LETTERATURA ITALIANA

“La casa in collina” di Cesare Pavese


Trama
Il titolo del romanzo ci conduce già in un luogo significativo per vari aspetti, come si evince da questa citazione:
“Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.
Siamo in estate durante la seconda guerra mondiale e Corrado, un insegnante di scienze che lavora a Torino, abita con due donne, Elvira e sua madre, in collina. Elvira nutre dei sentimenti per lui.
Una sera si sente l’allarme della guerra e il protagonista, rifugiatosi nel cortile di un’osteria, incontra una ragazza frequentata in passato: Cate. Con lei ha un breve colloquio che basta a fargli ripercorrere la vicenda amorosa che li ha legati, essenzialmente basata, per Corrado, su un approccio fisico, senza troppo sentimento.
Nonostante la sua noncuranza Corrado dovrà fare i conti con un bombardamento che probabilmente aveva fatto dei morti: giunto in una Torino semideserta, mentre la scuola è naturalmente chiusa, l’insegnante capirà meglio l’entità di quanto avvenuto. Passeggiando per la città Corrado ripensa alla sua relazione con Anna Maria, durata tre anni e non conclusasi col matrimonio programmato: si tratta di un’altra figura femminile il cui ricordo è misto a sentimenti di oppressione e quasi di rancore.
Corrado torna svariate volte alle “Fontane”, dove è l’abitazione di Cate e dove si trovano altri personaggi con cui l’insegnante dialoga sempre più spesso. Parlando con Cate scopre che lei ha un bambino; solo più tardi capirà che il nome Dino sta per “Corrado” e chiederà spiegazioni del nome alla madre. Corrado immagina infatti che si tratti di suo figlio. Dalla conversazione con Cate emerge che quest’ultima ha una chiarissima percezione della personalità del protagonista:

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“La guardai interdetto: – Non sono più buono, Cate? Anche con te, non sono buono più che allora?Non so, – disse Cate, – sei buono così, senza voglia. Lasci fare e non dai confidenza. Non hai nessuno, non ti arrabbi nemmeno.

– Mi sono arrabbiato per Dino, – dissi.

Non vuoi bene a nessuno.

– Devo baciarti, Cate?

– Stupido, – disse, sempre calma, – non è questo che dico. Se io avessi voluto, mi avresti baciata da un pezzo. – Tacque un momento, poi riprese: – Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.”

Si comprende la personalità distaccata dell’uomo dalle semplici parole di Cate, e lo stesso Corrado è assolutamente consapevole di essere “immune” in mezzo alle cose, come dichiara a se stesso, mentre riflette.
Un giorno alle Fontane si viene a sapere che Mussolini è caduto; Corrado teme che la guerra non finisca, ma anzi cominci, e in effetti gli eventi sembrano dargli ragione.
Il tempo trascorre per Corrado, riapre la scuola, passano le stagioni e lui rimane chiuso nelle sue abitudini e defilato rispetto a quanto di pericoloso e angosciante accade intorno a lui. I tedeschi catturano tutti gli abitanti dell’osteria tranne Dino, che Corrado porta da Elvira, mentre lui stesso su suggerimento della donna si rifugia al collegio di Chieri. La fuga era necessaria in quanto i tedeschi lo stavano cercando, erano andati anche a Torino per prenderlo.
Quando Corrado apprende che il collegio non è più sicuro, torna a casa di Elvira, mentre Dino, che viveva nel medesimo collegio, fugge. Corrado decide dunque di tornare al suo paese natale e viaggia attraversando conflitti tra tedeschi e partigiani, ma scampando sempre ai pericoli.
La sua vita è sempre stata una ricerca di isolamento, come lui stesso dichiara: “mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più“.

Elementi stilistici
L’andamento del testo è paratattico e lo scorrere delle vicende avviene attraverso dialoghi tra una molteplicità di personaggi. Sembra che l’autore voglia replicare il modo di parlare degli abitanti del luogo e la loro mentalità popolana. La narrazione procede per elenchi e per suggestioni quasi casuali, disordinate. Le descrizioni sono appunto immagini improvvise caratterizzate da una tensione decisamente poetica, specie quelle relative alla campagna, al bosco, alla collina.

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Commento
Probabilmente la guerra nel romanzo è percepibile più come sfondo che come centro della storia: maggiore è l’indagine psicologica che emerge del protagonista attraverso il confronto con eventi, personaggi e situazioni. Interessanti alcuni dialoghi, specie quelli con Cate, mentre forse un po’ confusi risultano quelli, a tratti ellittici, con gli altri personaggi sul contesto bellico.

LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

Lo “Zibaldone” di Leopardi – una sintesi

In questo testo Leopardi espone le teorie letterarie e filosofiche su cui si fonda la sua produzione in prosa e versi. Si tratta di una sorta di diario intellettuale redatto tra il 1817 e il 1832, pubblicato postumo nel 1898.
Il titolo significa “mescolanza confusa di cose diverse“, poiché si tratta di pensieri sparsi, espressi in modo frammentario e asistematico.

L’opera si collega ai testi letterari del poeta; la sua visione prende le mosse dal materialismo e dal sensimo settecenteschi, da cui il poeta ricava la concezione della felicità come uno stato di piacere dei sensi, che è un desiderio infinito; l’uomo non può però raggiungere questo tipo di piacere, perché gli oggetti che lo dovrebbero soddisfare sono finiti. Quindi l’uomo è destinato all’infelicità, placata solo dall’ingenuità fanciullesca e dall’ignoranza del vero.
In una prima fase il pessimismo leopardiano è stato definito storico, in quanto l’uomo era reputato più felice nelle epoche passate, quando non era ancora presente il progresso della ragione ed apparivano molto più forti le illusioni e le immaginazioni, rimedi offerti dalla natura benigna contro l’infelicità.
Di conseguenza l’infelicità moderna è data dall’allontanamento dalla natura, dall’abbandono dell’immaginazione e dal trionfo dell’arido vero. Rispetto all’inerzia e alla corruzione del mondo contemporaneo Leopardi assume un atteggiamento di sfida solitaria e titanica.

