LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio: l’amore ai tempi della Resistenza

Il romanzo è opera dello scrittore piemontese Beppe Fenoglio, che inizia a scriverlo nel 1960. La vicenda è ambientata nelle Langhe piemontesi all’epoca della Resistenza, tra il 1944 e il 1945.

Trama

Il protagonista del romanzo è Milton, un giovane universitario ed ex ufficiale. È sensibile e non bello, lo caratterizzano però degli occhi notevoli, “tristi e ironici, duri e ansiosi”. Il narratore ci proietta subito in una dimensione passata, descrivendo i momenti che Milton ha trascorso tempo prima con la ragazza del suo cuore, Fulvia. La situazione presente è molto diversa: Fulvia si è trasferita da Alba a Torino, mentre Milton è partigiano nella squadra del Leo, presso Treiso. Un giorno Milton fa visita alla casa di Fulvia, dove trova la governante, la quale, parlando, rivela qualcosa che colpisce molto il ragazzo, e lo ferisce nel profondo… Infatti pare che Fulvia si intrattenesse in varie serate con il loro comune amico, Giorgio, sia all’interno della casa che all’esterno.

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Milton rimane sconvolto e decide perciò di spostarsi da Treiso per recarsi a trovare Giorgio, anche lui partigiano, presso la squadra di Pascal a Mango. Qui Milton attende l’amico, che si sarebbe dovuto trovare insieme agli altri del suo gruppo e invece pareva essersi attardato da qualche parte mentre tornava da una spedizione. Nell’attesa, Milton ripensa ad alcuni momenti vissuti con Fulvia e con il suo amico.

L’attesa però si fa sempre più lunga e il protagonista sente che qualcosa non va: c’era una nebbia del colore del latte quel giorno, e Giorgio poteva anche essersi perso o essere stato catturato dai fascisti. Con il tempo quest’ultima ipotesi si rivela vera e un contadino che aveva assistito alla scena racconta della cattura. Milton si attiva subito per aiutare l’amico e si reca al gruppo partigiano della Stella rossa per chiedere se avessero fascisti prigionieri, in modo da concretizzare un possibile scambio. Purtroppo la risposta è negativa: l’ultimo catturato era stato già giustiziato.

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Milton decide allora di recarsi al Comitato di Liberazione. Nel tragitto si ferma a mangiare a casa di una anziana signora, con la quale parla della situazione della guerra e che gli racconta qualcosa di sé.

Mentre cammina nottetempo cade nel fango e vede soldati della brigata fascista di San Marco di Canelli. Questi sono a loro volta osservati da uomini della collina, che li scrutano con odio e con la consapevolezza che la fine della guerra non sarà vicinissima. Milton ipotizza che questa fine accadrà a maggio.

In una vigna non lontanissima dalla caserma dei fascisti il protagonista incontra una vecchia, la quale gli porta, su sua richiesta, un sandwich di pane e lardo. A sorpresa, si rivela una preziosa alleata: gli indica infatti che un fascista, un sergente, è solito recarsi una o due volte al giorno, o verso le una, dopo il rancio, o verso le diciotto, presso la casa di una donna del luogo. La casa è quasi dirimpetto alla fine di un bosco di acacie, dove Milton si nasconde in attesa.

Assalito il sergente e minacciatolo con la colt, inizia a camminare spiegandogli il suo piano. Milton non intende ucciderlo, ma vuole scambiarlo ad Alba con il suo amico Giorgio. Il sergente è comunque spaventato, a tal punto che non crede al rapitore e prova a scappare; per questo Milton è costretto ad ucciderlo.

Il narratore introduce un’ellissi e ci conduce a Trezzo dove il protagonista incontra un partigiano di sua conoscenza, Fabio, vicecomandante di un presidio. A lui regala la beretta del fascista e da lui ottiene ospitalità per la notte, e mentre altri partigiani parlano della storia di una maestra fascista, Milton non riesce a dormire e pensa continuamente, non al sergente ucciso però. Ripensa a quanto la custode gli aveva riferito di Giorgio e Fulvia e decide che l’indomani avrebbe voluto vederci più chiaro.

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L’indomani a Canelli per vendicare il sergente ucciso si uccide il giovane Riccio, un quattordicenne che aveva aiutato i partigiani. Nel frattempo Milton è quasi arrivato ad Alba, alla villa di Fulvia. Pensa intensamente al suo amore per lei quando viene sorpreso da uno squadrone di fascisti. Inizia a correre mentre sente intorno a sé il rumore degli spari che fendono l’aria.

Il finale è lasciato in sospeso…

Commento

Il romanzo sembra incompiuto, racconta di una ricerca di risposte mai soddisfatta, forse potrebbe dirsi metafora dell’esistenza intera. Il protagonista è tratteggiato fisicamente e anche caratterialmente, e la sua figura in un certo senso si delinea nello svolgersi dei fatti. Tale svolgimento è rapido e affollato di parole, di azioni e di luoghi.

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Potremmo individuare un doppio binario nel testo: da un lato l’aspetto emotivo e interiore di Milton, dall’altro il suo concreto agire nei luoghi della Resistenza, il suo interloquire con un mosaico di personaggi più o meno rilevanti. Il secondo è chiaramente dettato dal primo, in particolare dall’amore nutrito per Fulvia, che appare davvero il motore propulsore della storia. In effetti l’amore per la ragazza, che si rintraccia nei ricordi di Milton e sembra essersi realizzato in un lontano passato, spinge il protagonista a revocare tutto in dubbio, ad agire, a voler comprendere la verità dalla voce del suo amico, se tale ancora può dirsi. Sembra che tutti i sentimenti siano perciò oggetto di decostruzione, di dubbio e rimangano come sospesi in attesa di un giudizio.

Un altro personaggio del romanzo sono forse i luoghi: i boschi piemontesi, la nebbia, il fango, le vigne. Il narratore li dipinge con dovizia di particolari, particolari assolutamente relati al punto di vista dei personaggi, al loro contatto con l’esterno; emerge con una certa chiarezza l’atmosfera di precarietà, di freddo, di paura di violenza. I dialoghi tra i personaggi rivelano una certa familiarità tra individui e ambienti, e al contempo il senso di rassegnazione per una guerra che costringe a imporre la morte per salvare la propria vita.

