LETTERATURA ITALIANA

La “Vita” di Alfieri: commento e sintesi

PREMESSA

Vittorio Alfieri, drammaturgo piemontese vissuto nel 1700, scrive la sua vita in modo dettagliato e piacevole. Non si tratta solo del racconto degli eventi più significativi della sua esistenza, si tratta anche e soprattutto di una sorta di biografia letteraria, in cui il drammaturgo ricostruisce passo dopo passo gli studi e le letture che ha affrontato e che spesso lo hanno ispirato nella propria attività di scrittore.

La lunga giovanile astensione dalla lettura viene analizzata a posteriori dall’autore, e il flusso degli accadimenti viene intrecciato saldamente all’esigenza crescente di confrontarsi con la pagina scritta. In una climax ascendente noi assistiamo alla nascita dell’artista, magistralmente affrescata da lui stesso.

SINTESI

INTRODUZIONE

Nell’introduzione l’autore spiega il perché ha deciso di scrivere una biografia: in primo luogo per amor proprio, e poi perché, essendo egli uno scrittore, qualcuno avrebbe potuto decidere di scriverla al suo posto, inserendo magari delle inesattezze. Alfieri infatti asserisce che dal canto suo non scriverà cose non vere. L’autore intende dividere la vita in 5 età: puerizia, adolescenza, giovinezza, virilità, vecchiaia. Essa sarà utile per uno studio dell’uomo, e sarà dettata dal cuore: anche lo stile dunque risentirà di questo impulso sentimentale di scrittura.

PUERIZIA

Il conte Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel gennaio del 1749, da famiglia nobile: questo fatto gli ha consentito di svelare abusi e ridicolezze del suo stesso stato, ma al contempo lo ha fatto vivere non contaminato, libero e puro anche grazie alla sua agiatezza. Inoltre può essere fiero dell’onestà dei suoi parenti. Suo padre muore poco dopo la sua nascita, per cui il poeta lo conosce solo attraverso i racconti di altri.

Alfieri ci racconta il suo primo ricordo, per agevolare chi ne studia appunto il funzionamento: lo zio paterno gli regala dei confetti. Ci racconta inoltre l’autore che quando sua sorella maggiore viene allontanata dalla casa materna per essere collocata nel monastero dei Gesuiti ad Asti, il piccolo Alfieri soffre molto. Trova un po’ di sollievo quando si reca nella chiesa del Carmine e vede i visi dei novizi, che sono muliebri e gli ricordano forse la sorella; il bambino dimostra in più occasioni un carattere sognatore e appassionato, che spesso tende alla solitudine e alla malinconia.

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Armando Spadini, Bambini che studiano, 1918

ADOLESCENZA (OTTO ANNI D’INEDUCAZIONE)

Dopo essere stato collocato, a 9 anni, a studiare presso l’Accademia di Torino, peggiora anche la sua salute, per la vita densa di sforzi che vi conduce. Lo studio qui portato avanti è mnemonico e libresco e casuali sono i contatti di Alfieri con qualche autore italiano, tra cui l’Ariosto, Metastasio, Caro, Goldoni. Durante una breve vacanza a Cuneo presso lo zio paterno, suo tutore, compone il primo sonetto, che però lo zio non apprezza: siamo nel 1761 e il poeta non scriverà più fino al compimento dei 25 anni.

Il giovanissimo Alfieri viene molto impressionato dallo spettacolo del dramma giocoso in musica Il mercato di Malmantile, di Goldoni; vi assiste nel teatro di Carignano, progettato dal cugino paterno Benedetto Alfieri ed è particolarmente colpito dalla musica.

A 14 anni, dopo la morte dello zio tutore, viene in possesso delle sue entrate e acquisisce maggiore libertà. Entra nel Primo Appartamento dell’Accademia, dove vive una vita scioperata e priva di studi significativi; la sua salute tuttavia migliora. Ha a disposizione la sua eredità e con il nuovo curatore riesce a imporsi e a spendere quanto vuole nell’acquisto di abiti e cavalli. Diventa bravissimo cavaliere, e con gli amici va spesso a cavalcare, spingendosi anche a compiere tratti arditi. Durante una breve villeggiatura con due fratelli suoi amici s’innamora della loro cognata e idealizza questo amore senza però agire in merito.

