LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Preludio” di Emilio Praga

La Scapigliatura è una corrente letteraria sviluppatasi negli anni Sessanta dell’Ottocento. Ne fanno parte scrittori e poeti molto diversi tra loro ma accomunati da una stessa insoddisfazione per lo stato della letteratura italiana del loro tempo. Il termine deriva da un romanzo di Cletto Arrighi, intitolato appunto La Scapigliatura e il 6 febbraio. Il desiderio di questi intellettuali è opporsi a tutti gli ordini stabiliti, ribellarsi alla classe borghese, riprendere lo spirito bohémienne parigino, adattandolo al contesto italiano. Il centro propulsore della nuova corrente letteraria è Milano, città dove gravita anche la figura di Emilio Praga, autore della poesia-manifesto Preludio:

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  • Noi siamo i figli dei padri ammalati:
  • aquile al tempo di mutar le piume,
  • svolazziam muti, attoniti, affamati,
  • sull’agonia di un nume.
  • Nebbia remota è lo splendor dell’arca,
  • e già all’idolo d’or torna l’umano,
  • e dal vertice sacro il patriarca
  • s’attende invano;

  • s’attende invano dalla musa bianca
  • che abitò venti secoli il Calvario,
  • e invan l’esausta vergine s’abbranca
  • ai lembi del Sudario…

  • Casto poeta che l ‘Italia adora,
  • vegliardo in sante visioni assorto,
  • tu puoi morir!…Degli antecristi è l’ora!
  • Cristo è rimorto!

  • O nemico lettor, canto la Noia,
  • l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
  • il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia,
  • il tuo cielo, e il tuo loto!

  • Canto litane di martire e d’empio;
  • canto gli amori dei sette peccati
  • che mi stanno nel cor, come in un tempio,
  • inginocchiati.

  • Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
  • e l’Ideale che annega nel fango…
  • Non irrider, fratello, al mio sussurro,
  • se qualche volta piango:

  • giacché più del mio pallido demone,
  • odio il minio e la maschera al pensiero,
  • giacché canto una misera canzone,
  • ma canto il vero!

La poesia si apre con una dichiarazione categorica: i giovani della generazione di Praga (specie i poeti) sono figli di padri malati, padri incapaci di trasmettere valori solidi e ancora condivisibili. Sono come aquile nel periodo della muta delle piume, quando, impedite a librarsi in ampi voli, possono tutt’al più svolazzare vicino al loro nido, che però non garantisce protezione di un rifugio familiare, ma attesta il consumarsi di un disastro: il nume, il dio protettivo in cui si è creduto, sta morendo. Ormai la poesia religiosa ha esaurito la sua funzione, adesso anche il poeta simbolo di quella musa cristiana non può più comunicare nulla perché è l’ora degli anticristi, Cristo è morto nuovamente. I valori di cui si fa portatrice la spiritualità, la rettitudine, il rigore morale, la Provvidenza, sono tramontati e i nuovi autori al contrario cantano la Noia, l’eredità del dubbio e dell’ignoto: ormai la certezza positiva della fede è scardinata e domina un certo smarrimento, un’oscillazione maledetta tra una convinzione e l’altra.

Potremmo dire che qui il discorso si fa metaletterario, in quanto il poeta dichiara l’azione di “cantare” e si appella direttamente al lettore, definito “nemico” probabilmente in quanto membro della categoria borghese e benpensante. Il poeta scapigliato canta il vero, cioè la nuda e cruda realtà, con le sue brutture e contraddizioni, senza edulcorarla con maschere e ipocrisie.

Tuttavia la novità poetica prospettata è solo annunciata, ma non effettiva. La poesia rimane formalmente nel segno della tradizione (si notino le anafore vv. 6-7, 21-22, 25 e la cobla capfinida tra la seconda e la terza strofa), e dal punto di vista del contenuto sono fortissime le riprese dai Fiori del male di Baudelaire. Basta, a titolo di esempio, osservare l’explicit della famosa poesia finale della raccolta del poeta francese, Il viaggio:

E tanto brucia nel cervello il suo fuoco, / che vogliamo tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, cosa importa? / discendere l’Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.

L’abisso, l’inferno, il loto, l’ignoto, sono tutti concetti che in qualche modo la Scapigliatura recupera e trasferisce poeticamente, replicando immagini ed espedienti letterari già usati da Baudlaire.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

Perché leggere “Gli indifferenti” di Moravia

Perché un testo scritto nella prima metà del Novecento dovrebbe essere ancora oggi valido? Si tratta di una lettura consigliabile oppure meglio evitarla per dar spazio a romanzi scritti ai giorni nostri?

“Gli indifferenti” è un classico, e come tale è senza tempo, è oltre la misura del tempo. Non si tratta di un dramma calato in una precisa dimensione storica e ad essa collegato, si tratta invece dell’espressione di dubbi esistenziali e di problemi assoluti e universali.

Moravia sceglie di concentrare l’azione in due giorni e di focalizzarla su pochi personaggi, una madre, Mariagrazia, con i suoi due figli, Carla e Michele, e due amici di famiglia, Leo e Lisa. L’intenzione è infatti, come dice l’autore, di redigere in forma di romanzo una sorta di dramma, di tragedia.

Ogni personaggio contiene in sé elementi drammatici, sfumature caratteriali e insicurezze diverse, ma tutti sono forse accumunati da un identico malessere e da una certa insoddisfazione, più o meno accentuata e cosciente, verso la vita.

Mariagrazia è il personaggio di cui sappiamo meno, nel senso che viene descritto dal punto di vista degli altri personaggi, principalmente. Sembra in un certo senso una figura negativa, per i sentimenti che suscita negli altri, ovvero pietà, rabbia, rancore. Si tratta di una donna non più giovane, con problemi economici, che accoglie in casa un amico di famiglia, Leo, di cui è segretamente amante. In verità i figli sono coscienti di questa relazione, anche perché Mariagrazia indugia spesso in scenate di gelosia verso Leo e i suoi comportamenti. Lo stesso Leo è il salvatore della donna ma anche il suo carnefice, perché richiede indietro un prestito fatto alla famiglia, altrimenti minaccia di esigere la casa di Mariagrazia per rivenderla. In verità sa che la vendita all’asta frutterebbe alla famiglia una somma notevole, con la quale potrebbero essere saldati i debiti: per questo motivo intende farsi intermediario, “derubando” Mariagrazia degli effettivi introiti derivanti dalla vendita dell’immobile. Ciò fa comunque capire la cecità della donna, che non si accorge delle reali intenzioni di Leo e che addirittura lo reputa sinceramente innamorato di lei. L’uomo rappresenta una sorta di ossessione per Mariagrazia, gelosa e incapace di misurare le sue reazioni di fronte ai figli. Emerge oltre a questo un certo egoismo un po’ infantile della donna, una tendenza al capriccio che mal si concilia con la sua età e con le responsabilità di una madre. Tuttavia, proprio per queste sue fragilità, è difficile avere Mariagrazia in antipatia: con tutti i suoi limiti, il suo comportamento è tuttavia evidente, sincero, senza troppi sotterfugi.