Tuttavia pure nel dolore di un evento come la Resistenza, nascosto e al contempo assolutamente pubblico e collettivo, campeggia grandemente “una questione privata”, un amore forse unilaterale, ma capace di porre tutto, anche la vita stessa, su un piano secondario.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Notturno indiano” di Antonio Tabucchi

Introduzione

“Notturno indiano” è un romanzo scritto da Antonio Tabucchi e pubblicato nel 1984 per i tipi di Sellerio.

Il genere è singolare, in quanto risiede a metà strada tra la guida di viaggio e il romanzo breve, il cui realismo assume tratti misteriosi, quasi magici. In realtà è la storia di un viaggio che diventa una ricerca, un’investigazione apparentemente rivolta verso l’esterno: il protagonista cerca l’amico Xavier. L’India non è quella dei percorsi turistici tradizionali: vengono descritte le camere d’albergo e i pensieri suscitati dalla visione di oggetti e persone, piuttosto che i luoghi normalmente oggetto di visita.

Alcune indicazioni per comprendere il testo sono fornite dall’autore nella nota introduttiva: “questo libro”, dice Tabucchi, “oltre che un’insonnia, è un viaggio […]”, in questo “Notturno si cerca un’ombra”; l’autore ci indica dunque che l’insonnia è il motore della scrittura di un romanzo che sembra una rincorsa verso qualcosa che nemmeno esiste, ovvero un’ombra.

Tabucchi inserisce all’inizio l’indice dei luoghi visitati, affinché qualche amante di percorsi incongrui possa un giorno utilizzare il romanzo come guida.

Carta dell’India

Riassunto dei capitoli

I: L’io narrante incontra un tassista che vorrebbe condurlo a un albergo adatto a una personalità signorile come la sua; a Marine Drive, sulla spiaggia, c’è una festa religiosa, dove sono presenti anche vagabondi e mendicanti. Il “quartiere delle gabbie” era peggio di come se l’immaginava il narratore: sono presenti costruzioni di legno e stuoie, baracche, tende di stracci, botteghe, prostitute in casupole. Il primo hotel di cui si parla, Khajuraho, ha un’aria equivoca ma non sordida. La signora dell’albergo forse si chiede cosa ci faccia un occidentale in quel luogo; la camera ha pareti verdoline. Alla donna della portineria viene richiesto che sia rintracciata Vimala Sar, una prostituta, che prima lavorava lì. Al suo arrivo, Vimala guarda la lettera che ha scritto al narratore e piange; dice di averla scritta perché era al corrente dell’amicizia tra lui e Xavier. Lei dice che negli ultimi tempi Xavier era malato ed era diventato cattivo. L’uomo aveva un atteggiamento taciturno e irascibile; faceva commerci a Goa. La donna cita delle lettere di Madras, provenienti da una società di studio, la Theosophical Society. La prostituta racconta della loro storia d’amore, e che X., colpito da un triste destino, aveva bruciato tutti i suoi stessi scritti.

II: All’ospedale di Bombay , dove X. viene cercato, non è presente un archivio. Apprendiamo altre informazioni sul conto del disperso: Xavier Janata Pinto, di origini indiane, è un portoghese, e sembra non essere più rintracciabile. Era stato ricoverato in ospedale circa un anno prima. Era alto, magro, capelli lisci, della stessa età del narratore, con un’espressione tra il triste e il sorridente. Pinto scriveva racconti su cose non riuscite, errori, su un uomo che sogna un viaggio e poi si accorge che non ha più voglia di farlo. L’ospedale è in condizioni igieniche precarie, pieno di scarafaggi. Di X. nessuna traccia.

III: Il Taj Mahal è il successivo albergo visitato, si tratta di una vera e propria città, dotata persino di depuratori per l’acqua. Qui il personaggio principale richiama alla memoria momenti passati con Xavier, Isabel e Magda. Ricorda Magda piangente e Isabel illusa. Lui stesso era definito usignolo in portoghese (Rouxinol). Scrive una lettera a Isabel in cui le parla dei giorni lontani, del suo viaggio, dei sentimenti che riaffiorano nel tempo. E poi s’accorge che quella lettera era in realtà per Magda.

L’hotel Taj Mahal a Bombay

IV: Alla stazione il viaggiatore parla con un Jainista[1]: gli dice che andrà a Madras e poi a Goa. Dice di star compiendo un itinerario privato, in cui cerca delle tracce.

V: Al Coromandel Hotel il protagonista ascolta dei pezzetti di conversazione e parla con Margareth, un’ospite che in precedenza alloggiava nella sua camera, e che pare vi abbia dimenticato un pacchetto di documenti. Probabilmente si tratta di una ladra, che vuole vendicarsi di un uomo, ma il viaggiatore intende coprirla.

VI: Il viaggiatore si trova alla Società Teosofica a Madras: La Società Teosofica è un’Associazione internazionale apolitica e areligiosa, composta da donne e uomini che si riconoscono nel principio della fratellanza umana; lo scopo essenziale è quello di incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze. La teosofia (dal greco θεός, ‘dio’, e σοφία, ‘sapienza’) è un insieme di diverse dottrine esoterico-filosofiche storicamente succedutesi dal XV al XXI secolo, che si richiamano l’una all’altra.

Alla società teosofica il narratore si trova a parlare con uno studioso vestito di una casacca bianca, fine conoscitore del francese e uomo di cultura. Egli offre una cena frugale al viaggiatore, dal quale era stato avvertito mediante un biglietto, qualche telefonata e una visita pomeridiana in cui si faceva riferimento a una persona scomparsa, in modo generico. Tale individuo rispondeva al nome di Javier Xanata Pinto, un corrispondente della Società; non è facile ricavare notizie su una corrispondenza privata, e il protagonista lo apprende con disappunto, mentre cena a base di polpette vegetali e riso insipido. La conversazione tra i due non procede bene, l’indiano è particolarmente interessato a dimostrare la propria erudizione e per la sua saccenza e presunzione ispira una certa impertinenza al viaggiatore. La conversazione prosegue a colpi di silenzi, citazioni e irritazione, quando finalmente l’indiano porge un biglietto (scritto a Calangute e datato 23 settembre) al ricercatore: in esso Xavier racconta di essere divenuto un uccello notturno. Dal colloquio apprendiamo che il viaggiatore ha visitato, tra le altre cose, il tempio di Kailasantha: come di consueto, le visite turistiche vere e proprie non vengono descritte nel romanzo.