Una visita a Genova lo impressiona molto, ma, dice, non scrive versi in proposito perché non ha la lingua né una bastante cultura.

Ben presto gli viene offerto di entrare nel Reggimento Provinciale, ma il giovanissimo Alfieri non ha alcuna voglia di intraprendere la vita militare al servizio del re del Piemonte: vuole invece soltanto viaggiare. Riassume così la sua adolescenza: 8 anni di infermità, ozio, ignoranza.

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James Seymour, Mr Russell sul suo cavallo baio da caccia, c.1740
© Tate Modern Gallery – Londra

GIOVINEZZA, DIECI ANNI DI VIAGGI E DISSOLUTEZZA

Cambia cameriere, adesso è Francesco Elia, uomo sagace che era stato per 20 anni a servizio presso lo zio paterno. Nel 1766, a soli 17 anni, intraprende un lungo viaggio, in cui conduce con sé solo alcuni Viaggi d’Italia scritti in francese: il giovane infatti legge e parla in francese, lingua che però non conosce benissimo. Arriva a Milano e a Bologna, ma queste città non gli piacciono. A Firenze visita i monumenti, ma senza alcun senso del bello. Lo colpisce la tomba di Michelangelo e riflette sulla grandezza dell’uomo che ha lasciato qualcosa di stabile fatto da lui; nel complesso Firenze gli piace meno di Genova, e invece d’imparare il toscano si mette a studiarvi l’inglese, forse perché vede la superiorità politica degli inglesi.

Livorno gli piace perché è sul mare e somiglia a Torino, a Siena sta poco, a Roma sta più tempo ma non se ne meraviglia quanto dovrebbe. Nulla lo spinge ad approfondire e osserva sempre le stesse cose senza esserne affatto colpito. Nemmeno Venezia, dopo un iniziale stupore, lo coinvolge. Presto dunque si reca fuori dall’Italia.

Arriva a Parigi, che gli sembra una città con moltissimi difetti; qui assiste a degli spettacoli teatrali, ma pochi drammi gli piacciono davvero (tra questi, la Fedra). Nel complesso le città estere gli sembrano inferiori alle italiane. È sempre annoiato e ha una continua ansia del partire. Visita anche Londra, che invece gli piace perché appare una città laboriosa e sviluppata; in Olanda, a L’Aia, s’innamora di una giovane sposina, e trova un amico, Don Jose D’Acunha, ministro del Portogallo. Egli gli regala un esemplare del Principe, che l’autore leggerà solo dopo molti anni. Partita la sposina, Alfieri se ne addolora e si dispera a tal punto che D’Acunha lo spinge a ripartire: ha 19 anni.

Tornato in Italia, decide di rimanere a Torino con la sorella, dove si dedica alla lettura di libri, soprattutto francesi; legge anche Le vite parallele di Plutarco, che lo colpiscono molto, e studia il sistema planetario. Per sua fortuna un progetto di matrimonio sfuma. A 20 anni esce dalla podestà del curatore e scopre di essere più ricco di quanto credesse. Incerto sul da farsi, intraprende un secondo viaggio europeo, in Germania, Danimarca e Svezia, previo permesso del re di Sardegna.

Tra i vari spostamenti legge i saggi di Montaigne, mentre evita autori italiani e latini, ormai disavvezzo a comprendere le due lingue. Conosce il re di Prussia, ma non sente per lui rispetto o meraviglia, bensì sdegno e rabbia. Non ama il servilismo né il servizio militare in genere. Parla in italiano con il ministro di Napoli in Danimarca e legge i dialoghi dell’Aretino. In questo secondo viaggio rimane colpito dal paesaggio svedese, mentre S. Pietroburgo lo delude molto, forse perché governata da Caterina II, autocrate e dispotica.

Torna dunque in Inghilterra, dove vive avventure molto intense, frutto di una certa giovanile imprudenza: cade da cavallo e si produce una frattura al braccio; inoltre viene sfidato a duello dal marito della donna con cui ha una relazione. Non intende poi sposarla, nonostante il divorzio di lei, perché lei aveva un servitore del marito come secondo amante.