Leo, l’amante e amico di Mariagrazia, è un uomo non più giovane verso cui al contrario è difficile non provare antipatia: opportunista, bugiardo, meschino fino al punto da voler ingannare l’amante e da sedurne la figlia. Nonostante ciò, si tratta forse del personaggio più felice e risolto. Egli ha tutto quel che vuole ottenere e in fondo è pago di se stesso, sa essere calmo e razionale e non è scosso da dubbi o sentimenti profondi. In un certo senso è l’antagonista degli altri personaggi, ma allo stesso tempo è il perno intorno al quale essi ruotano.

Carla è la figlia ventiquattrenne di Mariagrazia, una ragazza carina pur nella presenza di alcuni difetti fisici. La sua descrizione è spesso offerta dal punto di vista libidinoso di Leo, ma apprendiamo molti dettagli anche da quello autoriferito della ragazza, mentre si guarda allo specchio. Carla è infelice e si sente intrappolata in un’esistenza senza senso, soprattutto a causa dei comportamenti infantili ed egocentrici della madre. Decide di dare una svolta alla sua vita commettendo un’azione piuttosto immorale, nella convinzione che anche un cambiamento in peggio possa comunque salvarla da quella noia e indurla a progredire in una direzione diversa.

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Michele è sicuramente il personaggio più consapevole, una sorta, forse, di alter ego dell’autore. Egli ha un punto di vista chiaro e cosciente su se stesso e sugli altri, di lui conosciamo pensieri e riflessioni profonde. Sa benissimo di essere indifferente rispetto a tutti e rispetto a tutto: il suo fallimento sta proprio nel non riuscire a provare sentimenti di nessun tipo e per nessuno. Pertanto non riesce né ad amare, né ad odiare, ma spesso finge, consapevolmente, di agire spinto dall’onda di sentimenti fittizi. Michele sa che le azioni umane sono spinte tutte da una certa mancanza di sincerità, di vero affetto, di solidarietà. Sa che le persone agiscono per un tornaconto materiale, economico o, peggio ancora, fisico. Michele è dunque un censore dei comportamenti umani, di cui smaschera l’ipocrisia e la contraddittorietà. Rimane comunque destinato al fallimento, perché incapace di agire in alcun senso per realizzare ciò che reputa giusto e per affermare sé stesso nel mondo. In questo senso non differisce molto da Carla, benché la sua visione sia più lucida e matura.

Lisa è una donna dall’aspetto pingue e sereno, che sembra trascorrere, come Leo, molto tempo nella realizzazione dei suoi progetti amorosi. Si tratta di un’amica di Mariagrazia, della quale sopporta sovente accuse e capricci. A modo suo è un personaggio, come Leo, abbastanza risolto. Sa quello che vuole e agisce per ottenerlo. In questo senso è più risoluta e forte di Mariagrazia e dei suoi figli, tanto da aver capito la natura meschina di Leo e da arrivare a respingerlo.

Tutti questi personaggi ricordano forse un po’ l’aristocratica nullafacenza del giovin signore di Parini: se lì si trattava, appunto, di una critica al ceto nobile, qui, al contrario viene dipinta l’inerzia colpevole del mondo borghese, sempre interessato ad aspetti materialistici o frivoli e privo di sentimenti positivi, di concretezza, di solidarietà reciproca.

Il romanzo scorre via piacevole e rapido, il lettore è incalzato dalla curiosità di sapere cosa faranno i personaggi. Il tempo della storia è breve, si risolve tutto in un paio di giorni, ma la dovizia di particolari nelle descrizioni lo dilata molto, tanto che la vicenda sembra avvenuta nell’arco di alcuni mesi. Molto interessante il gioco dei punti di vista e la caratterizzazione psicologica non solo dei personaggi, ma anche degli ambienti e degli oggetti, descritti in relazione ai sentimenti dei protagonisti.

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Possiamo dunque chiederci: è vero che di base l’uomo è indifferente rispetto a quello che gli accade intorno e finge soltanto di interessarsene e di provare emozioni e sentimenti veri? Mi sembra una domanda interessante, la cui risposta potrebbe non essere univoca.
E tu, che cosa ne pensi?

LETTERATURA ITALIANA

“La casa in collina” di Cesare Pavese


Trama
Il titolo del romanzo ci conduce già in un luogo significativo per vari aspetti, come si evince da questa citazione:
“Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.
Siamo in estate durante la seconda guerra mondiale e Corrado, un insegnante di scienze che lavora a Torino, abita con due donne, Elvira e sua madre, in collina. Elvira nutre dei sentimenti per lui.
Una sera si sente l’allarme della guerra e il protagonista, rifugiatosi nel cortile di un’osteria, incontra una ragazza frequentata in passato: Cate. Con lei ha un breve colloquio che basta a fargli ripercorrere la vicenda amorosa che li ha legati, essenzialmente basata, per Corrado, su un approccio fisico, senza troppo sentimento.
Nonostante la sua noncuranza Corrado dovrà fare i conti con un bombardamento che probabilmente aveva fatto dei morti: giunto in una Torino semideserta, mentre la scuola è naturalmente chiusa, l’insegnante capirà meglio l’entità di quanto avvenuto. Passeggiando per la città Corrado ripensa alla sua relazione con Anna Maria, durata tre anni e non conclusasi col matrimonio programmato: si tratta di un’altra figura femminile il cui ricordo è misto a sentimenti di oppressione e quasi di rancore.
Corrado torna svariate volte alle “Fontane”, dove è l’abitazione di Cate e dove si trovano altri personaggi con cui l’insegnante dialoga sempre più spesso. Parlando con Cate scopre che lei ha un bambino; solo più tardi capirà che il nome Dino sta per “Corrado” e chiederà spiegazioni del nome alla madre. Corrado immagina infatti che si tratti di suo figlio. Dalla conversazione con Cate emerge che quest’ultima ha una chiarissima percezione della personalità del protagonista:

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“La guardai interdetto: – Non sono più buono, Cate? Anche con te, non sono buono più che allora?Non so, – disse Cate, – sei buono così, senza voglia. Lasci fare e non dai confidenza. Non hai nessuno, non ti arrabbi nemmeno.