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Intorno agli anni 1820-1824 il pessimismo storico evolve in pessimismo cosmico: la natura ora è vista matrigna, l’infelicità è considerata una condizione assoluta e universale, senza tempo. L’atteggiamento non è più di eroica sfida, ma di rassegnata ironia.
Secondo la teoria del piacere, l’immaginazione è l’unica fonte di benessere, in quanto è in grado di fornire un illusorio appagamento rispetto al bisogno infinito del piacere stesso. Quello che produce piacere in poesia sono quindi le immagini e i suoni vaghi e indefiniti, capaci di evocare sensazioni che ci hanno affascinato da piccoli. La poesia è quindi il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la rimembranza. Maestri in questo tipo di poesia sono gli antichi, autori di una poesia ingenua, nutrita di ricordi e di immaginazione. I moderni producono invece una poesia sentimentale e disincantata, che osserva e contempla la miseria della condizione umana.
Nella polemica tra classicisti e romantici Leopardi si schiera a favore dei primi; ai romantici italiani Leopardi rimprovera una eccessiva aderenza al vero e alla ragione. Tuttavia non apprezza nemmeno il classicismo accademico e pedantesco, mentre è nostalgico della poesia antica, reputata felice e immaginosa. Di conseguenza Leopardi considera positivo il recupero dell’antico, del primitivo, reputando i romantici italiani eccessivamente “aridi” e “razionali”. Per l’originalità del suo punto di vista il classicismo leopardiano è stato definito “romantico”.

LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

“Alla luna” di Leopardi – comprensione, analisi, commento

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ché travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

PARAFRASI

O graziosa luna, ricordo che circa un anno fa venivo su questo colle ad ammirarti, pieno di angoscia: e tu allora stavi sospesa su quel bosco come fai anche ora, che lo illumini tutto. Ma il tuo volto appariva nebbioso e tremante a causa del pianto che nasceva sul mio volto, perché la mia vita era addolorata. E lo è ancora e non cambia, o mia adorata luna. Eppure mi piace il ricordo, e il calcolare la durata del mio dolore. Oh come si presenta gradito in gioventù, quando la speranza ha un lungo percorso davanti a sé e la memoria invece è breve, il ricordare le cose passate, anche se sono tristi e anche se il tormento ancora dura.

COMPRENSIONE E ANALISI

Nei primi cinque versi il poeta ricorda una abitudine dell’anno precedente, quando andava ad ammirare la luminosa luna che anche allora rischiarava le selve sottostanti; successivamente, fino al verso 10, il poeta descrive il pianto che offusca l’immagine del satellite lunare, pianto dovuto all’infelicità che contraddistingue l’io lirico. Nonostante questo dolore il poeta predilige il recupero memoriale perché, come spiega nell’ultimo periodo, quando si è giovani il ricordo è comunque gradito, anche se riguarda eventi tristi, perché un giovane ha di fronte a sé il lungo percorso della speranza.
Il poeta si riferisce alla luna quasi come se fosse una persona, attraverso l’apostrofe iniziale “o graziosa luna”. Successivamente, sino almeno al verso 10, la luna viene sempre chiamata in causa o attraverso gesti che il poeta compie in relazione ad essa o attraverso l’atto dell’illuminare, ascritto al satellite stesso. La personificazione è evidente anche osservando i verbi e i sostantivi usati in relazione alla luna: “pendevi”, “fai”, “rischiari”, “volto”. L’apostrofe alla luna si ripete in anastrofe al verso 10 (“o mia diletta luna”). La luna-persona rappresenta così una sorta di compagna per il poeta, una confidente silenziosa ma sempre attenta e presente.

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All’interno del componimento possiamo rintracciare campi semantici diversi e opposti: del dolore e del piacere, quest’ultimo connesso all’idea della visione e del ricordo. Al secondo afferiscono termini come “graziosa”, “rammento”, “rimirarti”, “rischiari”, “apparia”, “diletta”, “giova”, “ricordanza”, “noverar”, “rimembrar”. Notiamo che questo campo semantico di felicità, visione e ricordo, è composto per lo più da forme verbali legate alla memoria, con una fortissima allitterazione della liquida “r”. Gli unici due aggettivi, “graziosa” e “diletta”, sono relativi ovviamente alla luna. Per la sfera del dolore e dell’affanno citiamo termini come “angoscia”, “nebuloso”, “tremulo”, “pianto”, “travagliosa”, “dolore”, “triste”, “affanno”. In questa area semantica osserviamo invece la prevalenza di aggettivi e di sostantivi.
Il componimento è in realtà piuttosto bilanciato sul piano lessicale, oscillando tra piacere e dolore, sebbene si possa forse pensare che la forza del sentimento angoscioso arrivi un po’ ad oscurare il piacere della visione e della memoria.