In Portogallo conosce l’abate Tommaso di Caluso, che gli legge varie poesie e che diverrà uno dei suoi migliori amici. Le città spagnole di Siviglia, Cordova e Valencia gli piacciono molto.

Si dirige nuovamente a Torino, dove fonda con i vecchi compagni dell’Accademia una Società Permanente e tra le altre cose i consociati leggono degli scritti anonimi da loro composti: Alfieri compone dei testi di genere satirico. A 24 anni cade poi in un terzo laccio amoroso, che stavolta è fatale, ma in un certo senso anche salvifico. Nel 1733 ha una feroce malattia, in seguito si ammala la sua amante e mentre è al suo capezzale, tediato, scrive le scene di un dramma in versi, Cleopatra, in un italiano stentato; inconsapevole del potenziale di quella prova poetica, la lascia sotto il cuscino della poltroncina.

Si dimette dall’incarico militare cui pure aveva raramente atteso. Decide di distaccarsi dalla sua donna, scrive un sonetto e vuole rimettere mano alla sua Cleopatra:  si fa legare alla sedia per non cadere nuovamente nei lacci di quell’insano amore. Termina l’opera, in 4 atti, e la fa leggere a padre Paciaudi, bibliotecario del duca di Parma; facendo seguito ad alcune postille del Paciaudi, Alfieri decide di riscrivere la Cleopatra e la fa rappresentare a Torino il 16 giugno 1775: la recita è molto applaudita e fa nascere nel suo autore il desiderio di raggiungere vera gloria.

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Paul Bril, Landscape with a hunting party and Roman ruins, XVII secolo.

VIRILITÀ

In questa fase scrive le tragedie Filippo e Polinice; deve molto al Paciaudi e al conte Agostino Tana, anch’egli letterato. Inizia a studiare i latini e intraprende un viaggio in Toscana per impararne la lingua. Ci racconta molto del suo modo di scrivere, che spesso ha ispirazione letteraria.  In primo luogo il poeta si occupa di ideare il soggetto e di distribuirlo in atti e scene (definisce il numero dei personaggi e fa una sintesi degli eventi); poi inizia a stendere il testo, ovvero scrive i dialoghi e infine li mette in versi e rielabora togliendo quello che non reputa leggibile e poetico (fase del verseggiare). L’autore, pur mantenendo il necessario labor limae poetico, si riconosce una certa impulsività nella scrittura, che è un tratto suo caratteristico.

L’essere appagato dal sostegno di alcuni buoni amici è corroborante per la sua attività poetica. Nel 1777 scrive La tirannide. Cerca sempre di non leggere tragedie moderne se intende comporne alcune con medesimo soggetto: ciò perché non vuole essere influenzato nell’attività creatrice.

A Firenze s’innamora della contessa d’Albany, sposata a un uomo con problemi di alcool, molto geloso. La contessa ha un’ottima indole e migliora le facoltà intellettive di Alfieri. Ella è inoltre molto bella, ha i capelli biondi, gli occhi neri e una pelle chiarissima. Diventerà l’anima gemella del poeta.

Per essere libero  di soggiornare e pubblicare dove vuole senza dover ottenere il permesso del re del Piemonte, regala il suo feudo alla sorella Giulia, perdendo parte della sua rendita. Inizia a fare molta economia, su cibo, abiti e cavalli. Decide di fare in modo che la sua amata impari l’italiano perché lui non sopporta il francese; la vede ogni sera, e la presenza dell’amata, nonché la continua corrispondenza con i suoi amici, l’abate Caluso e il senese Gori, lo fanno sentire affettivamente pieno: questo lo porta a scrivere di più e a migliorare le sue capacità.

La sua amata viene però angustiata da difficoltà domestiche: per salvarsi dall’ebro marito è costretta a rifugiarsi in convento prima a Firenze e poi a Roma. I due amanti sono perciò separati per un periodo, finché Alfieri non si trasferisce a Roma e ottiene di vedere l’amata ogni sera.

