Tale individuo rispondeva al nome di Javier Xanata Pinto, un corrispondente della Società; non è facile ricavare notizie su una corrispondenza privata, e il protagonista lo apprende con disappunto, mentre cena a base di polpette vegetali e riso insipido. La conversazione tra i due non procede bene, l’indiano è particolarmente interessato a dimostrare la propria erudizione e per la sua saccenza e presunzione ispira una certa impertinenza al viaggiatore. La conversazione prosegue a colpi di silenzi, citazioni e irritazione, quando finalmente l’indiano porge un biglietto (scritto a Calangute e datato 23 settembre) al ricercatore: in esso Xavier racconta di essere divenuto un uccello notturno. Dal colloquio apprendiamo che il viaggiatore ha visitato, tra le altre cose, il tempio di Kailasantha: come di consueto, le visite turistiche vere e proprie non vengono descritte nel romanzo.

Madras, India

VII: Durante una sosta dell’autobus che porta da Madras a Mangalore -dovuta all’attesa di altro autobus conducente altri passeggeri- il nostro conosce una coppia di adolescenti, uno dei quali è probabilmente affetto da qualche malattia: infatti si tratta di un individuo di dimensioni irrisorie, apparentemente simili a quelle di una scimmia, con un volto e un corpo contorti e deformati. L’esserino è in grado di prevedere il futuro e predire il karma dei pellegrini, in quanto è un Arhant, ovvero un profeta jaino. Egli non distingue l’atma, ovvero l’anima del viaggiatore, in quanto reputa che lui non sia se stesso, ma un altro; dice che l’atma del protagonista si trova su una barca, con intorno molte luci. Qui veniamo a intuire un elemento che sarà più chiaro alla fine del libro.

VIII: a Goa il nostro arriva al colègio de S. Boaventura, dove è accolto da un guardiano e dove attende l’arrivo di padre Pimentel. A un tratto, mentre osserva l’ambiente, vede comparire un anziano con un lungo viso scavato e la testa ricoperta da un copricapo di foggia strana. Il vecchio sembra conoscere il suo viaggio e il dialogo con lui, piuttosto insolito, culmina nell’affermazione “Sono Afonso de Albuquerque, viceré delle Indie”; qui il protagonista capisce che si tratta di un matto. Dopo vari confronti, il matto chiede cosa il suo interlocutore stia facendo in quel luogo, e lui dichiara di voler fare ricerche d’archivio presso la biblioteca del collegio. L’anziano dice che si tratta di una menzogna, fino a che emerge la confessione che in realtà il vero oggetto della visita è la ricerca di Xavier. L’interlocutore replica che Xavier non esiste, è un fantasma, ed è morto, come tutti. Ben presto il dialogo si rivelerà un sogno, interrotto dall’arrivo di padre Pimentel, al quale il protagonista dice di voler andare a Calangute per sapere qualcosa su una persona.

IX: Si descrive il soggiorno presso l’hotel Zuari, a Vasco da Gama, cittadina “particolarmente brutta”.

X: Sulla spiaggia di Calangute a Goa il protagonista conosce un ex postino che aveva lavorato a Filadelphia, il quale racconta la sua storia; a lui sono richieste informazioni su Xavier, così descritto: “quando sorride sembra triste”. La compagna del postino suggerisce di cercare all’Hotel Mondovi.

XI all’Hotel Mondovi, sempre sito a Goa, il protagonista tenta di scoprire qualcosa del sig. Nightingale, alias Xavier, dal portiere, ma non scopre molto. Il maître dell’albergo invece, dietro lauto pagamento, lo indirizza a un altro hotel, di lusso.

Querim beach, Goa, India

XII: All’hotel Oberoi di Goa assistiamo allo scioglimento della vicenda, che tuttavia rimane in parte misteriosa. Sembrerebbe che Xavier si trovi lì e, conosciuta una fotografa di nome Christine, le racconti la trama del romanzo, proprio di Notturno, dichiarando di essere lui quello cercato. Apprendiamo infine che il ricercatore e il ricercato sono in realtà la stessa persona.

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative

L’ambientazione è piuttosto realistica, ma per lo più non vi sono rappresentati gli spazi aperti dell’India, bensì quelli chiusi di alberghi, ospedali, luoghi di cultura, o mezzi di trasporto. Si tratta di un’India frammentata, descritta a tratti, percorsa in luoghi non noti. Gli ambienti sono descritti attraverso la voce di alcuni personaggi che compaiono come meteore, e attraverso i rumori, gli odori, i sapori e le sensazioni provati dall’io narrante. La vicenda coincide con un viaggio di pochi giorni, che potrebbe essere accaduto in qualunque momento storico; la fabula è alterata dall’inserimento di frequenti analessi, che riportano a un passato lontano: quello in cui il protagonista e l’amico Xavier erano insieme. Vengono menzionate anche due donne, che però sembrano, ad un tratto, confuse o intercambiabili.

Il narratore è interno e coincide con il protagonista, che infine si scopre essere colui che cerca e colui che è cercato, divenendo così una sorta di “doppio personaggio”.

Il protagonista non è rappresentato dettagliatamente, ma lo si inquadra attraverso ciò che dice e che fa e attraverso la descrizione del suo doppio: sembra sia un italiano che conosce il portoghese, dotato di buona cultura e piuttosto facoltoso, a giudicare dalla quantità di mance che riesce a dispensare. Tuttavia viaggia leggero, ha con sé solo una valigia. Potrebbe quasi trattarsi di un alter-ego dell’autore medesimo. Ad un tratto si dice che sta facendo delle ricerche di archivio, ma ciò che sta cercando in realtà è una persona. L’io narrante si vale della lettura di una sorta di guida, ovvero India, a travel survival kit, e si sposta con vari mezzi di trasporto; i personaggi che incontra sono descritti fisicamente, ma scarsamente caratterizzati, rappresentano più dei simboli dell’India, o delle tappe nella ricerca. Compaiono e rapidamente scompaiono, esaurendo la loro funzione narrativa di interlocutori per brevi dialoghi o di informatori in relazione alla missione investigativa del protagonista.

Lingua e stile

La lingua è semplice e colloquiale, e la sintassi è piana; lo stile è sia narrativo sia descrittivo, le descrizioni sono rapide e incisive. Si trovano lunghe pause riflessive su quanto l’io narrante vive ed osserva, e diversi dialoghi.

Intenzione dell’autore

Questo libro racconta sostanzialmente degli aneddoti di un viaggio, un viaggio di piacere a cui viene associata una sorta di inchiesta. Questa ricerca, rivolta all’esterno, sembra in realtà un’indagine interiore: è come se il protagonista ricercasse il suo Io, come se sentisse di essersi perso, di non sapere chi sia, come se provasse una sorta di crisi d’identità. Il finale è tuttavia aperto a molteplici interpretazioni, e vi è presente lo spunto metaletterario del personaggio che racconta del libro che sta scrivendo, la cui trama coincide per l’appunto con quella di “Notturno indiano”.


[1]  Religione indiana, diffusa in tutta l’India (circa 2 milioni di seguaci). Si basa sugli insegnamenti di Mahāvīra (il «grande eroe», soprannome di Vardhamāna; 599-527 a.C), ultimo di una serie di 24 altri maestri

LETTERATURA ITALIANA

“Le ragazze di S. Frediano” di Vasco Pratolini

Presentazione e genere letterario:

Scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949 per i tipi di Vallecchi editore, Le ragazze di S. Frediano è in sintesi la storia di un dongiovanni, tal Aldo Sernesi, soprannominato Bob, e delle ragazze con cui intrattiene relazioni sentimentali. Il soprannome deriva al personaggio da una somiglianza con l’attore Bob Taylor, all’epoca molto noto.

Il quartiere di S.Frediano a Firenze

L’altro protagonista della vicenda è sicuramente il quartiere di S. Frediano, sito a Firenze, descritto attraverso i suoi luoghi e mediante la personalità delle figure che lo abitano, particolarmente delle figure femminili.

Tratto dal film di Valerio Zurlini del 1954

Trama:

Si tratta di un romanzo sentimentale ambientato durante e dopo le fasi finali della Seconda guerra mondiale, quelle della Resistenza partigiana. In primo luogo viene presentata l’ambientazione, ovvero “il rione di Sanfrediano”, “quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo”; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine”. Il rione è popolato da personaggi che sembrano identificarsi attraverso il mestiere che svolgono: c’è il rivendugliolo, lo stracciaiolo, l’operaio, l’impiegato, l’artigiano marmista, l’orefice, il pellettiere; le donne sono invece trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici. I sanfredianini sono sentimentali e spietati, caparbi e attivi, hanno partecipato alle vicende della storia in modo piuttosto illuminato. Le ragazze sono belle, gentili, audaci e sfrontate. Fra tutte si distingue per gioventù, bellezza e becerismo[1] una giovane impagliatrice di sedie, Tosca. Si tratta del primo personaggio descritto, una ragazza bionda di 18 anni, bella e sincera, capace di esprimere con facilità i propri pensieri. Attraverso il suo punto di vista veniamo a scoprire le vicende dei partigiani e della loro vendetta contro i fascisti, che vengono fucilati; al primo gruppo sembrerebbe appartenere il giovane Bob, che però fuoriesce da un portone, non si trova dunque nel vivo della lotta partigiana. Bob “era un giovane bruno, dai grandi occhi incredibilmente verdi, i baffetti curati e la carnagione bianca, bianca tanto che in montagna di certo non c’era stato, era un partigiano di città, e così pallido  forse perché appena uscito di prigione”. Bob ha 25 anni e una fama di rubacuori all’interno del Rione, dove abita in via del Campuccio.

Tosca diventa presto la fidanzata di Bob, ma è l’ultima in ordine di tempo, cosicché la vicenda procede in ordine anti-cronologico, e fabula e intreccio non coincidono.