– Mi sono arrabbiato per Dino, – dissi.

Non vuoi bene a nessuno.

– Devo baciarti, Cate?

– Stupido, – disse, sempre calma, – non è questo che dico. Se io avessi voluto, mi avresti baciata da un pezzo. – Tacque un momento, poi riprese: – Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.”

Si comprende la personalità distaccata dell’uomo dalle semplici parole di Cate, e lo stesso Corrado è assolutamente consapevole di essere “immune” in mezzo alle cose, come dichiara a se stesso, mentre riflette.
Un giorno alle Fontane si viene a sapere che Mussolini è caduto; Corrado teme che la guerra non finisca, ma anzi cominci, e in effetti gli eventi sembrano dargli ragione.
Il tempo trascorre per Corrado, riapre la scuola, passano le stagioni e lui rimane chiuso nelle sue abitudini e defilato rispetto a quanto di pericoloso e angosciante accade intorno a lui. I tedeschi catturano tutti gli abitanti dell’osteria tranne Dino, che Corrado porta da Elvira, mentre lui stesso su suggerimento della donna si rifugia al collegio di Chieri. La fuga era necessaria in quanto i tedeschi lo stavano cercando, erano andati anche a Torino per prenderlo.
Quando Corrado apprende che il collegio non è più sicuro, torna a casa di Elvira, mentre Dino, che viveva nel medesimo collegio, fugge. Corrado decide dunque di tornare al suo paese natale e viaggia attraversando conflitti tra tedeschi e partigiani, ma scampando sempre ai pericoli.
La sua vita è sempre stata una ricerca di isolamento, come lui stesso dichiara: “mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più“.

Elementi stilistici
L’andamento del testo è paratattico e lo scorrere delle vicende avviene attraverso dialoghi tra una molteplicità di personaggi. Sembra che l’autore voglia replicare il modo di parlare degli abitanti del luogo e la loro mentalità popolana. La narrazione procede per elenchi e per suggestioni quasi casuali, disordinate. Le descrizioni sono appunto immagini improvvise caratterizzate da una tensione decisamente poetica, specie quelle relative alla campagna, al bosco, alla collina.

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Commento
Probabilmente la guerra nel romanzo è percepibile più come sfondo che come centro della storia: maggiore è l’indagine psicologica che emerge del protagonista attraverso il confronto con eventi, personaggi e situazioni. Interessanti alcuni dialoghi, specie quelli con Cate, mentre forse un po’ confusi risultano quelli, a tratti ellittici, con gli altri personaggi sul contesto bellico.

LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

“Alla luna” di Leopardi – comprensione, analisi, commento

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ché travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

PARAFRASI

O graziosa luna, ricordo che circa un anno fa venivo su questo colle ad ammirarti, pieno di angoscia: e tu allora stavi sospesa su quel bosco come fai anche ora, che lo illumini tutto. Ma il tuo volto appariva nebbioso e tremante a causa del pianto che nasceva sul mio volto, perché la mia vita era addolorata. E lo è ancora e non cambia, o mia adorata luna. Eppure mi piace il ricordo, e il calcolare la durata del mio dolore. Oh come si presenta gradito in gioventù, quando la speranza ha un lungo percorso davanti a sé e la memoria invece è breve, il ricordare le cose passate, anche se sono tristi e anche se il tormento ancora dura.

COMPRENSIONE E ANALISI

Nei primi cinque versi il poeta ricorda una abitudine dell’anno precedente, quando andava ad ammirare la luminosa luna che anche allora rischiarava le selve sottostanti; successivamente, fino al verso 10, il poeta descrive il pianto che offusca l’immagine del satellite lunare, pianto dovuto all’infelicità che contraddistingue l’io lirico. Nonostante questo dolore il poeta predilige il recupero memoriale perché, come spiega nell’ultimo periodo, quando si è giovani il ricordo è comunque gradito, anche se riguarda eventi tristi, perché un giovane ha di fronte a sé il lungo percorso della speranza.
Il poeta si riferisce alla luna quasi come se fosse una persona, attraverso l’apostrofe iniziale “o graziosa luna”. Successivamente, sino almeno al verso 10, la luna viene sempre chiamata in causa o attraverso gesti che il poeta compie in relazione ad essa o attraverso l’atto dell’illuminare, ascritto al satellite stesso. La personificazione è evidente anche osservando i verbi e i sostantivi usati in relazione alla luna: “pendevi”, “fai”, “rischiari”, “volto”. L’apostrofe alla luna si ripete in anastrofe al verso 10 (“o mia diletta luna”). La luna-persona rappresenta così una sorta di compagna per il poeta, una confidente silenziosa ma sempre attenta e presente.

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All’interno del componimento possiamo rintracciare campi semantici diversi e opposti: del dolore e del piacere, quest’ultimo connesso all’idea della visione e del ricordo. Al secondo afferiscono termini come “graziosa”, “rammento”, “rimirarti”, “rischiari”, “apparia”, “diletta”, “giova”, “ricordanza”, “noverar”, “rimembrar”. Notiamo che questo campo semantico di felicità, visione e ricordo, è composto per lo più da forme verbali legate alla memoria, con una fortissima allitterazione della liquida “r”. Gli unici due aggettivi, “graziosa” e “diletta”, sono relativi ovviamente alla luna. Per la sfera del dolore e dell’affanno citiamo termini come “angoscia”, “nebuloso”, “tremulo”, “pianto”, “travagliosa”, “dolore”, “triste”, “affanno”. In questa area semantica osserviamo invece la prevalenza di aggettivi e di sostantivi.
Il componimento è in realtà piuttosto bilanciato sul piano lessicale, oscillando tra piacere e dolore, sebbene si possa forse pensare che la forza del sentimento angoscioso arrivi un po’ ad oscurare il piacere della visione e della memoria.