Nel frattempo continua a scrivere tragedie, nel 1782 è la volta del Saul; arriva al numero di 14 e nel 1783 decide di stamparne 4.

Poiché il fratello dell’amata vuole interrompere la frequentazione tra lei e Alfieri, in quanto poco opportuna per una donna ancora sposata che risiede in un convento, il poeta decide di partire per il nord Italia, dove incontra Cesarotti e Parini, da cui riceve qualche suggerimento. Pubblica altre sei tragedie e poi decide di partire per l’Inghilterra, per consolarsi della lontananza con l’amata; qui acquista 14 cavalli, che porta in Italia, in una sorta di avventurosa spedizione. Giunto a Torino, il re Vittorio Amedeo II lo vorrebbe impiegare, ma Alfieri rifiuta la proposta fattagli da un ministro del re, in quanto vuole praticare le lettere e non essere al servizio dei potenti.

A Torino assiste alla pessima recita della Virginia; comprende che in Italia non può ottenere davvero lode né biasimo, la prima perché non discerne le qualità e dunque scoraggia, il secondo perché non insegna. Spesso Alfieri lamenta il fatto che le critiche alle sue opere tragiche non sono mai circostanziate e sostenute da esempi positivi. A Torino va a trovare la madre, poi, dopo il trasferimento dell’amata, la raggiunge in Alsazia.

Il ricongiungimento con l’amata fa riprendere ad Alfieri la vena creativa, e compone altre 3 tragedie; con suo sommo dolore riceve la notizia della morte dell’amico Gori. La vicinanza con la contessa d’Albany e la visita dell’abate Caluso tuttavia lo consolano molto e determinano una nuova energia nella scrittura; decide di stampare le tragedie a Parigi e a Kehl le altre opere. Siamo agli albori della Rivoluzione francese.

PARTE II

QUARTA EPOCA
Tra varie traduzioni e studi latini, dopo un breve viaggio in Inghilterra, Alfieri e la contessa decidono di partire dalla Francia, per evitare i problemi in cui sarebbero incorsi durante la Rivoluzione; riescono fortunatamente ad uscire dal paese e si recano a Firenze, dove Alfieri compone il Misogallo e inizia a studiare i classici greci, provando a imparare il greco nel 1797. Nuovamente ispirato, scrive di getto, obbedendo a un vero e proprio impulso, la tragedia Alceste seconda.

Nel 1799 assiste all’occupazione francese della Toscana e anche per questo decide di rivedere e terminare le sue opere; i francesi poi si ritirano. L’editore parigino Molini intende ristampare e pubblicare le opere di Alfieri trovate già stampate a Parigi, e l’autore ne è molto scontento, in quanto si tratta sostanzialmente del furto di alcuni libri a stampa che aveva dovuto forzatamente lasciare nella fuga da Parigi.

Dopo il ritorno dei francesi in Toscana Alfieri mantiene comunque la sua ritrosia e indipendenza; stende il soggetto per sei commedie. Per il troppo studio si ammala frequentemente. Nel 1803 decide di non scrivere più opere nuove, ma di limare solo quanto è già stato scritto.

Da una lettera dell’abate di Caluso apprendiamo che il poeta è morto improvvisamente, dopo breve convalescenza, nel 1803, all’età di 55 anni.

 

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François-Xavier Fabre, Ritratto di Vittorio Alfieri, Firenze, Galleria degli Uffizi

COMMENTO

Alfieri si dimostra, in tutto l’arco della sua vita, appassionato, amante degli estremi, dell’andare più che dello stare, a volte intollerante, sempre indipendente. Ha vissuto un’adolescenza e una giovinezza provando moltissime esperienze grazie ai numerosi viaggi affrontati; biasima a lungo, analizzandolo retrospettivamente, questo modo scioperato di vivere, privo di letture e di studi significativi. Il lettore sarà portato a credere che forse la ragione di questo continuo muoversi, viaggiare, spostarsi, senza essere mai appagato sarà da rintracciarsi proprio in questa mancanza di vita intellettuale. La chiave di volta dell’esistenza alfierana è rappresentata proprio dall’inizio degli studi autonomi, che lo conducono, in un momento di noia, a intraprendere anche la via della scrittura. Per la verità Alfieri inizia a leggere e a scrivere proprio per fuggire a qualcosa, in particolare a un amore più dannoso che utile, e senza dubbio alla noia; l’ingresso nella nuova vita letteraria si connota dunque in primo luogo come uscita da una fase precedente e sofferta.