COMMENTO

Il canto si intitola “Alla luna”, pertanto siamo già proiettati in base al titolo in una dimensione interlocutoria, in una ricerca di un altro a cui confidare sé stessi. L’io lirico intraprende quindi questo dialogo che in verità è un monologo con l’elemento lunare. L’aspetto paesaggistico appare funzionale a tale colloquio e all’espressione dei propri ricordi e del senso di tristezza determinato da quelli. Il panorama coincide sempre con il famoso colle, il monte Tabor, dal quale si vede la selva illuminata dalla luna. Non a caso il medesimo colle, in quanto parte della vita quotidiana del poeta, è anche al centro dell’”Infinito”. In quest’ultimo componimento tuttavia la descrizione insiste di più sull’aspetto paesaggistico e sugli elementi che lo compongono, mentre in “Alla luna” si accenna soltanto alla presenza di un ambiente esterno, cornice degli affannosi pensieri del poeta. Certo anche nell’”Infinito” la caratterizzazione visiva e uditiva del panorama non è fine a sé stessa, ma è rivolta sempre ad un’indagine metafisica, a una riflessione che va oltre la contingenza del momento.
Facendo un confronto con “A Silvia”, vediamo che lì il poeta ricrea un’ ambientazione a lui familiare, sempre utile a contestualizzare la vicenda narrata, ad approfondire riflessioni e a comunicare stati d’animo.
Non troviamo mai una descrizione dettagliata e tecnica del paesaggio, proprio in quanto Leopardi ambisce a quella vaghezza che per lui è essenza dello stile poetico.
In “Alla luna” probabilmente fino al verso 9 si ha il ricordo della visione passata e una maggiore presenza dell’intorno e del paesaggio, seppur vaghi e indefiniti, mentre nei versi successivi l’aspetto più astratto e memoriale prende il sopravvento. Possiamo dunque dire che vi sia una cesura netta proprio a partire dal decimo verso.

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Per quanto riguarda la scelta dell’interlocutore poetico, Leopardi sceglie spesso elementi della natura, sia la “greggia”, sia il “passero solitario”, sia “la luna”. Si rivolge inoltre a Silvia, che è un destinatario umano e tuttavia irraggiungibile in quanto ormai defunta. Il poeta predilige dunque interlocutori che altro non sono se non aspetti di se stesso, della sua meditazione, della sua osservazione. Si tratta di elementi che accompagnano la solitudine del poeta senza però sottrargliela veramente, dunque il dialogo è in sé sempre un monologo, un parlare con se stessi.

Interessante è inoltre il riferimento alla speranza giovanile, tema affrontato anche in “A Silvia”: il percorso dell’esistenza è duro e produce affanno e dolore, tuttavia il ricordo di questi dolori è dolce per chi ha la speranza giovanile di un lungo futuro e la memoria del passato ancora breve. In “A Silvia” vediamo bene però che le speranze della ragazza, che tanto accorano il poeta, sono state facilmente disilluse dalla vita e dalla natura.
In “Alla luna” il riferimento alle speranze è più generico e rimane in sé elemento positivo, volto a bilanciare la durezza del passato e l’affanno della vita.

Raramente al giorno d’oggi un giovane attribuisce un risvolto negativo alla speranza, l’accezione con cui il termine è usato solitamente è positiva. Certo non sempre le speranze ottengono un pieno soddisfacimento e talvolta in questo caso si parla di illusioni, in quanto speranze di difficile realizzazione. La lezione leopardiana consiste forse nel darci un affresco realistico, a tratti volto al pessimismo, della dimensione umana. Per quanto riguarda la speranza abbiamo in Leopardi da un lato l’esaltazione della forza motrice di questo sentimento, capace di rendere dolci anche i ricordi più tristi, dall’altro la percezione della sua precarietà, della sua finitezza, come leggiamo in “A Silvia”.
L’affanno e il dolore non inficiano però il godimento dei ricordi, come “Alla luna” sembra comunicare: forse, in fondo, questo componimento ci insegna l’importanza della capacità, che l’uomo ha o dovrebbe avere, di convivere con il lato dolceamaro dell’esistenza.

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LETTERATURA ITALIANA

Sono una santa non sono una donna: come Manzoni presenta Lucia

Lucia Mondella, uno dei personaggi più noti della letteratura italiana. Una donna del popolo, umile e semplice, che Manzoni descrive con la maestria di un perfetto ritrattista.

In primo luogo vediamo che la protagonista femminile dei Promessi Sposi è presentata dal pensiero che di lei ha Renzo; il giovane infatti ha appena saputo che il suo matrimonio non può essere celebrato e tra molte riflessioni viene colto dal ricordo della sua amata.

“E Lucia?” Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de’ suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de’ santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all’orrore che aveva tante volte provato al racconto d’un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente.

Si osserva che la figura di Lucia distoglie immediatamente Renzo dall’idea di commettere un omicidio ai danni dell’odiato don Rodrigo. Si comprende dunque l’importanza che la ragazza ricopre nella vita del giovane e la positività della sua natura viene tracciata fin da subito. A lei si associano gli ultimi ricordi de’ suoi parenti e persino figure sacre, ovvero Dio, la Madonna e i santi. L’immagine di Lucia ricomparsa alla memoria implica tanti pensieri, relativi a un avvenire non ancora definito ma sospirato e immaginato.

F. Cioni, Paese di campagna

Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch’era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s’avviò a quella di Lucia, ch’era in fondo, anzi un po’ fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S’immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: – lo sposo! lo sposo! – Zitta, Bettina, zitta! – disse Renzo. – Vien qua; va’ su da Lucia, tirala in disparte, e dille all’orecchio… ma che nessun senta, né sospetti di nulla, ve’… dille che ho da parlarle, che l’aspetto nella stanza terrena, e che venga subito –. La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d’avere una commission segreta da eseguire.

Osserviamo l’abitazione di Lucia: un po’ fuori dal villaggio, con un piccolo cortile cinto da un muretto; si tratta di un luogo umile che con la sua semplicità sembra preannunciare anche l’indole delle sue abitanti. Dall’edificio si sentono dei rumori, un ronzio, probabilmente proveniente dal chiacchiericcio delle amiche della futura sposa. Una ragazzina, Bettina, viene incaricata di chiamare Lucia – non di rado ragazzi giovani ricoprono questi incarichi di “servizio” nel contesto del romanzo.

 Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.

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Lucia in un’illustrazione dell’edizione del 1840 de I Promessi Sposi

Lucia è vicina alla madre e alle amiche che vogliono vederla “ben vestita” come è, “attillata”. Il nome di Lucia è tipico e molto frequente in quanto è quello di una santa piuttosto nota e Manzoni intende dipingere una realtà quotidiana, concreta e verosimile, per cui attinge i nomi propri dal panorama lombardo e religioso del tempo.

