LETTERATURA STRANIERA

“I misteri di Udolpho” di Ann Radcliffe

Trama in sintesi

Nella Francia del 1584 la giovane Emily St. Aubert, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene rinchiusa dalla zia Madame Cheron e dal suo compagno nel tenebroso castello di Udolpho. Iniziano dunque per lei una serie di avventure che metteranno a dura prova la sua capacità di affrontare situazioni difficili.

Commento

“Fino a che avrò Udolpho da leggere, mi sentirò come se nulla potesse rendermi infelice”. Con queste parole Jane Austen commentava il suo rapporto con il fortunato romanzo della Radcliffe. Effettivamente le mille pagine e più del romanzo inglese scorrono con grande rapidità e diventano quasi un compagno di viaggio nelle giornate del lettore. Non so se sia l’effetto della traduzione italiana di Vittoria Sanna, ma lo stile del romanzo, caratterizzato dalla dovizia di dettagli e di descrizioni di situazioni anche piuttosto quotidiane rendono il romanzo piacevole. 

La struttura prevede 4 libri ciascuno dei quali si compone di svariati capitoli introdotti da una citazione tratta da testi poetici o drammaturgici. La stessa narrazione si interrompe per dare spazio a inserti di poesia composta o letta dai vari personaggi. 

Le vicissitudini della giovane Emily dalla Francia all’Italia appaiono velate di un senso di mistero, in quanto eventi più o meno soprannaturali fanno la loro comparsa, soprattutto durante la permanenza della ragazza nel castello di Udolpho, che appunto dà il titolo al romanzo. Accanto a questo elemento “dark” l’autrice riesce a raccontare ogni singolo pensiero o azione dei personaggi, non mancando mai di inserire dettagli e sfumature, anche relative all’ambiente dove si svolge la vicenda. Questo ovviamente conferisce una naturale verosimiglianza al romanzo, al netto di qualche approssimazione su elementi geografici o botanici (ad esempio quando l’autrice colloca i pini su Appennini e Pirenei). Si può intendere il romanzo come una sorta di romanzo di formazione, dove sembrano apparire spunti di carattere autobiografico.

Forse non si può dire che il romanzo incuta un reale spavento, ma certo è antesignano del genere gotico, anche se le vicende surreali vengono spesso spiegate razionalmente. I personaggi sono inoltre tendenzialmente o positivi o negativi, e l’autrice cerca di tratteggiarne le caratteristiche in modo preciso, senza dare molto spazio a sfumature.

All’interno del romanzo troviamo alcuni “tipi” caratteriali: la ragazza giovane e sensibile piena di valori, di cui Emily rappresenta un esempio, la matrigna superficiale e capricciosa, il patrigno malvagio e senza scrupoli, il padre amorevole e saggio, la servitrice fedele e chiacchierona, la nobildonna bella e sfortunata ecc.

Anche i luoghi sembrano ripetersi: il castello misterioso pieno di stanze chiuse è presente in Italia e allo stesso modo in Francia e in entrambe le location si percepiscono musiche la cui provenienza appare inizialmente soprannaturale.

Il soprannaturale tuttavia non resiste, nel senso che infine l’autrice spiega tutti gli enigmi in modo razionale, pertanto il messaggio dell’autrice è piuttosto chiaro e forse l’obiettivo vero del romanzo non è solo generare paura nel lettore, ma mostrare che alla fine il bene prevale sul male, come sembra dirci lei stessa alla fine della narrazione:

Vediamo che il finale del romanzo offre una morale semplice ma calzante rispetto all’intenzione dell’autrice e al suo stile di scrittura:

Sì! E il mio augurio è che possa servire a qualcosa avere mostrato che, anche se a volte i malvagi possono accumulare le afflizioni sui buoni, il loro potere è transitorio e il loro castigo sicuro; e che l’innocenza, benché oppressa dall’ingiustizia, trionferà in ultimo sulla sventura, purché sostenuta dalla pazienza!

Mi sono spaventata leggendo Udolpho? Non direi, come accennavo prima il romanzo è una compagnia piacevole e gli elementi più noir sono mitigati da uno stile descrittivo che spiega ogni aspetto, anche quello più misterioso. 