Bob e Tosca, dal Film di Zurlini del 1954

La prima antagonista di Tosca, in quanto pare essere stata la precedente fidanzata di Bob è Silvana, ricamatrice dai capelli scuri; a unire entrambe, in quanto si interfaccia sia con Silvana sia con Tosca, di cui è amica, è Gina, ragazza inizialmente non descritta: ella sembra immune al fascino di Bob, ma si interessa in modo sospetto alle vicende delle due giovani, dipingendo il loro fidanzato come un “donnaiolo” e riferendosi a lui con ironia. L’autore dipinge le ragazze come aggressive e vereconde allo stesso tempo, audaci, ma anche pudiche. Aldo-Bob è un elegante giovane, il quale pensa che le donne siano “arance da succhiare”; egli è luminoso e volgare come la brilllantina che indossa.

Aldo abita con la famiglia, il fratello e il padre sono imbianchini con la passione della caccia, mentre lui svolge la professione di impiegato. E’ piuttosto controllato nei gesti, ma energico al contempo, anche piuttosto atletico. Metà dello stipendio lo dà alla madre, il resto è riservato alla propria eleganza; amante del cinema e della danza, finanzia queste passioni attraverso il biliardo, di cui è un vero campione. Ha un fondo di moralità, in quanto non frequenterebbe mai i bordelli, ma non dimostra alcuna serietà nei rapporti con l’altro sesso. Si stanca facilmente della ragazza di turno, e necessita continuamente di nuove conquiste, arrivando a crearsi un vero e proprio harem. La sua fama di sciupafemmine lo porta ad essere appellato in vario modo: “il giovanotto dalle belle ciglia”, “il gallo della Checca”, “il Granduca”. Ma il soprannome duraturo sarà quello derivante dall’attore Robert Taylor, ideale di mascolinità per le giovani frequentatrici del cinema Orfeo in piazza de’ Nerli.

Nei fatti, era lui a farsi corteggiare, e quando si stancava di una ragazza non dava un taglio netto solitamente, ma si distaccava a poco a poco, con dolcezza e cinismo. Rimaneva sempre con almeno quattro o cinque ragazze. Le sue avventure rimanevano segrete fino a quando non fossero concluse: allora faceva delle allusioni in modo che nel quartiere gli ascoltatori potessero identificare la sventurata. Pur vanesio, virile e avventuroso, tuttavia sapeva contenersi, ed evitava di avere rapporti fisici con le ragazze, eccetto con una, la sua amante. La fama di Bob era paragonabile a quella del Gobbo, un ladro che aveva fatto impazzire le donne del rione nel 1919.

Il lettore viene poi a scoprire che è proprio Gina, amica di infanzia di Aldo, ad essere la sua amante segreta. Lei sta per sposarsi al solo scopo di far ingelosire Aldo e convincerlo a sceglierla. Gina, dagli occhi chiari e dai capelli neri, è una sarta proveniente da una famiglia molto povera. Probabilmente nutre un affetto sincero per Bob, che non ricambia allo stesso modo.

Tra le ragazze Bob aveva deciso di chiudere ogni rapporto con la figlia di un vetturale ubriacone, Mafalda, la quale ha i capelli rossi e un corpo prosperoso ed è tra le ragazze la più disinibita, tanto da aver avuto già rapporti con altri uomini, escluso Bob. Lo incontra un mattino di fine settembre e gli fa una scenata, ritardando il suo incontro con Bice, ragazza bionda, candida e scaltra, commessa alla Rinascente. Più distaccata delle altre, e più disillusa, anch’essa è tuttavia affascinata da Bob. Dopo aver incontrato Bice, Bob ha il consueto appuntamento con Gina e infine con Tosca, benché la ragazza vada via in fretta, probabilmente a causa della febbre, secondo il pensiero di Aldo.

La sera Aldo va al biliardo e qui ha uno scambio di battute con Gianfranco, giovane piuttosto energico e forte, che si conclude in una sorta di duello. Gianfranco intende picchiare Bob essenzialmente perché innamorato di Silvana, e scredita l’avversario dicendo che non ha partecipato alla Resistenza in modo così attivo come dice. Bob colpisce Gianfranco con un frontino e alla fine ha la meglio su di lui. Ciò lo riempie di boria e orgoglio, nonostante le ferite riportate e nonostante gli sia salita la febbre. L’indomani il giovane tenta persino di conquistare una nuova ragazza, Loretta, dandole appuntamento nella sala da ballo, dove lei però non si presenterà.

Bob gioca a biliardo -dal film di Zurlini (1954)

Il narratore lascia poi il racconto delle vicende di Bob e si concentra su quanto era avvenuto in parallelo: Tosca aveva visto Bob per caso, prima con Mafalda, poi con Bice; ne parla con Silvana, poi con Gina e con le altre ragazze e tutte sono decise a fargliela pagare, eccetto Bice, che poi alla fine si fa convincere, e Loretta, molto giovane e ancora non del tutto adescata da Bob. Per far sì che quest’ultimo adescamento non avvenga Mafalda la trattiene per impedirle di andare a ballare, in quel luogo dove il giovane la attendeva.

Sul prato delle Cascine avviene la beffa finale ai danni di Aldo, convinto di incontrarsi con Tosca e deciso a sottrarle la verginità. Tosca non è invece da sola, ma è accompagnata da tutte le ragazze. Viene richiesto al giovane di prendere una decisione, ma egli tergiversa e le minaccia di rovinare la loro reputazione. Per vendetta, le giovani, specie Mafalda e Tosca, colpiscono il giovane(il colpo meglio assetato sarà quello alle parti basse); legatolo e spogliatolo, lo trascineranno sulla carrozza del padre di Mafalda, decise a deriderlo per la sua scarsa virilità. L’unica che non partecipa in nessun momento alla beffa è Gina, colei che più ha da perdere nella situazione.

Dopo il linciaggio pubblico, Aldo perderà la faccia, e la conclusione della vicenda vede Gina maritata al suo pretendente e Aldo stesso sposato con Mafalda, che è proprio colei che il rubacuori aveva voluto allontanare. Il nuovo Casanova diverrà allora un altro giovane del quartiere, Fernando.

Il parco delle Cascine a Firenze

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative, lingua:

La vicenda, salvo il flashback iniziale che riporta ai momenti della Resistenza, dura pochi giorni, ed è ambientata in autunno.

Tutti i personaggi sono descritti, sia dal punto di vista fisico, sia da quello caratteriale. Ciascuna ragazza sembra particolarmente caratterizzata dal colore dei capelli e dal lavoro che svolge. I personaggi sono piuttosto sfaccettati: si va dalle impulsive Mafalda e Tosca, alla scaltra Bice, all’ingenua Loretta, alla timida Silvana, all’amorevole Gina.

Il narratore è esterno, giudicante, ed è frequente l’uso del discorso diretto; i dialoghi sono vivaci e tutto il lessico è popolaresco e umile, la sintassi è piana, il discorso è descrittivo-narrativo, e appare piuttosto rapido e incisivo. I titoli di ogni capitolo scandiscono la vicenda e rappresentano una sorta di scaletta degli eventi narrati.

Intenzioni dell’autore:

Il romanzo rappresenta un inno al quartiere di San Frediano, ed esprime una morale piuttosto semplice: un uomo non può volare da un fiore ad un altro, deve invece scegliere una sola donna da amare. Difatti, l’atteggiamento poligamo di Bob viene severamente punito proprio da coloro che ne erano state le vittime.

Il romanzo ebbe un grande successo, al punto che ne fu tratto un film omonimo nel 1954, con la regia di Valerio Zurlini.

Alcuni luoghi citati nel romanzo:

Chiesa e piazza del Carmine, pendici di Bellosguardo, Palazzo Pitti, bastioni medicei, Cascine, p.za Signoria, S. Croce, Cestello, Ponte alla Carraia, via della Vigna, piazza de’Nerli, porta S. Frediano, Mura S. Rosa, via Pisana, borgo Stella, via del Leone, via del Campuccio, Legnaia, piazza Piattellina, via Maggio.


[1] Becero, aggettivo di area toscana, vuol dire volgare, chiassoso, ignorante.