“Mondella” deriva dall’aggettivo “mundus” e dal sostantivo “munditia” quindi richiama all’idea di pulizia, di purezza. La prima caratteristica della giovane appare legata alla personalità, infatti viene definita modesta, ritrosa, pudica, poiché si vergogna a mostrarsi alle astanti nel suo abbigliamento da festa. Mentre aggrotta le sopracciglia, però, fa un leggero sorriso, che ci fa intuire uno stato d’animo comunque gioioso. Il primo dettaglio fisico, quasi l’unico, enunciato, è relativo al colore dei capelli e all’acconciatura della ragazza, tipica delle contadine del milanese. Vediamo inoltre l’abbigliamento completo, rappresentato con intento documentario dall’autore, al quale sta molto a cuore la verosimiglianza di quanto racconta. La giornata da futura sposa colora sul viso di Lucia una certa gioia e un leggero turbamento, tipico delle donne pronte al grande passo del matrimonio. Possiamo definire Lucia una bella ragazza? La bellezza è “modesta”, accresciuta dalle emozioni provate in quel particolare momento.

La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. – Vo un momento, e torno, – disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, – cosa c’è? – disse, non senza un presentimento di terrore. – Lucia! – rispose Renzo, – per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie. – Che? – disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, – ah! – esclamò, arrossendo e tremando, – fino a questo segno! – Dunque voi sapevate…? – disse Renzo. – Pur troppo! – rispose Lucia; – ma a questo segno! – Che cosa sapevate? – Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli. Mentre ella partiva, Renzo sussurrò: – non m’avete mai detto niente. – Ah, Renzo! – rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri?

Renzo parla con Lucia: il matrimonio è rimandato - I Promessi Sposi cap. II
Renzo parla con Lucia: il matrimonio è rimandato – I Promessi Sposi cap. II

Vediamo come si relaziona Lucia con il suo promesso sposo: sembra sicuramente intuitiva, perché comprende che c’è qualcosa di strano nel comportamento di Renzo, e quel qualcosa le instilla subito un presentimento di terrore. Lucia realizza immediatamente la difficoltà della situazione e agisce in modo deciso. Il dialogo con Renzo è serrato, ma è evidente anche la reticenza di Lucia la quale però fa capire al giovane che non avrebbe potuto parlare in ogni caso e che il silenzio aveva motivazioni più che giuste, persino “pure”.

LETTERATURA ITALIANA

“La lunga notte di Exilles”, di Laura Mancinelli

Per gli amanti del romanzo storico che però non vogliono rinunciare ad elementi quali l’ironia, la semplicità e la piacevolezza di una lettura estiva, suggerisco La lunga notte di Exilles, dell’autrice e studiosa di letteratura tedesca medievale Laura Mancinelli.

La vicenda si compone di 31 capitoli molto brevi, ciascuno completo di un titolo esplicativo, e si ambienta nel Settecento in una piccola città dell’alta val di Susa. Come la scrittrice specifica nella premessa, la cittadina apparteneva all’epoca ai francesi, ma sarebbe stata in seguito conquistata dai Savoia e annessa al Piemonte.

La storia è incentrata sulle vicende di un parroco, don Giasset, e della sua amante, la vedova Ballon: non era infatti infrequente che un sacerdote avesse delle relazioni con donne; ovviamente la cosa era sospettata da molti, ma il prete stava piuttosto attento a non far accorgere nessuno dei suoi incontri serali con madame Ballon.

Un giorno un uomo di Giaglione richiede a don Giasset la traduzione dal latino di un mystère, ovvero di una Sacra Rappresentazione, sorta di spettacolo teatrale con attori, suonatori, giullari che poi diviene anche una festa dove gli avventori mangiano, bevono e ballano. La vedova propone all’amante di mettere in scena una Sacra Rappresentazione in onore di San Rocco proprio ad Exilles, e, sebbene all’inizio il parroco sia contrariato per via dei possibili aspetti osceni e blasfemi di queste rappresentazioni, alla fine si lascia convincere. Sarà poi madame Ballon a cercare strategie per ottenere i fondi necessari allo spettacolo.

Jean Fouquet, il Martirio di sant’Apollonia, ambientato in una sorta di palcoscenico

Un giorno madame Ballon, presso la locanda di madame Léontine, incontra due ufficiali dell’esercito, con il più giovane dei quali intreccia una liason. Deve ovviamente nasconderla al primo amante, che tuttavia già inizia a sospettare dal momento che a cena dalla donna sente uno strano odore di mandorle: si trattava del buon profumo dell’ufficiale. La signora Ballon tenta di nascondere con fiori molto profumati questo odore forte, benché ormai il sospetto si sia insinuato nel sacerdote. Tuttavia ben presto l’idillio amoroso con il soldato termina a causa della partenza di quest’ultimo, avvenuta con gran dolore della vedova.

La storia si sofferma inoltre sulle vicende di altri concittadini dei due protagonisti, che appaiono come comparse formando una sorta di dimensione “corale” di verghiana memoria. Alcuni giovani ad esempio intendono deridere don Giasset con un pupazzo di neve che lo rappresentasse in modo osceno e comico: accortosene, il parroco modifica la “statua”, la quale alla fine verrà interpretata come una sorta di miracolo di S. Pietro in quanto intorno ad essa non era visibile impronta umana. Questo perché la superficie nevosa si era ghiacciata, cancellando le impronte di tutti i costruttori del pupazzo.

Madama Ballon riceve in sogno una visione di San Rocco che lamenta il fatto di non aver ricevuto ad Exilles alcuna Sacra rappresentazione in suo onore. Don Giasset userà questo sogno per spronare i notabili del paese a finanziare finalmente l’evento.