Trama in dettaglio

Nella quiete della Guascogna, sulle sponde della Garonna, si svolge la tranquilla e lieta vita della famiglia di St. Aubert e della moglie. Persi gli altri figli, conducono una serena esistenza immersi nella natura e nello studio, educando ai loro valori la figlia Emily. Purtroppo un evento distrugge la quiete della famiglia: la morte della madre, che getta il resto della famiglia in uno stato di profonda tristezza.

Emily e il padre partono per un viaggio dalla Linguadoca per raggiungere la regione del Roussillon, nella Francia meridionale, verso i Pirenei. Durante il viaggio conoscono un giovane uomo solitario, di nome Valancourt, con cui iniziano un rapporto di amicizia e che li accompagnerà nel restante tragitto tra luoghi suggestivi e anche pericolosi. Nasce un’intesa speciale tra Emily e Valancourt, che il padre osserva con tenerezza, ma che viene interrotta dalla decisione del giovane di lasciare la compagnia per prendere un’altra strada.

Photo by Tuu1ea5n Kiu1ec7t Jr. on Pexels.com

Quando Emily, il padre e il conducente della carrozza Michael arrivano nella città di Perpignan, sui Pirenei, Aubert riceve cattive notizie dal cognato M. Quesnel: a quanto pare l’amministratore delle sostanze di St. Aubert ha commesso qualche errore indebitandosi e riducendo anche il patrimonio di Aubert stesso. Oltre a questo, nel prosieguo del viaggio la condizione di salute del padre di Emily peggiora sensibilmente e la compagnia riceve assistenza fortuita da una famiglia di contadini residente vicino a un misterioso castello. Lì St. Aubert muore, non prima di aver fatto delle raccomandazioni ad Emily: in un punto segreto del castello di La Valllée, loro residenza, vi sono delle carte che devono essere bruciate senza essere esaminate; inoltre la giovane potrà disporre di 200 luigi d’oro nascosti lì. Infine sino alla maggiore età la ragazza sarà sotto la tutela della sorella di Aubert, M.me Cheron.

Tornata a La Vallée, la ragazza riceve la visita di Valancourt, che le confessa i suoi sentimenti. Arrivata la zia M.me Cheron, il giovane lascia rapidamente il castello. La zia si dimostra subito poco sensibile e redarguisce Emily per questo incontro non autorizzato dalla famiglia. Emily racconta l’accaduto, ma M.me Cheron mostra di non apprezzare il giovane, in quanto figlio cadetto, reputandolo uno spiantato. L’indomani Emily dovrà lasciare il suo castello per recarsi a Tolosa con la nuova tutrice.

La zia si dimostra subito poco empatica e sgradevole con la giovane, negandole anche ogni tipo di contatto con Valancourt e rifiutando la richiesta di matrimonio del ragazzo.

In seguito, saputo delle parentele di lui con una nobildonna del luogo, acconsente al matrimonio. Quando però la donna sposa un italiano di misteriosa origine, Montoni, cambia nuovamente idea dando seguito al desiderio del marito e proibisce il matrimonio della nipote, imponendole di seguirli in Italia. Ovviamente l’impossibilità di sposare Valancourt e la prospettiva di non vederlo mai più gettano Emily in un profondo stato di malinconia.

La vita a Venezia con Montoni e sua zia scorre tra nuove conoscenze e nostalgia del passato; la giovane ben presto si rende conto che Montoni ha sposato sua zia credendo di fare un matrimonio di convenienza, ma si ritrova deluso quando capisce la reale situazione economica della moglie. In effetti non aveva nutrito mai reali sentimenti di affetto o di stima per lei. Emily viene corteggiata da un amico di Montoni, il conte Morano, che ovviamente gli zii preferiscono come partito per il matrimonio di Emily medesima. Sia Montoni che Quesnay, incontrato in Italia, sono molto duri nell’affermare l’importanza economica di un matrimonio di Emily con il conte: a nulla valgono le proteste della giovane, obbligata a contrarre il matrimonio,

Tuttavia, proprio il giorno del matrimonio, gli zii, senza dare spiegazioni, obbligano la giovane a partire con loro verso Udolfo, il castello negli Appennini di proprietà di Montoni. Lì la giovane apprende che la signora Laurentini, una nobildonna che viveva nel castello ed era amata da Montoni, è scomparsa anni addietro, anche se qualcuno giura di averne visto lo spirito aggirarsi nel sinistro edificio…

Una sera Morano fa irruzione in camera di Emily e le racconta che Montoni fu scorretto nel non consentire il matrimonio nonostante la parola data, poiché intendeva dare la nipote in sposa per ottenerne un maggior vantaggio economico. Morano chiede ad Emily di fuggire con lui, dipingendo Montoni come un uomo senza scrupoli. Questo ultimo però scopre l’irruzione di Morano e lo sfida a duello.