Madras, India

VII: Durante una sosta dell’autobus che porta da Madras a Mangalore -dovuta all’attesa di altro autobus conducente altri passeggeri- il nostro conosce una coppia di adolescenti, uno dei quali è probabilmente affetto da qualche malattia: infatti si tratta di un individuo di dimensioni irrisorie, apparentemente simili a quelle di una scimmia, con un volto e un corpo contorti e deformati. L’esserino è in grado di prevedere il futuro e predire il karma dei pellegrini, in quanto è un Arhant, ovvero un profeta jaino. Egli non distingue l’atma, ovvero l’anima del viaggiatore, in quanto reputa che lui non sia se stesso, ma un altro; dice che l’atma del protagonista si trova su una barca, con intorno molte luci. Qui veniamo a intuire un elemento che sarà più chiaro alla fine del libro.

VIII: a Goa il nostro arriva al colègio de S. Boaventura, dove è accolto da un guardiano e dove attende l’arrivo di padre Pimentel. A un tratto, mentre osserva l’ambiente, vede comparire un anziano con un lungo viso scavato e la testa ricoperta da un copricapo di foggia strana. Il vecchio sembra conoscere il suo viaggio e il dialogo con lui, piuttosto insolito, culmina nell’affermazione “Sono Afonso de Albuquerque, viceré delle Indie”; qui il protagonista capisce che si tratta di un matto. Dopo vari confronti, il matto chiede cosa il suo interlocutore stia facendo in quel luogo, e lui dichiara di voler fare ricerche d’archivio presso la biblioteca del collegio. L’anziano dice che si tratta di una menzogna, fino a che emerge la confessione che in realtà il vero oggetto della visita è la ricerca di Xavier. L’interlocutore replica che Xavier non esiste, è un fantasma, ed è morto, come tutti. Ben presto il dialogo si rivelerà un sogno, interrotto dall’arrivo di padre Pimentel, al quale il protagonista dice di voler andare a Calangute per sapere qualcosa su una persona.

IX: Si descrive il soggiorno presso l’hotel Zuari, a Vasco da Gama, cittadina “particolarmente brutta”.

X: Sulla spiaggia di Calangute a Goa il protagonista conosce un ex postino che aveva lavorato a Filadelphia, il quale racconta la sua storia; a lui sono richieste informazioni su Xavier, così descritto: “quando sorride sembra triste”. La compagna del postino suggerisce di cercare all’Hotel Mondovi.

XI all’Hotel Mondovi, sempre sito a Goa, il protagonista tenta di scoprire qualcosa del sig. Nightingale, alias Xavier, dal portiere, ma non scopre molto. Il maître dell’albergo invece, dietro lauto pagamento, lo indirizza a un altro hotel, di lusso.

Querim beach, Goa, India

XII: All’hotel Oberoi di Goa assistiamo allo scioglimento della vicenda, che tuttavia rimane in parte misteriosa. Sembrerebbe che Xavier si trovi lì e, conosciuta una fotografa di nome Christine, le racconti la trama del romanzo, proprio di Notturno, dichiarando di essere lui quello cercato. Apprendiamo infine che il ricercatore e il ricercato sono in realtà la stessa persona.

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative

L’ambientazione è piuttosto realistica, ma per lo più non vi sono rappresentati gli spazi aperti dell’India, bensì quelli chiusi di alberghi, ospedali, luoghi di cultura, o mezzi di trasporto. Si tratta di un’India frammentata, descritta a tratti, percorsa in luoghi non noti. Gli ambienti sono descritti attraverso la voce di alcuni personaggi che compaiono come meteore, e attraverso i rumori, gli odori, i sapori e le sensazioni provati dall’io narrante. La vicenda coincide con un viaggio di pochi giorni, che potrebbe essere accaduto in qualunque momento storico; la fabula è alterata dall’inserimento di frequenti analessi, che riportano a un passato lontano: quello in cui il protagonista e l’amico Xavier erano insieme. Vengono menzionate anche due donne, che però sembrano, ad un tratto, confuse o intercambiabili.

Il narratore è interno e coincide con il protagonista, che infine si scopre essere colui che cerca e colui che è cercato, divenendo così una sorta di “doppio personaggio”.

Il protagonista non è rappresentato dettagliatamente, ma lo si inquadra attraverso ciò che dice e che fa e attraverso la descrizione del suo doppio: sembra sia un italiano che conosce il portoghese, dotato di buona cultura e piuttosto facoltoso, a giudicare dalla quantità di mance che riesce a dispensare. Tuttavia viaggia leggero, ha con sé solo una valigia. Potrebbe quasi trattarsi di un alter-ego dell’autore medesimo. Ad un tratto si dice che sta facendo delle ricerche di archivio, ma ciò che sta cercando in realtà è una persona. L’io narrante si vale della lettura di una sorta di guida, ovvero India, a travel survival kit, e si sposta con vari mezzi di trasporto; i personaggi che incontra sono descritti fisicamente, ma scarsamente caratterizzati, rappresentano più dei simboli dell’India, o delle tappe nella ricerca. Compaiono e rapidamente scompaiono, esaurendo la loro funzione narrativa di interlocutori per brevi dialoghi o di informatori in relazione alla missione investigativa del protagonista.

Lingua e stile

La lingua è semplice e colloquiale, e la sintassi è piana; lo stile è sia narrativo sia descrittivo, le descrizioni sono rapide e incisive. Si trovano lunghe pause riflessive su quanto l’io narrante vive ed osserva, e diversi dialoghi.