Durante la notte della rappresentazione, corredata da un succulento e godereccio banchetto, i Savoia si impadroniscono del forte di Exilles, approfittando dell’assenza dei soldati francesi. Questa ragione porta don Giasset a una maggiore prudenza nell’incontrare madame Ballon, nel timore di qualche provvedimento da parte dei bigotti Savoia.

Soldati e Caporale del Reggimento “Savoia Cavalleria” (3°) in tenuta di marcia, 1884-99

Salvato da Marco Maccatrozzo


9

Così il nome del luogo cambiò: non era più “Delfinato”, ma “alta val di Susa”. Per il resto rimase tutto uguale, anche la lingua.

Il romanzo è piacevole e ci presenta un bell’affresco di una comunità e dei suoi piccoli e grandi segreti: per via di questa coralità, i personaggi sono più tipi che individui. Le deliziose descrizioni di paesaggi, oggetti e pietanze, pur nella loro essenzialità, contribuiscono a creare una atmosfera ben caratterizzata e realistica.

LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

Leopardi e la teoria del piacere

L’anima umana aspira sempre al piacere, ovvero alla felicità. Questo desiderio è connaturato all’esistenza ed è infinito, illimitato, mentre i piaceri sono di per sé finiti. Infatti il desiderio non ha limiti di durata e di estensione, mentre i piaceri esistono in modo limitato e circoscritto. L’uomo desidera non UN piacere, ma IL piacere, pertanto una volta ottenuto qualcosa, lo sentirà troppo piccolo, limitato per estensione o per durata, rispetto al suo desiderio infinito. Tutti i piaceri sono pertanto misti di dispiacere, perché l’anima non ne risulta mai appagata nelle sue aspirazioni infinite.


C’è nell’uomo una facoltà immaginativa che può concepire le cose che non esistono e dato che l’uomo tende al piacere in modo innato, facilmente immaginerà i piaceri, infiniti in numero, durata ed estensione. Quindi, venendo a coincidere il desiderio infinito con l’immaginazione infinita, ne deriva che la felicità risiede non nella realtà, ma proprio nell’immaginazione e nelle illusioni.
La natura ha quindi supplito alla mancanza di piaceri reali infiniti attraverso le illusioni e con l’immensa varietà dei piaceri. Questi ultimi infatti sono tanto vari che difficilmente si ha il tempo di realizzarne la finitezza. Sicuramente gli antichi, così come i fanciulli, avevano una maggiore capacità immaginativa: infatti con il tempo è aumentata la cognizione del vero, ma questa definisce le cose e circoscrive l’immaginazione, limitandone la tensione verso la felicità. Quindi l’ignoranza ha una maggiore propensione per l’immaginazione, quest’ultima “opera” di più appunto negli ignoranti e li rende più felici di quanto non faccia con gli istruiti. Gli uomini meno profondi inoltre sentono meno la pena per la finitezza dei piaceri, percepiscono meno questo loro essere finiti.

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Dunque in conclusione:
I beni sembrano bellissimi da lontano;
L’ignoto è più bello del noto;
L’anima preferisce il bello vago, le idee infinite;
Talvolta l’anima desidera una veduta ristretta e confinata e in questo caso lavora l’immaginazione al posto della vista. Il fantastico subentra così alla realtà, perché l’anima si immagina quello che non esiste.

LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

I “Canti” di Giacomo Leopardi

Della raccolta poetica i “Canti” di Giacomo Leopardi esistono tre edizioni:

  • Firenze, 1831
  • Napoli 1835
  • Firenze 1845 (postuma)

Il titolo “Canti” è indicativo del carattere lirico e soggettivo delle poesie, molto varie dal punto di vista della forma e del contenuto.

Dal 1818 al 1823 Leopardi scrive le Canzoni, ovvero componimenti di impianto formale classicistico che adottano uno schema metrico tradizionale e un linguaggio aulico e ricercato.

Fino al 1821 scrive canzoni incentrate su temi civili, caratterizzate da un certo pessimismo storico che si traduce nella critica alla società presente e nell’esaltazione delle età antiche.

Nel Bruto minore e nell’Ultimo canto di Saffo si delinea l’infelicità umana come condizione assoluta, e si esprime l’idea della malignità del fato. Le canzoni del 1822-23 celebrano la civiltà antica e l’immaginazione umana.

Mentre scrive le canzoni Leopardi si dedica anche agli Idilli, caratterizzati da un linguaggio semplice e musicale e da una poetica del vago e dell’indefinito. Gli idilli nell’antichità erano componimenti raffiguranti scene pastorali e legate alla natura. Anche gli idilli di Leopardi sono legati alla natura, ma con un’impronta più intima e soggettiva.

Dal 1828 Leopardi si dedica ai grandi idilli, caratterizzati dal pessimismo cosmico e dall’idea che l’infelicità sia condizione essenziale e immutabile. Se da un lato è presente il ricordo delle illusioni giovanili, dall’altro c’è la consapevolezza del vero, consistente nella convinzione dell’infelicità umana. La metrica è libera, con libera alternanza di endecasillabi e settenari (canzone leopardiana).

La Palinodia al marchese Gino Capponi è un tentativo di Leopardi di scardinare l’idea del progresso come raggiungimento una condizione di felicità per l’uomo. La visione leopardiana è pessimistica e materialistica, non vi è spazio quindi per la spiritualità e l’ottimismo progressista.

Tra il 1833 e il 1835 Leopardi vive la delusione amorosa in quanto non ricambiato da Fanny Targioni Tozzetti. Scrive pertanto un ciclo detto di Aspasia, che supera la poetica del vago e indefinito per approdare a un linguaggio aspro, antimusicale ed essenziale, con una sintassi complessa.

Il testamento poetico è rappresentato da La ginestra, un poemetto risalente al 1836, in cui Leopardi si scaglia contro l’ottimismo cattolico e liberale, senza però negare una possibilità di progresso, che consiste nell’unione solidale tra gli uomini contro la natura nemica. Solo così potrà fondarsi una società più giusta e civile.