COMMENTO

Il canto si intitola “Alla luna”, pertanto siamo già proiettati in base al titolo in una dimensione interlocutoria, in una ricerca di un altro a cui confidare sé stessi. L’io lirico intraprende quindi questo dialogo che in verità è un monologo con l’elemento lunare. L’aspetto paesaggistico appare funzionale a tale colloquio e all’espressione dei propri ricordi e del senso di tristezza determinato da quelli. Il panorama coincide sempre con il famoso colle, il monte Tabor, dal quale si vede la selva illuminata dalla luna. Non a caso il medesimo colle, in quanto parte della vita quotidiana del poeta, è anche al centro dell’”Infinito”. In quest’ultimo componimento tuttavia la descrizione insiste di più sull’aspetto paesaggistico e sugli elementi che lo compongono, mentre in “Alla luna” si accenna soltanto alla presenza di un ambiente esterno, cornice degli affannosi pensieri del poeta. Certo anche nell’”Infinito” la caratterizzazione visiva e uditiva del panorama non è fine a sé stessa, ma è rivolta sempre ad un’indagine metafisica, a una riflessione che va oltre la contingenza del momento.
Facendo un confronto con “A Silvia”, vediamo che lì il poeta ricrea un’ ambientazione a lui familiare, sempre utile a contestualizzare la vicenda narrata, ad approfondire riflessioni e a comunicare stati d’animo.
Non troviamo mai una descrizione dettagliata e tecnica del paesaggio, proprio in quanto Leopardi ambisce a quella vaghezza che per lui è essenza dello stile poetico.
In “Alla luna” probabilmente fino al verso 9 si ha il ricordo della visione passata e una maggiore presenza dell’intorno e del paesaggio, seppur vaghi e indefiniti, mentre nei versi successivi l’aspetto più astratto e memoriale prende il sopravvento. Possiamo dunque dire che vi sia una cesura netta proprio a partire dal decimo verso.

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Per quanto riguarda la scelta dell’interlocutore poetico, Leopardi sceglie spesso elementi della natura, sia la “greggia”, sia il “passero solitario”, sia “la luna”. Si rivolge inoltre a Silvia, che è un destinatario umano e tuttavia irraggiungibile in quanto ormai defunta. Il poeta predilige dunque interlocutori che altro non sono se non aspetti di se stesso, della sua meditazione, della sua osservazione. Si tratta di elementi che accompagnano la solitudine del poeta senza però sottrargliela veramente, dunque il dialogo è in sé sempre un monologo, un parlare con se stessi.

Interessante è inoltre il riferimento alla speranza giovanile, tema affrontato anche in “A Silvia”: il percorso dell’esistenza è duro e produce affanno e dolore, tuttavia il ricordo di questi dolori è dolce per chi ha la speranza giovanile di un lungo futuro e la memoria del passato ancora breve. In “A Silvia” vediamo bene però che le speranze della ragazza, che tanto accorano il poeta, sono state facilmente disilluse dalla vita e dalla natura.
In “Alla luna” il riferimento alle speranze è più generico e rimane in sé elemento positivo, volto a bilanciare la durezza del passato e l’affanno della vita.

Raramente al giorno d’oggi un giovane attribuisce un risvolto negativo alla speranza, l’accezione con cui il termine è usato solitamente è positiva. Certo non sempre le speranze ottengono un pieno soddisfacimento e talvolta in questo caso si parla di illusioni, in quanto speranze di difficile realizzazione. La lezione leopardiana consiste forse nel darci un affresco realistico, a tratti volto al pessimismo, della dimensione umana. Per quanto riguarda la speranza abbiamo in Leopardi da un lato l’esaltazione della forza motrice di questo sentimento, capace di rendere dolci anche i ricordi più tristi, dall’altro la percezione della sua precarietà, della sua finitezza, come leggiamo in “A Silvia”.
L’affanno e il dolore non inficiano però il godimento dei ricordi, come “Alla luna” sembra comunicare: forse, in fondo, questo componimento ci insegna l’importanza della capacità, che l’uomo ha o dovrebbe avere, di convivere con il lato dolceamaro dell’esistenza.

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LETTERATURA ITALIANA

Sono una santa non sono una donna: come Manzoni presenta Lucia

Lucia Mondella, uno dei personaggi più noti della letteratura italiana. Una donna del popolo, umile e semplice, che Manzoni descrive con la maestria di un perfetto ritrattista.

In primo luogo vediamo che la protagonista femminile dei Promessi Sposi è presentata dal pensiero che di lei ha Renzo; il giovane infatti ha appena saputo che il suo matrimonio non può essere celebrato e tra molte riflessioni viene colto dal ricordo della sua amata.

“E Lucia?” Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de’ suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de’ santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all’orrore che aveva tante volte provato al racconto d’un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze, tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro, e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto della forza di quell’iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un’ombra tormentosa gli passava per la mente.

Si osserva che la figura di Lucia distoglie immediatamente Renzo dall’idea di commettere un omicidio ai danni dell’odiato don Rodrigo. Si comprende dunque l’importanza che la ragazza ricopre nella vita del giovane e la positività della sua natura viene tracciata fin da subito. A lei si associano gli ultimi ricordi de’ suoi parenti e persino figure sacre, ovvero Dio, la Madonna e i santi. L’immagine di Lucia ricomparsa alla memoria implica tanti pensieri, relativi a un avvenire non ancora definito ma sospirato e immaginato.

F. Cioni, Paese di campagna

Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch’era nel mezzo del villaggio, e, attraversatolo, s’avviò a quella di Lucia, ch’era in fondo, anzi un po’ fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino. Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzìo che veniva da una stanza di sopra. S’immaginò che sarebbero amiche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando: – lo sposo! lo sposo! – Zitta, Bettina, zitta! – disse Renzo. – Vien qua; va’ su da Lucia, tirala in disparte, e dille all’orecchio… ma che nessun senta, né sospetti di nulla, ve’… dille che ho da parlarle, che l’aspetto nella stanza terrena, e che venga subito –. La fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d’avere una commission segreta da eseguire.

Osserviamo l’abitazione di Lucia: un po’ fuori dal villaggio, con un piccolo cortile cinto da un muretto; si tratta di un luogo umile che con la sua semplicità sembra preannunciare anche l’indole delle sue abitanti. Dall’edificio si sentono dei rumori, un ronzio, probabilmente proveniente dal chiacchiericcio delle amiche della futura sposa. Una ragazzina, Bettina, viene incaricata di chiamare Lucia – non di rado ragazzi giovani ricoprono questi incarichi di “servizio” nel contesto del romanzo.

 Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’ raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d’oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.