Emily viene inoltre a sapere dalla zia che Montoni non possiede le ricchezze che lei credeva ed è pieno di debiti. Infine Montoni stesso racconta agli amici in visita della vicenda della signora Laurentini, sua lontana parente che aveva respinto il suo corteggiamento. La donna era poi caduta in depressione e morta suicida, a detta di Montoni; dopo la morte della donna il castello andò in eredità proprio a Montoni. Nel racconto di questa vicenda si odono delle strane voci nella stanza, fatto che turba non poco il rigido proprietario del castello . 

I rapporti tra i due coniugi sono molto tesi a causa di problematiche di carattere economico che madame Montoni viene a scoprire in relazione al marito; questi vorrebbe che  la moglie gli cedesse la sua proprietà in Francia ma la donna rifiuta recisamente. In seguito ad un tentativo di avvelenamento ai suoi danni, Montoni pensa che la moglie sia coinvolta e la fa chiudere in un’ala del castello, Dopo varie vicissitudini Emily riesce a rivedere la zia che trova però malata e quasi in fin di vita, ne chiede perciò a Montoni il trasferimento. Infine la zia morrà, ma Emily non accetta di cederne le proprietà a Montoni, il quale al contrario asserisce che gli spettano in quanto marito. Emily pensa che le proprietà della zia potranno essere per lei in futuro un elemento di supporto economico e che potranno favorire il rapporto con Valancourt.

Emily al castello è continuamente spaventata da presenze che le sembrano non umane; in particolare le pare di udire spesso una musica dolce. Ad un tratto si illude che questa presenza possa essere Valancourt, e domanda alla sua cameriera Annette se vi siano prigionieri nell’edificio, ma non ottiene una risposta certa.

Photo by Lisa Fotios on Pexels.com

Al castello sono presenti, protetti da Montoni, gruppi di condottieri, professionisti tanto della guerra quanto del saccheggio. Quando Emily teme il peggio dal suo ziastro a causa del rifiuto a firmare dei documenti per il possesso delle proprietà della zia in Francia, ecco che accade un fatto nuovo: il castello sta per essere assediato, dunque Emily, su richiesta di Montoni, viene trasferita in un luogo non precisato in Toscana. Lei stessa si chiede quale orribile sorte la attenda, ma non capisce perché le sia stato risparmiato il rischio di un assedio nemico se l’obbiettivo di Montoni è vendicarsi di lei.

Quando il pericolo cessa Emily torna al castello e pur di poter ripartire cede le sue proprietà a Montoni, il quale però non mantiene la promessa di libertà fattale in precedenza.

Incontrato un prigioniero francese di lei invaghito, Du Pont, inizialmente scambiato per Valancourt in seguito ad un equivoco, fugge dal castello insieme a lui, alla cameriera Annette e a un altro servitore, Ludovico. Peregrinando attraverso l’Italia, si imbarcano a Livorno e raggiungono la Francia, dove vengono aiutati in seguito a un naufragio, dal conte de Villefort, il nobiluomo che aveva ereditato i beni del marchese de Villeroi, situati nei pressi del monastero di St. Claire. Ospite del conte, Emily incontra finalmente Valancourt, ma venuta a sapere della sua condotta dissipata decide di interrompere i suoi rapporti con lui.

Nel frattempo scopre che la marchesa, ovvero la precedente proprietaria del castello, non amava realmente il marchese di Villeroi, ma un uomo che avrebbe sposato in segreto prima di lui…

Al castello Emily e l’anziana servitrice visitano gli appartamenti dove era vissuta e morta la marchesa e sembra loro di vedere il drappo che la aveva avvolta muoversi. Si diffondono al castello voci della presenza di fantasmi, per cui Ludovico si offre di risiedere nella zona “infestata” per una notte, al fine di smentire le credenze di molti abitanti della nobile dimora. Il mattino seguente non ci sarà più traccia di lui, motivo per cui il conte decide di ripetere l’esperimento con suo figlio Henri: i due ne rimangono scioccati, ma non ne viene esplicitato il motivo.

