LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE, UNITA' DI APPRENDIMENTO

La civiltà umanistica

Unità di apprendimento

Destinatari: studenti della scuola secondaria di secondo grado.

Tempi: 2 ore circa

Strumenti: PDF allegato da proiettare

Fasi:

  1. Visione di immagini e sollecitazione delle impressioni degli studenti
  2. Precisazioni sui prodotti culturali/artistici del tempo mostrati
  3. Spiegazione dialogata sui seguenti punti:
  • Quadro storico
  • Ruolo dei letterati
  • Centri di produzione della cultura
  • Biblioteche
  • Pubblico per le opere letterarie
  • Aspetti pedagogici
  • Una nuova visione del mondo
  • Il rapporto con i classici
  • Geografia della letteratura
  • Umanesimo civile e cortigiano
  • Umanesimo latino e volgare

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Golpe” e “lione”: il buon principe secondo Machiavelli

Fedeltà e lealtà sono virtù lodevoli? L’integrità, la pietà, l’umanità sono necessarie a chi governa?

Nel capitolo XVIII de “Il Principe”, trattato storico-politico scritto nel 1513, Machiavelli ci racconta il suo punto di vista basandosi sulla propria esperienza di cancelliere della Repubblica fiorentina.

Ecco quali sono in sintesi i punti che emergono dalla sua trattazione:

Il principe - Wikipedia
Di Niccolò Machiavelli – BNCF, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11844670

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA (IN CHE MISURA I PRINCIPI DEBBANO MANTENERE LA PAROLA DATA)

  1. Sempre auspicabile per un principe è mantenere la “fede”, ovvero essere leale rispetto alla parola data. Tuttavia per esperienza si vede come sia stato più proficuo per i principi agire con l’astuzia, ovvero in malafede, piuttosto che tener conto delle promesse fatte.
  2. Ci sono due modi di combattere: uno con le leggi, tipicamente umano, l’altro con la forza, che è proprio delle bestie. Ma quando l’uomo non riesce ad osservare il primo, deve ricorrere al secondo. Entrambe le nature, quella umana e quella bestiale, sono necessarie. Molti scrittori antichi dicono che Achille e altri principi furono affidati alle cure del centauro Chirone, metà uomo e metà cavallo: ciò evidenzia la necessità della parte animalesca insita nell’uomo.
  3. Per quanto riguarda la bestia, è opportuno prendere spunto dalle caratteristiche della volpe e del leone. Il leone spaventa i lupi con la forza, mentre la volpe sa divincolarsi dai lacci con l’astuzia. La forza senza l’astuzia non ha la medesima efficacia. Non vi è necessità di mantenere la parola data qualora vengano meno le condizioni iniziali: questo perché l’uomo è sleale di natura e malvagio, quindi non osserverebbe i patti, per cui è utile che anche il principe li violi ove necessario. Essere astuti è importante e anche saper fingere bene e mascherare l’astuzia stessa: è infatti facile ingannare gli uomini, spesso molto ingenui.
  4. Alessandro VI fu sempre abile e capace nell’ingannare il prossimo.
  5. Il principe non deve avere tutte le qualità positive, ma deve sembrare che le abbia. Anzi è opportuno che non abbia affatto alcune qualità, ad esempio non deve essere davvero pietoso, fedele, umano, onesto, religioso, ma deve solo sembrarlo. Il principe può agire contro la fede, la carità, l’umanità, la religione, qualora vi sia necessità, in base agli eventi.
  6. Il principe deve sembrare tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. Gli uomini si fermano all’apparenza e pochi “sentono” quello che si è davvero. Il dovere del principe è mantenere lo Stato: ogni mezzo per arrivare a questo fine è onorevole e lodevole.

QUESTIONI DI STILE

Il testo di Machiavelli è molto preciso e concreto, doveva infatti essere immediatamente comprensibile e fruibile dal lettore. Per cui gli aspetti teorici vengono messi da parte per focalizzarsi maggiormente sull’esperienza pratica, che è una maestra sicura nel campo politico. Per questo l’autore usa strategie stilistiche fortemente incisive:

  • Appello ai lettori con il “voi”, al principe con il “tu”
  • L’uso di metafore tratte dal mondo animale
  • Frasi brevi e sentenziose
  • Uso di imperativi e congiuntivi esortativi
  • Uso di espressioni di necessità, bisogno ecc. (“è necessario”, “bisogna”, “si deve”)
  • Presenza di congiunzioni con valore conclusivo (“dunque”, “pertanto”, “però” con valore di “perciò”)

IL RIFERIMENTO AGLI ANIMALI

Fox study 6.jpg

In verità il riferimento alla volpe e al leone è presente già in Cicerone nel De officiis, solo che l’inganno e la forza non vengono viste in positivo nel filosofo classico. 

In Dante la volpe assume valenza simbolica, allude alle eresie nel Purgatorio, e il simbolo è appunto negativo; anche i Centauri nell’Inferno hanno qualcosa di demoniaco e la loro natura non viene apprezzata.

Al contrario in Machiavelli il lato animalesco è insito nell’uomo ed è indispensabile al principe quando debba proteggere lo Stato.

Di Pearson Scott Foresman – Archives of Pearson Scott Foresman, donated to the Wikimedia Foundation, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2568365

LA MORALE

Machiavelli non nega che esista il bene, ma afferma che a volte sia necessario prescindere da esso. L’autore considera la verità effettuale delle cose, invece di soffermarsi su come dovrebbero essere; è consapevole del valore morale del bene, ma si limita a constatare che talvolta è necessario sacrificarlo in nome del mantenimento della pace e della stabilità politica.

Questa lezione potrebbe essere valida anche oggi?

Testo integrale de “Il Principe”: https://it.wikisource.org/wiki/Il_Principe

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Aminta” di Tasso ovvero un elogio dell’amore

Osserviamo il sistema dei personaggi nella favola pastorale Aminta di Tasso. I nomi e i protagonisti appartengono chiaramente al mondo greco: Dafne, Silvia, Aminta, satiro ecc. La presenza del prologo ci rimanda anch’essa al dramma greco, fatto del resto comunissimo: nel Rinascimento il debito con il mondo classico è forte, e persino il teatro successivo ne rimane influenzato.

INTERLOCUTORI

AMORE, che fa il prologo

DAFNE

SILVIA

AMINTA

TIRSI

ELPINO

SATIRO

NERINA

ERGASTO, ovvero NUNCIO

CORO DE’ PASTORI

La prima rappresentazione dell’opera ebbe luogo con buone probabilità il 31 luglio 1573, al Belvedere di Ferrara. La prima stampa risale al 1580. La prima rappresentazione non contiene uno degli episodi, quello di Mopso.

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Di Torquato Tasso – Raccolta bodoniana, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2086871

GENERE

Ma cos’è una favola pastorale? Vediamo che l’espressione allude alla “fabula”, che in latino significa “testo drammatico” e al mondo dei “pastori”. Si trattava di una forma teatrale molto in voga tra gli autori dell’Umanesimo e del Rinascimento (specie nel contesto della corte ferrarese), la quale affonda le sue radici nella poesia pastorale latina (Virgilio e Teocrito). Vediamone le differenze con la commedia e la tragedia:

COMMEDIAVicenda comica di ambientazione cittadina, con esito felice
FAVOLA PASTORALETemi sentimentali e seri, ambientati in un mondo favoloso; conclusione felice
TRAGEDIATemi patetici e vicende drammatiche, conclusione molto infelice; tono alto e sublime
“PAESAGGIO CON PASTORI E ARMENTI E FIGURE DI POPOLANI IN SOSTA PRESSO UN FONTANILE”, Scuola romana, secolo XVIII,
olio su tela, cm 119 x 177,5

STRUTTURA E METRO

Cinque atti; versi endecasillabi e settenari.

INTENZIONI DELL’AUTORE

Il poeta celebra la vitalità dell’amore, la libertà degli impulsi e offre una proiezione idealizzata della corte ferrarese: egli infatti cela dietro ad alcuni protagonisti dei personaggi reali, ad esempio dietro Tirsi si nasconderebbe lo stesso autore, mentre Elpino evocherebbe la figura del segretario ducale Giovan Battista Pigna.

L’azione non avviene in scena, ma è il risultato dei racconti fatti dai vari personaggi.

SINTESI DELLE SCENE

PROLOGO

Amore, personificato e sotto “pastorali spoglie”, si presenta e presenta tutto il suo divino potenziale. Il fanciulletto si lamenta perché la madre Venere vorrebbe condizionarlo riguardo all’uso dell’arco e delle frecce, mentre il dio intende farne ciò che crede:

Io, che non son fanciullo,
se ben ho volto fanciullesco ed atti,
voglio dispor di me come a me piace:
ché a me fu, non a lei, concessa in sorte
la face onnipotente e l’arco d’oro.

Per sfuggire alla madre Amore trova riparo “ne’ boschi e ne le case
de le genti minute”. Con la sua “face infiammata” (così appare la sua arma) intende far innamorare la ninfa Silvia, riottosa all’amore. Eros non si cura dell’estrazione sociale delle sue vittime, e colpisce ugualmente pastori ed eroi:

Spirerò nobil sensi a’ rozzi petti,
raddolcirò de le lor lingue il suono,
perché, ovunque i’ mi sia, io sono Amore,
ne’ pastori non men che ne gli eroi,
e la disagguaglianza de’ soggetti,
come a me piace agguaglio.

Le Ninfe (greco antico: Νύμφη Nymphē, lett. “fanciulle” o “spose”) sono delle dee della religione greca; rappresentano le potenze divine dei boschi, dei monti, delle acque e delle sorgenti, degli alberi.

“Ninfe e satiro” di William-Adolphe Bouguereau, 1873

Vediamo che nel prologo Amore dà l’avvio alla vicenda, perché racconta della sua intenzione di cambiare l’atteggiamento aspro ed ostile della ninfa Silvia, che così subirà un’evoluzione.

ATTO PRIMO, SCENA PRIMA – Dafne e Silvia.

Dafne, amica di Silvia, tenta di convincerla a cedere alle lusinghe dell’amore, che le porterà la gioia di un figlio; ma la ninfa è decisa, il suo passatempo consiste solo nella “cura de l’arco e de gli strali”, nel “seguir le fere fugaci”, “e le forti atterrar combattendo”. Ma Dafne replica con una sentenza divenuta proverbiale:

Forse, se tu gustassi anco una volta
la millesima parte de le gioie
che gusta un cor amato riamando,
diresti ripentita, sospirando:
« perduto è tutto il tempo
che in amar non si spende
:
o mia fuggita etate,
quante vedove notti,
quanti dì solitari
ho consumati indarno,
che si poteano impiegar in quest’uso,
il qual più replicato è più soave! »

Jakob Auer 001.jpg
“Apollo e Dafne” Di Jakob Auer – giulio (dottorpeni) / https://www.flickr.com/photos/30291593@N00/976790518/ March 16, 2005, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5247298

Dafne riporta la sua esperienza: all’inizio anch’ella sentiva sdegno e vergogna di fronte a coloro che provavano amore per lei, infine però fu lei stessa ad essere vinta da questo sentimento. Dunque Dafne non si spiega da dove nasca l’odio di Silvia per il pastore Aminta, figlio di Silvano. L’amica spiega così ciò che prova:

Silvia– Faccia Aminta di sé e de’ suoi amori
quel ch’a lui piace: a me nulla ne cale,
e, pur che non sia mio, sia di chi vuole:
ma esser non può mio s’io lui non voglio;
né s’anco egli mio fosse, io sarei sua.