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Lucia in un’illustrazione dell’edizione del 1840 de I Promessi Sposi

Lucia è vicina alla madre e alle amiche che vogliono vederla “ben vestita” come è, “attillata”. Il nome di Lucia è tipico e molto frequente in quanto è quello di una santa piuttosto nota e Manzoni intende dipingere una realtà quotidiana, concreta e verosimile, per cui attinge i nomi propri dal panorama lombardo e religioso del tempo.

“Mondella” deriva dall’aggettivo “mundus” e dal sostantivo “munditia” quindi richiama all’idea di pulizia, di purezza. La prima caratteristica della giovane appare legata alla personalità, infatti viene definita modesta, ritrosa, pudica, poiché si vergogna a mostrarsi alle astanti nel suo abbigliamento da festa. Mentre aggrotta le sopracciglia, però, fa un leggero sorriso, che ci fa intuire uno stato d’animo comunque gioioso. Il primo dettaglio fisico, quasi l’unico, enunciato, è relativo al colore dei capelli e all’acconciatura della ragazza, tipica delle contadine del milanese. Vediamo inoltre l’abbigliamento completo, rappresentato con intento documentario dall’autore, al quale sta molto a cuore la verosimiglianza di quanto racconta. La giornata da futura sposa colora sul viso di Lucia una certa gioia e un leggero turbamento, tipico delle donne pronte al grande passo del matrimonio. Possiamo definire Lucia una bella ragazza? La bellezza è “modesta”, accresciuta dalle emozioni provate in quel particolare momento.

La piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio. – Vo un momento, e torno, – disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, – cosa c’è? – disse, non senza un presentimento di terrore. – Lucia! – rispose Renzo, – per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando potremo esser marito e moglie. – Che? – disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì il nome di don Rodrigo, – ah! – esclamò, arrossendo e tremando, – fino a questo segno! – Dunque voi sapevate…? – disse Renzo. – Pur troppo! – rispose Lucia; – ma a questo segno! – Che cosa sapevate? – Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli. Mentre ella partiva, Renzo sussurrò: – non m’avete mai detto niente. – Ah, Renzo! – rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri?

Renzo parla con Lucia: il matrimonio è rimandato - I Promessi Sposi cap. II
Renzo parla con Lucia: il matrimonio è rimandato – I Promessi Sposi cap. II

Vediamo come si relaziona Lucia con il suo promesso sposo: sembra sicuramente intuitiva, perché comprende che c’è qualcosa di strano nel comportamento di Renzo, e quel qualcosa le instilla subito un presentimento di terrore. Lucia realizza immediatamente la difficoltà della situazione e agisce in modo deciso. Il dialogo con Renzo è serrato, ma è evidente anche la reticenza di Lucia la quale però fa capire al giovane che non avrebbe potuto parlare in ogni caso e che il silenzio aveva motivazioni più che giuste, persino “pure”.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MEDIEVALE

I poemi epico-cavallereschi

La chanson de geste – caratteristiche del genere

  • Luogo di diffusione: Francia del nord, XI/XII secolo
  • Canzoni di gesta, ovvero imprese di guerra e di eroi
  • I testi erano destinati ad essere cantati da cantori (trasmissione inizialmente solo orale)
  • Lasse di decasillabi
  • Lingua d’oïl
  • Repertorio di personaggi e vicende tratte dal ciclo carolingio
  • Trasfigurazione leggendaria di vicende passate
  • Spirito di crociata
  • Celebrazione della casta guerriera
  • Espressione della visione della vita e dei valori della classe feudale
  • Pubblico: il popolo nelle piazze e nei mercati.

Chanson de Roland – lasse LXXXII e LXXXIII

LXXXII Disse Olivieri: «I pagani ho veduto,
quanti per terra nessuno mai vide.
Son centomila di fronte, con scudi,
elmi allacciati e bianchi usberghi indosso;
ad aste dritte i bruni spiedi brillano.
Battaglia avrete quale mai ci fu.
Signori Franchi, vi dia forza Iddio!
Tenete in campo, che vinti non siamo!».
Dicono i Franchi: «L’infamia a chi fugge!
Non mancherà fino a morir nessuno».
LXXXIII Disse Olivieri: «I pagani son molti
e i nostri Franchi, pare, tanto pochi!
Suonate il corno, compagno Rolando.
Carlo l’udrà, ritornerà la schiera24».
Dice Rolando: «Sarebbe da folle!
In dolce Francia perderei la gloria.
Gran colpi menerò di Durendal;
sanguinerà la lama fino all’oro.
Vili pagani mal vennero ai passi

Possiamo notare nel testo sovrastante, in traduzione, le caratteristiche della chanson de geste, ovvero uno stile formulare con versi ripetuti, utile ad aiutare la comprensione degli ascoltatori; il passo narra dell’agguato di Roncisvalle, in cui i pagani incalzano a sorpresa l’esercito franco. Il guerriero Olivieri vorrebbe suonare il corno per richiamare l’esercito di re Carlo Carlo Magno, ma il prode Rolando non vuole perché sarebbe per lui un disonore. Emerge da questo genere di poesia un’etica della guerra e dell’onore, che non lascia spazio all’espressione di sfaccettature individuali.

The eight phases of The Song of Roland in one picture. By Simon Marmion – Grandes Chroniques de France, St. Petersburg, Ms. Hermitage. fr. 88: (Niederl. Burgund, Mitte 15. Jh., Exemplar Philipps des Guten), folio. 154v, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1913372

Il romanzo cortese

Luogo di diffusione: Francia del nord, XII secolo

La parola romanzo viene da Romanice loqui= parlare in lingua romanza

  • Forma narrativa
  • Lingua d’oïl
  • Temi: avventura, amore, magia. Le avventure avvengono a volte per la ricerca di un oggetto o di una donna (motivo della queste)
  • Centralità della figura femminile; servitium amoris, servizio dell’amore dell’uomo verso la donna
  • Ideali di fedeltà, cavalleria, raffinatezza, magnanimità
  • Trasmissione scritta
  • Materia Bretone: nome complessivo della letteratura medievale in prosa e in versi, di colorito magico e favoloso, che trattava delle imprese dei cavalieri di re Artù, dei casi di Tristano e Isotta e di altri personaggi (Treccani)
  • Esempio di romanzo cortese: Chrétien de Troyes, Lancillotto o il cavaliere della carretta
  • Autori: chierici
  • Pubblico: corte feudale
Il romanzo di Tristano e Isotta - Wikipedia
Di Edmund Blair Leighton – Art Renewal Center, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1782348

La tradizione dei cantari in Italia

La Canzone di gesta fonda il suo valore sulla lotta antimusulmana delle Crociate: questo elemento viene meno con il tempo.