Intenzione dell’autore

Questo libro racconta sostanzialmente degli aneddoti di un viaggio, un viaggio di piacere a cui viene associata una sorta di inchiesta. Questa ricerca, rivolta all’esterno, sembra in realtà un’indagine interiore: è come se il protagonista ricercasse il suo Io, come se sentisse di essersi perso, di non sapere chi sia, come se provasse una sorta di crisi d’identità. Il finale è tuttavia aperto a molteplici interpretazioni, e vi è presente lo spunto metaletterario del personaggio che racconta del libro che sta scrivendo, la cui trama coincide per l’appunto con quella di “Notturno indiano”.


[1]  Religione indiana, diffusa in tutta l’India (circa 2 milioni di seguaci). Si basa sugli insegnamenti di Mahāvīra (il «grande eroe», soprannome di Vardhamāna; 599-527 a.C), ultimo di una serie di 24 altri maestri

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Le ragazze di S. Frediano” di Vasco Pratolini

Presentazione e genere letterario:

Scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949 per i tipi di Vallecchi editore, Le ragazze di S. Frediano è in sintesi la storia di un dongiovanni, tal Aldo Sernesi, soprannominato Bob, e delle ragazze con cui intrattiene relazioni sentimentali. Il soprannome deriva al personaggio da una somiglianza con l’attore Bob Taylor, all’epoca molto noto.

Il quartiere di S.Frediano a Firenze

L’altro protagonista della vicenda è sicuramente il quartiere di S. Frediano, sito a Firenze, descritto attraverso i suoi luoghi e mediante la personalità delle figure che lo abitano, particolarmente delle figure femminili.

Tratto dal film di Valerio Zurlini del 1954

Trama:

Si tratta di un romanzo sentimentale ambientato durante e dopo le fasi finali della Seconda guerra mondiale, quelle della Resistenza partigiana. In primo luogo viene presentata l’ambientazione, ovvero “il rione di Sanfrediano”, “quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo”; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine”. Il rione è popolato da personaggi che sembrano identificarsi attraverso il mestiere che svolgono: c’è il rivendugliolo, lo stracciaiolo, l’operaio, l’impiegato, l’artigiano marmista, l’orefice, il pellettiere; le donne sono invece trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici. I sanfredianini sono sentimentali e spietati, caparbi e attivi, hanno partecipato alle vicende della storia in modo piuttosto illuminato. Le ragazze sono belle, gentili, audaci e sfrontate. Fra tutte si distingue per gioventù, bellezza e becerismo[1] una giovane impagliatrice di sedie, Tosca. Si tratta del primo personaggio descritto, una ragazza bionda di 18 anni, bella e sincera, capace di esprimere con facilità i propri pensieri. Attraverso il suo punto di vista veniamo a scoprire le vicende dei partigiani e della loro vendetta contro i fascisti, che vengono fucilati; al primo gruppo sembrerebbe appartenere il giovane Bob, che però fuoriesce da un portone, non si trova dunque nel vivo della lotta partigiana. Bob “era un giovane bruno, dai grandi occhi incredibilmente verdi, i baffetti curati e la carnagione bianca, bianca tanto che in montagna di certo non c’era stato, era un partigiano di città, e così pallido  forse perché appena uscito di prigione”. Bob ha 25 anni e una fama di rubacuori all’interno del Rione, dove abita in via del Campuccio.

Tosca diventa presto la fidanzata di Bob, ma è l’ultima in ordine di tempo, cosicché la vicenda procede in ordine anti-cronologico, e fabula e intreccio non coincidono.

Bob e Tosca, dal Film di Zurlini del 1954

La prima antagonista di Tosca, in quanto pare essere stata la precedente fidanzata di Bob è Silvana, ricamatrice dai capelli scuri; a unire entrambe, in quanto si interfaccia sia con Silvana sia con Tosca, di cui è amica, è Gina, ragazza inizialmente non descritta: ella sembra immune al fascino di Bob, ma si interessa in modo sospetto alle vicende delle due giovani, dipingendo il loro fidanzato come un “donnaiolo” e riferendosi a lui con ironia. L’autore dipinge le ragazze come aggressive e vereconde allo stesso tempo, audaci, ma anche pudiche. Aldo-Bob è un elegante giovane, il quale pensa che le donne siano “arance da succhiare”; egli è luminoso e volgare come la brilllantina che indossa.

Aldo abita con la famiglia, il fratello e il padre sono imbianchini con la passione della caccia, mentre lui svolge la professione di impiegato. E’ piuttosto controllato nei gesti, ma energico al contempo, anche piuttosto atletico. Metà dello stipendio lo dà alla madre, il resto è riservato alla propria eleganza; amante del cinema e della danza, finanzia queste passioni attraverso il biliardo, di cui è un vero campione. Ha un fondo di moralità, in quanto non frequenterebbe mai i bordelli, ma non dimostra alcuna serietà nei rapporti con l’altro sesso. Si stanca facilmente della ragazza di turno, e necessita continuamente di nuove conquiste, arrivando a crearsi un vero e proprio harem. La sua fama di sciupafemmine lo porta ad essere appellato in vario modo: “il giovanotto dalle belle ciglia”, “il gallo della Checca”, “il Granduca”. Ma il soprannome duraturo sarà quello derivante dall’attore Robert Taylor, ideale di mascolinità per le giovani frequentatrici del cinema Orfeo in piazza de’ Nerli.

Nei fatti, era lui a farsi corteggiare, e quando si stancava di una ragazza non dava un taglio netto solitamente, ma si distaccava a poco a poco, con dolcezza e cinismo. Rimaneva sempre con almeno quattro o cinque ragazze. Le sue avventure rimanevano segrete fino a quando non fossero concluse: allora faceva delle allusioni in modo che nel quartiere gli ascoltatori potessero identificare la sventurata. Pur vanesio, virile e avventuroso, tuttavia sapeva contenersi, ed evitava di avere rapporti fisici con le ragazze, eccetto con una, la sua amante. La fama di Bob era paragonabile a quella del Gobbo, un ladro che aveva fatto impazzire le donne del rione nel 1919.