Dafne– Onde nasce il tuo odio?

Silvia– Dal suo amore.

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“Ninfa 1”, Silvia Ridolfi, 2017, Acquerello 35 x 55 cm

ATTO PRIMO, SCENA SECONDA – Aminta e Tirsi

Come afferma Tirsi, amico di Aminta, l’amore si nutre di lacrime:

Pasce l’agna l’herbette, il lupo l’agne,

Ma il crudo amor di lagrime si pasce,
Nè se ne mostra mai satollo.

Aminta racconta a Tirsi di aver conosciuto Silvia da bambino e aver cacciato a lungo con lei; ad un tratto però si era accorto di provare un “incognito affetto” che lo spingeva a cercare sempre la compagnia della ninfa:

Sospirava sovente, e non sapeva
La cagion de’ sospiri.
Così fui prima Amante, ch’intendessi,
Che cosa fosse Amore.

Aminta racconta che un giorno grazie alla sua bocca e ad alcune magiche parole Silvia fece passare all’amica Fillide il dolore per una puntura d’ape. Aminta volle quindi avere un bacio dalla sua bella e perciò finse di essere stato punto da un’ape sul labbro.

Un giorno Aminta decise di dichiarare apertamente il suo amore, ma la reazione della ninfa non fu incoraggiante:

Silvia, le dissi, io per te ardo, e certo
Morrò se non m’aiti. A quel parlare
Chinò ella il bel volto, e fuor le venne
Un’improviso, insolito rossore,
Che diede segno di vergogna, e d’ira;
Né hebbi altra risposta, che un silentio,
Un silentio turbato, e pien di dure
Minaccie.

Silvia lo evita da quel di’ e Aminta si dichiara disposto a morire pur di suscitare in lei una qualche reazione.

CORO

Nel coro dei pastori si canta la felice età dell’oro, dove tutto nasceva in modo dolce e spontaneo e si agiva liberamente seguendo la norma del “se piace, è lecito”; al contrario l’onore, le regole della vita sociale, ingabbiano i liberi impulsi umani:

Ma sol, perché quel vano

Nome senza soggetto,
Quell’Idolo d’errori, idol d’inganno,
Quel, che dal volgo insano
Honor poscia fu detto,
Che di nostra natura ’l feo tiranno,
Non mischiava il suo affanno
Frà le liete dolcezze
De l’amoroso gregge,
Nè fù sua dura legge
Nota à quell’alme in libertate avvezze,
Ma legge aurea, e felice,
Che natura scolpì, S’ei piace, ei lice
.

L’onore ha spinto a nascondere la bellezza, a reprimere gli istinti e la ricerca del piacere.

ATTO SECONDO, SCENA PRIMA – Satiro

Un satiro, attratto da Silvia, matura la decisione di usarle violenza. Spiega le sue intenzioni attraverso un monologo.

Satiro in riposo“, copia romana in marmo dall’originale di Prassitele[1]Musei Capitolini – Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1226079

ATTO SECONDO, SCENA SECONDA- Dafne e Tirsi

Tirsi parla della naturalezza con cui le donne apprendono l’arte del sembrare belle, del piacere ad altri:

Ma, quale è così semplice fanciulla,

Che, uscita da le fascie, non apprenda
L’arte del parer bella, e del piacere,
De l’uccider piacendo, e del sapere
Qual arme fera, e qual dia morte, e quale
Sani, e ritorni in vita.

Dafne è al contrario molto preoccupata e non crede che sia facile persuadere Silvia; così si esprime poi sulle donne:

Hor, non sai tu, com’è fatta la donna?
Fugge, e fuggendo vuol, che altri la giunga;
Niega, e negando vuol, ch’altri si toglia;
Pugna, e pugnando vuol, ch’altri la vinca.

Dafne consiglia a Tirsi che Aminta si rechi alla fonte di Diana, dove troverà lei stessa e la ninfa Silvia.

ATTO SECONDO, SCENA TERZA –  Aminta e Tirsi

Tirsi spiega ad Aminta che troverà l’amata “ignuda e sola” presso una fonte; la presenza di Dafne con lei sarà positiva e di aiuto. Tirsi convince Aminta, esitante, dicendo che “nulla fa, chi troppe cose pensa”:

CORO

Celebrazione di amore, degno maestro di se stesso. Infatti ad amare non si impara a scuola, ma con l’esperienza.

ATTO TERZO, SCENA PRIMA – Coro e Tirsi

In un confronto con il coro, Tirsi si dice preoccupato che Aminta voglia darsi la morte, vinto dal dolore per l’amore non ricambiato da Silvia, e dall’odio che lei gli dimostra. Tirsi racconta poi la vicenda dell’incontro tra Aminta e Silvia presso la fonte di Diana: la ninfa era stata assalita da un satiro che intendeva usarle violenza. Al suo arrivo, Aminta lo colpisce con un dardo e libera le mani di Silvia, che però non gli dimostra riconoscenza e fugge via.

ATTO TERZO, SCENA SECONDA – Aminta, Dafne e Nerina

Mentre Dafne consola Silvia, sopraggiunge Nerina, una ninfa amica, che si dice foriera di cattive notizie. Silvia è stata assalita da alcuni lupi, e verosimilmente questi l’hanno uccisa. A prova di quanto dice ha condotto con sé il velo di Silvia stessa. Aminta sviene e poi dice di volersi dare la morte.

“Le Nereidi”, Di Gaston Bussière, 1927 – See, for example, http://www.artsheaven.com/nereides.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1738506

ATTO QUARTO, SCENA PRIMA – Dafne, Silvia, Coro

Compare Silvia, che spiega come in realtà sia riuscita a salvarsi;  saputo che Aminta intende uccidersi è colta da pietà e da pentimento per la sua passata crudeltà. Vorrebbe comprare la vita di Aminta con la sua.

ATTO QUARTO, SCENA SECONDA – Nuncio, Coro, Silvia, Dafne

Il nuncio dichiara l’avvenuta morte di Aminta, che si è gettato giù da un precipizio; Silvia ne rimane fortemente impressionata e sembra decisa ad abbandonare anch’essa la vita.

ATTO QUINTO, SCENA PRIMA – Elpino, Coro

Il saggio Elpino dà al coro una bella notizia: la caduta di Aminta non è stata fatale, perché è atterrato in primo luogo su un fascio di erbe, rami e spini. In quel momento sopraggiungono anche Silvia e Dafne, e la ninfa, visto l’innamorato ancora in vita, inizia a baciarne le labbra.

Scena del’Aminta di Tasso in un affresco anonimo cinquecentesco, autore ignoto, Villa Caldogno, Vicenza

CORO

Celebrazione finale dell’amore, che dà dolori ma anche gioie.

Testo originale della favola: WIkisource

LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE, STORIA MODERNA

Ludovico Ariosto, il suo tempo e i rapporti con la corte d’Este

Il 1494: la discesa in Italia di Carlo VIII

Nel 1494 Ludovico Ariosto, appartenente ad una nobile famiglia bolognese che da lungo tempo si trovava a Ferrara al servizio degli Estensi, interrompeva gli studi di diritto per dedicarsi all’approfondimento dei suoi interessi letterari. Pare che nel 1494, il poeta scrivesse, ispirandosi ad Orazio, un’ode latina dal titolo Ad Philiroen:

Che cosa appresti Carlo colle navi e coi cavalli delle Gallie, minacciando rovina alle torri d’Italia col furore tremendo dei guerrieri crudeli; e ancora, come cerchi di provvedere a sé il suo nemico, di questo non mi tocchi alcun pensiero, mentre giaccio sotto un albatro, al murmure di una cascatella; e intanto le bionde messi affaticano Coridone gagliardo. O Filiroe, se vuoi, come più volte mi dicesti, che io ricambi il tuo amore, fa che le tempie del tuo amante, umide di vino, cinga una ghirlanda screziata di fiori purpurei, che tu abbia intrecciato colle candide mani, e meco, stesa su queste zolle, canta soavemente al suono della cetra.

Il Carlo menzionato da Ariosto è Carlo VIII; anche se viene inserito nella stilizzazione di un esercizio letterario, tuttavia appare significativo che il soggetto del vocativo sia proprio il re di Francia, che è descritto mentre si sta preparando a calare in Italia, minacciando rovina alle torri ausonie. Nella prima stesura di questa ode, intitolata De vita quieta ad Philiroen, il poeta inveiva anche contro i miseri, quibus vesana mens est vendere sanguine mauro suum: ovvero contro coloro che nutrono il pensiero insano di vendere a prezzo il loro sangue, i mercenari. Il poeta, seguendo certo un motivo classico, afferma di non voler essere toccato dal pensiero della preparazione di questi eventi bellici.

Carlo VIII a cavallo, “en imperant roy”, circa 1495-98 -Di Sconosciuto – Questa immagine è resa disponibile dalla biblioteca digitale Gallica con il numero identificativo di btv1b8426259s/f15, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76552837

Quale era la situazione dell’Italia nel Quattrocento? Mentre gli stati esteri, come Francia, Inghilterra e Spagna, avevano iniziato quel processo di unificazione territoriale che li aveva portati alla formazione di grandi monarchie nazionali, in Italia trionfava il principio dell’equilibrio tra i principali Stati regionali (ducato di Milano, repubblica di Venezia, repubblica di Firenze, Stato pontificio e regno di Napoli). La penisola versava, al di là degli splendori dell’arte rinascimentale, in uno stato di profonda crisi, la quale aveva diverse sfaccettature. Era infatti:

  • Una crisi morale: la civiltà del Rinascimento aveva preso le distanze dallo spiritualismo di origine medievale, ed esaltava valori antitetici a quelli del passato (si pensi all’individualismo, al libertinismo delle corti ecc.);
  • Una crisi politica: in realtà il sistema dell’equilibrio inaugurato con la pace di Lodi aveva reso centrale, agli occhi dei principi, l’attività diplomatica, e li aveva condotti a sottovalutare l’importanza delle capacità militari;
  • Ne consegue una crisi militare: eccettuata Venezia, gli altri Stati disponevano solo di poche migliaia di mercenari, ed erano indietro rispetto agli altri paesi nella tecnica militare;
  • Crisi economica: l’espansione ottomana aveva reso pericolose le vecchie rotte per le Indie, danneggiando l’economia italiana; ben presto l’apertura delle rotte atlantiche l’avrebbe compromessa definitivamente.