Emily viene a conoscenza della storia di suor Agnes, fatta entrare in convento dal padre in seguito alla scoperta da parte del marito della sua relazione extraconiugale con l’uomo da lei amato. Si osserva una strana somiglianza con la storia della marchesa nonché un’insolita somiglianza di suor Agnes con Emily.

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Infine la giovane prenderà possesso delle proprietà di sua zia nonché di La Valleé, anche se una certa tristezza per il mancato matrimonio con Valancourt getta un po’ d’ombra sul tanto sospirato ritorno a casa.

Il conte, la figlia ed altri durante un viaggio vengono a contatto con dei banditi, e sono salvati da Ludovico, del quale si scopre adesso la sorte.. Egli infatti era stato rapito da quei banditi che mediante un passaggio segreto avevano accesso al castello, nei cui sotterranei nascondevano la refurtiva. Anche il conte aveva visto una persona nella notte di sorveglianza al castello, ma aveva promesso di non raccontare nulla dell’accaduto.

Verso la fine del romanzo vengono chiariti tutti gli enigmi disseminati in esso: si scopre che suor Agnes era in realtà la proprietaria del castello di Udolpho, la signora Laurentini, che aveva rifiutato Montoni in quanto innamorata del marchese di Villarois. Quest’ultimo aveva a sua volta sposato la marchesa, che si scopre essere la sorella del padre di Emily. Il marchese, convinto che la moglie avesse un amante, su istigazione e con la complicità della sua amata italiana, la avvelena, pentendosi subito dopo. Anche la signora Laurentini si pente, entrando poi in convento come suor Agnes. La donna come si era capito  aveva momenti di follia e per alleviare il dolore andava di notte a suonare nei dintorni del convento, spiegando così le strane melodie udite anche al castello del conte. Inoltre il cadavere che Emily credeva di aver visto a Udolpho altro non era che una statua di cera.

Si viene inoltre a saper da un nobile che aveva condiviso la prigionia a Parigi con Valancourt che quest’ultimo, pur caduto nella rete della dissolutezza, non aveva però mai accettato denaro da nobildonne né aveva partecipato agli inganni dei giocatori d’azzardo, inoltre aveva fatto di tutto per aiutare il suo compagno di prigione e la sua famiglia .

Pertanto Emily perdonerà Valancourt decidendo di sposarlo e di vivere con lui principalmente a La Valleė, vendendo le proprietà di madame Cheron a Tolosa.

Photo by Pixabay on Pexels.com
LETTERATURA LATINA

La guerra contro gli Elvezi (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, libro 1 capitolo 12)

Flumen est Arar, quod per fines Haeduorum et Sequanorum in Rhodanum influit, incredibili lenitate. Id Helvetii ratibus ac lintribus iunctis superabant. Ubi per exploratores Caesar cognovit tres iam partes copiarum Helvetios id flumen traduxisse, quartam vero partem citra flumen Ararim relictam esse, de tertia vigilia, legionibus tribus e castris eductis, ad eam partem pervenit, quae nondum flumen superavĕrat. In eos impeditos et inopinantes impetu facto, magnam partem concidit; relĭqui sese fugae mandaverunt atque in proximas silvas abdidērunt. Is pagus appellabatur Tigurīnus; nam omnis civĭtas Helvetia in pagos divisa est. Hic pagus unus, patrum nostrorum memoriā, L. Cassium consulem interfecĕrat et eius exercitum sub iugum misĕrat. Ita sive casu sive consilio deorum immortalium quae pars civitatis Helvetiae insigni calamitate populo Romano adfecĕrat, ea princeps poenam persolvit.

Traduzione

L’Arar è un fiume che sfocia nel Rodano attraverso i territori degli Edui e dei Sequani con incredibile lentezza. Gli Elvezi lo attraversavano con barche e zattere unite. Quando Cesare grazie agli esploratori venne a sapere che ormai tre parti delle truppe degli Elvezi avevano oltrepassato quel fiume e che in verità la quarta parte era stata lasciata al di qua del fiume Arari, poco dopo la mezzanotte, dopo aver condotto fuori dall’accampamento tre legioni, giunse da quella parte che non aveva ancora superato il fiume. Compiuto l’assalto contro quelli, che erano ostacolati e sorpresi, ne trucidò la gran parte; gli altri si diedero alla fuga e si nascosero nei boschi più vicini. Quel villaggio era chiamato Tigurino; infatti tutta la cittadinanza degli Elvezi è divisa in villaggi. Questo unico villaggio, come ricordano i nostri padri, aveva ucciso il console Lucio Cassio e aveva mandato sotto il giogo il suo esercito. Pertanto o per caso o per volere degli dei immortali, la parte della cittadinanza degli Elvezi che aveva colpito il popolo romano con una grave perdita, quella per prima scontò la pena.