LETTERATURA ITALIANA

Domande e risposte su “La luna e i falò” di C. Pavese

  • Quando è stato scritto il romanzo? 1948/9, pubblicato nel 1950.
  • Che genere di romanzo è? Si tratta di un romanzo realista, denso di spunti autobiografici. Potrebbe essere definito anche romanzo di formazione.
La luna e i falò, Einaudi, 1997
  • Che cosa racconta? E’ la storia di un ritorno, di una maturazione, riguarda la presa di coscienza dell’importanza delle radici e della difficoltà nel trovarle (si veda in particolare il primo capitolo). Allo stesso tempo è il racconto di un viaggio, metaforico e reale, nel mondo dell’infanzia, ormai quasi mitologico. Ma il viaggio è anche alla scoperta di nuovi mondi, ed è dovuto all’esigenza di crescita e di cambiamento. Tornare dopo essere cambiati risulta complesso, non sembra di ritrovare più se stessi. La maturazione come elemento fondamentale di questo romanzo sembra confermata anche dall’epigrafe iniziale: “For C. Ripeness in all” (Per C: maturità in tutto). Constance Dowling è l’attrice americana di cui Pavese era innamorato.
Andrea Checchi e Costance Dowling nel film La strada finisce sul fiume
Di sconosciuto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4440344
  • Come si chiama il protagonista? E’ soprannominato Anguilla, ed è un orfano. Vive poveramente e lavora in campagna, finché decide di partire.
  • Quanti anni ha? 40 anni, al momento del racconto.
  • Chi racconta le vicende? Il protagonista stesso, in prima persona. Il narratore è dunque interno.
  • Qual è la trama?  Anguilla, orfano, è adottato  da una famiglia modesta proveniente da un piccolo borgo contadino (probabilmente Santo Stefano Belbo, luogo natale dell’autore) e abita sulla collina Gaminella; dopo la morte di Virgilia, madre adottiva, quando ha solo 13 anni, si trasferisce presso “La mora”, tenuta del Sor Matteo, un proprietario terriero. Inizia a lavorare e vive le sue vicende adolescenziali presso la tenuta, dove è circondato dalle figure femminili delle figlie di sor Matteo, Irene, Silvia e Santa, delle cui vite e storie amorose è attento osservatore. Parte poi per la leva militare e va a Genova; lì vive esperienze antifasciste e conosce Teresa. Si imbarca in seguito per l’America, dove fa fortuna; vive probabilmente in California. Qui è presente un’altra figura femminile, Rosanne, con la quale la storia d’amore si conclude a causa della partenza di lei. Gli americani, dice il protagonista, sembrano non avere radici, sono come “bastardi” (cap. XXI).
  • Il protagonista, partito senza nemmeno un nome, dopo tanti anni ritorna nel periodo del Ferragosto (si racconta brevemente anche di un precedente ritorno); incontra Nuto, amico saggio, sempre rimasto al paese, e guida razionale di Anguilla. Lui rappresenta il legame con un passato che sembra ormai scomparso, come scomparsi sono gli altri personaggi della sua vita passata e gli alberi di nocciole intorno alla casa del padre adottivo.
  • La vecchia casa di Gaminella è stata acquistata da un povero contadino mezzadro, Valino, nel cui figlio zoppo, Cinto, Anguilla rivede se stesso da ragazzo. Valino, a causa della povertà e dei problemi economici, arriverà ad uccidere la nonna e la cognata che vivono con lui, mentre Cinto riuscirà a fuggire e avviserà Nuto e Anguilla. Il romanzo termina con il racconto della morte di Santa, uccisa dai partigiani a causa del suo doppiogiochismo.
  • Fabula e intreccio coincidono? No, i piani temporali sono sfalzati; la narrazione segue l’andamento dei ricordi, e si sposta continuamente dal presente al passato, dunque sono presenti molte analessi.
  • Qual è l’ambientazione? Il mondo rurale delle Langhe, nel Piemonte meridionale. Lo scenario è descritto con notazioni uditive, olfattive, tattili e visive. Sono frequenti i termini tecnici relativi all’agricoltura e alla vegetazione tipica della campagna piemontese (tra cui i nocciòli, che il protagonista aveva vicino alla propria abitazione e che appunto non ci sono più).
Risultati immagini per noccioli
  • Perché il titolo? La luna influenza i raccolti e i falò servono per rendere fertile la terra; si tratta di simboli del mondo rurale, e allo stesso tempo sembrano anche simboli mitologici. I falò si accendevano anche durante le feste in campagna. Inoltre l’incendio della casa della Gaminella e il falò acceso per dar fuoco al cadavere di Santa sembrano alludere nuovamente al simbolo esplicitato dal titolo.
  • Quali sono i personaggi più importanti, come sono descritti e quali caratteristiche hanno? Nuto è l’amico saggio, suonatore di clarino, falegname. Durante l’adolescenza è stato compagno nella vita del protagonista, l’ha aiutato e accompagnato nella crescita. Da adulti è di nuovo una figura di riferimento, che rappresenta scelte opposte rispetto a quelle di Anguilla: non se ne è mai andato dal paese, e pensa che ci si possa restare solo non andandosene mai. Forse è Nuto il simbolo di quelle radici che Anguilla sembra non trovare. Nuto è inoltre aiutante dei partigiani, dunque vive in modo abbastanza attivo, benché prudente, un periodo storico turbolento, ovvero gli anni della Resistenza e della Repubblica di Salò.
  • Le figure però descritte con più dovizia di particolari sono quelle femminili, in particolare Irene, Silvia e Santa. Irene, bionda ed eterea, affascina il protagonista, che però sa di non poter arrivare a lei e dunque sente una maggiore attrazione per Silvia, mora e più passionale. Le ragazze sono però figlie del suo padrone, quindi ha con loro solo un rapporto di subalternità. Tuttavia la seconda parte del libro è tutta concentrata sul racconto delle loro vicende, con il rammarico quasi di non avervi preso parte.
  • Tutti i personaggi del passato di Anguilla, più o meno rilevanti, tranne Nuto, vengono citati in assenza: molti infatti sono defunti, o comunque non sono più presenti in paese. Anche questo contribuisce al senso di sradicamento del narratore, deciso alla fine a ripartire.
LETTERATURA ITALIANA

Tu m’hai sì piena di dolor la mente, di Guido Cavalcanti

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir’ che manda ’l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente, 5
dice: «E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire».

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia 10
fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’ egli è morto, aperto segno.

SINTESI DEL COMPONIMENTO

Il sonetto di Guido Cavalcanti consiste in una descrizione degli effetti che Amore ha sul poeta. Nella prima quartina l’autore rivolge un’apostrofe alla donna amata, dichiarando che lei ha riempito il poeta di dolore a tal punto che l’anima cerca di allontanarsi dalle facoltà vitali e i sospiri che il cuore addolorato emana rivelano alla vista delle persone che il poeta è incapace di tollerare la sofferenza data da amore.

Nella seconda quartina invece il protagonista è Amore, personificato, il quale percepisce la potenza della donna e dichiara di essere dispiaciuto che al poeta tocchi la morte a causa della donna crudele la quale sembra non voglia ascoltare nessuna parola che chieda pietà per il suo dolore.

Nelle terzine ci si concentra invece sull’Io poetico: Cavalcanti dichiara di essere come fuori dalla vita, di sembrare essere divenuto inanimato, come di rame o di pietra o di legno.; il poeta sembra camminare solo in virtù di un artificio meccanico, e sembra che si muova con una ferita nel cuore che indichi in modo evidente come lui sia stato ucciso.

Ritratto di Cavalcanti, in Rime 1813

ANALISI DEL TESTO

Il componimento potrebbe essere diviso in tre parti: nella prima quartina è presente appunto l’apostrofe alla donna e l’affermazione della volontà dell’anima di allontanarsi, di dividersi dalla persona del poeta; il cuore è il secondo protagonista in quanto emette dei sospiri ben visibili a chi sta intorno alla persona. Come spesso avviene in Cavalcanti l’identità dell’uomo è scissa in più elementi, è composta dall’anima e dal cuore che a sua volta produce sospiri, altro elemento collegato alla persona del poeta. La donna è personaggio muto, è presente solo attraverso le parole del poeta e di Amore medesimo, personificato, che dichiara la crudeltà della donna incapace di ascoltare parole richiedenti compassione per l’amante.

Amore personaggio è in questo componimento decisamente solidale con il poeta, si rivolge a lui dimostrandosi partecipe e addolorato. L’amante, colui che vive il dramma amoroso, appare nuovamente protagonista nelle terzine, nelle quali dipinge gli effetti sconvolgenti dell’amore sulla sua persona, che diventa appunto priva di vivacità, come senza vita, impietrita. Il cuore emerge nuovamente nel penultimo verso: qui si vede evidentemente la ferita mortale inferta dall’amore.

La donna è pura citazione, come spesso avviene in Cavalcanti: non si dice nulla del suo aspetto fisico, viene menzionata dal poeta solo con un generico “tu”, e poi se ne sottolinea la potenza (“grande valor”), pienamente percepita da Amore. Quest’ultimo la descrive come crudele e insensibile alle parole esprimenti sentimento e compassione.  

La sofferenza d’amore si genera dapprima nella mente del poeta, successivamente interessa l’anima  e la fa muovere, mentre il cuore sospira; questi elementi sono personificati al pari degli occhi del pubblico, che rappresentano appunto l’osservatore esterno al quale non sfugge la situazione dolente del poeta. Ma osservatori sono presenti anche nella prima terzina, dove si dice che il poeta appare come un oggetto materiale “a chi lo sguarda”; non solo, sembra una sorta di meccanismo, un ingranaggio che si muove per inerzia.

Elementi tipici del lessico stilnovistico sono la personificazione di Amore, la presenza del cuore, della “fiera donna”, lo sguardo altrui che osserva silenzioso; in Cavalcanti poi si accentuano le sensazioni di sconvolgimento, a cui alludono i vocaboli e le espressioni afferenti alla sfera semantica del dolore: “si briga di partire”, “sospiri”, “dolente”, “soffrire”.

Pisanello, San Giorgio e la principessa, 1436-1438 circa. Affresco. Dettaglio con la testa della principessa, chiesa di Sant’AnastasiaVerona

ANALISI METRICO- RETORICA

Il sonetto, composto da endecasillabi, ha schema metrico con rima alternata ABAB nelle quartine, con rima  CDE ECD  nelle terzine. Il ritmo rallentato nelle terzine accentua il senso della “meccanicizzazione” del poeta, divenuto una sorta di automa.

Figure retoriche:

Personificazione di Amore, dell’anima, dei sospiri, degli occhi.

Sineddoche “occhi” per persone v. 4

Paronomasia “per” – “par” versi 7 e 8

Anafora: “che”

Rime semantiche: mente-dolente, vita-ferita

Espressioni parallele:  convien morire v. 6 – fuor di vita v. 9.

LETTERATURA ITALIANA

Musica di un amoroso silenzio notturno: “Tacciono i boschi e i fiumi”, di Torquato Tasso

Il madrigale è un componimento lirico breve, legato alla musica. Inizialmente più lungo e complesso, viene ridotto nel corso del Cinquecento a una sola stanza di endecasillabi o settenari; la rima può essere libera o assente, ma comunque il componimento si conclude con una rima baciata.

I madrigali potevano riguardare temi morali o religiosi, ma soprattutto erano dedicati al racconto dell’amore, in tono leggero e galante. È questo il caso del madrigale di Tasso Tacciono i boschi e i fiumi, composto nel 1592, su commissione del musicista Gesualdo da Venosa:

Tacciono i boschi e i fiumi,

e’l mar senza onda giace,

ne le spelonche i venti han tregua e pace,

e ne la notte bruna

alto silenzio fa la bianca luna;

e noi tegnamo ascose

le dolcezze amorose.