Le attività di lettura e scrittura riempiranno davvero l’ anima dello scrittore, a partire dai 25 anni circa; certo, vien fatto di pensare che a quest’età l’autore sia semplicemente maturato, e comprendendo meglio se stesso e le sue esigenze si dedichi all’esercizio di ciò che davvero può gratificarlo, ovvero l’ottenimento della gloria letteraria. Curiosamente però l’autore ci racconta più delle critiche che dei complimenti ricevuti, che pensa sempre di non meritare; quindi se da un lato ci dice di essere sempre stato mosso dal desiderio di ottenere gloria, dall’altro non ci racconta molto di come questa sia arrivata, come se non fosse mai pienamente soddisfatto dei suoi risultati di letterato.

Accanto allo studio e forse più importante di questo, l’altro perno della vita di Alfieri è rappresentato dalla presenza degli affetti: due amici molto cari e la sua donna. Quando è circondato dagli affetti il poeta si sente sereno e la sua vena creativa è più prolifica.

Se da una parte l’autore critica molto se stesso per il lungo digiuno di studi e letture, tuttavia forse le variegate esperienze vissute in giovinezza avranno lasciato un seme destinato a fiorire nella drammaturgia. Possiamo infatti pensare che Alfieri conoscesse le umane passioni per averle vissute e per aver conosciuto bene il mondo, nonostante il suo carattere taciturno e riservato; e che questa  interiore conoscenza del mondo l’autore la trasponesse nelle sue tragedie in particolare, e nei suoi testi poetici e prosastici in generale.

La stessa definizione che il poeta fa di se stesso, come di persona taciturna e schiva, riesce un po’ difficile crederla, stante la discreta quantità di individui con cui viene a contatto e con cui ha familiarità; certamente poi, solo due persone, Gori e l’abate Caluso, sono considerati da lui amici veri.

Una vita ricca di eventi, in cui Alfieri dimostra grandissime capacità di azione e al contempo di riflessione, due attitudini che sembrano opposte e che in lui trovano una sorprendente sintesi. L’azione è simboleggiata dalle continue corse a cavallo, la riflessione dallo studio letterario che l’Alfieri, una volta intrapreso, non abbandona mai: queste opposte tendenze perfettamente equilibrate e l’affetto della sua donna, la sua metà, rappresentano la linfa vitale del poeta.

Infine, Alfieri si mostra spesso indomito, intollerante, incapace di scendere a compromessi con il potere, disprezzatore della tirannide e di chi per fuggirla ne crea una peggiore (come i rivoluzionari in Francia). Certo la sua agiatezza economica consente al nobile Alfieri di sottrarsi a un servizio regio altrimenti necessario per il proprio sostentamento, e gli dà una certa libertà di movimento, d’azione, di pensiero. Anche dalla vita si intravedono alcuni giudizi politici negativi, specie verso i francesi, popolo verso cui il poeta non nutre alcuna stima, come dimostra nel suo Misogallo.

Possiamo concludere dicendo che la lettura della Vita è un viaggio piacevolissimo, e che Alfieri è una guida speciale proprio per la nettezza e la tagliente precisione delle sue opinioni. Bisogna sempre considerare che non si tratta di un testo neutro, ma della visione a posteriori dell’autore rispetto a quello che ha compiuto: e non si limita a narrarlo, ma lo giudica apertamente. Colui che legge la Vita dal canto suo potrà formarsi una propria opinione dei fatti letti, e mediante la successiva lettura dell’opera di Alfieri potrà magari gettare ulteriori luci sull’affascinante personalità del grande tragediografo.