Cesare riceve l’ambasceria di Divicone sul fiume Arar, dopo la vittoria romana sugli Elvezi. Di Karl Jauslin – Andres Furger-Gunti: Die Helvetier: Kulturgeschichte eines Keltenvolkes. Neue Zürcher Zeitung, Zürich 1984, S. 111., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1579085
La posizione del fiume Arar, odierno Saona

LETTERATURA LATINA

Le conquiste di Cesare in Gallia – il territorio dei Galli secondo il “De bello gallico”

Di User:Feitscherg – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42753

Osserviamo sulla carta precedente le seguenti parole:

BRITANNIA, GALLIA CISALPINA, BELGICA, CELTICA, NARBONENSIS, GERMANIA, AQUITANIA

LA CAMPAGNA DI CESARE IN GALLIA

Nel 60 a.C Cesare strinse un accordo con Pompeo e Crasso, detto primo triumvirato.

Dal 59 a.C Cesare ricoprì il consolato e per i 5 anni successivi ottenne il governo della Gallia, dove avrebbe potuto distinguersi militarmente grazie alla conquista di nuovi territori.

Nel 58 le province romane erano solo due, la Gallia Narbonese (o Gallia Togata, dal nome della toga romana, corrispondente all’attuale Provenza) e la Gallia Cisalpina o Citeriore (Italia del nord). La parte non romana era la cosiddetta Gallia Comata.

Tra il 58 e il 57 a.C, Cesare sottomise i Galli e buona parte del loro territorio; nel 52 a.C assoggettò completamente la Gallia. Successivamente dalla Gallia Comata, Augusto creò tre nuove province, la Gallia Lugdunensis, la Gallia Belgica e l’Aquitania.

Principali battaglie:

  • 58 a.C guerra contro gli Elvezi
  • 58 a.C guerra contro Ariovisto e i Germani
  • 57 a.C guerra contro i Belgi
  • 56 a.C guerra contro i Galli veneti e aquitani
  • 55-4 a.C guerra contro Britanni e Germani
  • Guerra contro il capo degli Arverni Vercingetorìge e presa di Alesia

Cesare racconta le sue imprese in un’opera detta Commentarii de bello gallico , divisa in sette libri. Per rendere il racconto più oggettivo e attendibile usa la terza persona.

Nell’incipit della sua opera, Cesare descrive il territorio gallico.

ECCO LA GALLIA! (Cesare, De bello gallico, Libro I)

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua, institutis, legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garumna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi (=i più impavidi) sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate provinciae longissime absunt, minimeque ad eos mercatores saepecommeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important, proximique sunt Germanis, qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum gerunt. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continetur Garumna flumine, Oceano, finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent ad inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in septentrionem et orientem solem. Aquitania a Garumna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinet; spectat inter occasum solis et septentriones.

Traduzione

La Gallia intera è divisa in tre parti, delle quali una è abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani,  la terza da quelli che si chiamano Celti nella loro lingua, Galli nella nostra. Tutti questi sono diversi tra loro per lingua, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Aquitani, la Marna e la Senna li separano dai Belgi. I più impavidi sono i Belgi, perché sono lontanissimi dal modo di vivere e dalla civiltà della provincia e i mercanti molto raramente si recano presso di loro e introducono quelle cose che mirano a rammollire gli animi e sono vicinissimi ai Germani, che abitano oltre il Reno, contro i quali combattono ininterrottamente. Per questo motivo gli Elvezi superano in valore anche gli altri Galli, poiché combattono battaglie quasi quotidiane contro i Germani, quando o li interdicono dai propri territori o loro stessi portano guerra nei loro. Una parte di quelli, che è stato detto appartiene ai Galli, inizia dal fiume Rodano, è cinta dal fiume Garonna, dall’Oceano, dai territori dei Belgi, tocca anche il fiume Reno dalla parte dei Sequani e degli Elvezi, è rivolta verso nord. La regione dei Belgi inizia dagli estremi territori, confina con la parte inferiore del fiume Reno, si estende al nord e verso il sole che sorge. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna ai monti Pirenei e a quella parte dell’Oceano che volge alla Spagna; va da occidente a settentrione.