Le Canzoni di gesta si diffondono anche in Italia; in particolare, nella Toscana del Trecento si ha l’esperienza dei romanzi in prosa di Andrea da Barberino, narrazioni avventurose che emulano in parte l’argomento delle Canzoni. Tuttavia non vi ritroviamo i valori propri dell’epica, ovvero la guerra santa, la fedeltà feudale, il senso della collettività.

Storia di Andrea da Barberino, autore del XIV secolo che scrisse il Guerrin  Meschino
Andrea da Barberino, copertina del “Guerin meschino”, Il melograno, 1961

Nel Quattrocento si assiste a un moltiplicarsi di cantari, ovvero componimenti narrativi in ottave (strofe di otto versi endecasillabi) che recuperano la materia cavalleresca carolingia operando una fusione con quella bretone. I cantari sono recitati nelle piazze da giullari e canterini, dunque sono destinati a un pubblico poco colto.

Elementi caratteristici: avventura, intrecci semplici, amore, comicità, semplicità stilistica e metrica. La fusione tra il ciclo carolingio e quello arturiano si realizzerà anche nel poema cavalleresco destinato alle corti.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA MODERNA E CONTEMPORANEA

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio: l’amore ai tempi della Resistenza

Il romanzo è opera dello scrittore piemontese Beppe Fenoglio, che inizia a scriverlo nel 1960. La vicenda è ambientata nelle Langhe piemontesi all’epoca della Resistenza, tra il 1944 e il 1945.

Trama

Il protagonista del romanzo è Milton, un giovane universitario ed ex ufficiale. È sensibile e non bello, lo caratterizzano però degli occhi notevoli, “tristi e ironici, duri e ansiosi”. Il narratore ci proietta subito in una dimensione passata, descrivendo i momenti che Milton ha trascorso tempo prima con la ragazza del suo cuore, Fulvia. La situazione presente è molto diversa: Fulvia si è trasferita da Alba a Torino, mentre Milton è partigiano nella squadra del Leo, presso Treiso. Un giorno Milton fa visita alla casa di Fulvia, dove trova la governante, la quale, parlando, rivela qualcosa che colpisce molto il ragazzo, e lo ferisce nel profondo… Infatti pare che Fulvia si intrattenesse in varie serate con il loro comune amico, Giorgio, sia all’interno della casa che all’esterno.

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Milton rimane sconvolto e decide perciò di spostarsi da Treiso per recarsi a trovare Giorgio, anche lui partigiano, presso la squadra di Pascal a Mango. Qui Milton attende l’amico, che si sarebbe dovuto trovare insieme agli altri del suo gruppo e invece pareva essersi attardato da qualche parte mentre tornava da una spedizione. Nell’attesa, Milton ripensa ad alcuni momenti vissuti con Fulvia e con il suo amico.

L’attesa però si fa sempre più lunga e il protagonista sente che qualcosa non va: c’era una nebbia del colore del latte quel giorno, e Giorgio poteva anche essersi perso o essere stato catturato dai fascisti. Con il tempo quest’ultima ipotesi si rivela vera e un contadino che aveva assistito alla scena racconta della cattura. Milton si attiva subito per aiutare l’amico e si reca al gruppo partigiano della Stella rossa per chiedere se avessero fascisti prigionieri, in modo da concretizzare un possibile scambio. Purtroppo la risposta è negativa: l’ultimo catturato era stato già giustiziato.

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Milton decide allora di recarsi al Comitato di Liberazione. Nel tragitto si ferma a mangiare a casa di una anziana signora, con la quale parla della situazione della guerra e che gli racconta qualcosa di sé.

Mentre cammina nottetempo cade nel fango e vede soldati della brigata fascista di San Marco di Canelli. Questi sono a loro volta osservati da uomini della collina, che li scrutano con odio e con la consapevolezza che la fine della guerra non sarà vicinissima. Milton ipotizza che questa fine accadrà a maggio.

In una vigna non lontanissima dalla caserma dei fascisti il protagonista incontra una vecchia, la quale gli porta, su sua richiesta, un sandwich di pane e lardo. A sorpresa, si rivela una preziosa alleata: gli indica infatti che un fascista, un sergente, è solito recarsi una o due volte al giorno, o verso le una, dopo il rancio, o verso le diciotto, presso la casa di una donna del luogo. La casa è quasi dirimpetto alla fine di un bosco di acacie, dove Milton si nasconde in attesa.

Assalito il sergente e minacciatolo con la colt, inizia a camminare spiegandogli il suo piano. Milton non intende ucciderlo, ma vuole scambiarlo ad Alba con il suo amico Giorgio. Il sergente è comunque spaventato, a tal punto che non crede al rapitore e prova a scappare; per questo Milton è costretto ad ucciderlo.

Il narratore introduce un’ellissi e ci conduce a Trezzo dove il protagonista incontra un partigiano di sua conoscenza, Fabio, vicecomandante di un presidio. A lui regala la beretta del fascista e da lui ottiene ospitalità per la notte, e mentre altri partigiani parlano della storia di una maestra fascista, Milton non riesce a dormire e pensa continuamente, non al sergente ucciso però. Ripensa a quanto la custode gli aveva riferito di Giorgio e Fulvia e decide che l’indomani avrebbe voluto vederci più chiaro.

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L’indomani a Canelli per vendicare il sergente ucciso si uccide il giovane Riccio, un quattordicenne che aveva aiutato i partigiani. Nel frattempo Milton è quasi arrivato ad Alba, alla villa di Fulvia. Pensa intensamente al suo amore per lei quando viene sorpreso da uno squadrone di fascisti. Inizia a correre mentre sente intorno a sé il rumore degli spari che fendono l’aria.

Il finale è lasciato in sospeso…

Commento

Il romanzo sembra incompiuto, racconta di una ricerca di risposte mai soddisfatta, forse potrebbe dirsi metafora dell’esistenza intera. Il protagonista è tratteggiato fisicamente e anche caratterialmente, e la sua figura in un certo senso si delinea nello svolgersi dei fatti. Tale svolgimento è rapido e affollato di parole, di azioni e di luoghi.