LETTERATURA ITALIANA

“Il complesso dell’Imperatore” di Carolus Cergoly

Carolus Cergoly, giornalista, poeta e narratore, nasce a Trieste nel 1908, quando la città era ancora immediata all’Impero Asburgico. La sua provenienza triestina è un dato fondamentale, quasi fondativo della sua attività artistica: infatti la sua poesia scaturisce da Trieste, inneggia a Trieste, e riesce persino a riassumerne l’essenza, cosmopolita e italiana a un tempo.

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Trieste. Fonte:  http://www.artspecialday.com

La raccolta di poesie pubblicata nel 1980, Latitudine nord, dal sottotitolo Tutte le poesie mitteleuropee in lessico triestino, si apre con un componimento- autoritratto, intitolato Introitus, che mentre descrive il poeta presenta la multiculturalità di Trieste.

La natura di poeta di Cergoly influisce decisamente anche sulla sua attività di narratore, come si osserva leggendo il romanzo che rese noto l’autore, Il complesso dell’Imperatore; già il titolo significa molto: in primo luogo l’ambientazione è in quella Trieste ancora dominata dagli austriaci (si veda la copertina del libro che raffigura l’aquila bicipite simbolo dell’Impero). Il sottotitolo, Collages di fantasie e memorie di un mitteleuropeo, fa comprendere come questo libro non sia tanto un romanzo dalla trama omogenea e lineare, quanto piuttosto un insieme scomposto di frammenti, di episodi giustapposti e collegati da elementi di volta in volta diversi. Il poeta non a caso li definisce “incastri di prosa”.

A questa frammentazione contenutistica ne corrisponde una formale: il testo infatti si compone di periodi più o meno brevi al termine dei quali l’autore va sempre a capo, quasi che ciascuna frase costituisse un piccolo nucleo chiuso e isolato, una sorta di poesia. Questa peculiarità della prosa cergoliana è meglio descritta da un commento del poeta Andrea Zanzotto, che scrive:

La pagina di Cergoly si produce generosamente a versetti o a nuclei tutti in ebbro scorrimento: poesia, prosa, discorso subliminare, sentenza, citazione, parodia, ron ron, ciacola.

Altro dato curioso è, se si esclude la presenza del punto fermo e di qualche sporadico punto interrogativo, la totale assenza di punteggiatura.

Cergoly sembra scrivere dando libero sfogo ad un’associazione progressiva di pensieri: ama riprendere e ripetere i concetti, elencare oggetti, accumulare figure retoriche-allitterazioni, metafore..- e fare largo uso delle onomatopee.

Si vede bene come ripete gli stessi concetti e ribatte sugli stessi termini. Nel rilevare la giocosità dello stile di Cergoly, Zanzotto scrive:

Ma qui ci sono di mezzo sicuramente, a stordirci, astuzie follettistiche e joyciane, o addirittura formule incantatorie come quella ripetuta di continuo da un pacioso gendarme: “ja hat ja hat”.

Cergoly si occupa di personaggi che egli stesso definisce “reali e vivi (più vivi dei vivi perché sono morti)” e che sono calati in una precisa realtà storica cui il poeta guarda con una certa nostalgia, e che viene quasi trasfigurata in mito; ciascun dato realistico, anche il più prosaico, si mitizza e diventa una “favola bella”:

Al calar del sole il Ponterosso ha l’aspetto di un ponte di fuoco.[…]Il cerchio di fuoco e hoplà salta la tigre e salta la scimmia cavallerizza sulla cagna barbona che sembra la visiera di Belfagor [Il complesso dell’imperatore, p.119]

La prora dell’Audax rimorchiatore d’alto mare è fortissima come l’Excalibur la leggendaria spada di re Artù. [ivi, p.121]

[Trieste] Città tirata su dal caro dio solare Triopa tra est e ovest […][ivi, p.139].

A riprova della propensione verso miti e leggende, il primo personaggio che incontriamo è un coboldo -spiritello della mitologia tedesca e protettore del focolare domestico- che si trasferisce a Trieste, definita “città ombelico del mondo”e “canestro di mazzi di fiori freschi come la primavera”. All’arrivo in città il coboldo “sentì mistura di alghe, odore di foglie tripartite di tiglio, uva di Samos, pepe, pan di zucchero”- dunque una variegatura di odori per una città variegata- e divenne volontario casalingo di Stanislaus Joyce, insegnante d’inglese con accento irlandese e grande monologatore.