Il lettore viene poi a scoprire che è proprio Gina, amica di infanzia di Aldo, ad essere la sua amante segreta. Lei sta per sposarsi al solo scopo di far ingelosire Aldo e convincerlo a sceglierla. Gina, dagli occhi chiari e dai capelli neri, è una sarta proveniente da una famiglia molto povera. Probabilmente nutre un affetto sincero per Bob, che non ricambia allo stesso modo.

Tra le ragazze Bob aveva deciso di chiudere ogni rapporto con la figlia di un vetturale ubriacone, Mafalda, la quale ha i capelli rossi e un corpo prosperoso ed è tra le ragazze la più disinibita, tanto da aver avuto già rapporti con altri uomini, escluso Bob. Lo incontra un mattino di fine settembre e gli fa una scenata, ritardando il suo incontro con Bice, ragazza bionda, candida e scaltra, commessa alla Rinascente. Più distaccata delle altre, e più disillusa, anch’essa è tuttavia affascinata da Bob. Dopo aver incontrato Bice, Bob ha il consueto appuntamento con Gina e infine con Tosca, benché la ragazza vada via in fretta, probabilmente a causa della febbre, secondo il pensiero di Aldo.

La sera Aldo va al biliardo e qui ha uno scambio di battute con Gianfranco, giovane piuttosto energico e forte, che si conclude in una sorta di duello. Gianfranco intende picchiare Bob essenzialmente perché innamorato di Silvana, e scredita l’avversario dicendo che non ha partecipato alla Resistenza in modo così attivo come dice. Bob colpisce Gianfranco con un frontino e alla fine ha la meglio su di lui. Ciò lo riempie di boria e orgoglio, nonostante le ferite riportate e nonostante gli sia salita la febbre. L’indomani il giovane tenta persino di conquistare una nuova ragazza, Loretta, dandole appuntamento nella sala da ballo, dove lei però non si presenterà.

Bob gioca a biliardo -dal film di Zurlini (1954)

Il narratore lascia poi il racconto delle vicende di Bob e si concentra su quanto era avvenuto in parallelo: Tosca aveva visto Bob per caso, prima con Mafalda, poi con Bice; ne parla con Silvana, poi con Gina e con le altre ragazze e tutte sono decise a fargliela pagare, eccetto Bice, che poi alla fine si fa convincere, e Loretta, molto giovane e ancora non del tutto adescata da Bob. Per far sì che quest’ultimo adescamento non avvenga Mafalda la trattiene per impedirle di andare a ballare, in quel luogo dove il giovane la attendeva.

Sul prato delle Cascine avviene la beffa finale ai danni di Aldo, convinto di incontrarsi con Tosca e deciso a sottrarle la verginità. Tosca non è invece da sola, ma è accompagnata da tutte le ragazze. Viene richiesto al giovane di prendere una decisione, ma egli tergiversa e le minaccia di rovinare la loro reputazione. Per vendetta, le giovani, specie Mafalda e Tosca, colpiscono il giovane(il colpo meglio assetato sarà quello alle parti basse); legatolo e spogliatolo, lo trascineranno sulla carrozza del padre di Mafalda, decise a deriderlo per la sua scarsa virilità. L’unica che non partecipa in nessun momento alla beffa è Gina, colei che più ha da perdere nella situazione.

Dopo il linciaggio pubblico, Aldo perderà la faccia, e la conclusione della vicenda vede Gina maritata al suo pretendente e Aldo stesso sposato con Mafalda, che è proprio colei che il rubacuori aveva voluto allontanare. Il nuovo Casanova diverrà allora un altro giovane del quartiere, Fernando.

Il parco delle Cascine a Firenze

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative, lingua:

La vicenda, salvo il flashback iniziale che riporta ai momenti della Resistenza, dura pochi giorni, ed è ambientata in autunno.

Tutti i personaggi sono descritti, sia dal punto di vista fisico, sia da quello caratteriale. Ciascuna ragazza sembra particolarmente caratterizzata dal colore dei capelli e dal lavoro che svolge. I personaggi sono piuttosto sfaccettati: si va dalle impulsive Mafalda e Tosca, alla scaltra Bice, all’ingenua Loretta, alla timida Silvana, all’amorevole Gina.

Il narratore è esterno, giudicante, ed è frequente l’uso del discorso diretto; i dialoghi sono vivaci e tutto il lessico è popolaresco e umile, la sintassi è piana, il discorso è descrittivo-narrativo, e appare piuttosto rapido e incisivo. I titoli di ogni capitolo scandiscono la vicenda e rappresentano una sorta di scaletta degli eventi narrati.

Intenzioni dell’autore:

Il romanzo rappresenta un inno al quartiere di San Frediano, ed esprime una morale piuttosto semplice: un uomo non può volare da un fiore ad un altro, deve invece scegliere una sola donna da amare. Difatti, l’atteggiamento poligamo di Bob viene severamente punito proprio da coloro che ne erano state le vittime.

Il romanzo ebbe un grande successo, al punto che ne fu tratto un film omonimo nel 1954, con la regia di Valerio Zurlini.

Alcuni luoghi citati nel romanzo:

Chiesa e piazza del Carmine, pendici di Bellosguardo, Palazzo Pitti, bastioni medicei, Cascine, p.za Signoria, S. Croce, Cestello, Ponte alla Carraia, via della Vigna, piazza de’Nerli, porta S. Frediano, Mura S. Rosa, via Pisana, borgo Stella, via del Leone, via del Campuccio, Legnaia, piazza Piattellina, via Maggio.


