LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

“Alla luna” di Leopardi – comprensione, analisi, commento

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, ché travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

PARAFRASI

O graziosa luna, ricordo che circa un anno fa venivo su questo colle ad ammirarti, pieno di angoscia: e tu allora stavi sospesa su quel bosco come fai anche ora, che lo illumini tutto. Ma il tuo volto appariva nebbioso e tremante a causa del pianto che nasceva sul mio volto, perché la mia vita era addolorata. E lo è ancora e non cambia, o mia adorata luna. Eppure mi piace il ricordo, e il calcolare la durata del mio dolore. Oh come si presenta gradito in gioventù, quando la speranza ha un lungo percorso davanti a sé e la memoria invece è breve, il ricordare le cose passate, anche se sono tristi e anche se il tormento ancora dura.

COMPRENSIONE E ANALISI

Nei primi cinque versi il poeta ricorda una abitudine dell’anno precedente, quando andava ad ammirare la luminosa luna che anche allora rischiarava le selve sottostanti; successivamente, fino al verso 10, il poeta descrive il pianto che offusca l’immagine del satellite lunare, pianto dovuto all’infelicità che contraddistingue l’io lirico. Nonostante questo dolore il poeta predilige il recupero memoriale perché, come spiega nell’ultimo periodo, quando si è giovani il ricordo è comunque gradito, anche se riguarda eventi tristi, perché un giovane ha di fronte a sé il lungo percorso della speranza.
Il poeta si riferisce alla luna quasi come se fosse una persona, attraverso l’apostrofe iniziale “o graziosa luna”. Successivamente, sino almeno al verso 10, la luna viene sempre chiamata in causa o attraverso gesti che il poeta compie in relazione ad essa o attraverso l’atto dell’illuminare, ascritto al satellite stesso. La personificazione è evidente anche osservando i verbi e i sostantivi usati in relazione alla luna: “pendevi”, “fai”, “rischiari”, “volto”. L’apostrofe alla luna si ripete in anastrofe al verso 10 (“o mia diletta luna”). La luna-persona rappresenta così una sorta di compagna per il poeta, una confidente silenziosa ma sempre attenta e presente.

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All’interno del componimento possiamo rintracciare campi semantici diversi e opposti: del dolore e del piacere, quest’ultimo connesso all’idea della visione e del ricordo. Al secondo afferiscono termini come “graziosa”, “rammento”, “rimirarti”, “rischiari”, “apparia”, “diletta”, “giova”, “ricordanza”, “noverar”, “rimembrar”. Notiamo che questo campo semantico di felicità, visione e ricordo, è composto per lo più da forme verbali legate alla memoria, con una fortissima allitterazione della liquida “r”. Gli unici due aggettivi, “graziosa” e “diletta”, sono relativi ovviamente alla luna. Per la sfera del dolore e dell’affanno citiamo termini come “angoscia”, “nebuloso”, “tremulo”, “pianto”, “travagliosa”, “dolore”, “triste”, “affanno”. In questa area semantica osserviamo invece la prevalenza di aggettivi e di sostantivi.
Il componimento è in realtà piuttosto bilanciato sul piano lessicale, oscillando tra piacere e dolore, sebbene si possa forse pensare che la forza del sentimento angoscioso arrivi un po’ ad oscurare il piacere della visione e della memoria.

COMMENTO

Il canto si intitola “Alla luna”, pertanto siamo già proiettati in base al titolo in una dimensione interlocutoria, in una ricerca di un altro a cui confidare sé stessi. L’io lirico intraprende quindi questo dialogo che in verità è un monologo con l’elemento lunare. L’aspetto paesaggistico appare funzionale a tale colloquio e all’espressione dei propri ricordi e del senso di tristezza determinato da quelli. Il panorama coincide sempre con il famoso colle, il monte Tabor, dal quale si vede la selva illuminata dalla luna. Non a caso il medesimo colle, in quanto parte della vita quotidiana del poeta, è anche al centro dell’”Infinito”. In quest’ultimo componimento tuttavia la descrizione insiste di più sull’aspetto paesaggistico e sugli elementi che lo compongono, mentre in “Alla luna” si accenna soltanto alla presenza di un ambiente esterno, cornice degli affannosi pensieri del poeta. Certo anche nell’”Infinito” la caratterizzazione visiva e uditiva del panorama non è fine a sé stessa, ma è rivolta sempre ad un’indagine metafisica, a una riflessione che va oltre la contingenza del momento.
Facendo un confronto con “A Silvia”, vediamo che lì il poeta ricrea un’ ambientazione a lui familiare, sempre utile a contestualizzare la vicenda narrata, ad approfondire riflessioni e a comunicare stati d’animo.
Non troviamo mai una descrizione dettagliata e tecnica del paesaggio, proprio in quanto Leopardi ambisce a quella vaghezza che per lui è essenza dello stile poetico.
In “Alla luna” probabilmente fino al verso 9 si ha il ricordo della visione passata e una maggiore presenza dell’intorno e del paesaggio, seppur vaghi e indefiniti, mentre nei versi successivi l’aspetto più astratto e memoriale prende il sopravvento. Possiamo dunque dire che vi sia una cesura netta proprio a partire dal decimo verso.

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Per quanto riguarda la scelta dell’interlocutore poetico, Leopardi sceglie spesso elementi della natura, sia la “greggia”, sia il “passero solitario”, sia “la luna”. Si rivolge inoltre a Silvia, che è un destinatario umano e tuttavia irraggiungibile in quanto ormai defunta. Il poeta predilige dunque interlocutori che altro non sono se non aspetti di se stesso, della sua meditazione, della sua osservazione. Si tratta di elementi che accompagnano la solitudine del poeta senza però sottrargliela veramente, dunque il dialogo è in sé sempre un monologo, un parlare con se stessi.