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Un Coboldo, dettaglio da Incubo (1781), di Johann Heinrich Füssli. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Coboldo

Ravvisiamo nel romanzo una predilezione decisa per il dato nominale: ricorrono e quasi compongono la struttura del discorso – che in un certo senso si reifica- nomi di cose, di luoghi, di persone. Trieste, città gentilissima e commerciale, è città di tre alfabeti (latino, gotico, cirillico), in cui s’incontrano culture diverse (lo dimostra la diversa provenienza dei personaggi di Cergoly, ora tedeschi, ora sloveni, ora francesi…), è città di mare, di amore, di passeggiate, di commercianti e burocrati, è la città del Reggimento di Cavalleria dei Dragoni Sassoni, è la città della birra e del vino, del burro dell’alto Isonzo e del Gulasch, del profumato caffè bianco. Dei Caffè Cergoly parla diffusamente: sono intimi, caldi, riposanti, silenziosi, in essi c’è odore di acqua di male, di alghe, di onde.

Molti sono i luoghi di Trieste che l’autore menziona, dal Canal Grande a Ponterosso, alla Piazza Giuseppina, al Grand Hotel Carciotti; Trieste è città adriatica mediterranea e al contempo mitteleuropea, è un crocevia, un punto d’incontro di culture diverse proprio grazie- dice Cergoly- alla sua appartenenza all’Impero, che è Impero della tolleranza. La prima metà del romanzo rappresenta proprio un inno alla Trieste imperiale.

Ma questo splendido equilibrio della Felix Austria sembra ad un tratto essere compromesso: in un lento stillicidio le più disparate forze centrifughe prendono sempre più piede. Da un lato i socialisti palesavano il malcontento della classe proletaria, dall’altro i liberalnazionali irredentisti figli della Gran Madre Italia mostravano segni di insofferenza verso la presenza slovena e contro i devoti sudditi asburgici.

Stava per tramontare un mondo stava per spegnersi un ordine superiore stava per dare vita a uno inferiore.

Stanno per nascere gli stati nazionali gli stati di composizione demoniaca.

L’Impero aveva la meravigliosa caratteristica di essere sovranazionale, ovvero, dice Cergoly, di apprezzare e tutelare le caratteristiche individuali dei popoli, e non internazionale (che significa mettersi al di sopra delle caratteristiche nazionali per cancellarle). Per C. lo stile e il vivere dell’Imperatore aveva modellato lo stile e il vivere di tutto l’Impero. Il complesso dell’Imperatore è sia esterno (si vede dal modo di vestire, gestire, dal garbo con cui le cose più difficili e rozze possono essere trattate) che interno, vagante, impalpabile e in tormento.

L’impero austriaco era l’Impero della sicurezza o dell’ottimismo e del lento progresso verso le cose moderatamente moderne.

I patrioti e coloro che combattono contro l’Austria al momento dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra sono visti in modo negativo, come persone arroganti e violente. E’ il novembre 1928 quando Trieste viene conquistata all’Impero austriaco dagli italiani. Le nuove autorità punteranno poi ad italianizzare i cognomi e chiudere le scuole non italiane; si nota che anche i giornali di lingua tedesca slovena e croata non arrivano più con regolarità. Il nazionalismo è una vera piaga, è “l’ultimo rifugio dei bricconi” per Cergoly, consapevole anche, evidentemente, della posizione periferica che la città assumerà in seguito all’annessione all’Italia:

A Trieste il potente emporio commerciale non troverà mai in seguito uno sviluppo degno del suo passato.

Il romanzo vuol essere un accorato addio ad un tempo felice in cui davvero si era creata e nutrita la natura multietnica, cosmopolita ed armonica di Trieste:

Natura e storia e volontà di popolo riposano in pace accanto all’Imperatore e al suo Impero che era come un gran seme di senape che una volta piantato e piantato secoli fa dà vita a un albero capace di ospitare tra i suoi rami ogni specie d’uccelli.