[1] Becero, aggettivo di area toscana, vuol dire volgare, chiassoso, ignorante.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

Domande e risposte su “La luna e i falò” di C. Pavese

  • Quando è stato scritto il romanzo? 1948/9, pubblicato nel 1950.
  • Che genere di romanzo è? Si tratta di un romanzo realista, denso di spunti autobiografici. Potrebbe essere definito anche romanzo di formazione.
La luna e i falò, Einaudi, 1997
  • Che cosa racconta? E’ la storia di un ritorno, di una maturazione, riguarda la presa di coscienza dell’importanza delle radici e della difficoltà nel trovarle (si veda in particolare il primo capitolo). Allo stesso tempo è il racconto di un viaggio, metaforico e reale, nel mondo dell’infanzia, ormai quasi mitologico. Ma il viaggio è anche alla scoperta di nuovi mondi, ed è dovuto all’esigenza di crescita e di cambiamento. Tornare dopo essere cambiati risulta complesso, non sembra di ritrovare più se stessi. La maturazione come elemento fondamentale di questo romanzo sembra confermata anche dall’epigrafe iniziale: “For C. Ripeness in all” (Per C: maturità in tutto). Constance Dowling è l’attrice americana di cui Pavese era innamorato.
Andrea Checchi e Costance Dowling nel film La strada finisce sul fiume
Di sconosciuto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4440344
  • Come si chiama il protagonista? E’ soprannominato Anguilla, ed è un orfano. Vive poveramente e lavora in campagna, finché decide di partire.
  • Quanti anni ha? 40 anni, al momento del racconto.
  • Chi racconta le vicende? Il protagonista stesso, in prima persona. Il narratore è dunque interno.
  • Qual è la trama?  Anguilla, orfano, è adottato  da una famiglia modesta proveniente da un piccolo borgo contadino (probabilmente Santo Stefano Belbo, luogo natale dell’autore) e abita sulla collina Gaminella; dopo la morte di Virgilia, madre adottiva, quando ha solo 13 anni, si trasferisce presso “La mora”, tenuta del Sor Matteo, un proprietario terriero. Inizia a lavorare e vive le sue vicende adolescenziali presso la tenuta, dove è circondato dalle figure femminili delle figlie di sor Matteo, Irene, Silvia e Santa, delle cui vite e storie amorose è attento osservatore. Parte poi per la leva militare e va a Genova; lì vive esperienze antifasciste e conosce Teresa. Si imbarca in seguito per l’America, dove fa fortuna; vive probabilmente in California. Qui è presente un’altra figura femminile, Rosanne, con la quale la storia d’amore si conclude a causa della partenza di lei. Gli americani, dice il protagonista, sembrano non avere radici, sono come “bastardi” (cap. XXI).
  • Il protagonista, partito senza nemmeno un nome, dopo tanti anni ritorna nel periodo del Ferragosto (si racconta brevemente anche di un precedente ritorno); incontra Nuto, amico saggio, sempre rimasto al paese, e guida razionale di Anguilla. Lui rappresenta il legame con un passato che sembra ormai scomparso, come scomparsi sono gli altri personaggi della sua vita passata e gli alberi di nocciole intorno alla casa del padre adottivo.
  • La vecchia casa di Gaminella è stata acquistata da un povero contadino mezzadro, Valino, nel cui figlio zoppo, Cinto, Anguilla rivede se stesso da ragazzo. Valino, a causa della povertà e dei problemi economici, arriverà ad uccidere la nonna e la cognata che vivono con lui, mentre Cinto riuscirà a fuggire e avviserà Nuto e Anguilla. Il romanzo termina con il racconto della morte di Santa, uccisa dai partigiani a causa del suo doppiogiochismo.
  • Fabula e intreccio coincidono? No, i piani temporali sono sfalzati; la narrazione segue l’andamento dei ricordi, e si sposta continuamente dal presente al passato, dunque sono presenti molte analessi.
  • Qual è l’ambientazione? Il mondo rurale delle Langhe, nel Piemonte meridionale. Lo scenario è descritto con notazioni uditive, olfattive, tattili e visive. Sono frequenti i termini tecnici relativi all’agricoltura e alla vegetazione tipica della campagna piemontese (tra cui i nocciòli, che il protagonista aveva vicino alla propria abitazione e che appunto non ci sono più).
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  • Perché il titolo? La luna influenza i raccolti e i falò servono per rendere fertile la terra; si tratta di simboli del mondo rurale, e allo stesso tempo sembrano anche simboli mitologici. I falò si accendevano anche durante le feste in campagna. Inoltre l’incendio della casa della Gaminella e il falò acceso per dar fuoco al cadavere di Santa sembrano alludere nuovamente al simbolo esplicitato dal titolo.
  • Quali sono i personaggi più importanti, come sono descritti e quali caratteristiche hanno? Nuto è l’amico saggio, suonatore di clarino, falegname. Durante l’adolescenza è stato compagno nella vita del protagonista, l’ha aiutato e accompagnato nella crescita. Da adulti è di nuovo una figura di riferimento, che rappresenta scelte opposte rispetto a quelle di Anguilla: non se ne è mai andato dal paese, e pensa che ci si possa restare solo non andandosene mai. Forse è Nuto il simbolo di quelle radici che Anguilla sembra non trovare. Nuto è inoltre aiutante dei partigiani, dunque vive in modo abbastanza attivo, benché prudente, un periodo storico turbolento, ovvero gli anni della Resistenza e della Repubblica di Salò.
  • Le figure però descritte con più dovizia di particolari sono quelle femminili, in particolare Irene, Silvia e Santa. Irene, bionda ed eterea, affascina il protagonista, che però sa di non poter arrivare a lei e dunque sente una maggiore attrazione per Silvia, mora e più passionale. Le ragazze sono però figlie del suo padrone, quindi ha con loro solo un rapporto di subalternità. Tuttavia la seconda parte del libro è tutta concentrata sul racconto delle loro vicende, con il rammarico quasi di non avervi preso parte.
  • Tutti i personaggi del passato di Anguilla, più o meno rilevanti, tranne Nuto, vengono citati in assenza: molti infatti sono defunti, o comunque non sono più presenti in paese. Anche questo contribuisce al senso di sradicamento del narratore, deciso alla fine a ripartire.
LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA, UNITA' DI APPRENDIMENTO

“Gli indifferenti” di Moravia

“Gli indifferenti” è il romanzo d’esordio di Alberto Moravia, pubblicato nel 1929. Opera fondamentale della nostra letteratura, si presta a una profonda riflessione sul tema dell’indifferenza, sempre attuale e collegato alla realtà di tutti i giorni.

Ecco una proposta di unità di apprendimento su alcuni passi de “Gli indifferenti”, contenente varie attività didattiche utili per l’analisi e lo studio del testo.