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I Canti: commento di Guido Baldi

Nella sua poesia Leopardi esprime il suo pessimismo, ma non si tratta di un poeta adolescenziale e lamentoso. Leopardi è il poeta della vita in cui il pessimismo nasce da un bisogno di pienezza e di gioia vitale frustrato dalla condizione storica e naturale vissuta dall’uomo. Questo infatti è soggetto a dolore, malattie, vecchiaia. Il pessimismo nasce come reazione a tutto ciò.

Non si tratta di rassegnazione, quanto di protesta, di ribellione contro gli ostacoli che si frappongono alla felicità umana. La tensione vitalistica del poeta dà origine alle immagini serene disseminate nei Canti: le illusioni felici ivi presenti risentono senza dubbio dell’influenza foscoliana. Nelle Ricordanze L. sostiene che le illusioni non possono essere eliminate nemmeno dall’esperienza più negativa. Leopardi canta la gioia vitale e affronta comunque i problemi contemporanei, interviene nelle polemiche, segnalando la falsità dell’idea di progresso basato sull’espansione dei mercati e sull’innovazione tecnologica. Profetizza le sventure che arriveranno da questo falso progresso. L’idea di Leopardi sul progresso, evidenziata nella Ginestra, si basa sulla consapevolezza della infelicità connaturata alla dimensione umana. Avuta tale consapevolezza, gli uomini potranno cercare di rinsaldare la social catena, aiutandosi reciprocamente contro la natura matrigna che è la vera nemica. La poesia rinsalda la necessità di affratellarsi, di essere solidali, di fornirsi soccorso in caso di difficoltà.

Sul piano del linguaggio poetico Leopardi ha superato le forme chiuse della poesia tradizionale creando una poesia più libera in cui i versi si susseguono senza schemi strofici e metrici rigidi (ciò soprattutto nei Grandi idilli). Anche l’ultima poesia leopardiana è molto innovativa, per l’uso aspro e incisivo del linguaggio e per le innovazioni tematiche.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MEDIEVALE

I poemi epico-cavallereschi

La chanson de geste – caratteristiche del genere

  • Luogo di diffusione: Francia del nord, XI/XII secolo
  • Canzoni di gesta, ovvero imprese di guerra e di eroi
  • I testi erano destinati ad essere cantati da cantori (trasmissione inizialmente solo orale)
  • Lasse di decasillabi
  • Lingua d’oïl
  • Repertorio di personaggi e vicende tratte dal ciclo carolingio
  • Trasfigurazione leggendaria di vicende passate
  • Spirito di crociata
  • Celebrazione della casta guerriera
  • Espressione della visione della vita e dei valori della classe feudale
  • Pubblico: il popolo nelle piazze e nei mercati.

Chanson de Roland – lasse LXXXII e LXXXIII

LXXXII Disse Olivieri: «I pagani ho veduto,
quanti per terra nessuno mai vide.
Son centomila di fronte, con scudi,
elmi allacciati e bianchi usberghi indosso;
ad aste dritte i bruni spiedi brillano.
Battaglia avrete quale mai ci fu.
Signori Franchi, vi dia forza Iddio!
Tenete in campo, che vinti non siamo!».
Dicono i Franchi: «L’infamia a chi fugge!
Non mancherà fino a morir nessuno».
LXXXIII Disse Olivieri: «I pagani son molti
e i nostri Franchi, pare, tanto pochi!
Suonate il corno, compagno Rolando.
Carlo l’udrà, ritornerà la schiera24».
Dice Rolando: «Sarebbe da folle!
In dolce Francia perderei la gloria.
Gran colpi menerò di Durendal;
sanguinerà la lama fino all’oro.
Vili pagani mal vennero ai passi

Possiamo notare nel testo sovrastante, in traduzione, le caratteristiche della chanson de geste, ovvero uno stile formulare con versi ripetuti, utile ad aiutare la comprensione degli ascoltatori; il passo narra dell’agguato di Roncisvalle, in cui i pagani incalzano a sorpresa l’esercito franco. Il guerriero Olivieri vorrebbe suonare il corno per richiamare l’esercito di re Carlo Carlo Magno, ma il prode Rolando non vuole perché sarebbe per lui un disonore. Emerge da questo genere di poesia un’etica della guerra e dell’onore, che non lascia spazio all’espressione di sfaccettature individuali.

The eight phases of The Song of Roland in one picture. By Simon Marmion – Grandes Chroniques de France, St. Petersburg, Ms. Hermitage. fr. 88: (Niederl. Burgund, Mitte 15. Jh., Exemplar Philipps des Guten), folio. 154v, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1913372

Il romanzo cortese

Luogo di diffusione: Francia del nord, XII secolo

La parola romanzo viene da Romanice loqui= parlare in lingua romanza

  • Forma narrativa
  • Lingua d’oïl
  • Temi: avventura, amore, magia. Le avventure avvengono a volte per la ricerca di un oggetto o di una donna (motivo della queste)
  • Centralità della figura femminile; servitium amoris, servizio dell’amore dell’uomo verso la donna
  • Ideali di fedeltà, cavalleria, raffinatezza, magnanimità
  • Trasmissione scritta
  • Materia Bretone: nome complessivo della letteratura medievale in prosa e in versi, di colorito magico e favoloso, che trattava delle imprese dei cavalieri di re Artù, dei casi di Tristano e Isotta e di altri personaggi (Treccani)
  • Esempio di romanzo cortese: Chrétien de Troyes, Lancillotto o il cavaliere della carretta
  • Autori: chierici
  • Pubblico: corte feudale
Il romanzo di Tristano e Isotta - Wikipedia
Di Edmund Blair Leighton – Art Renewal Center, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1782348

La tradizione dei cantari in Italia

La Canzone di gesta fonda il suo valore sulla lotta antimusulmana delle Crociate: questo elemento viene meno con il tempo.