Di Cristiano64 – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28086024

Analisi lessicale:

Continetur: dal verbo della seconda coniugazione contĭnĕo , contĭnes, continui, contentum, contĭnēre, probabilmente composto di cum+teneo. Significato: “Tenere unito”, “tenere insieme”, “racchiudere”, “circondare”, “cingere”. Dal participio di questo verbo proviene l’ italiano “continente”:

continènte1 (ant. contenènte) agg. [dal lat. contĭnens -entis, part. pres. di continere «contenere», e, nel sign. 1, di contineri «contenersi»]. – 1. Che si contiene, si modera nella soddisfazione dei bisogni materiali e dei piaceri: è molto c. nel mangiare, nel bere, ecc.

continènte2 s. m. [dal lat. contĭnensentis (terra), part. pres. Di continere «contenere, congiungere», propr. «terra continua, non interrotta dal mare»]; 1. Ciascuno dei quattro vasti complessi di terre emerse, isolate da oceani. [Treccani]

Attingit: dal verbo della terza coniugazione attingo, attingis, attigi, attactum, attingĕre. Significato: “toccare”, in senso figurato “raggiungere”,
“confinare”.

Da questo verbo deriva l’italiano “attingere”:

attìngere (ant. e pop. tosc. attìgnere) v. tr. [lat. attĭngĕre, comp. Di ad– e tangĕre «toccare»] 1.letter. Toccare, raggiungere: come di Troia Attinsero le rive (V. Monti). Fig., ottenere, conseguire: a. la fama, la gloria; arrivare a comprendere: l’intelletto può a. le relazioni, e non la sostanza delle cose (F. De Sanctis). Con il sign. di raggiungere, arrivare a, si ha talora anche un uso intr.: a. alla fama; a. alla verità. 2. Levare, tirar su acqua da un pozzo, da una fonte e sim., con un secchio o altro recipiente: a. acqua dalla cisterna; era andato al ruscello ad a.acqua. Fig., ricavare, trarre: a. notizie dai giornali; a. esempî da testi antichi; a. nuove espressioni dalla fresca parlata del popolo; a. forza dalle parole di un amico. [Treccani]

Vergit: dal verbo della terza coniugazione transitivo e intransitivo vergo, vergis, vergere. Significato: intransitivo; in senso geografico, “essere rivolto o guardare verso”, “inclinarsi, digradare, declinare, estendersi, abbassarsi”; (intransitivo; del tempo) “essere o avvicinarsi alla fine”, (intransitivo; in senso figurato) “avvicinarsi, tendere, volgersi, essere propenso a, dirigersi”; (transitivo; passivo) “volgersi, dirigersi verso, inclinare”.

Da questo verbo deriva l’italiano convergere:

convèrgere v. intr. e tr. [dal lat. Tardo convergĕre, comp. Di con– e vergĕre «volgersi»–1.intr.a.Tendere, muovendo da punti diversi, verso un unico punto o limite: linee, raggi, strade che convergono. In matematica, con riferimento a serie numeriche, successioni e sim., lo stesso che tendere al limite. b. fig. Tendere insieme, esser rivolto a un medesimo fine:  i nostri sforzi, le nostre aspirazioni convergono. 2. tr., letter. Volgere, dirigere verso un punto o, fig., verso uno scopo:  Conversero la prora al campo argivo (V. Monti); c. gli occhi, la mente, gli sforzi. [Treccani]

Immagine esornativa

GRAMMATICA LATINA

Il participio presente e perfetto in latino: formazione, esempi e caratteristiche

Osserva i seguenti esempi in italiano:

  1. Un rumore assordante mi ha svegliato. •In analisi logica “assordante” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio presente del verbo “assordare”.
  2. I medicinali scaduti sono stati buttati via. •In analisi logica “scaduti” è un attributo – si tratta di un aggettivo formato dal participio passato del verbo scadere.
  3. Il treno proveniente da Roma è in arrivo al binario 5. • «Proveniente» è un verbo; si tratta del participio presente del verbo «provenire», significa: «che proviene».
  4. Risolto quel problema, Luca andò al lavoro. • «Risolto», è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «risolvere», significa: «dopo che quel problema fu risolto».
  5. Lucia si svegliò, spaventata da un rumore. • «Spaventata» è un verbo; si tratta del participio passato del verbo «spaventare», significa: «poiché era stata spaventata».