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Potremmo individuare un doppio binario nel testo: da un lato l’aspetto emotivo e interiore di Milton, dall’altro il suo concreto agire nei luoghi della Resistenza, il suo interloquire con un mosaico di personaggi più o meno rilevanti. Il secondo è chiaramente dettato dal primo, in particolare dall’amore nutrito per Fulvia, che appare davvero il motore propulsore della storia. In effetti l’amore per la ragazza, che si rintraccia nei ricordi di Milton e sembra essersi realizzato in un lontano passato, spinge il protagonista a revocare tutto in dubbio, ad agire, a voler comprendere la verità dalla voce del suo amico, se tale ancora può dirsi. Sembra che tutti i sentimenti siano perciò oggetto di decostruzione, di dubbio e rimangano come sospesi in attesa di un giudizio.

Un altro personaggio del romanzo sono forse i luoghi: i boschi piemontesi, la nebbia, il fango, le vigne. Il narratore li dipinge con dovizia di particolari, particolari assolutamente relati al punto di vista dei personaggi, al loro contatto con l’esterno; emerge con una certa chiarezza l’atmosfera di precarietà, di freddo, di paura di violenza. I dialoghi tra i personaggi rivelano una certa familiarità tra individui e ambienti, e al contempo il senso di rassegnazione per una guerra che costringe a imporre la morte per salvare la propria vita.

Tuttavia pure nel dolore di un evento come la Resistenza, nascosto e al contempo assolutamente pubblico e collettivo, campeggia grandemente “una questione privata”, un amore forse unilaterale, ma capace di porre tutto, anche la vita stessa, su un piano secondario.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due” – Il sonetto 64 delle Rime di Giovanni della Casa

Il libro delle Rime di Giovanni Della Casa si chiude con un sonetto che invita alla contemplazione del Creato; lascia aperto un interrogativo e prevede un invito implicito ad affidarsi a una maestà divina che è stata così grande nella sua opera. La concezione dell’Universo è panteistica.

Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due
brevi e notturne ore trapassa, oscura
e fredda; involto avea fin qui la pura
parte di me ne l’atre nubi sue.

Or a mirar le grazie tante tue
prendo: ché frutti e fior, gelo ed arsura,
e sí dolce del ciel legge e misura,
eterno Dio, tuo magisterio fue.

Anzi ‘l dolce aer puro, e questa luce
chiara, che ‘l mondo a gli occhi nostri scopre,
traesti tu d’abissi oscuri e misti.

E tutto quel che ‘n terra o ‘n ciel riluce,
di tenebre era chiuso, e tu ‘apristi;
e ‘l giorno e ‘l Sol de le tue man son opre.

Parafrasi

Questa vita mortale, che passa in una / o in due brevi ore notturne oscura e /fredda; aveva avvolto fin qui la parte più pura di me / nelle sue nubi nere.

Ora inizio ad osservare le tue tante grazie, perché i frutti e i fiori / il gelo e il caldo e una così dolce legge e misura del cielo / furono tuo magistero, o eterno Dio.

Anzi tu hai sottratto dagli abissi oscuri e tenebrosi / la dolce aria pura e questa luce chiara / che svela il mondo ai nostri occhi.

E tutto ciò che in cielo e terra risplende / era chiuso nelle tenebre e tu l’hai aperto; / e il giorno e il sole sono opere delle tue mani.

Commento al contenuto

Nella prima quartina sembra che il poeta esprima il tradizionale concetto della fuga del tempo; ma la vita mortale, così breve, aveva un carattere oscuro, e sembrava aver avvolto l’autore nella sua parte più pura, corrompendolo. Nella seconda quartina notiamo uno stacco cronologico, infatti si osserva la congiunzione temporale “ora”: adesso il poeta osserva tutte le bellezze della vita, oggetto della creazione divina.

Le terzine proseguono la celebrazione del creato, opera di Dio, che viene sostanzialmente celebrato come grande Fattore della luce, intesa non solo nel senso letterale, ma probabilmente anche in modo metaforico. La luce dunque potrebbe significare la positività della vita mortale, la serenità e tutto ciò che di bello esiste, intimamente connesso al divino. Vediamo il gioco di luci e ombre, l’ombra connessa al peccato e alla notte, la luce che invece allude al sole, al giorno, all’aria dolce e pura.

In Della Casa è possibile osservare una certa ricercatezza nelle desinenze, un enjambement, e la singolarità del trapasso dalla prima e seconda quartina e dalla prima e seconda terzina: infatti nella seconda quartina si passa dall’esperienza personale a una dimensione più vasta, mentre nel passaggio tra le terzine c’è continuità perfetta.

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Commento metrico-retorico e fonti del sonetto

Forma: sonetto di endecasillabi

Schema metrico: ABBA ABBA CDE CED

Rime: arsura v. 6-misura v. 7 (rima ricca, in comune c’è -ura ma anche la -s) / scopre v. 10 – opre v. 14 (rima inclusiva)

v.1: questa vita mortal richiama alla prosa del Cortegiano di Castiglione, in cui talvolta si incastrano degli endecasillabi

V. 5 Iperbato

Nubi nere: rimando a carmi di Orazio (Carmina 16,2) in cui si parla di atra nubes

V. 11: Richiamo a vecchio testamento (Genesi, I, 2) Et tenebrae erant super faciem abyssi; è l’inizio della Bibbia, in cui si parla di stato primordiale a cui si contrappone poi la grandezza della creazione. Osserviamo anche Genesi, I,5 Et divist lucem a tenebris.

LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Golpe” e “lione”: il buon principe secondo Machiavelli

Fedeltà e lealtà sono virtù lodevoli? L’integrità, la pietà, l’umanità sono necessarie a chi governa?

Nel capitolo XVIII de “Il Principe”, trattato storico-politico scritto nel 1513, Machiavelli ci racconta il suo punto di vista basandosi sulla propria esperienza di cancelliere della Repubblica fiorentina.