Le Canzoni di gesta si diffondono anche in Italia; in particolare, nella Toscana del Trecento si ha l’esperienza dei romanzi in prosa di Andrea da Barberino, narrazioni avventurose che emulano in parte l’argomento delle Canzoni. Tuttavia non vi ritroviamo i valori propri dell’epica, ovvero la guerra santa, la fedeltà feudale, il senso della collettività.

Storia di Andrea da Barberino, autore del XIV secolo che scrisse il Guerrin  Meschino
Andrea da Barberino, copertina del “Guerin meschino”, Il melograno, 1961

Nel Quattrocento si assiste a un moltiplicarsi di cantari, ovvero componimenti narrativi in ottave (strofe di otto versi endecasillabi) che recuperano la materia cavalleresca carolingia operando una fusione con quella bretone. I cantari sono recitati nelle piazze da giullari e canterini, dunque sono destinati a un pubblico poco colto.

Elementi caratteristici: avventura, intrecci semplici, amore, comicità, semplicità stilistica e metrica. La fusione tra il ciclo carolingio e quello arturiano si realizzerà anche nel poema cavalleresco destinato alle corti.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio: l’amore ai tempi della Resistenza

Il romanzo è opera dello scrittore piemontese Beppe Fenoglio, che inizia a scriverlo nel 1960. La vicenda è ambientata nelle Langhe piemontesi all’epoca della Resistenza, tra il 1944 e il 1945.

Trama

Il protagonista del romanzo è Milton, un giovane universitario ed ex ufficiale. È sensibile e non bello, lo caratterizzano però degli occhi notevoli, “tristi e ironici, duri e ansiosi”. Il narratore ci proietta subito in una dimensione passata, descrivendo i momenti che Milton ha trascorso tempo prima con la ragazza del suo cuore, Fulvia. La situazione presente è molto diversa: Fulvia si è trasferita da Alba a Torino, mentre Milton è partigiano nella squadra del Leo, presso Treiso. Un giorno Milton fa visita alla casa di Fulvia, dove trova la governante, la quale, parlando, rivela qualcosa che colpisce molto il ragazzo, e lo ferisce nel profondo… Infatti pare che Fulvia si intrattenesse in varie serate con il loro comune amico, Giorgio, sia all’interno della casa che all’esterno.

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Milton rimane sconvolto e decide perciò di spostarsi da Treiso per recarsi a trovare Giorgio, anche lui partigiano, presso la squadra di Pascal a Mango. Qui Milton attende l’amico, che si sarebbe dovuto trovare insieme agli altri del suo gruppo e invece pareva essersi attardato da qualche parte mentre tornava da una spedizione. Nell’attesa, Milton ripensa ad alcuni momenti vissuti con Fulvia e con il suo amico.

L’attesa però si fa sempre più lunga e il protagonista sente che qualcosa non va: c’era una nebbia del colore del latte quel giorno, e Giorgio poteva anche essersi perso o essere stato catturato dai fascisti. Con il tempo quest’ultima ipotesi si rivela vera e un contadino che aveva assistito alla scena racconta della cattura. Milton si attiva subito per aiutare l’amico e si reca al gruppo partigiano della Stella rossa per chiedere se avessero fascisti prigionieri, in modo da concretizzare un possibile scambio. Purtroppo la risposta è negativa: l’ultimo catturato era stato già giustiziato.

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Milton decide allora di recarsi al Comitato di Liberazione. Nel tragitto si ferma a mangiare a casa di una anziana signora, con la quale parla della situazione della guerra e che gli racconta qualcosa di sé.

Mentre cammina nottetempo cade nel fango e vede soldati della brigata fascista di San Marco di Canelli. Questi sono a loro volta osservati da uomini della collina, che li scrutano con odio e con la consapevolezza che la fine della guerra non sarà vicinissima. Milton ipotizza che questa fine accadrà a maggio.

In una vigna non lontanissima dalla caserma dei fascisti il protagonista incontra una vecchia, la quale gli porta, su sua richiesta, un sandwich di pane e lardo. A sorpresa, si rivela una preziosa alleata: gli indica infatti che un fascista, un sergente, è solito recarsi una o due volte al giorno, o verso le una, dopo il rancio, o verso le diciotto, presso la casa di una donna del luogo. La casa è quasi dirimpetto alla fine di un bosco di acacie, dove Milton si nasconde in attesa.

Assalito il sergente e minacciatolo con la colt, inizia a camminare spiegandogli il suo piano. Milton non intende ucciderlo, ma vuole scambiarlo ad Alba con il suo amico Giorgio. Il sergente è comunque spaventato, a tal punto che non crede al rapitore e prova a scappare; per questo Milton è costretto ad ucciderlo.

Il narratore introduce un’ellissi e ci conduce a Trezzo dove il protagonista incontra un partigiano di sua conoscenza, Fabio, vicecomandante di un presidio. A lui regala la beretta del fascista e da lui ottiene ospitalità per la notte, e mentre altri partigiani parlano della storia di una maestra fascista, Milton non riesce a dormire e pensa continuamente, non al sergente ucciso però. Ripensa a quanto la custode gli aveva riferito di Giorgio e Fulvia e decide che l’indomani avrebbe voluto vederci più chiaro.

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L’indomani a Canelli per vendicare il sergente ucciso si uccide il giovane Riccio, un quattordicenne che aveva aiutato i partigiani. Nel frattempo Milton è quasi arrivato ad Alba, alla villa di Fulvia. Pensa intensamente al suo amore per lei quando viene sorpreso da uno squadrone di fascisti. Inizia a correre mentre sente intorno a sé il rumore degli spari che fendono l’aria.