Esisteva una sostanziale diffidenza tra Stati e una scarsa dialettica politica anche all’interno di un medesimo Stato, per cui il confronto delle posizioni assumeva spesso il carattere della congiura. Si susseguirono congiure (la più rilevante è quella dei Pazzi a Firenze) e guerre, tra cui il conflitto scatenato da Venezia per impadronirsi del Ducato estense di Ferrara, feudo del papa. A Venezia si opposero Firenze, Napoli, Milano, Bologna e Mantova, per cui la guerra di Ferrara si concluse con la pace di Bagnolo, con la quale Ferrara restava indipendente, ma cedeva a Venezia il Polesine. La morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico determinava la scomparsa del principale protagonista della politica dell’ “equilibrio”.

Nel 1476 una congiura nobiliare a Milano si era conclusa con l’uccisione del duca Galeazzo Maria Sforza a cui era succeduto il figlio Gian Galeazzo II; tuttavia il vero detentore del potere era suo zio Ludovico il Moro, che lo teneva in una condizione di emarginazione rispetto agli affari del governo, suscitando la reazione del suocero di Gian Galeazzo stesso, il re di Napoli Ferrante; poiché la figlia di Ferrante e Gian Galeazzo avevano avuto un figlio, il re di Napoli poteva avere mire giustificate verso il ducato di Milano. Per contrastare gli Aragonesi, Ludovico il Moro chiamò in soccorso il re di Francia Carlo VIII, sollecitandolo a far valere le pretese angioine sul Regno di Napoli (dal quale gli angioini erano stati cacciati nel 1442). Il re di Francia era il sovrano di uno Stato forte, che si era consolidato ulteriormente assorbendo la Borgogna, i ducati di Angiò e la Bretagna. Il coinvolgimento della Francia nelle questioni italiane rese evidenti la debolezza e la frammentazione politica degli Stati d’Italia, inaugurando un lungo periodo di conflitti tra le potenze europee per il controllo della penisola.

Ludovico il Moro – Di Unknown Master, Italian (active 1490-1520 in Lombardy) – Web Gallery of Art:   Immagine  Info about artwork, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1452107

Osserviamo che l’incipit della Storia d’Italia di Guicciardini descrive il periodo successivo al 1494 come tempo di decadenza, segnalando come in effetti anche i contemporanei sentirono l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII come un momento di cesura rispetto al passato. In questi termini parla Guicciardini:

Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri prìncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla […].

Guicciardini sottolinea la responsabilità dei principi nell’intervento delle armi francesi; lo storico aggiunge in seguito che i potenti spesso guardano ai propri desideri del momento, non ricordando che la fortuna è volubile e può cambiare facilmente lo stato di cose. Per la loro eccessiva ambizione e per la scarsa prudenza che li caratterizza dunque provocano ulteriori turbazioni, danneggiando coloro su cui governano:

onde per innumerabili esempli evidentemente apparirà a quanta instabilità, né altrimenti che uno mare concitato da’ venti, siano sottoposte le cose umane; quanto siano perniciosi, quasi sempre a se stessi ma sempre a’popoli, i consigli male misurati di coloro che dominano, quando, avendo solamente innanzi agli occhi o errori vani o le cupidità presenti, non si ricordando delle spesse variazioni della fortuna, e convertendo in detrimento altrui la potestà conceduta loro per la salute comune, si fanno, o per poca prudenza o per troppa ambizione, autori di nuove turbazioni.

Molto interessante sarà inoltre considerare la descrizione che Guicciardini fa degli anni anteriori al 1494, sottolineando in particolare che l’anno 1490 (si noti che è precedente alla morte di Lorenzo) coincideva con una situazione particolarmente prospera e felice:

Ma le calamità d’Italia (acciocché io faccia noto quale fusse allora lo stato suo, e insieme le cagioni dalle quali ebbeno l’origine tanti mali) cominciorono con tanto maggiore dispiacere e spavento negli animi degli uomini quanto le cose universali erano allora più liete e più felici. Perché manifesto è che, dappoi che lo imperio romano, indebolito principalmente per la mutazione degli antichi costumi, cominciò, già sono più di mille anni, di quella grandezza a declinare alla quale con maravigliosa virtù e fortuna era salito, non aveva giammai sentito Italia tanta prosperità, né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale sicuramente si riposava l’anno della salute cristiana mille quattrocento novanta, e gli anni che a quello e prima e poi furono congiunti. Perché, ridotta tutta in somma pace e tranquillità, coltivata non meno ne’ luoghi più montuosi e più sterili che nelle pianure e regioni sue più fertili, né sottoposta a altro imperio che de’ suoi medesimi, non solo era abbondantissima d’abitatori, di mercatanzie e di ricchezze; ma illustrata sommamente dalla magnificenza di molti prìncipi, dallo splendore di molte nobilissime e bellissime città, dalla sedia e maestà della religione, fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa; né priva secondo l’uso di quella età di gloria militare e ornatissima di tante doti, meritamente appresso a tutte le nazioni nome e fama chiarissima riteneva.

Osserviamo dunque la risonanza immediata che ebbe l’evento della discesa in Italia di Carlo VIII.

Frontespizio di un’antica edizione della Storia d’Italia

Il 1506: la congiura di Giulio e Ferrante contro i fratelli Ippolito e Alfonso d’Este.

Sarà interessante vedere un episodio che coinvolse la famiglia degli Estensi di Ferrara per dare l’idea del clima di intrighi e di rivalità che si respirava a corte. Giulio d’Este era figlio naturale del duca Ercole d’Este, e crebbe alla corte insieme ai fratellastri, i figli legittimi del duca; tra questi erano Alfonso I, successore del padre, e il cardinale Ippolito. Tra Giulio e il cardinale vi furono spesso scontri, per lo più per futili motivi: una contesa per avere al proprio servizio un musicista, la rivalità per ottenere l’amore di Angela Borgia, cugina della celebre Lucrezia. In seguito a questi screzi, Ippolito ordinò ai suoi uomini di assalire il fratellastro e di sfregiarlo; gli scherani del cardinale riuscirono a ferire Giulio agli occhi. Alfonso lasciò Ippolito impunito, e diede alle altre corti un resoconto non del tutto veritiero della vicenda. Se ci fu una formale riappacificazione tra Giulio e Ippolito, questa tuttavia non aveva cancellato il rancore di Giulio verso i fratelli; così egli, spronato dall’altro fratello, Ferrante, che intendeva sostituirsi al Duca, organizzò un complotto, insieme ad altri signori, per eliminare Alfonso ed Ippolito. Il piano fallì, e Giulio trovò protezione presso la corte di Francesco Gonzaga; successivamente, dopo un processo sommario, Giulio, Ferrante e gli altri cospiratori furono condannati a morte per il progetto della congiura. La pena per i due fratelli fu poi commutata nella reclusione a vita. Giulio sarebbe uscito dal carcere nel 1559, ottenendo la grazia dal pronipote Alfonso II d’Este.

Ariosto era divenuto cortigiano stipendiato del duca Ercole I a partire dal 1497; alla morte del padre aveva assunto la tutela dei fratelli minori ed iniziato ad occuparsi dell’amministrazione del patrimonio familiare. Nell’ottobre del 1503 entrò al servizio del cardinale Ippolito come “familiare”, diventando in seguito anche chierico. Al momento della congiura, dunque, Ariosto era stipendiato da Ippolito. La vicenda suggestionò molto il poeta, al punto da spingerlo a scrivere in proposito un’egloga, e a farne menzione all’interno dell’Orlando Furioso, (III, ottave 60-62):

Così con voluntà de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: – Chi son li dua sì tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61
Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sì, che ne pareano schivi. –
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fe’ degli occhi rivi,
e gridò: – Ah sfortunati, a quanta pena
lungo istigar d’uomini rei vi mena!

62
O bona prole, o degna d’Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono;
qui ceda la iustizia alla pietade. –
Indi soggiunse con più basso suono:
– Di ciò dirti più inanzi non accade.
Statti col dolce in bocca; e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

Osserviamo che la posizione di Ariosto è favorevole ai suoi protettori: infatti il poeta, seppure in modo bonario, sottolinea da un lato la colpevolezza dei congiurati, dall’altro la bontà dei signori Alfonso ed Ippolito.

Ippolito II d’Este 1509-1572- Di Unidentified painter – [1], Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8597764
  1. Ariosto e gli incarichi ufficiali. Francia e Spagna alla conquista dell’Italia

In quanto familiare di un cardinale, toccarono ad Ariosto numerosi incarichi pubblici e missioni diplomatiche. Questo lo rendeva certo un personaggio attivo, da un punto di vista politico, anche se le sue attività al servizio degli Estensi contrastavano con la sua indole di scrittore, naturalmente tesa alla solitudine e alla riflessione; la vita “attiva”, insomma, limitava il tempo di quella “contemplativa”, impedendo a volte al poeta di compiere progressi nella stesura del suo capolavoro, l’Orlando furioso, iniziato nel 1505.

Ariosto compie varie missioni diplomatiche presso il papa Giulio II nel quadro delle guerre che vedono impegnati gli Estensi contro Venezia. La prima risale al luglio 1509, quando si reca a Roma per perorare la causa dei propri signori, accusati di essere troppo riverenti verso Luigi XII di Francia; nel dicembre dello stesso anno il poeta dovrà tornare dal papa a chiedere il soccorso delle truppe pontificie per la guerra in corso contro i veneziani. Di una battaglia contro Venezia, in cui pare che il cardinale Ippolito si fosse distinto, ci parla anche Ariosto in una ottava del Furioso (XXXVI, ottava 2),:

Di cortesia, di gentilezza esempi

fra gli antiqui guerrier si vider molti,

e pochi fra i moderni; ma degli empi

costumi avvien ch’assai ne vegga e ascolti

in quella guerra, Ippolito, che i tempii

di segni[1] ornaste agli nimici tolti,

e che traeste lor galee captive

di preda carche alle paterne rive.

Ariosto, tornato a Ferrara, dovette presto ripartire alla volta di Roma per calmare l’ira di Giulio II causata anche dal proseguimento, da parte degli Estensi, della guerra contro Venezia, con la quale il papa stesso aveva invece ratificato la pace. Ancora nel 1510, come ci racconta Ariosto nella Satira I (v. 153), Ippolito lo inviò per ben due volte a placare la grande ira di Secondo; il contrasto della casa d’Este con il papa diverrà poi insanabile nel 1512. L’elezione di papa Leone X, seguita alla morte di Giulio II, portò gli Estensi a sperare in un miglioramento dei rapporti con la corte pontificia e Ariosto a confidare di ottenere un ufficio che gli concedesse maggiore tranquillità per i propri otia letterari.