Caratteristiche del participio:

•E’ un modo indefinito, cioè non dà indicazioni sulla persona del soggetto.

•Può essere presente o passato.

•Partecipa alle proprietà del verbo e a quelle del nome e dell’aggettivo (i latini lo chiamano «participium»).

•In italiano il participio presente per lo più ha funzione di aggettivo, mentre il participio passato ha valore di verbo con maggiore frequenza. Inoltre il participio passato si usa per formare i verbi alla diatesi passiva e per i empi composti di forma attiva.

Formazione in latino – participio presente:

•Al tema del presente aggiungiamo il suffisso –NT-; il nominativo è SIGMATICO, con scomparsa consueta della dentale. Si declina come un aggettivo della seconda classe a una uscita.

•1 coniugazione – VOCA– NT –S> VOCANS / VOCANTIS

•2 coniugazione RETINE – NT-S> RETINENS / RETINENTIS

•3 coniugazione CONDE – NT- S> CONDENS/CONDENTIS

•4 coniugazione SENTIE – NT – S> SENTIENS/SENTIENTIS

•VERBI IN –IO CAPIE-NT-S> CAPIENS/CAPIENTIS

  • L’ablativo singolare è in –I quando il participio ha funzione di aggettivo
  • L’ablativo singolare è in –E quando il participio ha funzione verbale
  • Il participio presente ha significato attivo, è proprio di tutti i verbi, transitivi e intransitivi (tranne di SUM)
  • Esprime un rapporto di contemporaneità rispetto all’azione del verbo nella sovraordinata •Traduzione in italiano: participio presente, frase relativa, o gerundio presente. •ES. VOCANS: chiamante, che chiama/chiamava, chiamando.

ESEMPI:

•Est lex nihil aliud nisi recta ratio imperans honesta (Cic) • “La legge non è nient’altro che una giusta regola che comanda ciò che è onesto”.

•Philippo Pellae hibernanti Aetolorum defectio nuntiata est (Liv) • “A Filippo che svernava a Pella fu annunciata la ribellione degli Etoli”.

Formazione in latino – participio perfetto:

•Al tema del SUPINO si aggiungono –US/-A/-UM. Si declina come un aggettivo della prima classe. I verbi privi di supino non hanno il participio perfetto.

•1 coniugazione VOCAT- US/A/UM

•2 coniugazione RETENT- US/A/UM

•3 coniugazione CONDIT-US/A/UM

•4 coniugazione SENS-US/A/UM

•VERBI In –IO CAPT-US/A/UM

  • Il p. perfetto esprime un valore di ANTERIORITA’ rispetto all’azione della sovraordinata
  • Il p. perfetto dei verbi attivi ha significato PASSIVO (solo i verbi TRANSITIVI LO HANNO, quelli intransitivi lo hanno solo per formare il passivo impersonale es. perventum est – si giunse)
  • Si traduce usando il participio passato, una frase relativa o il gerundio passato.
  • ES: VOCATUS: chiamato, che è/era stato chiamato, essendo stato chiamato.

ESEMPI:

•Locum reperit egregie natura atque opere munitum (Ces) • “Trovò un luogo ben difeso dalla natura e dalle opere di fortificazione.”

•Militiadis auctoritate impulsi Athenienses copias ex urbe eduxerunt (Nep) • “Spinti dall’autorità di Milziade, gli Ateniesi condussero le truppe fuori città.”

LETTERATURA LATINA

Le usanze dei Germani (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, VI, 22)

Cesare descrive usi e costumi dei Germani.

Agri culturae non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Non habent agri modum certum aut fines proprios, sed principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum agrum adtribuunt numero aptum et, anno post alio, mutare sedem cogunt. Eius rei multae indicantur causae: ne, adsidua consuetudine capti, studium belli agri culturā commutent; ne latos fines parare studeant neve principes ex possessionibus humiles expellant; ne, contra frigora atque aestus, firmas casas aedificent; ne augeatur pecuniae cupiditas et eā causā factiones dissensionesque in civitate erumpant; ut animi aequitate principes contineant plebem, videntem opes suas cum illis aequari. Civitatibus summa laus est habere circum se solitudines: hoc proprium virtutis existimant, non concedĕre aliis ut apud se consistant.