Amor non parli o spiri,

sien muti i baci e muti i miei sospiri.

Metro: madrigale con schema abBcCddeE

Parafrasi

I boschi e i fiumi sono silenziosi,

il mare è calmo e senza onde,

i venti non spirano nelle grotte,

e durante la notte oscura

la luna, bianca, sta in un profondo silenzio;

e noi teniamo nascoste

le dolcezze dell’amore.

Amore non parli o emetta fiato,

i baci e i miei sospiri siano muti.

Il madrigale Tacciono i boschi e i fiumi prende ispirazione sia dalla prima quartina del sonetto 164 di Petrarca (Or che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace), sia dalla celeberrima immagine virgiliana degli amica silentia lunae (Eneide, II, 255).

L’atmosfera ricreata è serena, gli elementi della natura appaiono in una fase di quiete: boschi e fiumi sono silenti, il mare è calmo, i venti non spirano. La luna è bianca, in contrapposizione al nero della notte, e produce un alto silenzio: l’aggettivo allude sia alla profondità del silenzio, latinamente inteso, sia all’altezza della luna nel cielo. L’immagine è una sinestesia, in quanto associa due sfere sensoriali diverse, la vista e l’udito.

I primi cinque versi rimandano ad elementi inanimati, mentre dal sesto compare l’uomo, che si trova in una dimensione empatica rispetto alla natura. L’amore dovrà implicare in ogni caso silenzio, quel silenzio che la notte crea e sembra richiedere anche agli amanti: in questo risiede la piena sintonia e consonanza tra gli amanti e gli elementi della natura. La dolce realizzazione dell’amore si esplica preferibilmente proprio durante la notte, il momento ideale per nascondere e rendere segreta l’intimità degli amanti.

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Il Guercino, Paesaggio al chiaro di luna, 1616, Nationalmuseum Stockolm

La ripresa del sonetto 164 di Petrarca, che ispira il madrigale per l’ambientazione silente e notturna (si veda soprattutto il v. 4 et nel suo letto il mar senz’onda giace), ha carattere formale, ma non sostanziale. Infatti in Tasso l’ultimo verso rende esplicito il dato sensuale, evocato dai baci e dai sospiri, dato che non si sarebbe mai potuto rintracciare in Petrarca, per il quale l’amore è una sorta di adynaton, e si colloca su un piano ideale. Infatti il sonetto trecentesco si conclude con l’affermazione del continuo rinnovamento del martirio d’amore.

Il madrigale esprime invece la gioia di un amore goduto, benché si richieda a questo godimento una totale assenza di suono: in questo senso l’immagine finale è quasi ossimorica, perché baci e sospiri dovrebbero essere muti, mentre invece producono un suono, seppur delicato e leggero.

LETTERATURA ITALIANA

Quando i poeti parlano di camerette: Petrarca e Ariosto a confronto.

Francesco Petrarca, O cameretta che già fosti un porto

Canzoniere 234
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne,
che ’l dí celate per vergogna porto.

O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver ’me crudeli a sí gran torto!

Né pur il mio secreto e ’l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e ’l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo;

e ’l vulgo a me nemico et odïoso
(chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

Inserito nella prima parte delle rime, il sonetto di Petrarca sulla cameretta tratta un tema in realtà tradizionale, che si rintraccia anche nelle Sacre Scritture. Già Dante nella Vita Nova parlava della camera come rifugio e come luogo adatto al pianto segreto, e in seguito Boccaccio riprende e moltiplica questo motivo nel Filocolo e nel Filostrato.

Nella prima quartina leggiamo che la cameretta è metaforicamente paragonata ad un porto sicuro, che durante le tempeste della giornata (fuor di metafora: i gravi problemi che fanno soffrire il poeta), ha offerto un sicuro riparo; adesso invece la camera è il luogo dove il poeta può piangere di notte le lacrime che nasconde di giorno.

Il caro letto, prima un conforto nella sofferenza, adesso invece è bagnato dalle lacrime di Amore, causate dalle mani di Laura, bianche come l’avorio. Queste mani sono crudeli solo verso il poeta.

Il poeta, come ci dice nella prima terzina, non solo fugge l’intimità della cameretta e il riposo che il letto potrebbe dare, ma anche se stesso e il suo pensiero d’amore, che lo fa sollevare al di sopra delle cose terrene. Nella seconda terzina il poeta dichiara di ricercare come nuovo rifugio la compagnia del “vulgo” nemico e odiato, tale è la sua paura di ritrovarsi da solo con i suoi pensieri.

Se inizialmente dunque la cameretta, il “dentro”, rappresenta la calma e la quiete contrapposte al mondo esterno in tempesta, il poeta ci svela poi un vero e proprio ribaltamento: è il fuori a rappresentare la via d’uscita, perché l’interno acuisce il dolore favorendo il pensiero d’amore per Laura, un amore tormentato e inappagato. Questo tormento sfocia in un doloroso pianto.

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A. M. Marini (1668-1725), Mare in burrasca, olio su tela.

Ludovico Ariosto lavora sul modello petrarchesco, ma molto diverso è l’intento della poesia, e anche il tono:

Ludovico Ariosto, O sicuro, secreto e fidel porto

III
O sicuro, secreto e fidel porto,
dove, fuor di gran pelago, due stelle,
le più chiare del cielo e le più belle,
dopo una lunga e cieca via m’han scorto;

ora io perdono al vento e al mar il torto
che m’hanno con gravissime procelle
fatto sin qui, poi che se non per quelle
io non potea fruir tanto conforto.

O caro albergo, o cameretta cara,
ch’in queste dolci tenebre mi servi
a goder d’ogni sol notte più chiara,

scorda ora i torti e i sdegni acri e protervi:
ché, tal mercé, cor mio, ti si prepara,
che appagarà quantunque servi e servi.

In O sicuro, secreto e fidel porto compare la notte, che presenta una valenza positiva; nella notte infatti ci sono anche delle luci, gli occhi della donna, che hanno condotto il poeta nella tranquillità della cameretta.

Anche in Petrarca l’ambientazione è notturna, tuttavia non vi è nulla di sereno nel sonetto: come abbiamo visto, la cameretta un tempo era un porto, adesso è un luogo di pianti e disperazione, dovuti ad amore; il poeta giunge al punto di ricercare la compagnia del volgo per evitare di stare solo con il suo dolore. Viceversa per Ariosto la cameretta è il luogo in cui l’amore si realizza felicemente, dove le due stelle, ovvero gli occhi della donna, lo portano al riparo dalle tempeste della vita. Allora, in questo porto felice, la notte sarà più dolce e chiara del sole. Tutto sarà perdonabile, ogni torto subito, ogni offesa, proprio grazie al conforto dato dall’amata nella quiete della cameretta.

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Vincent van Gogh, Notte stellata, 1889, olio su tela, cm 73,7 x 92. New York, Museum of Modern Art (MoMa)

Del testo di Ariosto  si suggerisce anche di notare alcune figure retoriche ed espedienti poetici:
• L’iterato procedimento vocativo, che riprende Petrarca ed era presente anche nel capitolo;
• In linea con i vocativi, nelle terzine sono presenti due forme verbali alla seconda persona singolare, “servi”, rivolto alla cameretta e “ti si prepara”, riferito al cuore;
• La doppia dittologia del v. 12: “torti e i sdegni” (sostantivi) e “acri e protervi” (aggettivi);
• La ripetizione finale del verbo “servi” e la rima equivoca con il “servi” del v. 10, che deriva dal verbo servare.

Mentre Petrarca soffre per Laura, ed esprime in vario modo questo dolore, nel caso di Ariosto, che viveva una relazione felice con Alessandra Benucci, l’amore è vissuto in modo sereno e positivo e la cameretta rappresenta lo specchio nitido di questa visione.

 

 

LETTERATURA ITALIANA

Come scegliere una moglie (e sapersela tenere): la satira V di Ludovico Ariosto

Le satire

Le satire sono componimenti poetici volti a colpire concezioni, atteggiamenti, modi di comportarsi che si discostano dalla  morale dell’autore o dal comune modo di pensare. In sostanza servono a deridere e a schernire individui o gruppi di persone.

Ludovico Ariosto scrisse sette satire, dal 1517 al 1524: si tratta di componimenti in terza rima diretti a parenti e amici in cui è possibile trovare un’analisi di alcune circostanze della vita del poeta; a partire da queste si affrontano poi temi più generali, e si parla della debolezza degli uomini, ma con il sorriso, con un tono sempre ironico e bonario. Vari sono i modelli letterari che danno spunto ad Ariosto per la scelta delle sue tematiche, da Orazio, a Dante, a Boccaccio, e notiamo che le reminescenze letterarie si fondono perfettamente alle note biografiche che l’autore ci offre.

La satira V

La quinta satira, in particolare, è indirizzata al cugino del poeta, Annibale Malaguzzi, prossimo al matrimonio:

Da tutti li altri amici, Annibale, odo,
fuor che da te, che sei per pigliar moglie:
mi duol che ’l celi a me, che ’l facci lodo.
Forse mel celi perché alle tue voglie
pensi che oppor mi debbia, come io danni, (5)
non l’avendo tolta io, s’altri la toglie.
Se pensi di me questo, tu te inganni:
ben che senza io ne sia, non però accuso
se Piero l’ha, Martin, Polo e Giovanni.

PARAFRASI

Annibale, ho saputo da tutti i tuoi amici,
tranne che da te, che stai per sposarti:
mi addolora che tu lo nasconda a me, che invece lodo che tu lo faccia.
Forse me lo nascondi perché pensi che
Mi debba opporre ai tuoi desideri, come se io disapprovassi che altri prendano moglie, non avendola presa io.
Se pensi questo di me, ti sbagli:
anche se io non ce l’ho, non rimprovero per questo motivo
se ce l’hanno Piero, Martino, Paolo e Giovanni.