Finalmente, nel 1516, comparve a stampa la prima edizione del Furioso contenente la seguente dedica nel primo canto:

3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Orlando Furioso canto 34, edizione del 1565 di Francesco Franceschi. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=661282

Nonostante la dedica e l’esaltazione di Ippolito, questi non si profuse in lodi, e anzi, di fronte al rifiuto del poeta di seguirlo in Ungheria nel 1517 pensò bene di licenziare Ariosto. Il poeta descrisse diffusamente nella Satira I, indirizzata al fratello Alessandro e a Ludovico da Bagno, le ragioni del suo diniego, legate a motivi familiari e di salute. La satira II al fratello Galasso, quasi contemporanea alla prima, testimonia il difficile momento economico in cui si trova il poeta, privato dal cardinale di alcuni benefici.

La situazione migliora quando, a partire dal 1518, Ariosto entra a far parte dei salariati del duca Alfonso come familiare; dopo un periodo di relativa tranquillità la situazione per l’Ariosto si complicò nuovamente in seguito alle nuove guerre che coinvolsero la casa d’Este contro le truppe di Leone X, che premevano alle porte di Ferrara: Alfonso fu costretto a sospendere lo stipendio ad Ariosto e ad altri cortigiani, fino a che la morte del papa non permise al Duca di riconquistare tutti i territori perduti. Nel 1522 Alfonso nominò Ariosto commissario della Garfagnana, espediente che gli consentiva di demandare a quella provincia l’onere del suo pagamento e di assegnare ad un uomo di fiducia il controllo di un’area turbolenta e infestata dai briganti come la Garfagnana stessa. Di questo periodo difficile, di lontananza dall’amata Alessandra Benucci e di impossibilità di impiegare il suo tempo nella scrittura creativa, Ariosto ci parla in una satira, la IV (1523).  In questa satira la Garfagnana viene descritta come un luogo ostile, impraticabile, abitato da un gregge irrequieto; vediamo qualche verso:

Questa è una fossa, ove abito, profonda,

donde non muovo piè senza salire

del silvoso Apennin la fiera sponda.

O stiami in Ròcca o voglio all’aria uscire,                     145

accuse e liti sempre e gridi ascolto,

furti, omicidii, odi, vendette et ire;

sì che or con chiaro or con turbato volto

convien che alcuno prieghi, alcun minacci,

altri condanni, altri ne mandi assolto;                           150

ch’ogni dì scriva et empia fogli e spacci

al Duca or per consiglio or per aiuto,

sì che i ladron, ch’ho d’ogni intorno, scacci.

La Garfagnana era una regione di frontiera, sita in una posizione impervia, e caratterizzata da frequenti conflitti tra fazioni (ad esempio, tra quella filo fiorentina e quella filo estense), da un continuo alternarsi di giurisdizioni diverse (dagli Este, al Papa, a Firenze) e da un banditismo endemico. Le parole di Ariosto dimostrano come dovesse essere complesso governare una regione selvaggia per un “amministratore” del tempo. Possiamo immaginare che il poeta riuscì a portare a termine il suo incarico grazie alla propria capacità oratoria e diplomatica, e grazie all’arte scrittoria: la scrittura era infatti il mezzo che gli consentiva di tenersi in contatto con le autorità centrali e di chiedere eventualmente il loro aiuto.

Tabula Peutingeriana: Pars IV – Segmentum IV; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa Lucca Luni, il nome Sengauni e, poco sotto, il Foro Clodi posto a XVI miglia romane da Luni; il tratto Pisa Luni non è ancora collegato – CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2453133

Finalmente, dopo essersi distinto per il suo buon governo, ad Ariosto fu consentito, nel 1525, di ritornare a Ferrara, dove visse in un relativo benessere economico presso la contrada Mirasole. Poiché si era conquistato stima e rispetto come amministratore e come letterato, la corte estense, da allora in avanti, richiese ad Ariosto solo incarichi di rappresentanza e l’accompagnamento del duca in alcuni viaggi. Fu questa una fase di produzione letteraria ampia ed abbondante.

Abbiamo visto un esempio della vita di un letterato cortigiano: Ariosto visse sempre un conflitto tra le esigenze di quella tranquillità necessaria a coltivare la sua vena creativa, e le condizioni materiali ed economiche della vita di corte. Solo col tempo riuscì ad acquistare una certa autonomia. La biografia del poeta si intreccia con eventi storici di assoluto rilievo.

La corte e l’artista.

Il legame di Ariosto con la corte non fu, pertanto, un caso isolato. L’artista e il letterato in epoca rinascimentale si ponevano spesso sotto l’ègida di un protettore, per ricavarne sostegno economico, e d’altro canto anche il signore aveva bisogno dell’artista, per varie ragioni. In primo luogo per comunicare all’esterno il proprio status sociale, la propria ricchezza, per dare insomma segni tangibili del proprio potere. La bellezza delle opere d’arte che il signore commissionava accresceva la magnificenza e lo splendore del palazzo, e gli elogia poetici esaltavano la grandezza della casata, eternandola.

Ma cosa è la corte? Essa è il luogo in cui risiede un principe o un re. Tuttavia il senso è anche figurato, in quanto la corte è anche la familia del sovrano, ovvero l’insieme dei funzionari, dei gentiluomini, dei servi, dei consiglieri politici al suo servizio. Il numero dei cortigiani poteva essere anche molto consistente: ad esempio ben 2000 persone risiedevano presso la corte pontificia di papa Leone X.

Andrea Mantegna, La camera degli sposi – Di see filename or category – http://www.wga.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9049624

La corte poteva essere anche itinerante, perché il sovrano poteva aver bisogno di essere visto dai suoi sudditi e di conoscere il suo regno. Gli uomini che abitavano il palazzo del principe svolgevano molti ruoli: cuochi, siniscalchi, coppieri, sguatteri, giardinieri ecc. Al primo posto nella scala gerarchica erano gli aristocratici, e tra questi e i servitori esisteva un gruppo intermedio composto da amministratori, giudici e politici. Gli accompagnatori prediletti del principe erano i cosiddetti “favoriti”, che risiedevano nelle stanze private del sovrano ed avevano con lui un rapporto diretto, più informale rispetto alla norma delle relazioni instaurate a corte, caratterizzate da rituali cristallizzati. Con il tempo alcune corti si ampliarono a spese di altre, fatto, questo, sintomatico della progressiva centralizzazione del potere.

L’importanza della figura dell’uomo di corte emerge vivissima nel saggio sugli usi e costumi del perfetto cortigiano, Il cortegiano, di Baldassarre Castiglione (1528): per Castiglione, è necessario in primo luogo piacere al principe, distinguendosi nell’arte della conversazione. La partecipazione alla vita di corte comporta la necessità di seguire le regole di un comportamento educato e corretto: cortesia è la parola che indica i comportamenti che contraddistinguono le azioni di un aristocratico, e proprio in epoca rinascimentale vedono la luce molti manuali di buone maniere, il più noto tra i quali è certamente il Galateo di Giovanni della Casa (1558).

A corte furono anche molti artisti, che cercavano di ottenervi una posizione di rilievo; si trattava di musicisti, pittori, letterati ecc. Pittori e scultori potevano scegliere in realtà di lavorare nelle loro botteghe su commissione di clienti: questa condizione consentiva loro una maggiore libertà, anche di evitare incarichi non graditi, ma determinava una situazione economica più precaria. Viceversa, scegliendo la vita di corte, un artista poteva valersi di maggiori sicurezze economiche e di una posizione socialmente più elevata: questo comportava meno libertà, e più pretese da accontentare. Gli artisti infatti non svolgevano a corte solo quello che rientrava nelle loro specifiche competenze, ma si adattavano a soddisfare le esigenze del principe; ad esempio, a un pittore poteva essere richiesto anche di decorare appartamenti o progettare costumi. La situazione di un letterato non era dissimile: molti non avevano mezzi di sostentamento, e necessitavano di un mecenate che glieli fornisse; in cambio, il poeta doveva tessere le lodi del signore, esaltandolo attraverso poemi epici o mediante liriche di carattere encomiastico. Ad esempio Filelfo scrisse la Sforziade, poema epico dedicato a Francesco Sforza, ma anche Ariosto, come si è visto, disseminava nell’Orlando Furioso riferimenti agli Este, sotto il cui governo dichiarava che sarebbe tornata l’età dell’oro. Anche gli storici erano molto graditi a corte, in quanto conferivano fama ai propri mecenati attraverso le loro opere.

I poeti potevano dover impiegare il loro tempo in occupazioni di tipo pratico, ad esempio talvolta erano incaricati di organizzare feste, di accompagnare il signore in occasione di viaggi, e soprattutto, come abbiamo visto, svolgevano funzione di segretari o diplomatici. Spesso i letterati cortigiani aspiravano anche ad ottenere benefici ecclesiastici, in quanto fonti di reddito più sicure: infatti non sempre il mecenate appariva generoso, come si è visto nel caso di Ariosto, e non era infrequente che alcuni si lamentassero dell’esiguità delle ricompense. Oltre all’Ariosto, altri scrittori si fecero portavoce della critica alla corte, dipinta come luogo di inganni, orgoglio, invidia. Il Piccolòmini scrisse un trattatello sotto forma di carteggio, Le miserie dei cortigiani (1444), in cui racconta proprio dei problemi della vita di corte, lamentando l’ingiustizia dei premi dati a persone di scarso valore, l’instabilità della condizione dell’uomo valente, la perdita dell’autonomia, la mancanza di riservatezza, e i problemi relativi al mangiare, al dormire, alla scarsa igiene.

D’altro canto i letterati non potevano fare a meno di ambire ad un posto a corte, per necessità economiche, per poter dedicare il proprio tempo agli otia letterari, e per ottenere prestigio e fama. Anche quando nacque il mercato letterario attraverso la stampa, la figura del mecenate non decadde del tutto: non era infrequente che gli autori dedicassero un’opera ad un signore per averne un tornaconto economico, e anche gli stampatori potevano necessitare del sostegno di un ricco mecenate.

Per approfondire il tema, si propone la lettura di saggi rilevanti, tra cui: Mecenati e clienti, in Peter Burke, Cultura e società nell’Italia del Rinascimento, Einaudi, 1984, Il cortigiano, in L’uomo del Rinascimento, a cura di Eugenio Garin, Laterza 1988 e L’umanesimo e la corte, in Antonio Piromalli, La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto, Bulzoni, 1975.

[1] Segni vale per “bandiere”.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Notturno indiano” di Antonio Tabucchi

Introduzione

“Notturno indiano” è un romanzo scritto da Antonio Tabucchi e pubblicato nel 1984 per i tipi di Sellerio.