Il finale è lasciato in sospeso…

Commento

Il romanzo sembra incompiuto, racconta di una ricerca di risposte mai soddisfatta, forse potrebbe dirsi metafora dell’esistenza intera. Il protagonista è tratteggiato fisicamente e anche caratterialmente, e la sua figura in un certo senso si delinea nello svolgersi dei fatti. Tale svolgimento è rapido e affollato di parole, di azioni e di luoghi.

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Potremmo individuare un doppio binario nel testo: da un lato l’aspetto emotivo e interiore di Milton, dall’altro il suo concreto agire nei luoghi della Resistenza, il suo interloquire con un mosaico di personaggi più o meno rilevanti. Il secondo è chiaramente dettato dal primo, in particolare dall’amore nutrito per Fulvia, che appare davvero il motore propulsore della storia. In effetti l’amore per la ragazza, che si rintraccia nei ricordi di Milton e sembra essersi realizzato in un lontano passato, spinge il protagonista a revocare tutto in dubbio, ad agire, a voler comprendere la verità dalla voce del suo amico, se tale ancora può dirsi. Sembra che tutti i sentimenti siano perciò oggetto di decostruzione, di dubbio e rimangano come sospesi in attesa di un giudizio.

Un altro personaggio del romanzo sono forse i luoghi: i boschi piemontesi, la nebbia, il fango, le vigne. Il narratore li dipinge con dovizia di particolari, particolari assolutamente relati al punto di vista dei personaggi, al loro contatto con l’esterno; emerge con una certa chiarezza l’atmosfera di precarietà, di freddo, di paura di violenza. I dialoghi tra i personaggi rivelano una certa familiarità tra individui e ambienti, e al contempo il senso di rassegnazione per una guerra che costringe a imporre la morte per salvare la propria vita.

Tuttavia pure nel dolore di un evento come la Resistenza, nascosto e al contempo assolutamente pubblico e collettivo, campeggia grandemente “una questione privata”, un amore forse unilaterale, ma capace di porre tutto, anche la vita stessa, su un piano secondario.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due” – Il sonetto 64 delle Rime di Giovanni della Casa

Il libro delle Rime di Giovanni Della Casa si chiude con un sonetto che invita alla contemplazione del Creato; lascia aperto un interrogativo e prevede un invito implicito ad affidarsi a una maestà divina che è stata così grande nella sua opera. La concezione dell’Universo è panteistica.

Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due
brevi e notturne ore trapassa, oscura
e fredda; involto avea fin qui la pura
parte di me ne l’atre nubi sue.

Or a mirar le grazie tante tue
prendo: ché frutti e fior, gelo ed arsura,
e sí dolce del ciel legge e misura,
eterno Dio, tuo magisterio fue.

Anzi ‘l dolce aer puro, e questa luce
chiara, che ‘l mondo a gli occhi nostri scopre,
traesti tu d’abissi oscuri e misti.

E tutto quel che ‘n terra o ‘n ciel riluce,
di tenebre era chiuso, e tu ‘apristi;
e ‘l giorno e ‘l Sol de le tue man son opre.

Parafrasi

Questa vita mortale, che passa in una / o in due brevi ore notturne oscura e /fredda; aveva avvolto fin qui la parte più pura di me / nelle sue nubi nere.

Ora inizio ad osservare le tue tante grazie, perché i frutti e i fiori / il gelo e il caldo e una così dolce legge e misura del cielo / furono tuo magistero, o eterno Dio.

Anzi tu hai sottratto dagli abissi oscuri e tenebrosi / la dolce aria pura e questa luce chiara / che svela il mondo ai nostri occhi.

E tutto ciò che in cielo e terra risplende / era chiuso nelle tenebre e tu l’hai aperto; / e il giorno e il sole sono opere delle tue mani.

Commento al contenuto

Nella prima quartina sembra che il poeta esprima il tradizionale concetto della fuga del tempo; ma la vita mortale, così breve, aveva un carattere oscuro, e sembrava aver avvolto l’autore nella sua parte più pura, corrompendolo. Nella seconda quartina notiamo uno stacco cronologico, infatti si osserva la congiunzione temporale “ora”: adesso il poeta osserva tutte le bellezze della vita, oggetto della creazione divina.

Le terzine proseguono la celebrazione del creato, opera di Dio, che viene sostanzialmente celebrato come grande Fattore della luce, intesa non solo nel senso letterale, ma probabilmente anche in modo metaforico. La luce dunque potrebbe significare la positività della vita mortale, la serenità e tutto ciò che di bello esiste, intimamente connesso al divino. Vediamo il gioco di luci e ombre, l’ombra connessa al peccato e alla notte, la luce che invece allude al sole, al giorno, all’aria dolce e pura.

In Della Casa è possibile osservare una certa ricercatezza nelle desinenze, un enjambement, e la singolarità del trapasso dalla prima e seconda quartina e dalla prima e seconda terzina: infatti nella seconda quartina si passa dall’esperienza personale a una dimensione più vasta, mentre nel passaggio tra le terzine c’è continuità perfetta.

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Commento metrico-retorico e fonti del sonetto

Forma: sonetto di endecasillabi

Schema metrico: ABBA ABBA CDE CED

Rime: arsura v. 6-misura v. 7 (rima ricca, in comune c’è -ura ma anche la -s) / scopre v. 10 – opre v. 14 (rima inclusiva)

v.1: questa vita mortal richiama alla prosa del Cortegiano di Castiglione, in cui talvolta si incastrano degli endecasillabi

V. 5 Iperbato

Nubi nere: rimando a carmi di Orazio (Carmina 16,2) in cui si parla di atra nubes

V. 11: Richiamo a vecchio testamento (Genesi, I, 2) Et tenebrae erant super faciem abyssi; è l’inizio della Bibbia, in cui si parla di stato primordiale a cui si contrappone poi la grandezza della creazione. Osserviamo anche Genesi, I,5 Et divist lucem a tenebris.