L’argomento della satira è presto enunciato: si parla di matrimonio, e dell’opportunità di contrarlo. Ariosto afferma che per vari eventi accidentali non ha potuto sposarsi, ma che sarebbe molto meglio farlo, perché l’uomo senza moglie accanto non ha piena onestà d’animo, non è moralmente perfetto. Questo anche perché il celibato spesso induce l’uomo a cercare altrove donne non sue, sempre diverse, in una sorta di ingordigia sensuale, e non gli consente mai di provare amore o carità.. Tra questi uomini, ci sono i preti, che son “sì ingorda e crudel canaglia”.

Meglio prendere moglie non troppo tardi: da anziani è preferibile dedicarsi ad attività diverse dall’amore, perché non si hanno più le forze, e le donzelle si consolano facilmente. Anche se avesse dei figli, la persona in là con gli anni non può prendersi cura di loro molto a lungo. Ariosto biasima anche coloro che sposano le serve dalle quali hanno avuto figli, in quanto questi prenderanno la loro indole e le loro maniere dalle madri.

Se l’amore conduce il cugino a prender moglie, lo faccia: ma Ariosto dà alcuni consigli. L’andamento della satira dunque è fortemente didascalico, mira cioè a insegnare qualcosa, al cugino, ma anche al lettore.

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Tiziano, Ritratto dell’Ariosto, 1515, Indianapolis, Indianapolis Museum of Art

  1. Osserva bene la madre della futura sposa, e l’educazione ricevuta.

Infatti la mela non cade mai lontano dall’albero e dai costumi della madre si possono evincere quelli della figlia:

Se la madre ha duo amanti, ella ne mira
a quattro e a cinque, e spesso a più di sei, (110)
et a quanti più può la rete tira:

È utile sapere chi siano la balia e le compagne, e se la donna sia capace nell’arte tessile o nel canto o nella musica.

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Sandro Botticelli, Ritratto di Simonetta Vespucci, 1475, Francoforte, Städel Museum

  1. Non prendere in moglie donne più ricche e più nobili.

Queste, infatti, spenderanno di più e, se non verranno accontentati i loro capricci, turberanno la quiete domestica. Meglio preferire una donna di pari condizione sociale.

Una che ti sia ugual teco si giunga,  (145)
che por non voglia in casa nuove usanze,
né più del grado aver la coda lunga.

  1. Non volere una donna troppo bella.

Meglio preferire una donna né brutta né bella, ispirandosi al principio della medietas.

Fra bruttezza e beltà truovi una strada
dove è gran turba, né bella né brutta, (152)
che non t’ha da spiacer, se non te aggrada.

Una troppo bella moglie potrebbe essere infatti oggetto di amore e di desiderio da parte di più persone, e alla fine, tra tutti i suoi corteggiatori, qualcuno riuscirà a conquistarla, vincendo le sue resistenze. Meglio anche evitare le donne troppo brutte, da cui proverrà una pena perenne.

  1. Non scegliere una moglie sciocca.

Una sciocca potrebbe rendere noti a tutti i propri errori chiacchierando troppo; la donna saggia invece agisce con astuzia, di nascosto, e sa coprire le sue malefatte. Oltre che saggia,

Sia piacevol, cortese, sia d’ogni atto
di superbia nimica, sia gioconda,
non mesta mai, non mai col ciglio attratto.

Sia vergognosa; ascolti e non risponda
per te dove tu sia; né cessi mai, (185)
né mai stia in ozio; sia polita e monda.

Quindi la donna dovrebbe avere un bel carattere: dovrebbe essere gentile, umile, allegra, timida, operosa, leggiadra, pura. I consigli del poeta riguardano quindi anche l’aspetto interiore.

  1. Sposa una donna più giovane di dieci o dodici anni.

Se la scegli di pari età o più vecchia, ti sembrerà presto sfiorita, mentre tu sei nel pieno delle forze e nel fiore degli anni: le donne infatti invecchiano prima. È inoltre opportuno che l’uomo abbia raggiunto i 30 anni prima di sposarsi, un’età in cui la ragione può predominare sulle passioni.

  1. Sceglila pia e religiosa, ma sta’ attento che non vada troppo spesso a Messa.

Questo perché i preti amano circuire donne sposate: non c’è da fidarsi.

  1. Evita le donne che si truccano troppo.

Il rifiuto del trucco è tradizionale in letteratura, ed è aborrito da molti autori, quali Plauto e Giovenale. Ariosto ci dice che i trucchi sono fatti con la saliva delle donne ebree che li vendono e con altre sostanze maleodoranti. Belletti e unguenti inoltre rovinano la pelle, facendola diventare rugosa, e persino i denti, che diventano neri e pochi.

Meglio dunque preferire una donna che non segue mode e sia esperta di cucito piuttosto che di trucchi.

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Pieter Paul Rubens, Ritratto di Isabella d’Este, 1605, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Dopo i consigli per prendere moglie, il poeta spiega al cugino come comportarsi nel matrimonio, seguendo uno schema di ovidiana memoria (si veda l’Ars Amatoria). Dovrà occuparsi della sua donna e non andare a cercarne altre; dovrà essere affettuoso, e, qualora lei sbagliasse, dovrà farle capire l’errore con le buone maniere. La donna dovrebbe essere una compagna, non una serva, e sarà opportuno soddisfare le sue richieste, se non eccessive. Bisogna osservare quello che fa, ma non mostrarsi diffidente; meglio è permetterle di andare agli eventi pubblici, sempre stando attenti alle sue amicizie, affinché non abbiano influenze negative.

Lievale quanto puoi la occasïone
d’esser puttana, e pur se avien che sia, (290)
almen che ella non sia per tua cagione.

A questo punto il poeta, per affrontare l’argomento del tradimento, fa una parentesi e ci racconta un aneddoto su un pittore, Galasso, che rappresentava il diavolo con aspetto bellissimo: bel viso, begli occhi e bei capelli. Il diavolo un giorno gli appare in sogno e per ringraziarlo dei suoi dipinti così belli, dice che risponderà a qualunque domanda Galasso voglia fargli. Il pittore, allora, che aveva una moglie meravigliosa, di eccezionale bellezza, e ne era geloso, domanda al diavolo come possa fare per essere sicuro di non essere mai tradito. Il diavolo allora gli mette un anello al dito e gli dice che finché lo terrà, la moglie non lo tradirà mai. Allora…

Lieto ch’omai la sua senza fatica
potrà guardar, si sveglia il mastro, e truova
che ’l dito alla moglier ha ne la fica.

Questo annel tenga in dito, e non lo muova (325)
mai chi non vuol ricevere vergogna
da la sua donna; e a pena anco gli giova,

pur ch’ella voglia, e farlo si dispogna.

Ariosto aderisce a motivi letterari tradizionali, come quello del marito geloso (che già si rintraccia nella poesia trobadorica) e della donna fedifraga (si pensi alla poesia classica, ad esempio alle elegie di Properzio, ma anche alle novelle di Boccaccio). In più usa un linguaggio osceno tipico della poesia giocosa e carnascialesca. Sembra proprio, secondo questa satira ariostesca, che sia difficile impedire alla moglie di tradire il marito.

Naturalmente non dobbiamo dimenticare che Ariosto compone delle satire, quindi esaspera volutamente certi concetti e li pone in chiave ironica, con lo scopo di suscitare il sorriso del lettore. E ci sembra che le terzine della satira V riescano in questo intento, parlando in modo vivido e avvincente di un argomento sempre attuale, quale la relazione amorosa tra uomo e donna.

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Horae Beatae Mariae Virginis, Manoscritto miniato, presumibilmente
Anversa, circa 1480

LETTERATURA ITALIANA

La “Vita” di Alfieri: commento e sintesi

PREMESSA

Vittorio Alfieri, drammaturgo piemontese vissuto nel 1700, scrive la sua vita in modo dettagliato e piacevole. Non si tratta solo del racconto degli eventi più significativi della sua esistenza, si tratta anche e soprattutto di una sorta di biografia letteraria, in cui il drammaturgo ricostruisce passo dopo passo gli studi e le letture che ha affrontato e che spesso lo hanno ispirato nella propria attività di scrittore.

La lunga giovanile astensione dalla lettura viene analizzata a posteriori dall’autore, e il flusso degli accadimenti viene intrecciato saldamente all’esigenza crescente di confrontarsi con la pagina scritta. In una climax ascendente noi assistiamo alla nascita dell’artista, magistralmente affrescata da lui stesso.

SINTESI

INTRODUZIONE

Nell’introduzione l’autore spiega il perché ha deciso di scrivere una biografia: in primo luogo per amor proprio, e poi perché, essendo egli uno scrittore, qualcuno avrebbe potuto decidere di scriverla al suo posto, inserendo magari delle inesattezze. Alfieri infatti asserisce che dal canto suo non scriverà cose non vere. L’autore intende dividere la vita in 5 età: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità, vecchiaia. Essa sarà utile per uno studio dell’uomo, e sarà dettata dal cuore: anche lo stile dunque risentirà di questo impulso sentimentale di scrittura.

PUERIZIA

Il conte Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel gennaio del 1749, da famiglia nobile: questo fatto gli ha consentito di svelare abusi e ridicolezze del suo stesso stato, ma al contempo lo ha fatto vivere non contaminato, libero e puro anche grazie alla sua agiatezza. Inoltre può essere fiero dell’onestà dei suoi parenti. Suo padre muore poco dopo la sua nascita, per cui il poeta lo conosce solo attraverso i racconti di altri.

Alfieri ci racconta il suo primo ricordo, per agevolare chi ne studia appunto il funzionamento: lo zio paterno gli regala dei confetti. Ci racconta inoltre l’autore che quando sua sorella maggiore viene allontanata dalla casa materna per essere collocata nel monastero dei Gesuiti ad Asti, il piccolo Alfieri soffre molto. Trova un po’ di sollievo quando si reca nella chiesa del Carmine e vede i visi dei novizi, che sono muliebri e gli ricordano forse la sorella; il bambino dimostra in più occasioni un carattere sognatore e appassionato, che spesso tende alla solitudine e alla malinconia.