Interessante è inoltre il riferimento alla speranza giovanile, tema affrontato anche in “A Silvia”: il percorso dell’esistenza è duro e produce affanno e dolore, tuttavia il ricordo di questi dolori è dolce per chi ha la speranza giovanile di un lungo futuro e la memoria del passato ancora breve. In “A Silvia” vediamo bene però che le speranze della ragazza, che tanto accorano il poeta, sono state facilmente disilluse dalla vita e dalla natura.
In “Alla luna” il riferimento alle speranze è più generico e rimane in sé elemento positivo, volto a bilanciare la durezza del passato e l’affanno della vita.

Raramente al giorno d’oggi un giovane attribuisce un risvolto negativo alla speranza, l’accezione con cui il termine è usato solitamente è positiva. Certo non sempre le speranze ottengono un pieno soddisfacimento e talvolta in questo caso si parla di illusioni, in quanto speranze di difficile realizzazione. La lezione leopardiana consiste forse nel darci un affresco realistico, a tratti volto al pessimismo, della dimensione umana. Per quanto riguarda la speranza abbiamo in Leopardi da un lato l’esaltazione della forza motrice di questo sentimento, capace di rendere dolci anche i ricordi più tristi, dall’altro la percezione della sua precarietà, della sua finitezza, come leggiamo in “A Silvia”.
L’affanno e il dolore non inficiano però il godimento dei ricordi, come “Alla luna” sembra comunicare: forse, in fondo, questo componimento ci insegna l’importanza della capacità, che l’uomo ha o dovrebbe avere, di convivere con il lato dolceamaro dell’esistenza.

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LETTERATURA ITALIANA, LETTERATURA UMANISTICA E RINASCIMENTALE

“Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due” – Il sonetto 64 delle Rime di Giovanni della Casa

Il libro delle Rime di Giovanni Della Casa si chiude con un sonetto che invita alla contemplazione del Creato; lascia aperto un interrogativo e prevede un invito implicito ad affidarsi a una maestà divina che è stata così grande nella sua opera. La concezione dell’Universo è panteistica.

Questa vita mortal, che ‘n una o ‘n due
brevi e notturne ore trapassa, oscura
e fredda; involto avea fin qui la pura
parte di me ne l’atre nubi sue.

Or a mirar le grazie tante tue
prendo: ché frutti e fior, gelo ed arsura,
e sí dolce del ciel legge e misura,
eterno Dio, tuo magisterio fue.

Anzi ‘l dolce aer puro, e questa luce
chiara, che ‘l mondo a gli occhi nostri scopre,
traesti tu d’abissi oscuri e misti.

E tutto quel che ‘n terra o ‘n ciel riluce,
di tenebre era chiuso, e tu ‘apristi;
e ‘l giorno e ‘l Sol de le tue man son opre.

Parafrasi

Questa vita mortale, che passa in una / o in due brevi ore notturne oscura e /fredda; aveva avvolto fin qui la parte più pura di me / nelle sue nubi nere.

Ora inizio ad osservare le tue tante grazie, perché i frutti e i fiori / il gelo e il caldo e una così dolce legge e misura del cielo / furono tuo magistero, o eterno Dio.

Anzi tu hai sottratto dagli abissi oscuri e tenebrosi / la dolce aria pura e questa luce chiara / che svela il mondo ai nostri occhi.

E tutto ciò che in cielo e terra risplende / era chiuso nelle tenebre e tu l’hai aperto; / e il giorno e il sole sono opere delle tue mani.

Commento al contenuto

Nella prima quartina sembra che il poeta esprima il tradizionale concetto della fuga del tempo; ma la vita mortale, così breve, aveva un carattere oscuro, e sembrava aver avvolto l’autore nella sua parte più pura, corrompendolo. Nella seconda quartina notiamo uno stacco cronologico, infatti si osserva la congiunzione temporale “ora”: adesso il poeta osserva tutte le bellezze della vita, oggetto della creazione divina.

Le terzine proseguono la celebrazione del creato, opera di Dio, che viene sostanzialmente celebrato come grande Fattore della luce, intesa non solo nel senso letterale, ma probabilmente anche in modo metaforico. La luce dunque potrebbe significare la positività della vita mortale, la serenità e tutto ciò che di bello esiste, intimamente connesso al divino. Vediamo il gioco di luci e ombre, l’ombra connessa al peccato e alla notte, la luce che invece allude al sole, al giorno, all’aria dolce e pura.

In Della Casa è possibile osservare una certa ricercatezza nelle desinenze, un enjambement, e la singolarità del trapasso dalla prima e seconda quartina e dalla prima e seconda terzina: infatti nella seconda quartina si passa dall’esperienza personale a una dimensione più vasta, mentre nel passaggio tra le terzine c’è continuità perfetta.

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Commento metrico-retorico e fonti del sonetto

Forma: sonetto di endecasillabi

Schema metrico: ABBA ABBA CDE CED

Rime: arsura v. 6-misura v. 7 (rima ricca, in comune c’è -ura ma anche la -s) / scopre v. 10 – opre v. 14 (rima inclusiva)

v.1: questa vita mortal richiama alla prosa del Cortegiano di Castiglione, in cui talvolta si incastrano degli endecasillabi

V. 5 Iperbato

Nubi nere: rimando a carmi di Orazio (Carmina 16,2) in cui si parla di atra nubes

V. 11: Richiamo a vecchio testamento (Genesi, I, 2) Et tenebrae erant super faciem abyssi; è l’inizio della Bibbia, in cui si parla di stato primordiale a cui si contrappone poi la grandezza della creazione. Osserviamo anche Genesi, I,5 Et divist lucem a tenebris.