Il genere è singolare, in quanto risiede a metà strada tra la guida di viaggio e il romanzo breve, il cui realismo assume tratti misteriosi, quasi magici. In realtà è la storia di un viaggio che diventa una ricerca, un’investigazione apparentemente rivolta verso l’esterno: il protagonista cerca l’amico Xavier. L’India non è quella dei percorsi turistici tradizionali: vengono descritte le camere d’albergo e i pensieri suscitati dalla visione di oggetti e persone, piuttosto che i luoghi normalmente oggetto di visita.

Alcune indicazioni per comprendere il testo sono fornite dall’autore nella nota introduttiva: “questo libro”, dice Tabucchi, “oltre che un’insonnia, è un viaggio […]”, in questo “Notturno si cerca un’ombra”; l’autore ci indica dunque che l’insonnia è il motore della scrittura di un romanzo che sembra una rincorsa verso qualcosa che nemmeno esiste, ovvero un’ombra.

Tabucchi inserisce all’inizio l’indice dei luoghi visitati, affinché qualche amante di percorsi incongrui possa un giorno utilizzare il romanzo come guida.

Carta dell’India

Riassunto dei capitoli

I: L’io narrante incontra un tassista che vorrebbe condurlo a un albergo adatto a una personalità signorile come la sua; a Marine Drive, sulla spiaggia, c’è una festa religiosa, dove sono presenti anche vagabondi e mendicanti. Il “quartiere delle gabbie” era peggio di come se l’immaginava il narratore: sono presenti costruzioni di legno e stuoie, baracche, tende di stracci, botteghe, prostitute in casupole. Il primo hotel di cui si parla, Khajuraho, ha un’aria equivoca ma non sordida. La signora dell’albergo forse si chiede cosa ci faccia un occidentale in quel luogo; la camera ha pareti verdoline. Alla donna della portineria viene richiesto che sia rintracciata Vimala Sar, una prostituta, che prima lavorava lì. Al suo arrivo, Vimala guarda la lettera che ha scritto al narratore e piange; dice di averla scritta perché era al corrente dell’amicizia tra lui e Xavier. Lei dice che negli ultimi tempi Xavier era malato ed era diventato cattivo. L’uomo aveva un atteggiamento taciturno e irascibile; faceva commerci a Goa. La donna cita delle lettere di Madras, provenienti da una società di studio, la Theosophical Society. La prostituta racconta della loro storia d’amore, e che X., colpito da un triste destino, aveva bruciato tutti i suoi stessi scritti.

II: All’ospedale di Bombay , dove X. viene cercato, non è presente un archivio. Apprendiamo altre informazioni sul conto del disperso: Xavier Janata Pinto, di origini indiane, è un portoghese, e sembra non essere più rintracciabile. Era stato ricoverato in ospedale circa un anno prima. Era alto, magro, capelli lisci, della stessa età del narratore, con un’espressione tra il triste e il sorridente. Pinto scriveva racconti su cose non riuscite, errori, su un uomo che sogna un viaggio e poi si accorge che non ha più voglia di farlo. L’ospedale è in condizioni igieniche precarie, pieno di scarafaggi. Di X. nessuna traccia.

III: Il Taj Mahal è il successivo albergo visitato, si tratta di una vera e propria città, dotata persino di depuratori per l’acqua. Qui il personaggio principale richiama alla memoria momenti passati con Xavier, Isabel e Magda. Ricorda Magda piangente e Isabel illusa. Lui stesso era definito usignolo in portoghese (Rouxinol). Scrive una lettera a Isabel in cui le parla dei giorni lontani, del suo viaggio, dei sentimenti che riaffiorano nel tempo. E poi s’accorge che quella lettera era in realtà per Magda.

L’hotel Taj Mahal a Bombay

IV: Alla stazione il viaggiatore parla con un Jainista[1]: gli dice che andrà a Madras e poi a Goa. Dice di star compiendo un itinerario privato, in cui cerca delle tracce.

V: Al Coromandel Hotel il protagonista ascolta dei pezzetti di conversazione e parla con Margareth, un’ospite che in precedenza alloggiava nella sua camera, e che pare vi abbia dimenticato un pacchetto di documenti. Probabilmente si tratta di una ladra, che vuole vendicarsi di un uomo, ma il viaggiatore intende coprirla.

VI: Il viaggiatore si trova alla Società Teosofica a Madras: La Società Teosofica è un’Associazione internazionale apolitica e areligiosa, composta da donne e uomini che si riconoscono nel principio della fratellanza umana; lo scopo essenziale è quello di incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze. La teosofia (dal greco θεός, ‘dio’, e σοφία, ‘sapienza’) è un insieme di diverse dottrine esoterico-filosofiche storicamente succedutesi dal XV al XXI secolo, che si richiamano l’una all’altra.

Alla società teosofica il narratore si trova a parlare con uno studioso vestito di una casacca bianca, fine conoscitore del francese e uomo di cultura. Egli offre una cena frugale al viaggiatore, dal quale era stato avvertito mediante un biglietto, qualche telefonata e una visita pomeridiana in cui si faceva riferimento a una persona scomparsa, in modo generico. Tale individuo rispondeva al nome di Javier Xanata Pinto, un corrispondente della Società; non è facile ricavare notizie su una corrispondenza privata, e il protagonista lo apprende con disappunto, mentre cena a base di polpette vegetali e riso insipido. La conversazione tra i due non procede bene, l’indiano è particolarmente interessato a dimostrare la propria erudizione e per la sua saccenza e presunzione ispira una certa impertinenza al viaggiatore. La conversazione prosegue a colpi di silenzi, citazioni e irritazione, quando finalmente l’indiano porge un biglietto (scritto a Calangute e datato 23 settembre) al ricercatore: in esso Xavier racconta di essere divenuto un uccello notturno. Dal colloquio apprendiamo che il viaggiatore ha visitato, tra le altre cose, il tempio di Kailasantha: come di consueto, le visite turistiche vere e proprie non vengono descritte nel romanzo.

Madras, India

VII: Durante una sosta dell’autobus che porta da Madras a Mangalore -dovuta all’attesa di altro autobus conducente altri passeggeri- il nostro conosce una coppia di adolescenti, uno dei quali è probabilmente affetto da qualche malattia: infatti si tratta di un individuo di dimensioni irrisorie, apparentemente simili a quelle di una scimmia, con un volto e un corpo contorti e deformati. L’esserino è in grado di prevedere il futuro e predire il karma dei pellegrini, in quanto è un Arhant, ovvero un profeta jaino. Egli non distingue l’atma, ovvero l’anima del viaggiatore, in quanto reputa che lui non sia se stesso, ma un altro; dice che l’atma del protagonista si trova su una barca, con intorno molte luci. Qui veniamo a intuire un elemento che sarà più chiaro alla fine del libro.

VIII: a Goa il nostro arriva al colègio de S. Boaventura, dove è accolto da un guardiano e dove attende l’arrivo di padre Pimentel. A un tratto, mentre osserva l’ambiente, vede comparire un anziano con un lungo viso scavato e la testa ricoperta da un copricapo di foggia strana. Il vecchio sembra conoscere il suo viaggio e il dialogo con lui, piuttosto insolito, culmina nell’affermazione “Sono Afonso de Albuquerque, viceré delle Indie”; qui il protagonista capisce che si tratta di un matto. Dopo vari confronti, il matto chiede cosa il suo interlocutore stia facendo in quel luogo, e lui dichiara di voler fare ricerche d’archivio presso la biblioteca del collegio. L’anziano dice che si tratta di una menzogna, fino a che emerge la confessione che in realtà il vero oggetto della visita è la ricerca di Xavier. L’interlocutore replica che Xavier non esiste, è un fantasma, ed è morto, come tutti. Ben presto il dialogo si rivelerà un sogno, interrotto dall’arrivo di padre Pimentel, al quale il protagonista dice di voler andare a Calangute per sapere qualcosa su una persona.

IX: Si descrive il soggiorno presso l’hotel Zuari, a Vasco da Gama, cittadina “particolarmente brutta”.

X: Sulla spiaggia di Calangute a Goa il protagonista conosce un ex postino che aveva lavorato a Filadelphia, il quale racconta la sua storia; a lui sono richieste informazioni su Xavier, così descritto: “quando sorride sembra triste”. La compagna del postino suggerisce di cercare all’Hotel Mondovi.

XI all’Hotel Mondovi, sempre sito a Goa, il protagonista tenta di scoprire qualcosa del sig. Nightingale, alias Xavier, dal portiere, ma non scopre molto. Il maître dell’albergo invece, dietro lauto pagamento, lo indirizza a un altro hotel, di lusso.

Querim beach, Goa, India

XII: All’hotel Oberoi di Goa assistiamo allo scioglimento della vicenda, che tuttavia rimane in parte misteriosa. Sembrerebbe che Xavier si trovi lì e, conosciuta una fotografa di nome Christine, le racconti la trama del romanzo, proprio di Notturno, dichiarando di essere lui quello cercato. Apprendiamo infine che il ricercatore e il ricercato sono in realtà la stessa persona.

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative

L’ambientazione è piuttosto realistica, ma per lo più non vi sono rappresentati gli spazi aperti dell’India, bensì quelli chiusi di alberghi, ospedali, luoghi di cultura, o mezzi di trasporto. Si tratta di un’India frammentata, descritta a tratti, percorsa in luoghi non noti. Gli ambienti sono descritti attraverso la voce di alcuni personaggi che compaiono come meteore, e attraverso i rumori, gli odori, i sapori e le sensazioni provati dall’io narrante. La vicenda coincide con un viaggio di pochi giorni, che potrebbe essere accaduto in qualunque momento storico; la fabula è alterata dall’inserimento di frequenti analessi, che riportano a un passato lontano: quello in cui il protagonista e l’amico Xavier erano insieme. Vengono menzionate anche due donne, che però sembrano, ad un tratto, confuse o intercambiabili.

Il narratore è interno e coincide con il protagonista, che infine si scopre essere colui che cerca e colui che è cercato, divenendo così una sorta di “doppio personaggio”.

Il protagonista non è rappresentato dettagliatamente, ma lo si inquadra attraverso ciò che dice e che fa e attraverso la descrizione del suo doppio: sembra sia un italiano che conosce il portoghese, dotato di buona cultura e piuttosto facoltoso, a giudicare dalla quantità di mance che riesce a dispensare. Tuttavia viaggia leggero, ha con sé solo una valigia. Potrebbe quasi trattarsi di un alter-ego dell’autore medesimo. Ad un tratto si dice che sta facendo delle ricerche di archivio, ma ciò che sta cercando in realtà è una persona. L’io narrante si vale della lettura di una sorta di guida, ovvero India, a travel survival kit, e si sposta con vari mezzi di trasporto; i personaggi che incontra sono descritti fisicamente, ma scarsamente caratterizzati, rappresentano più dei simboli dell’India, o delle tappe nella ricerca. Compaiono e rapidamente scompaiono, esaurendo la loro funzione narrativa di interlocutori per brevi dialoghi o di informatori in relazione alla missione investigativa del protagonista.