Immagine correlata

Armando Spadini, Bambini che studiano, 1918

ADOLESCENZA (OTTO ANNI D’INEDUCAZIONE)

Dopo essere stato collocato, a 9 anni, a studiare presso l’Accademia di Torino, peggiora anche la sua salute, per la vita densa di sforzi che vi conduce. Lo studio qui portato avanti è mnemonico e libresco e casuali sono i contatti di Alfieri con qualche autore italiano, tra cui l’Ariosto, Metastasio, Caro, Goldoni. Durante una breve vacanza a Cuneo presso lo zio paterno, suo tutore, compone il primo sonetto, che però lo zio non apprezza: siamo nel 1761 e il poeta non scriverà più fino al compimento dei 25 anni.

Il giovanissimo Alfieri viene molto impressionato dallo spettacolo del dramma giocoso in musica Il mercato di Malmantile, di Goldoni; vi assiste nel teatro di Carignano, progettato dal cugino paterno Benedetto Alfieri ed è particolarmente colpito dalla musica.

A 14 anni, dopo la morte dello zio tutore, viene in possesso delle sue entrate e acquisisce maggiore libertà. Entra nel Primo Appartamento dell’Accademia, dove vive una vita scioperata e priva di studi significativi; la sua salute tuttavia migliora. Ha a disposizione la sua eredità e con il nuovo curatore riesce a imporsi e a spendere quanto vuole nell’acquisto di abiti e cavalli. Diventa bravissimo cavaliere, e con gli amici va spesso a cavalcare, spingendosi anche a compiere tratti arditi. Durante una breve villeggiatura con due fratelli suoi amici s’innamora della loro cognata e idealizza questo amore senza però agire in merito.

Una visita a Genova lo impressiona molto, ma, dice, non scrive versi in proposito perché non ha la lingua né una bastante cultura.

Ben presto gli viene offerto di entrare nel Reggimento Provinciale, ma il giovanissimo Alfieri non ha alcuna voglia di intraprendere la vita militare al servizio del re del Piemonte: vuole invece soltanto viaggiare. Riassume così la sua adolescenza: 8 anni di infermità, ozio, ignoranza.

Risultati immagini per vittorio alfieri a cavallo

James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

GIOVINEZZA, DIECI ANNI DI VIAGGI E DISSOLUTEZZA

Cambia cameriere, adesso è Francesco Elia, uomo sagace che era stato per 20 anni a servizio presso lo zio paterno. Nel 1766, a soli 17 anni, intraprende un lungo viaggio, in cui conduce con sé solo alcuni Viaggi d’Italia scritti in francese: il giovane infatti legge e parla in francese, lingua che però non conosce benissimo. Arriva a Milano e a Bologna, ma queste città non gli piacciono. A Firenze visita i monumenti, ma senza alcun senso del bello. Lo colpisce la tomba di Michelangelo e riflette sulla grandezza dell’uomo che ha lasciato qualcosa di stabile fatto da lui; nel complesso Firenze gli piace meno di Genova, e invece d’imparare il toscano si mette a studiarvi l’inglese, forse perché vede la superiorità politica degli inglesi.

Livorno gli piace perché è sul mare e somiglia a Torino, a Siena sta poco, a Roma sta più tempo ma non se ne meraviglia quanto dovrebbe. Nulla lo spinge ad approfondire e osserva sempre le stesse cose senza esserne affatto colpito. Nemmeno Venezia, dopo un iniziale stupore, lo coinvolge. Presto dunque si reca fuori dall’Italia.

Arriva a Parigi, che gli sembra una città con moltissimi difetti; qui assiste a degli spettacoli teatrali, ma pochi drammi gli piacciono davvero (tra questi, la Fedra). Nel complesso le città estere gli sembrano inferiori alle italiane. È sempre annoiato e ha una continua ansia del partire. Visita anche Londra, che invece gli piace perché appare una città laboriosa e sviluppata; in Olanda, a L’Aia, s’innamora di una giovane sposina, e trova un amico, Don Jose D’Acunha, ministro del Portogallo. Egli gli regala un esemplare del Principe, che l’autore leggerà solo dopo molti anni. Partita la sposina, Alfieri se ne addolora e si dispera a tal punto che D’Acunha lo spinge a ripartire: ha 19 anni.

Tornato in Italia, decide di rimanere a Torino con la sorella, dove si dedica alla lettura di libri, soprattutto francesi; legge anche Le vite parallele di Plutarco, che lo colpiscono molto, e studia il sistema planetario. Per sua fortuna un progetto di matrimonio sfuma. A 20 anni esce dalla podestà del curatore e scopre di essere più ricco di quanto credesse. Incerto sul da farsi, intraprende un secondo viaggio europeo, in Germania, Danimarca e Svezia, previo permesso del re di Sardegna.

Tra i vari spostamenti legge i saggi di Montaigne, mentre evita autori italiani e latini, ormai disavvezzo a comprendere le due lingue. Conosce il re di Prussia, ma non sente per lui rispetto o meraviglia, bensì sdegno e rabbia. Non ama il servilismo né il servizio militare in genere. Parla in italiano con il ministro di Napoli in Danimarca e legge i dialoghi dell’Aretino. In questo secondo viaggio rimane colpito dal paesaggio svedese, mentre S. Pietroburgo lo delude molto, forse perché governata da Caterina II, autocrate e dispotica.

Torna dunque in Inghilterra, dove vive avventure molto intense, frutto di una certa giovanile imprudenza: cade da cavallo e si produce una frattura al braccio; inoltre viene sfidato a duello dal marito della donna con cui ha una relazione. Non intende poi sposarla, nonostante il divorzio di lei, perché lei aveva un servitore del marito come secondo amante.

In Portogallo conosce l’abate Tommaso di Caluso, che gli legge varie poesie e che diverrà uno dei suoi migliori amici. Le città spagnole di Siviglia, Cordova e Valencia gli piacciono molto.

Si dirige nuovamente a Torino, dove fonda con i vecchi compagni dell’Accademia una Società Permanente e tra le altre cose i consociati leggono degli scritti anonimi da loro composti: Alfieri compone dei testi di genere satirico. A 24 anni cade poi in un terzo laccio amoroso, che stavolta è fatale, ma in un certo senso anche salvifico. Nel 1733 ha una feroce malattia, in seguito si ammala la sua amante e mentre è al suo capezzale, tediato, scrive le scene di un dramma in versi, Cleopatra, in un italiano stentato; inconsapevole del potenziale di quella prova poetica, la lascia sotto il cuscino della poltroncina.

Si dimette dall’incarico militare cui pure aveva raramente atteso. Decide di distaccarsi dalla sua donna, scrive un sonetto e vuole rimettere mano alla sua Cleopatra:  si fa legare alla sedia per non cadere nuovamente nei lacci di quell’insano amore. Termina l’opera, in 4 atti, e la fa leggere a padre Paciaudi, bibliotecario del duca di Parma; facendo seguito ad alcune postille del Paciaudi, Alfieri decide di riscrivere la Cleopatra e la fa rappresentare a Torino il 16 giugno 1775: la recita è molto applaudita e fa nascere nel suo autore il desiderio di raggiungere vera gloria.

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Paul Bril, Landscape with a hunting party and Roman ruins, XVII secolo.

VIRILITÀ

In questa fase scrive le tragedie Filippo e Polinice; deve molto al Paciaudi e al conte Agostino Tana, anch’egli letterato. Inizia a studiare i latini e intraprende un viaggio in Toscana per impararne la lingua. Ci racconta molto del suo modo di scrivere, che spesso ha ispirazione letteraria.  In primo luogo il poeta si occupa di ideare il soggetto e di distribuirlo in atti e scene (definisce il numero dei personaggi e fa una sintesi degli eventi); poi inizia a stendere il testo, ovvero scrive i dialoghi e infine li mette in versi e rielabora togliendo quello che non reputa leggibile e poetico (fase del verseggiare). L’autore, pur mantenendo il necessario labor limae poetico, si riconosce una certa impulsività nella scrittura, che è un tratto suo caratteristico.

L’essere appagato dal sostegno di alcuni buoni amici è corroborante per la sua attività poetica. Nel 1777 scrive La tirannide. Cerca sempre di non leggere tragedie moderne se intende comporne alcune con medesimo soggetto: ciò perché non vuole essere influenzato nell’attività creatrice.

A Firenze s’innamora della contessa d’Albany, sposata a un uomo con problemi di alcool, molto geloso. La contessa ha un’ottima indole e migliora le facoltà intellettive di Alfieri. Ella è inoltre molto bella, ha i capelli biondi, gli occhi neri e una pelle chiarissima. Diventerà l’anima gemella del poeta.

Per essere libero  di soggiornare e pubblicare dove vuole senza dover ottenere il permesso del re del Piemonte, regala il suo feudo alla sorella Giulia, perdendo parte della sua rendita. Inizia a fare molta economia, su cibo, abiti e cavalli. Decide di fare in modo che la sua amata impari l’italiano perché lui non sopporta il francese; la vede ogni sera, e la presenza dell’amata, nonché la continua corrispondenza con i suoi amici, l’abate Caluso e il senese Gori, lo fanno sentire affettivamente pieno: questo lo porta a scrivere di più e a migliorare le sue capacità.

La sua amata viene però angustiata da difficoltà domestiche: per salvarsi dall’ebro marito è costretta a rifugiarsi in convento prima a Firenze e poi a Roma. I due amanti sono perciò separati per un periodo, finché Alfieri non si trasferisce a Roma e ottiene di vedere l’amata ogni sera.

Nel frattempo continua a scrivere tragedie, nel 1782 è la volta del Saul; arriva al numero di 14 e nel 1783 decide di stamparne 4.