Ecco quali sono in sintesi i punti che emergono dalla sua trattazione:

Il principe - Wikipedia
Di Niccolò Machiavelli – BNCF, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11844670

QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA (IN CHE MISURA I PRINCIPI DEBBANO MANTENERE LA PAROLA DATA)

  1. Sempre auspicabile per un principe è mantenere la “fede”, ovvero essere leale rispetto alla parola data. Tuttavia per esperienza si vede come sia stato più proficuo per i principi agire con l’astuzia, ovvero in malafede, piuttosto che tener conto delle promesse fatte.
  2. Ci sono due modi di combattere: uno con le leggi, tipicamente umano, l’altro con la forza, che è proprio delle bestie. Ma quando l’uomo non riesce ad osservare il primo, deve ricorrere al secondo. Entrambe le nature, quella umana e quella bestiale, sono necessarie. Molti scrittori antichi dicono che Achille e altri principi furono affidati alle cure del centauro Chirone, metà uomo e metà cavallo: ciò evidenzia la necessità della parte animalesca insita nell’uomo.
  3. Per quanto riguarda la bestia, è opportuno prendere spunto dalle caratteristiche della volpe e del leone. Il leone spaventa i lupi con la forza, mentre la volpe sa divincolarsi dai lacci con l’astuzia. La forza senza l’astuzia non ha la medesima efficacia. Non vi è necessità di mantenere la parola data qualora vengano meno le condizioni iniziali: questo perché l’uomo è sleale di natura e malvagio, quindi non osserverebbe i patti, per cui è utile che anche il principe li violi ove necessario. Essere astuti è importante e anche saper fingere bene e mascherare l’astuzia stessa: è infatti facile ingannare gli uomini, spesso molto ingenui.
  4. Alessandro VI fu sempre abile e capace nell’ingannare il prossimo.
  5. Il principe non deve avere tutte le qualità positive, ma deve sembrare che le abbia. Anzi è opportuno che non abbia affatto alcune qualità, ad esempio non deve essere davvero pietoso, fedele, umano, onesto, religioso, ma deve solo sembrarlo. Il principe può agire contro la fede, la carità, l’umanità, la religione, qualora vi sia necessità, in base agli eventi.
  6. Il principe deve sembrare tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. Gli uomini si fermano all’apparenza e pochi “sentono” quello che si è davvero. Il dovere del principe è mantenere lo Stato: ogni mezzo per arrivare a questo fine è onorevole e lodevole.

QUESTIONI DI STILE

Il testo di Machiavelli è molto preciso e concreto, doveva infatti essere immediatamente comprensibile e fruibile dal lettore. Per cui gli aspetti teorici vengono messi da parte per focalizzarsi maggiormente sull’esperienza pratica, che è una maestra sicura nel campo politico. Per questo l’autore usa strategie stilistiche fortemente incisive:

  • Appello ai lettori con il “voi”, al principe con il “tu”
  • L’uso di metafore tratte dal mondo animale
  • Frasi brevi e sentenziose
  • Uso di imperativi e congiuntivi esortativi
  • Uso di espressioni di necessità, bisogno ecc. (“è necessario”, “bisogna”, “si deve”)
  • Presenza di congiunzioni con valore conclusivo (“dunque”, “pertanto”, “però” con valore di “perciò”)

IL RIFERIMENTO AGLI ANIMALI

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In verità il riferimento alla volpe e al leone è presente già in Cicerone nel De officiis, solo che l’inganno e la forza non vengono viste in positivo nel filosofo classico. 

In Dante la volpe assume valenza simbolica, allude alle eresie nel Purgatorio, e il simbolo è appunto negativo; anche i Centauri nell’Inferno hanno qualcosa di demoniaco e la loro natura non viene apprezzata.

Al contrario in Machiavelli il lato animalesco è insito nell’uomo ed è indispensabile al principe quando debba proteggere lo Stato.

Di Pearson Scott Foresman – Archives of Pearson Scott Foresman, donated to the Wikimedia Foundation, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2568365

LA MORALE

Machiavelli non nega che esista il bene, ma afferma che a volte sia necessario prescindere da esso. L’autore considera la verità effettuale delle cose, invece di soffermarsi su come dovrebbero essere; è consapevole del valore morale del bene, ma si limita a constatare che talvolta è necessario sacrificarlo in nome del mantenimento della pace e della stabilità politica.

Questa lezione potrebbe essere valida anche oggi?

Testo integrale de “Il Principe”: https://it.wikisource.org/wiki/Il_Principe

LETTERATURA LATINA

Le usanze dei Germani (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, VI, 22)

Cesare descrive usi e costumi dei Germani.

Agri culturae non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Non habent agri modum certum aut fines proprios, sed principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum agrum adtribuunt numero aptum et, anno post alio, mutare sedem cogunt. Eius rei multae indicantur causae: ne, adsidua consuetudine capti, studium belli agri culturā commutent; ne latos fines parare studeant neve principes ex possessionibus humiles expellant; ne, contra frigora atque aestus, firmas casas aedificent; ne augeatur pecuniae cupiditas et eā causā factiones dissensionesque in civitate erumpant; ut animi aequitate principes contineant plebem, videntem opes suas cum illis aequari. Civitatibus summa laus est habere circum se solitudines: hoc proprium virtutis existimant, non concedĕre aliis ut apud se consistant.

TRADUZIONE

Non si occupano dell’agricoltura, e la gran parte del loro cibo è composto da latte, formaggio e carne. Non hanno una misura fissa di campi o territori propri, ma i nobili ogni anno assegnano alle famiglie e ai parenti di uomini un terreno adatto al numero e, anno dopo anno, costringono a cambiare sede. Sono indicate molte cause di questo fatto: affinché, presi da costante abitudine, non cambino con l’agricoltura l’impegno della guerra; affinché non si impegnino per ottenere territori ampi o i principi non estromettano gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili, contro il freddo e il caldo; affinché non aumenti il desiderio di denaro e per questo motivo esplodano fazioni e discordie in città; affinché i nobili contengano con l’equità d’animo la plebe, che vede pareggiare le proprie ricchezze con le loro. E’ motivo di molta lode per i cittadini avere intorno a sé solitudine: reputano questo proprio del valore, non concedere agli altri di fermarsi presso di loro.

Rappresentazione pittorica di un assalto di popolazioni germaniche all’esercito romano. Di Otto Albert Koch – http://www.lwl.org, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6381946

COMMENTO

Per come è vista da Cesare, la cultura germanica appare molto differente dalla civiltà romana. Infatti i Germani non praticano l’agricoltura e si nutrono di carni e latte. Non sono sedentari e cambiano sede continuamente, affinché non si rammolliscano e non si leghino troppo alla terra. Infatti edifici stabili abituano a una certa comodità, mentre i Germani devono mantenere una tempra durissima per fronteggiare guerre e asperità del clima.

Inoltre la proprietà privata è rischiosa anche perché potrebbe incentivare alcuni a volerne conquistare sempre di più e i principi a spodestare i più umili. La terra dunque può essere motivo di conflitto, che i capi vogliono evitare.

La solitudine è un valore, sono reputati infatti migliori coloro che hanno la capacità di non far avvicinare nessuno.

Il testo è attraversato da numerose proposizioni finali, affermative e negative, con il verbo al congiuntivo presente.