Lingua e stile

La lingua è semplice e colloquiale, e la sintassi è piana; lo stile è sia narrativo sia descrittivo, le descrizioni sono rapide e incisive. Si trovano lunghe pause riflessive su quanto l’io narrante vive ed osserva, e diversi dialoghi.

Intenzione dell’autore

Questo libro racconta sostanzialmente degli aneddoti di un viaggio, un viaggio di piacere a cui viene associata una sorta di inchiesta. Questa ricerca, rivolta all’esterno, sembra in realtà un’indagine interiore: è come se il protagonista ricercasse il suo Io, come se sentisse di essersi perso, di non sapere chi sia, come se provasse una sorta di crisi d’identità. Il finale è tuttavia aperto a molteplici interpretazioni, e vi è presente lo spunto metaletterario del personaggio che racconta del libro che sta scrivendo, la cui trama coincide per l’appunto con quella di “Notturno indiano”.


[1]  Religione indiana, diffusa in tutta l’India (circa 2 milioni di seguaci). Si basa sugli insegnamenti di Mahāvīra (il «grande eroe», soprannome di Vardhamāna; 599-527 a.C), ultimo di una serie di 24 altri maestri

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Le ragazze di S. Frediano” di Vasco Pratolini

Presentazione e genere letterario:

Scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949 per i tipi di Vallecchi editore, Le ragazze di S. Frediano è in sintesi la storia di un dongiovanni, tal Aldo Sernesi, soprannominato Bob, e delle ragazze con cui intrattiene relazioni sentimentali. Il soprannome deriva al personaggio da una somiglianza con l’attore Bob Taylor, all’epoca molto noto.

Il quartiere di S.Frediano a Firenze

L’altro protagonista della vicenda è sicuramente il quartiere di S. Frediano, sito a Firenze, descritto attraverso i suoi luoghi e mediante la personalità delle figure che lo abitano, particolarmente delle figure femminili.

Tratto dal film di Valerio Zurlini del 1954

Trama:

Si tratta di un romanzo sentimentale ambientato durante e dopo le fasi finali della Seconda guerra mondiale, quelle della Resistenza partigiana. In primo luogo viene presentata l’ambientazione, ovvero “il rione di Sanfrediano”, “quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo”; dall’alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l’Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la curva dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine”. Il rione è popolato da personaggi che sembrano identificarsi attraverso il mestiere che svolgono: c’è il rivendugliolo, lo stracciaiolo, l’operaio, l’impiegato, l’artigiano marmista, l’orefice, il pellettiere; le donne sono invece trecciaiole, pantalonaie, stiratrici, impagliatrici. I sanfredianini sono sentimentali e spietati, caparbi e attivi, hanno partecipato alle vicende della storia in modo piuttosto illuminato. Le ragazze sono belle, gentili, audaci e sfrontate. Fra tutte si distingue per gioventù, bellezza e becerismo[1] una giovane impagliatrice di sedie, Tosca. Si tratta del primo personaggio descritto, una ragazza bionda di 18 anni, bella e sincera, capace di esprimere con facilità i propri pensieri. Attraverso il suo punto di vista veniamo a scoprire le vicende dei partigiani e della loro vendetta contro i fascisti, che vengono fucilati; al primo gruppo sembrerebbe appartenere il giovane Bob, che però fuoriesce da un portone, non si trova dunque nel vivo della lotta partigiana. Bob “era un giovane bruno, dai grandi occhi incredibilmente verdi, i baffetti curati e la carnagione bianca, bianca tanto che in montagna di certo non c’era stato, era un partigiano di città, e così pallido  forse perché appena uscito di prigione”. Bob ha 25 anni e una fama di rubacuori all’interno del Rione, dove abita in via del Campuccio.

Tosca diventa presto la fidanzata di Bob, ma è l’ultima in ordine di tempo, cosicché la vicenda procede in ordine anti-cronologico, e fabula e intreccio non coincidono.

Bob e Tosca, dal Film di Zurlini del 1954

La prima antagonista di Tosca, in quanto pare essere stata la precedente fidanzata di Bob è Silvana, ricamatrice dai capelli scuri; a unire entrambe, in quanto si interfaccia sia con Silvana sia con Tosca, di cui è amica, è Gina, ragazza inizialmente non descritta: ella sembra immune al fascino di Bob, ma si interessa in modo sospetto alle vicende delle due giovani, dipingendo il loro fidanzato come un “donnaiolo” e riferendosi a lui con ironia. L’autore dipinge le ragazze come aggressive e vereconde allo stesso tempo, audaci, ma anche pudiche. Aldo-Bob è un elegante giovane, il quale pensa che le donne siano “arance da succhiare”; egli è luminoso e volgare come la brilllantina che indossa.

Aldo abita con la famiglia, il fratello e il padre sono imbianchini con la passione della caccia, mentre lui svolge la professione di impiegato. E’ piuttosto controllato nei gesti, ma energico al contempo, anche piuttosto atletico. Metà dello stipendio lo dà alla madre, il resto è riservato alla propria eleganza; amante del cinema e della danza, finanzia queste passioni attraverso il biliardo, di cui è un vero campione. Ha un fondo di moralità, in quanto non frequenterebbe mai i bordelli, ma non dimostra alcuna serietà nei rapporti con l’altro sesso. Si stanca facilmente della ragazza di turno, e necessita continuamente di nuove conquiste, arrivando a crearsi un vero e proprio harem. La sua fama di sciupafemmine lo porta ad essere appellato in vario modo: “il giovanotto dalle belle ciglia”, “il gallo della Checca”, “il Granduca”. Ma il soprannome duraturo sarà quello derivante dall’attore Robert Taylor, ideale di mascolinità per le giovani frequentatrici del cinema Orfeo in piazza de’ Nerli.

Nei fatti, era lui a farsi corteggiare, e quando si stancava di una ragazza non dava un taglio netto solitamente, ma si distaccava a poco a poco, con dolcezza e cinismo. Rimaneva sempre con almeno quattro o cinque ragazze. Le sue avventure rimanevano segrete fino a quando non fossero concluse: allora faceva delle allusioni in modo che nel quartiere gli ascoltatori potessero identificare la sventurata. Pur vanesio, virile e avventuroso, tuttavia sapeva contenersi, ed evitava di avere rapporti fisici con le ragazze, eccetto con una, la sua amante. La fama di Bob era paragonabile a quella del Gobbo, un ladro che aveva fatto impazzire le donne del rione nel 1919.

Il lettore viene poi a scoprire che è proprio Gina, amica di infanzia di Aldo, ad essere la sua amante segreta. Lei sta per sposarsi al solo scopo di far ingelosire Aldo e convincerlo a sceglierla. Gina, dagli occhi chiari e dai capelli neri, è una sarta proveniente da una famiglia molto povera. Probabilmente nutre un affetto sincero per Bob, che non ricambia allo stesso modo.

Tra le ragazze Bob aveva deciso di chiudere ogni rapporto con la figlia di un vetturale ubriacone, Mafalda, la quale ha i capelli rossi e un corpo prosperoso ed è tra le ragazze la più disinibita, tanto da aver avuto già rapporti con altri uomini, escluso Bob. Lo incontra un mattino di fine settembre e gli fa una scenata, ritardando il suo incontro con Bice, ragazza bionda, candida e scaltra, commessa alla Rinascente. Più distaccata delle altre, e più disillusa, anch’essa è tuttavia affascinata da Bob. Dopo aver incontrato Bice, Bob ha il consueto appuntamento con Gina e infine con Tosca, benché la ragazza vada via in fretta, probabilmente a causa della febbre, secondo il pensiero di Aldo.

La sera Aldo va al biliardo e qui ha uno scambio di battute con Gianfranco, giovane piuttosto energico e forte, che si conclude in una sorta di duello. Gianfranco intende picchiare Bob essenzialmente perché innamorato di Silvana, e scredita l’avversario dicendo che non ha partecipato alla Resistenza in modo così attivo come dice. Bob colpisce Gianfranco con un frontino e alla fine ha la meglio su di lui. Ciò lo riempie di boria e orgoglio, nonostante le ferite riportate e nonostante gli sia salita la febbre. L’indomani il giovane tenta persino di conquistare una nuova ragazza, Loretta, dandole appuntamento nella sala da ballo, dove lei però non si presenterà.

Bob gioca a biliardo -dal film di Zurlini (1954)

Il narratore lascia poi il racconto delle vicende di Bob e si concentra su quanto era avvenuto in parallelo: Tosca aveva visto Bob per caso, prima con Mafalda, poi con Bice; ne parla con Silvana, poi con Gina e con le altre ragazze e tutte sono decise a fargliela pagare, eccetto Bice, che poi alla fine si fa convincere, e Loretta, molto giovane e ancora non del tutto adescata da Bob. Per far sì che quest’ultimo adescamento non avvenga Mafalda la trattiene per impedirle di andare a ballare, in quel luogo dove il giovane la attendeva.

Sul prato delle Cascine avviene la beffa finale ai danni di Aldo, convinto di incontrarsi con Tosca e deciso a sottrarle la verginità. Tosca non è invece da sola, ma è accompagnata da tutte le ragazze. Viene richiesto al giovane di prendere una decisione, ma egli tergiversa e le minaccia di rovinare la loro reputazione. Per vendetta, le giovani, specie Mafalda e Tosca, colpiscono il giovane(il colpo meglio assetato sarà quello alle parti basse); legatolo e spogliatolo, lo trascineranno sulla carrozza del padre di Mafalda, decise a deriderlo per la sua scarsa virilità. L’unica che non partecipa in nessun momento alla beffa è Gina, colei che più ha da perdere nella situazione.

Dopo il linciaggio pubblico, Aldo perderà la faccia, e la conclusione della vicenda vede Gina maritata al suo pretendente e Aldo stesso sposato con Mafalda, che è proprio colei che il rubacuori aveva voluto allontanare. Il nuovo Casanova diverrà allora un altro giovane del quartiere, Fernando.

Il parco delle Cascine a Firenze

Tempo, spazio, personaggi, tecniche narrative, lingua:

La vicenda, salvo il flashback iniziale che riporta ai momenti della Resistenza, dura pochi giorni, ed è ambientata in autunno.

Tutti i personaggi sono descritti, sia dal punto di vista fisico, sia da quello caratteriale. Ciascuna ragazza sembra particolarmente caratterizzata dal colore dei capelli e dal lavoro che svolge. I personaggi sono piuttosto sfaccettati: si va dalle impulsive Mafalda e Tosca, alla scaltra Bice, all’ingenua Loretta, alla timida Silvana, all’amorevole Gina.