Clicca per scaricarla:

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LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Senilità” di Italo Svevo

Senilità fu pubblicato da Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nel 1898, presso l’editore Ettore Vram. Si tratta del secondo romanzo di Svevo, letterato non per professione, e come il primo non ebbe il successo sperato.
Il romanzo racconta in terza persona le vicende di Emilio Brentani, impiegato assicurativo con la passione per la scrittura; egli vive con la sorella Amalia, completamente dedita ad accudire lui e la loro casa. L’unica figura esterna a venire spesso in contatto con questo ristretto nucleo familiare è Stefano Balli, scultore amico di Brentani.

Gli equilibri tra i personaggi cambiano con l’arrivo di Angiolina, ragazza bionda che sconvolge la tranquilla e oziosa esistenza del Brentani, facendolo innamorare di sé. Questo momento è quasi un punto di non ritorno: da questo attimo scaturiscono infatti una serie di eventi e comportamenti, che, in un lento crescendo, porteranno Brentani a una fine non felice.
Procedendo con ordine, il romanzo è intitolato Senilità. Quali sono gli attributi di questa età della vita? Forse una certa pacatezza, una lentezza nell’agire, un temperamento meno energico, misti però a saggezza. Tuttavia, a parte i caratteri della vecchiaia, la senilità di cui si parla è marcata in senso morale: il protagonista è senile, in quanto non appare particolarmente votato all’azione, non sembra mai avere in pugno gli eventi della sua vita, e sicuramente non si dimostra nemmeno virtuoso. È molto lontano, dunque, dai canoni dell’eroe letterario. Trascorre la sua vita in modo inerte, senza eventi speciali, fino all’arrivo di Angiolina, che è l’alter ego della giovinezza. Per le azioni che questa ragazza compie il lettore è portato a vederla non in modo positivo: appare come una giovinetta con vicende familiari infelici che tende a cercare il proprio tornaconto senza minimamente considerare i sentimenti altrui. In questo senso è giovane, in quanto non le appartiene l’idea che esistano altre persone oltre a lei e poiché vive in modo spensierato. Il lettore potrà vederla così, non così la vede Emilio Brentani, per il quale Angiolina è vera donna-angelo, presenza salvifica che lo riconduce alla vita spezzando l’inerte monotonia della sopravvivenza. Brentani la idealizza e vede in lei la vera bellezza, non solo esteriore, ma anche interiore.

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Leonardo da Vinci, Annunciazione (particolare). Firenze, Galleria degli Uffizi

Se Angiolina è la giovinezza, anche l’amico di Emilio, Stefano, in qualche modo la rappresenta. Si tratta di un personaggio affascinante, energico, animato da vero spirito solidale verso Emilio. La sua caratura morale, dapprima un po’ in ombra, emerge con più forza verso la fine, nel momento più difficile per il suo amico. In parallelo, se Angiolina ha sconvolto la tranquillità di Emilio, Stefano mina quella di Amalia: la sorella del protagonista infatti, in un periodo in cui lo scultore frequenta casa Brentani, se ne innamora, non avendo mai il coraggio di esprimere il suo sentimento. Perché se almeno Emilio si relaziona con qualcuno e in particolare confessa ciò che prova ad Angiolina, conducendo una sorta di esistenza all’esterno del nucleo familiare, Amalia non ha neppure questi elementi di conforto: vive in casa sua, tra una corazza di abitudini e suo fratello Emilio. Quest’ultimo però trascura la sorella durante la relazione con Angiolina e così ad Amalia viene a mancare l’unica forma di relazione in una vita solitaria e mesta. E dunque alla fine i fratelli, così senili, andranno incontro a due forme diverse di sconfitta.

sconfitta

Svevo scruta dentro l’animo umano, che è certo un pozzo profondo, difficile da indagare, e ci regala l’affresco magistrale di un uomo con le sue debolezze, i suoi egoismi, i suoi sensi di colpa

 

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Il complesso dell’Imperatore” di Carolus Cergoly

Carolus Cergoly, giornalista, poeta e narratore, nasce a Trieste nel 1908, quando la città era ancora immediata all’Impero Asburgico. La sua provenienza triestina è un dato fondamentale, quasi fondativo della sua attività artistica: infatti la sua poesia scaturisce da Trieste, inneggia a Trieste, e riesce persino a riassumerne l’essenza, cosmopolita e italiana a un tempo.

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Trieste. Fonte:  http://www.costacrociere.it

La raccolta di poesie pubblicata nel 1980, Latitudine nord, dal sottotitolo Tutte le poesie mitteleuropee in lessico triestino, si apre con un componimento- autoritratto, intitolato Introitus, che mentre descrive il poeta presenta la multiculturalità di Trieste.

La natura di poeta di Cergoly influisce decisamente anche sulla sua attività di narratore, come si osserva leggendo il romanzo che rese noto l’autore, Il complesso dell’Imperatore; già il titolo significa molto: in primo luogo l’ambientazione è in quella Trieste ancora dominata dagli austriaci (si veda la copertina del libro che raffigura l’aquila bicipite simbolo dell’Impero). Il sottotitolo, Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo, fa comprendere come questo libro non sia tanto un romanzo dalla trama omogenea e lineare, quanto piuttosto un insieme scomposto di frammenti, di episodi giustapposti e collegati da elementi di volta in volta diversi. Il poeta non a caso li definisce “incastri di prosa”.

A questa frammentazione contenutistica ne corrisponde una formale: il testo infatti si compone di periodi più o meno brevi al termine dei quali l’autore va sempre a capo, quasi che ciascuna frase costituisse un piccolo nucleo chiuso e isolato, una sorta di poesia. Questa peculiarità della prosa cergoliana è meglio descritta da un commento del poeta Andrea Zanzotto, che scrive:

La pagina di Cergoly si produce generosamente a versetti o a nuclei tutti in ebbro scorrimento: poesia, prosa, discorso subliminare, sentenza, citazione, parodia, ron ron, ciacola.