Poiché il fratello dell’amata vuole interrompere la frequentazione tra lei e Alfieri, in quanto poco opportuna per una donna ancora sposata che risiede in un convento, il poeta decide di partire per il nord Italia, dove incontra Cesarotti e Parini, da cui riceve qualche suggerimento. Pubblica altre sei tragedie e poi decide di partire per l’Inghilterra, per consolarsi della lontananza con l’amata; qui acquista 14 cavalli, che porta in Italia, in una sorta di avventurosa spedizione. Giunto a Torino, il re Vittorio Amedeo II lo vorrebbe impiegare, ma Alfieri rifiuta la proposta fattagli da un ministro del re, in quanto vuole praticare le lettere e non essere al servizio dei potenti.

A Torino assiste alla pessima recita della Virginia; comprende che in Italia non può ottenere davvero lode né biasimo, la prima perché non discerne le qualità e dunque scoraggia, il secondo perché non insegna. Spesso Alfieri lamenta il fatto che le critiche alle sue opere tragiche non sono mai circostanziate e sostenute da esempi positivi. A Torino va a trovare la madre, poi, dopo il trasferimento dell’amata, la raggiunge in Alsazia.

Il ricongiungimento con l’amata fa riprendere ad Alfieri la vena creativa, e compone altre 3 tragedie; con suo sommo dolore riceve la notizia della morte dell’amico Gori. La vicinanza con la contessa d’Albany e la visita dell’abate Caluso tuttavia lo consolano molto e determinano una nuova energia nella scrittura; decide di stampare le tragedie a Parigi e a Kehl le altre opere. Siamo agli albori della Rivoluzione francese.

PARTE II

QUARTA EPOCA
Tra varie traduzioni e studi latini, dopo un breve viaggio in Inghilterra, Alfieri e la contessa decidono di partire dalla Francia, per evitare i problemi in cui sarebbero incorsi durante la Rivoluzione; riescono fortunatamente ad uscire dal paese e si recano a Firenze, dove Alfieri compone il Misogallo e inizia a studiare i classici greci, provando a imparare il greco nel 1797. Nuovamente ispirato, scrive di getto, obbedendo a un vero e proprio impulso, la tragedia Alceste seconda.

Nel 1799 assiste all’occupazione francese della Toscana e anche per questo decide di rivedere e terminare le sue opere; i francesi poi si ritirano. L’editore parigino Molini intende ristampare e pubblicare le opere di Alfieri trovate già stampate a Parigi, e l’autore ne è molto scontento, in quanto si tratta sostanzialmente del furto di alcuni libri a stampa che aveva dovuto forzatamente lasciare nella fuga da Parigi.

Dopo il ritorno dei francesi in Toscana Alfieri mantiene comunque la sua ritrosia e indipendenza; stende il soggetto per sei commedie. Per il troppo studio si ammala frequentemente. Nel 1803 decide di non scrivere più opere nuove, ma di limare solo quanto è già stato scritto.

Da una lettera dell’abate di Caluso apprendiamo che il poeta è morto improvvisamente, dopo breve convalescenza, nel 1803, all’età di 55 anni.

 

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François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, Firenze, Galleria degli Uffizi

COMMENTO

Alfieri si dimostra, in tutto l’arco della sua vita, appassionato, amante degli estremi, dell’andare più che dello stare, a volte intollerante, sempre indipendente. Ha vissuto un’adolescenza e una giovinezza provando moltissime esperienze grazie ai numerosi viaggi affrontati; biasima a lungo, analizzandolo retrospettivamente, questo modo scioperato di vivere, privo di letture e di studi significativi. Il lettore sarà portato a credere che forse la ragione di questo continuo muoversi, viaggiare, spostarsi, senza essere mai appagato sarà da rintracciarsi proprio in questa mancanza di vita intellettuale. La chiave di volta dell’esistenza alfierana è rappresentata proprio dall’inizio degli studi autonomi, che lo conducono, in un momento di noia, a intraprendere anche la via della scrittura. Per la verità Alfieri inizia a leggere e a scrivere proprio per fuggire a qualcosa, in particolare a un amore più dannoso che utile, e senza dubbio alla noia; l’ingresso nella nuova vita letteraria si connota dunque in primo luogo come uscita da una fase precedente e sofferta.

Le attività di lettura e scrittura riempiranno davvero l’ anima dello scrittore, a partire dai 25 anni circa; certo, vien fatto di pensare che a quest’età l’autore sia semplicemente maturato, e comprendendo meglio se stesso e le sue esigenze si dedichi all’esercizio di ciò che davvero può gratificarlo, ovvero l’ottenimento della gloria letteraria. Curiosamente però l’autore ci racconta più delle critiche che dei complimenti ricevuti, che pensa sempre di non meritare; quindi se da un lato ci dice di essere sempre stato mosso dal desiderio di ottenere gloria, dall’altro non ci racconta molto di come questa sia arrivata, come se non fosse mai pienamente soddisfatto dei suoi risultati di letterato.

Accanto allo studio e forse più importante di questo, l’altro perno della vita di Alfieri è rappresentato dalla presenza degli affetti: due amici molto cari e la sua donna. Quando è circondato dagli affetti il poeta si sente sereno e la sua vena creativa è più prolifica.

Se da una parte l’autore critica molto se stesso per il lungo digiuno di studi e letture, tuttavia forse le variegate esperienze vissute in giovinezza avranno lasciato un seme destinato a fiorire nella drammaturgia. Possiamo infatti pensare che Alfieri conoscesse le umane passioni per averle vissute e per aver conosciuto bene il mondo, nonostante il suo carattere taciturno e riservato; e che questa  interiore conoscenza del mondo l’autore la trasponesse nelle sue tragedie in particolare, e nei suoi testi poetici e prosastici in generale.

La stessa definizione che il poeta fa di se stesso, come di persona taciturna e schiva, riesce un po’ difficile crederla, stante la discreta quantità di individui con cui viene a contatto e con cui ha familiarità; certamente poi, solo due persone, Gori e l’abate Caluso, sono considerati da lui amici veri.

Una vita ricca di eventi, in cui Alfieri dimostra grandissime capacità di azione e al contempo di riflessione, due attitudini che sembrano opposte e che in lui trovano una sorprendente sintesi. L’azione è simboleggiata dalle continue corse a cavallo, la riflessione dallo studio letterario che l’Alfieri, una volta intrapreso, non abbandona mai: queste opposte tendenze perfettamente equilibrate e l’affetto della sua donna, la sua metà, rappresentano la linfa vitale del poeta.

Infine, Alfieri si mostra spesso indomito, intollerante, incapace di scendere a compromessi con il potere, disprezzatore della tirannide e di chi per fuggirla ne crea una peggiore (come i rivoluzionari in Francia). Certo la sua agiatezza economica consente al nobile Alfieri di sottrarsi a un servizio regio altrimenti necessario per il proprio sostentamento, e gli dà una certa libertà di movimento, d’azione, di pensiero. Anche dalla vita si intravedono alcuni giudizi politici negativi, specie verso i francesi, popolo verso cui il poeta non nutre alcuna stima, come dimostra nel suo Misogallo.

Possiamo concludere dicendo che la lettura della Vita è un viaggio piacevolissimo, e che Alfieri è una guida speciale proprio per la nettezza e la tagliente precisione delle sue opinioni. Bisogna sempre considerare che non si tratta di un testo neutro, ma della visione a posteriori dell’autore rispetto a quello che ha compiuto: e non si limita a narrarlo, ma lo giudica apertamente. Colui che legge la Vita dal canto suo potrà formarsi una propria opinione dei fatti letti, e mediante la successiva lettura dell’opera di Alfieri potrà magari gettare ulteriori luci sull’affascinante personalità del grande tragediografo.

LETTERATURA ITALIANA

“Senilità” di Italo Svevo

Senilità fu pubblicato da Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nel 1898, presso l’editore Ettore Vram. Si tratta del secondo romanzo di Svevo, letterato non per professione, e come il primo non ebbe il successo sperato.
Il romanzo racconta in terza persona le vicende di Emilio Brentani, impiegato assicurativo con la passione per la scrittura; egli vive con la sorella Amalia, completamente dedita ad accudire lui e la loro casa. L’unica figura esterna a venire spesso in contatto con questo ristretto nucleo familiare è Stefano Balli, scultore amico di Brentani.

Gli equilibri tra i personaggi cambiano con l’arrivo di Angiolina, ragazza bionda che sconvolge la tranquilla e oziosa esistenza del Brentani, facendolo innamorare di sé. Questo momento è quasi un punto di non ritorno: da questo attimo scaturiscono infatti una serie di eventi e comportamenti, che, in un lento crescendo, porteranno Brentani a una fine non felice.
Procedendo con ordine, il romanzo è intitolato Senilità. Quali sono gli attributi di questa età della vita? Forse una certa pacatezza, una lentezza nell’agire, un temperamento meno energico, misti però a saggezza. Tuttavia, a parte i caratteri della vecchiaia, la senilità di cui si parla è marcata in senso morale: il protagonista è senile, in quanto non appare particolarmente votato all’azione, non sembra mai avere in pugno gli eventi della sua vita, e sicuramente non si dimostra nemmeno virtuoso. È molto lontano, dunque, dai canoni dell’eroe letterario. Trascorre la sua vita in modo inerte, senza eventi speciali, fino all’arrivo di Angiolina, che è l’alter ego della giovinezza. Per le azioni che questa ragazza compie il lettore è portato a vederla non in modo positivo: appare come una giovinetta con vicende familiari infelici che tende a cercare il proprio tornaconto senza minimamente considerare i sentimenti altrui. In questo senso è giovane, in quanto non le appartiene l’idea che esistano altre persone oltre a lei e poiché vive in modo spensierato. Il lettore potrà vederla così, non così la vede Emilio Brentani, per il quale Angiolina è vera donna-angelo, presenza salvifica che lo riconduce alla vita spezzando l’inerte monotonia della sopravvivenza. Brentani la idealizza e vede in lei la vera bellezza, non solo esteriore, ma anche interiore.