Il narratore è esterno, giudicante, ed è frequente l’uso del discorso diretto; i dialoghi sono vivaci e tutto il lessico è popolaresco e umile, la sintassi è piana, il discorso è descrittivo-narrativo, e appare piuttosto rapido e incisivo. I titoli di ogni capitolo scandiscono la vicenda e rappresentano una sorta di scaletta degli eventi narrati.

Intenzioni dell’autore:

Il romanzo rappresenta un inno al quartiere di San Frediano, ed esprime una morale piuttosto semplice: un uomo non può volare da un fiore ad un altro, deve invece scegliere una sola donna da amare. Difatti, l’atteggiamento poligamo di Bob viene severamente punito proprio da coloro che ne erano state le vittime.

Il romanzo ebbe un grande successo, al punto che ne fu tratto un film omonimo nel 1954, con la regia di Valerio Zurlini.

Alcuni luoghi citati nel romanzo:

Chiesa e piazza del Carmine, pendici di Bellosguardo, Palazzo Pitti, bastioni medicei, Cascine, p.za Signoria, S. Croce, Cestello, Ponte alla Carraia, via della Vigna, piazza de’Nerli, porta S. Frediano, Mura S. Rosa, via Pisana, borgo Stella, via del Leone, via del Campuccio, Legnaia, piazza Piattellina, via Maggio.


[1] Becero, aggettivo di area toscana, vuol dire volgare, chiassoso, ignorante.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

Domande e risposte su “La luna e i falò” di C. Pavese

  • Quando è stato scritto il romanzo? 1948/9, pubblicato nel 1950.
  • Che genere di romanzo è? Si tratta di un romanzo realista, denso di spunti autobiografici. Potrebbe essere definito anche romanzo di formazione.
La luna e i falò, Einaudi, 1997
  • Che cosa racconta? E’ la storia di un ritorno, di una maturazione, riguarda la presa di coscienza dell’importanza delle radici e della difficoltà nel trovarle (si veda in particolare il primo capitolo). Allo stesso tempo è il racconto di un viaggio, metaforico e reale, nel mondo dell’infanzia, ormai quasi mitologico. Ma il viaggio è anche alla scoperta di nuovi mondi, ed è dovuto all’esigenza di crescita e di cambiamento. Tornare dopo essere cambiati risulta complesso, non sembra di ritrovare più se stessi. La maturazione come elemento fondamentale di questo romanzo sembra confermata anche dall’epigrafe iniziale: “For C. Ripeness in all” (Per C: maturità in tutto). Constance Dowling è l’attrice americana di cui Pavese era innamorato.
Andrea Checchi e Costance Dowling nel film La strada finisce sul fiume
Di sconosciuto – archivio personale, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4440344
  • Come si chiama il protagonista? E’ soprannominato Anguilla, ed è un orfano. Vive poveramente e lavora in campagna, finché decide di partire.
  • Quanti anni ha? 40 anni, al momento del racconto.
  • Chi racconta le vicende? Il protagonista stesso, in prima persona. Il narratore è dunque interno.
  • Qual è la trama?  Anguilla, orfano, è adottato  da una famiglia modesta proveniente da un piccolo borgo contadino (probabilmente Santo Stefano Belbo, luogo natale dell’autore) e abita sulla collina Gaminella; dopo la morte di Virgilia, madre adottiva, quando ha solo 13 anni, si trasferisce presso “La mora”, tenuta del Sor Matteo, un proprietario terriero. Inizia a lavorare e vive le sue vicende adolescenziali presso la tenuta, dove è circondato dalle figure femminili delle figlie di sor Matteo, Irene, Silvia e Santa, delle cui vite e storie amorose è attento osservatore. Parte poi per la leva militare e va a Genova; lì vive esperienze antifasciste e conosce Teresa. Si imbarca in seguito per l’America, dove fa fortuna; vive probabilmente in California. Qui è presente un’altra figura femminile, Rosanne, con la quale la storia d’amore si conclude a causa della partenza di lei. Gli americani, dice il protagonista, sembrano non avere radici, sono come “bastardi” (cap. XXI).
  • Il protagonista, partito senza nemmeno un nome, dopo tanti anni ritorna nel periodo del Ferragosto (si racconta brevemente anche di un precedente ritorno); incontra Nuto, amico saggio, sempre rimasto al paese, e guida razionale di Anguilla. Lui rappresenta il legame con un passato che sembra ormai scomparso, come scomparsi sono gli altri personaggi della sua vita passata e gli alberi di nocciole intorno alla casa del padre adottivo.
  • La vecchia casa di Gaminella è stata acquistata da un povero contadino mezzadro, Valino, nel cui figlio zoppo, Cinto, Anguilla rivede se stesso da ragazzo. Valino, a causa della povertà e dei problemi economici, arriverà ad uccidere la nonna e la cognata che vivono con lui, mentre Cinto riuscirà a fuggire e avviserà Nuto e Anguilla. Il romanzo termina con il racconto della morte di Santa, uccisa dai partigiani a causa del suo doppiogiochismo.
  • Fabula e intreccio coincidono? No, i piani temporali sono sfalzati; la narrazione segue l’andamento dei ricordi, e si sposta continuamente dal presente al passato, dunque sono presenti molte analessi.
  • Qual è l’ambientazione? Il mondo rurale delle Langhe, nel Piemonte meridionale. Lo scenario è descritto con notazioni uditive, olfattive, tattili e visive. Sono frequenti i termini tecnici relativi all’agricoltura e alla vegetazione tipica della campagna piemontese (tra cui i nocciòli, che il protagonista aveva vicino alla propria abitazione e che appunto non ci sono più).
Risultati immagini per noccioli
  • Perché il titolo? La luna influenza i raccolti e i falò servono per rendere fertile la terra; si tratta di simboli del mondo rurale, e allo stesso tempo sembrano anche simboli mitologici. I falò si accendevano anche durante le feste in campagna. Inoltre l’incendio della casa della Gaminella e il falò acceso per dar fuoco al cadavere di Santa sembrano alludere nuovamente al simbolo esplicitato dal titolo.
  • Quali sono i personaggi più importanti, come sono descritti e quali caratteristiche hanno? Nuto è l’amico saggio, suonatore di clarino, falegname. Durante l’adolescenza è stato compagno nella vita del protagonista, l’ha aiutato e accompagnato nella crescita. Da adulti è di nuovo una figura di riferimento, che rappresenta scelte opposte rispetto a quelle di Anguilla: non se ne è mai andato dal paese, e pensa che ci si possa restare solo non andandosene mai. Forse è Nuto il simbolo di quelle radici che Anguilla sembra non trovare. Nuto è inoltre aiutante dei partigiani, dunque vive in modo abbastanza attivo, benché prudente, un periodo storico turbolento, ovvero gli anni della Resistenza e della Repubblica di Salò.
  • Le figure però descritte con più dovizia di particolari sono quelle femminili, in particolare Irene, Silvia e Santa. Irene, bionda ed eterea, affascina il protagonista, che però sa di non poter arrivare a lei e dunque sente una maggiore attrazione per Silvia, mora e più passionale. Le ragazze sono però figlie del suo padrone, quindi ha con loro solo un rapporto di subalternità. Tuttavia la seconda parte del libro è tutta concentrata sul racconto delle loro vicende, con il rammarico quasi di non avervi preso parte.
  • Tutti i personaggi del passato di Anguilla, più o meno rilevanti, tranne Nuto, vengono citati in assenza: molti infatti sono defunti, o comunque non sono più presenti in paese. Anche questo contribuisce al senso di sradicamento del narratore, deciso alla fine a ripartire.
LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MEDIEVALE

Tu m’hai sì piena di dolor la mente, di Guido Cavalcanti

Tu m’hai sì piena di dolor la mente,
che l’anima si briga di partire,
e li sospir’ che manda ’l cor dolente
mostrano agli occhi che non può soffrire.

Amor, che lo tuo grande valor sente, 5
dice: «E’ mi duol che ti convien morire
per questa fiera donna, che nïente
par che piatate di te voglia udire».

I’ vo come colui ch’è fuor di vita,
che pare, a chi lo sguarda, ch’omo sia 10
fatto di rame o di pietra o di legno,

che si conduca sol per maestria
e porti ne lo core una ferita
che sia, com’ egli è morto, aperto segno.

SINTESI DEL COMPONIMENTO

Il sonetto di Guido Cavalcanti consiste in una descrizione degli effetti che Amore ha sul poeta. Nella prima quartina l’autore rivolge un’apostrofe alla donna amata, dichiarando che lei ha riempito il poeta di dolore a tal punto che l’anima cerca di allontanarsi dalle facoltà vitali e i sospiri che il cuore addolorato emana rivelano alla vista delle persone che il poeta è incapace di tollerare la sofferenza data da amore.

Nella seconda quartina invece il protagonista è Amore, personificato, il quale percepisce la potenza della donna e dichiara di essere dispiaciuto che al poeta tocchi la morte a causa della donna crudele la quale sembra non voglia ascoltare nessuna parola che chieda pietà per il suo dolore.

Nelle terzine ci si concentra invece sull’Io poetico: Cavalcanti dichiara di essere come fuori dalla vita, di sembrare essere divenuto inanimato, come di rame o di pietra o di legno.; il poeta sembra camminare solo in virtù di un artificio meccanico, e sembra che si muova con una ferita nel cuore che indichi in modo evidente come lui sia stato ucciso.

Ritratto di Cavalcanti, in Rime 1813

ANALISI DEL TESTO

Il componimento potrebbe essere diviso in tre parti: nella prima quartina è presente appunto l’apostrofe alla donna e l’affermazione della volontà dell’anima di allontanarsi, di dividersi dalla persona del poeta; il cuore è il secondo protagonista in quanto emette dei sospiri ben visibili a chi sta intorno alla persona. Come spesso avviene in Cavalcanti l’identità dell’uomo è scissa in più elementi, è composta dall’anima e dal cuore che a sua volta produce sospiri, altro elemento collegato alla persona del poeta. La donna è personaggio muto, è presente solo attraverso le parole del poeta e di Amore medesimo, personificato, che dichiara la crudeltà della donna incapace di ascoltare parole richiedenti compassione per l’amante.

Amore personaggio è in questo componimento decisamente solidale con il poeta, si rivolge a lui dimostrandosi partecipe e addolorato. L’amante, colui che vive il dramma amoroso, appare nuovamente protagonista nelle terzine, nelle quali dipinge gli effetti sconvolgenti dell’amore sulla sua persona, che diventa appunto priva di vivacità, come senza vita, impietrita. Il cuore emerge nuovamente nel penultimo verso: qui si vede evidentemente la ferita mortale inferta dall’amore.