Altro dato curioso è, se si esclude la presenza del punto fermo e di qualche sporadico punto interrogativo, la totale assenza di punteggiatura.

Cergoly sembra scrivere dando libero sfogo ad un’associazione progressiva di pensieri: ama riprendere e ripetere i concetti, elencare oggetti, accumulare figure retoriche-allitterazioni, metafore..- e fare largo uso delle onomatopee.

Si vede bene come ripete gli stessi concetti e ribatte sugli stessi termini. Nel rilevare la giocosità dello stile di Cergoly, Zanzotto scrive:

Ma qui ci sono di mezzo sicuramente, a stordirci, astuzie follettistiche e joyciane, o addirittura formule incantatorie come quella ripetuta di continuo da un pacioso gendarme: “ja hat ja hat”.

Cergoly si occupa di personaggi che egli stesso definisce “reali e vivi (più vivi dei vivi perché sono morti)” e che sono calati in una precisa realtà storica cui il poeta guarda con una certa nostalgia, e che viene quasi trasfigurata in mito; ciascun dato realistico, anche il più prosaico, si mitizza e diventa una “favola bella”:

Al calar del sole il Ponterosso ha l’aspetto di un ponte di fuoco.[…]Il cerchio di fuoco e hoplà salta la tigre e salta la scimmia cavallerizza sulla cagna barbona che sembra la visiera di Belfagor [Il complesso dell’imperatore, p.119]

La prora dell’Audax rimorchiatore d’alto mare è fortissima come l’Excalibur la leggendaria spada di re Artù. [ivi, p.121]

[Trieste] Città tirata su dal caro dio solare Triopa tra est e ovest […][ivi, p.139].

A riprova della propensione verso miti e leggende, il primo personaggio che incontriamo è un coboldo -spiritello della mitologia tedesca e protettore del focolare domestico- che si trasferisce a Trieste, definita “città ombelico del mondo”e “canestro di mazzi di fiori freschi come la primavera”. All’arrivo in città il coboldo “sentì mistura di alghe, odore di foglie tripartite di tiglio, uva di Samos, pepe, pan di zucchero”- dunque una variegatura di odori per una città variegata- e divenne volontario casalingo di Stanislaus Joyce, insegnante d’inglese con accento irlandese e grande monologatore.

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Un Coboldo, dettaglio da Incubo (1781), di Johann Heinrich Füssli. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Coboldo

Ravvisiamo nel romanzo una predilezione decisa per il dato nominale: ricorrono e quasi compongono la struttura del discorso – che in un certo senso si reifica- nomi di cose, di luoghi, di persone. Trieste, città gentilissima e commerciale, è città di tre alfabeti (latino, gotico, cirillico), in cui s’incontrano culture diverse (lo dimostra la diversa provenienza dei personaggi di Cergoly, ora tedeschi, ora sloveni, ora francesi…), è città di mare, di amore, di passeggiate, di commercianti e burocrati, è la città del Reggimento di Cavalleria dei Dragoni Sassoni, è la città della birra e del vino, del burro dell’alto Isonzo e del Gulasch, del profumato caffè bianco. Dei Caffè Cergoly parla diffusamente: sono intimi, caldi, riposanti, silenziosi, in essi c’è odore di acqua di male, di alghe, di onde.

Molti sono i luoghi di Trieste che l’autore menziona, dal Canal Grande a Ponterosso, alla Piazza Giuseppina, al Grand Hotel Carciotti; Trieste è città adriatica mediterranea e al contempo mitteleuropea, è un crocevia, un punto d’incontro di culture diverse proprio grazie- dice Cergoly- alla sua appartenenza all’Impero, che è Impero della tolleranza. La prima metà del romanzo rappresenta proprio un inno alla Trieste imperiale.

Ma questo splendido equilibrio della Felix Austria sembra ad un tratto essere compromesso: in un lento stillicidio le più disparate forze centrifughe prendono sempre più piede. Da un lato i socialisti palesavano il malcontento della classe proletaria, dall’altro i liberalnazionali irredentisti figli della Gran Madre Italia mostravano segni di insofferenza verso la presenza slovena e contro i devoti sudditi asburgici.

Stava per tramontare un mondo stava per spegnersi un ordine superiore stava per dare vita a uno inferiore.

Stanno per nascere gli stati nazionali gli stati di composizione demoniaca.

L’Impero aveva la meravigliosa caratteristica di essere sovranazionale, ovvero, dice Cergoly, di apprezzare e tutelare le caratteristiche individuali dei popoli, e non internazionale (che significa mettersi al di sopra delle caratteristiche nazionali per cancellarle). Per C. lo stile e il vivere dell’Imperatore aveva modellato lo stile e il vivere di tutto l’Impero. Il complesso dell’Imperatore è sia esterno (si vede dal modo di vestire, gestire, dal garbo con cui le cose più difficili e rozze possono essere trattate) che interno, vagante, impalpabile e in tormento.

L’impero austriaco era l’Impero della sicurezza o dell’ottimismo e del lento progresso verso le cose moderatamente moderne.

I patrioti e coloro che combattono contro l’Austria al momento dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra sono visti in modo negativo, come persone arroganti e violente. E’ il novembre 1928 quando Trieste viene conquistata all’Impero austriaco dagli italiani. Le nuove autorità punteranno poi ad italianizzare i cognomi e chiudere le scuole non italiane; si nota che anche i giornali di lingua tedesca slovena e croata non arrivano più con regolarità. Il nazionalismo è una vera piaga, è “l’ultimo rifugio dei bricconi” per Cergoly, consapevole anche, evidentemente, della posizione periferica che la città assumerà in seguito all’annessione all’Italia:

A Trieste il potente emporio commerciale non troverà mai in seguito uno sviluppo degno del suo passato.

Il romanzo vuol essere un accorato addio ad un tempo felice in cui davvero si era creata e nutrita la natura multietnica, cosmopolita ed armonica di Trieste:

Natura e storia e volontà di popolo riposano in pace accanto all’Imperatore e al suo Impero che era come un gran seme di senape che una volta piantato e piantato secoli fa dà vita a un albero capace di ospitare tra i suoi rami ogni specie d’uccelli.