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Leonardo da Vinci, Annunciazione (particolare). Firenze, Galleria degli Uffizi

Se Angiolina è la giovinezza, anche l’amico di Emilio, Stefano, in qualche modo la rappresenta. Si tratta di un personaggio affascinante, energico, animato da vero spirito solidale verso Emilio. La sua caratura morale, dapprima un po’ in ombra, emerge con più forza verso la fine, nel momento più difficile per il suo amico. In parallelo, se Angiolina ha sconvolto la tranquillità di Emilio, Stefano mina quella di Amalia: la sorella del protagonista infatti, in un periodo in cui lo scultore frequenta casa Brentani, se ne innamora, non avendo mai il coraggio di esprimere il suo sentimento. Perché se almeno Emilio si relaziona con qualcuno e in particolare confessa ciò che prova ad Angiolina, conducendo una sorta di esistenza all’esterno del nucleo familiare, Amalia non ha neppure questi elementi di conforto: vive in casa sua, tra una corazza di abitudini e suo fratello Emilio. Quest’ultimo però trascura la sorella durante la relazione con Angiolina e così ad Amalia viene a mancare l’unica forma di relazione in una vita solitaria e mesta. E dunque alla fine i fratelli, così senili, andranno incontro a due forme diverse di sconfitta.

sconfitta

Svevo scruta dentro l’animo umano, che è certo un pozzo profondo, difficile da indagare, e ci regala l’affresco magistrale di un uomo con le sue debolezze, i suoi egoismi, i suoi sensi di colpa

 

LETTERATURA ITALIANA

“Il complesso dell’Imperatore” di Carolus Cergoly

Carolus Cergoly, giornalista, poeta e narratore, nasce a Trieste nel 1908, quando la città era ancora immediata all’Impero Asburgico. La sua provenienza triestina è un dato fondamentale, quasi fondativo della sua attività artistica: infatti la sua poesia scaturisce da Trieste, inneggia a Trieste, e riesce persino a riassumerne l’essenza, cosmopolita e italiana a un tempo.

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Trieste. Fonte:  http://www.artspecialday.com

La raccolta di poesie pubblicata nel 1980, Latitudine nord, dal sottotitolo Tutte le poesie mitteleuropee in lessico triestino, si apre con un componimento- autoritratto, intitolato Introitus, che mentre descrive il poeta presenta la multiculturalità di Trieste.

La natura di poeta di Cergoly influisce decisamente anche sulla sua attività di narratore, come si osserva leggendo il romanzo che rese noto l’autore, Il complesso dell’Imperatore; già il titolo significa molto: in primo luogo l’ambientazione è in quella Trieste ancora dominata dagli austriaci (si veda la copertina del libro che raffigura l’aquila bicipite simbolo dell’Impero). Il sottotitolo, Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo, fa comprendere come questo libro non sia tanto un romanzo dalla trama omogenea e lineare, quanto piuttosto un insieme scomposto di frammenti, di episodi giustapposti e collegati da elementi di volta in volta diversi. Il poeta non a caso li definisce “incastri di prosa”.

A questa frammentazione contenutistica ne corrisponde una formale: il testo infatti si compone di periodi più o meno brevi al termine dei quali l’autore va sempre a capo, quasi che ciascuna frase costituisse un piccolo nucleo chiuso e isolato, una sorta di poesia. Questa peculiarità della prosa cergoliana è meglio descritta da un commento del poeta Andrea Zanzotto, che scrive:

La pagina di Cergoly si produce generosamente a versetti o a nuclei tutti in ebbro scorrimento: poesia, prosa, discorso subliminare, sentenza, citazione, parodia, ron ron, ciacola.

Altro dato curioso è, se si esclude la presenza del punto fermo e di qualche sporadico punto interrogativo, la totale assenza di punteggiatura.

Cergoly sembra scrivere dando libero sfogo ad un’associazione progressiva di pensieri: ama riprendere e ripetere i concetti, elencare oggetti, accumulare figure retoriche-allitterazioni, metafore..- e fare largo uso delle onomatopee.

Si vede bene come ripete gli stessi concetti e ribatte sugli stessi termini. Nel rilevare la giocosità dello stile di Cergoly, Zanzotto scrive:

Ma qui ci sono di mezzo sicuramente, a stordirci, astuzie follettistiche e joyciane, o addirittura formule incantatorie come quella ripetuta di continuo da un pacioso gendarme: “ja hat ja hat”.

Cergoly si occupa di personaggi che egli stesso definisce “reali e vivi (più vivi dei vivi perché sono morti)” e che sono calati in una precisa realtà storica cui il poeta guarda con una certa nostalgia, e che viene quasi trasfigurata in mito; ciascun dato realistico, anche il più prosaico, si mitizza e diventa una “favola bella”:

Al calar del sole il Ponterosso ha l’aspetto di un ponte di fuoco.[…]Il cerchio di fuoco e hoplà salta la tigre e salta la scimmia cavallerizza sulla cagna barbona che sembra la visiera di Belfagor [Il complesso dell’imperatore, p.119]

La prora dell’Audax rimorchiatore d’alto mare è fortissima come l’Excalibur la leggendaria spada di re Artù. [ivi, p.121]

[Trieste] Città tirata su dal caro dio solare Triopa tra est e ovest […][ivi, p.139].

A riprova della propensione verso miti e leggende, il primo personaggio che incontriamo è un coboldo -spiritello della mitologia tedesca e protettore del focolare domestico- che si trasferisce a Trieste, definita “città ombelico del mondo”e “canestro di mazzi di fiori freschi come la primavera”. All’arrivo in città il coboldo “sentì mistura di alghe, odore di foglie tripartite di tiglio, uva di Samos, pepe, pan di zucchero”- dunque una variegatura di odori per una città variegata- e divenne volontario casalingo di Stanislaus Joyce, insegnante d’inglese con accento irlandese e grande monologatore.

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Un Coboldo, dettaglio da Incubo (1781), di Johann Heinrich Füssli. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Coboldo

Ravvisiamo nel romanzo una predilezione decisa per il dato nominale: ricorrono e quasi compongono la struttura del discorso – che in un certo senso si reifica- nomi di cose, di luoghi, di persone. Trieste, città gentilissima e commerciale, è città di tre alfabeti (latino, gotico, cirillico), in cui s’incontrano culture diverse (lo dimostra la diversa provenienza dei personaggi di Cergoly, ora tedeschi, ora sloveni, ora francesi…), è città di mare, di amore, di passeggiate, di commercianti e burocrati, è la città del Reggimento di Cavalleria dei Dragoni Sassoni, è la città della birra e del vino, del burro dell’alto Isonzo e del Gulasch, del profumato caffè bianco. Dei Caffè Cergoly parla diffusamente: sono intimi, caldi, riposanti, silenziosi, in essi c’è odore di acqua di male, di alghe, di onde.

Molti sono i luoghi di Trieste che l’autore menziona, dal Canal Grande a Ponterosso, alla Piazza Giuseppina, al Grand Hotel Carciotti; Trieste è città adriatica mediterranea e al contempo mitteleuropea, è un crocevia, un punto d’incontro di culture diverse proprio grazie- dice Cergoly- alla sua appartenenza all’Impero, che è Impero della tolleranza. La prima metà del romanzo rappresenta proprio un inno alla Trieste imperiale.

Ma questo splendido equilibrio della Felix Austria sembra ad un tratto essere compromesso: in un lento stillicidio le più disparate forze centrifughe prendono sempre più piede. Da un lato i socialisti palesavano il malcontento della classe proletaria, dall’altro i liberalnazionali irredentisti figli della Gran Madre Italia mostravano segni di insofferenza verso la presenza slovena e contro i devoti sudditi asburgici.

Stava per tramontare un mondo stava per spegnersi un ordine superiore stava per dare vita a uno inferiore.

Stanno per nascere gli stati nazionali gli stati di composizione demoniaca.

L’Impero aveva la meravigliosa caratteristica di essere sovranazionale, ovvero, dice Cergoly, di apprezzare e tutelare le caratteristiche individuali dei popoli, e non internazionale (che significa mettersi al di sopra delle caratteristiche nazionali per cancellarle). Per C. lo stile e il vivere dell’Imperatore aveva modellato lo stile e il vivere di tutto l’Impero. Il complesso dell’Imperatore è sia esterno (si vede dal modo di vestire, gestire, dal garbo con cui le cose più difficili e rozze possono essere trattate) che interno, vagante, impalpabile e in tormento.

L’impero austriaco era l’Impero della sicurezza o dell’ottimismo e del lento progresso verso le cose moderatamente moderne.

I patrioti e coloro che combattono contro l’Austria al momento dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra sono visti in modo negativo, come persone arroganti e violente. E’ il novembre 1928 quando Trieste viene conquistata all’Impero austriaco dagli italiani. Le nuove autorità punteranno poi ad italianizzare i cognomi e chiudere le scuole non italiane; si nota che anche i giornali di lingua tedesca slovena e croata non arrivano più con regolarità. Il nazionalismo è una vera piaga, è “l’ultimo rifugio dei bricconi” per Cergoly, consapevole anche, evidentemente, della posizione periferica che la città assumerà in seguito all’annessione all’Italia:

A Trieste il potente emporio commerciale non troverà mai in seguito uno sviluppo degno del suo passato.

Il romanzo vuol essere un accorato addio ad un tempo felice in cui davvero si era creata e nutrita la natura multietnica, cosmopolita ed armonica di Trieste:

Natura e storia e volontà di popolo riposano in pace accanto all’Imperatore e al suo Impero che era come un gran seme di senape che una volta piantato e piantato secoli fa dà vita a un albero capace di ospitare tra i suoi rami ogni specie d’uccelli.