La donna è pura citazione, come spesso avviene in Cavalcanti: non si dice nulla del suo aspetto fisico, viene menzionata dal poeta solo con un generico “tu”, e poi se ne sottolinea la potenza (“grande valor”), pienamente percepita da Amore. Quest’ultimo la descrive come crudele e insensibile alle parole esprimenti sentimento e compassione.  

La sofferenza d’amore si genera dapprima nella mente del poeta, successivamente interessa l’anima  e la fa muovere, mentre il cuore sospira; questi elementi sono personificati al pari degli occhi del pubblico, che rappresentano appunto l’osservatore esterno al quale non sfugge la situazione dolente del poeta. Ma osservatori sono presenti anche nella prima terzina, dove si dice che il poeta appare come un oggetto materiale “a chi lo sguarda”; non solo, sembra una sorta di meccanismo, un ingranaggio che si muove per inerzia.

Elementi tipici del lessico stilnovistico sono la personificazione di Amore, la presenza del cuore, della “fiera donna”, lo sguardo altrui che osserva silenzioso; in Cavalcanti poi si accentuano le sensazioni di sconvolgimento, a cui alludono i vocaboli e le espressioni afferenti alla sfera semantica del dolore: “si briga di partire”, “sospiri”, “dolente”, “soffrire”.

Pisanello, San Giorgio e la principessa, 1436-1438 circa. Affresco. Dettaglio con la testa della principessa, chiesa di Sant’AnastasiaVerona

ANALISI METRICO- RETORICA

Il sonetto, composto da endecasillabi, ha schema metrico con rima alternata ABAB nelle quartine, con rima  CDE ECD  nelle terzine. Il ritmo rallentato nelle terzine accentua il senso della “meccanicizzazione” del poeta, divenuto una sorta di automa.

Figure retoriche:

Personificazione di Amore, dell’anima, dei sospiri, degli occhi.

Sineddoche “occhi” per persone v. 4

Paronomasia “per” – “par” versi 7 e 8

Anafora: “che”

Rime semantiche: mente-dolente, vita-ferita

Espressioni parallele:  convien morire v. 6 – fuor di vita v. 9.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

Musica di un amoroso silenzio notturno: “Tacciono i boschi e i fiumi”, di Torquato Tasso

Il madrigale è un componimento lirico breve, legato alla musica. Inizialmente più lungo e complesso, viene ridotto nel corso del Cinquecento a una sola stanza di endecasillabi o settenari; la rima può essere libera o assente, ma comunque il componimento si conclude con una rima baciata.

I madrigali potevano riguardare temi morali o religiosi, ma soprattutto erano dedicati al racconto dell’amore, in tono leggero e galante. È questo il caso del madrigale di Tasso Tacciono i boschi e i fiumi, composto nel 1592, su commissione del musicista Gesualdo da Venosa:

Tacciono i boschi e i fiumi,

e’l mar senza onda giace,

ne le spelonche i venti han tregua e pace,

e ne la notte bruna

alto silenzio fa la bianca luna;

e noi tegnamo ascose

le dolcezze amorose.

Amor non parli o spiri,

sien muti i baci e muti i miei sospiri.

Metro: madrigale con schema abBcCddeE

Parafrasi

I boschi e i fiumi sono silenziosi,

il mare è calmo e senza onde,

i venti non spirano nelle grotte,

e durante la notte oscura

la luna, bianca, sta in un profondo silenzio;

e noi teniamo nascoste

le dolcezze dell’amore.

Amore non parli o emetta fiato,

i baci e i miei sospiri siano muti.

Il madrigale Tacciono i boschi e i fiumi prende ispirazione sia dalla prima quartina del sonetto 164 di Petrarca (Or che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace), sia dalla celeberrima immagine virgiliana degli amica silentia lunae (Eneide, II, 255).

L’atmosfera ricreata è serena, gli elementi della natura appaiono in una fase di quiete: boschi e fiumi sono silenti, il mare è calmo, i venti non spirano. La luna è bianca, in contrapposizione al nero della notte, e produce un alto silenzio: l’aggettivo allude sia alla profondità del silenzio, latinamente inteso, sia all’altezza della luna nel cielo. L’immagine è una sinestesia, in quanto associa due sfere sensoriali diverse, la vista e l’udito.

I primi cinque versi rimandano ad elementi inanimati, mentre dal sesto compare l’uomo, che si trova in una dimensione empatica rispetto alla natura. L’amore dovrà implicare in ogni caso silenzio, quel silenzio che la notte crea e sembra richiedere anche agli amanti: in questo risiede la piena sintonia e consonanza tra gli amanti e gli elementi della natura. La dolce realizzazione dell’amore si esplica preferibilmente proprio durante la notte, il momento ideale per nascondere e rendere segreta l’intimità degli amanti.

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Il Guercino, Paesaggio al chiaro di luna, 1616, Nationalmuseum Stockolm

La ripresa del sonetto 164 di Petrarca, che ispira il madrigale per l’ambientazione silente e notturna (si veda soprattutto il v. 4 et nel suo letto il mar senz’onda giace), ha carattere formale, ma non sostanziale. Infatti in Tasso l’ultimo verso rende esplicito il dato sensuale, evocato dai baci e dai sospiri, dato che non si sarebbe mai potuto rintracciare in Petrarca, per il quale l’amore è una sorta di adynaton, e si colloca su un piano ideale. Infatti il sonetto trecentesco si conclude con l’affermazione del continuo rinnovamento del martirio d’amore.

Il madrigale esprime invece la gioia di un amore goduto, benché si richieda a questo godimento una totale assenza di suono: in questo senso l’immagine finale è quasi ossimorica, perché baci e sospiri dovrebbero essere muti, mentre invece producono un suono, seppur delicato e leggero.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

Quando i poeti parlano di camerette: Petrarca e Ariosto a confronto.

Francesco Petrarca, O cameretta che già fosti un porto

Canzoniere 234
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne,
che ’l dí celate per vergogna porto.

O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver ’me crudeli a sí gran torto!

Né pur il mio secreto e ’l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e ’l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo;

e ’l vulgo a me nemico et odïoso
(chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

Inserito nella prima parte delle rime, il sonetto di Petrarca sulla cameretta tratta un tema in realtà tradizionale, che si rintraccia anche nelle Sacre Scritture. Già Dante nella Vita Nova parlava della camera come rifugio e come luogo adatto al pianto segreto, e in seguito Boccaccio riprende e moltiplica questo motivo nel Filocolo e nel Filostrato.

Nella prima quartina leggiamo che la cameretta è metaforicamente paragonata ad un porto sicuro, che durante le tempeste della giornata (fuor di metafora: i gravi problemi che fanno soffrire il poeta), ha offerto un sicuro riparo; adesso invece la camera è il luogo dove il poeta può piangere di notte le lacrime che nasconde di giorno.

Il caro letto, prima un conforto nella sofferenza, adesso invece è bagnato dalle lacrime di Amore, causate dalle mani di Laura, bianche come l’avorio. Queste mani sono crudeli solo verso il poeta.

Il poeta, come ci dice nella prima terzina, non solo fugge l’intimità della cameretta e il riposo che il letto potrebbe dare, ma anche se stesso e il suo pensiero d’amore, che lo fa sollevare al di sopra delle cose terrene. Nella seconda terzina il poeta dichiara di ricercare come nuovo rifugio la compagnia del “vulgo” nemico e odiato, tale è la sua paura di ritrovarsi da solo con i suoi pensieri.

Se inizialmente dunque la cameretta, il “dentro”, rappresenta la calma e la quiete contrapposte al mondo esterno in tempesta, il poeta ci svela poi un vero e proprio ribaltamento: è il fuori a rappresentare la via d’uscita, perché l’interno acuisce il dolore favorendo il pensiero d’amore per Laura, un amore tormentato e inappagato. Questo tormento sfocia in un doloroso pianto.

MARINI-2.jpg
A. M. Marini (1668-1725), Mare in burrasca, olio su tela.

Ludovico Ariosto lavora sul modello petrarchesco, ma molto diverso è l’intento della poesia, e anche il tono:

Ludovico Ariosto, O sicuro, secreto e fidel porto

III
O sicuro, secreto e fidel porto,
dove, fuor di gran pelago, due stelle,
le più chiare del cielo e le più belle,
dopo una lunga e cieca via m’han scorto;

ora io perdono al vento e al mar il torto
che m’hanno con gravissime procelle
fatto sin qui, poi che se non per quelle
io non potea fruir tanto conforto.

O caro albergo, o cameretta cara,
ch’in queste dolci tenebre mi servi
a goder d’ogni sol notte più chiara,

scorda ora i torti e i sdegni acri e protervi:
ché, tal mercé, cor mio, ti si prepara,
che appagarà quantunque servi e servi.

In O sicuro, secreto e fidel porto compare la notte, che presenta una valenza positiva; nella notte infatti ci sono anche delle luci, gli occhi della donna, che hanno condotto il poeta nella tranquillità della cameretta.

Anche in Petrarca l’ambientazione è notturna, tuttavia non vi è nulla di sereno nel sonetto: come abbiamo visto, la cameretta un tempo era un porto, adesso è un luogo di pianti e disperazione, dovuti ad amore; il poeta giunge al punto di ricercare la compagnia del volgo per evitare di stare solo con il suo dolore. Viceversa per Ariosto la cameretta è il luogo in cui l’amore si realizza felicemente, dove le due stelle, ovvero gli occhi della donna, lo portano al riparo dalle tempeste della vita. Allora, in questo porto felice, la notte sarà più dolce e chiara del sole. Tutto sarà perdonabile, ogni torto subito, ogni offesa, proprio grazie al conforto dato dall’amata nella quiete della cameretta.

Van_Gogh_Notte_Stellata.jpg
Vincent van Gogh, Notte stellata, 1889, olio su tela, cm 73,7 x 92. New York, Museum of Modern Art (MoMa)

Del testo di Ariosto  si suggerisce anche di notare alcune figure retoriche ed espedienti poetici:
• L’iterato procedimento vocativo, che riprende Petrarca ed era presente anche nel capitolo;
• In linea con i vocativi, nelle terzine sono presenti due forme verbali alla seconda persona singolare, “servi”, rivolto alla cameretta e “ti si prepara”, riferito al cuore;
• La doppia dittologia del v. 12: “torti e i sdegni” (sostantivi) e “acri e protervi” (aggettivi);
• La ripetizione finale del verbo “servi” e la rima equivoca con il “servi” del v. 10, che deriva dal verbo servare.

Mentre Petrarca soffre per Laura, ed esprime in vario modo questo dolore, nel caso di Ariosto, che viveva una relazione felice con Alessandra Benucci, l’amore è vissuto in modo sereno e positivo e la cameretta rappresenta lo specchio nitido di questa visione.