TRADUZIONE

Non si occupano dell’agricoltura, e la gran parte del loro cibo è composto da latte, formaggio e carne. Non hanno una misura fissa di campi o territori propri, ma i nobili ogni anno assegnano alle famiglie e ai parenti di uomini un terreno adatto al numero e, anno dopo anno, costringono a cambiare sede. Sono indicate molte cause di questo fatto: affinché, presi da costante abitudine, non cambino con l’agricoltura l’impegno della guerra; affinché non si impegnino per ottenere territori ampi o i principi non estromettano gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili, contro il freddo e il caldo; affinché non aumenti il desiderio di denaro e per questo motivo esplodano fazioni e discordie in città; affinché i nobili contengano con l’equità d’animo la plebe, che vede pareggiare le proprie ricchezze con le loro. E’ motivo di molta lode per i cittadini avere intorno a sé solitudine: reputano questo proprio del valore, non concedere agli altri di fermarsi presso di loro.

Rappresentazione pittorica di un assalto di popolazioni germaniche all’esercito romano. Di Otto Albert Koch – http://www.lwl.org, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6381946

COMMENTO

Per come è vista da Cesare, la cultura germanica appare molto differente dalla civiltà romana. Infatti i Germani non praticano l’agricoltura e si nutrono di carni e latte. Non sono sedentari e cambiano sede continuamente, affinché non si rammolliscano e non si leghino troppo alla terra. Infatti edifici stabili abituano a una certa comodità, mentre i Germani devono mantenere una tempra durissima per fronteggiare guerre e asperità del clima.

Inoltre la proprietà privata è rischiosa anche perché potrebbe incentivare alcuni a volerne conquistare sempre di più e i principi a spodestare i più umili. La terra dunque può essere motivo di conflitto, che i capi vogliono evitare.

La solitudine è un valore, sono reputati infatti migliori coloro che hanno la capacità di non far avvicinare nessuno.

Il testo è attraversato da numerose proposizioni finali, affermative e negative, con il verbo al congiuntivo presente.

LETTERATURA LATINA

Le navi romane contro l’alta marea (adattamento da Cesare, “De bello gallico”, IV, 29)

Cesare tenta una spedizione in Britannia, ma le sue navi, ancorate alla costa, sono sorprese dall’alta marea.

Eadem nocte luna plena erat, quae maritimos aestus magnos in Oceano efficĕre consuevit, nostrisque id erat incognitum. Ita uno tempore et longas naves, quas Caesar in aridum subduxerat, aestus complebat, et onerarias, quae ad ancoras erant deligatae, tempestas adflictabat, neque Romani ullo modo aut naves administrare aut laborantibus auxilium ferre valebant. Multis navibus fractis, quia reliquae, funibus, ancoris reliquisque armamentis amissis, ad navigationem inutiles erant, totus exercitus magna perturbatione captus est. Neque autem exercitum in Galliam reducere debebat quod frumentum in his locis in hiemem provisum non erat.

Nella stessa notte la luna era piena, la quale era solita creare alte maree sull’Oceano, e questo fatto era sconosciuto ai nostri. Così allo stesso tempo sia la marea riempiva le navi lunghe che Cesare aveva tratto sulla terra, sia la tempesta percuoteva le navi da carico che erano state legate alle ancore, né i Romani in alcun modo riuscivano a governare le navi o a portare aiuto a quelle in difficoltà. Dopo la distruzione di molte navi, poiché le altre, essendo state perse funi, ancore e altri armamenti, erano inutili alla navigazione, l’intero esercito fu colto da grande turbamento. Né infatti c’erano altre navi per i soldati e molti strumenti, che erano per uso delle imbarcazioni, erano stati distrutti. Tuttavia Cesare doveva riportare l’esercito in Gallia poiché in questi luoghi in inverno non era stato procurato il frumento.

ANALISI:

Eadem nocte: complemento di tempo;

quae: pronome relativo femminile singolare nominativo (antecedente: luna);

maritimos aestus: accusativo plurale maschile – maritimos può essere sottinteso, l’espressione indica l’alta marea;

efficĕre: infinito dipendente da consuevit;

ferre: infinito del verbo “fero”;

Multis navibus fractisamissis: ablativi assoluti;

magna perturbatione: ablativo di causa efficiente;

in his locis: complemento di stato in luogo;

provisum non erat: piuccheperfetto passivo, terza persona singolare.

Cesare in Britannia – INTERFOTO / History