LETTERATURA LATINA

Immagini della notte tra Virgilio e Orazio

 Virgilio, Eneide IV, vv. 522-532

Nox erat et placidum carpebant fessa soporem

corpora per terras, silvaeque et saeva quierant

 aequora; cum medio volvuntur sidera lapsu,

cum tacet omnis ager, pecudes pictaeque volucres,

quaeque lacus late liquidos, quaeque aspera dumis

rura tenent, somno positae sub nocte silenti.

At non infelix animi Phoenissa neque umquam

solvitur in somnos oculisve aut pectore noctem

accipit. Ingeminant curae rursusque resurgens

saevit amor magnoque irarum fluctuat aestu

Era la notte e gli stanchi corpi godevano di un tranquillo riposo

sulla terra e le selve e le acque furiose erano in quiete;

quando le stelle si voltano indietro a metà del loro corso,

quando tace ogni campo, le greggi, e variopinti gli uccelli

che hanno le ampie distese delle acque o le campagne irte

di spini, raccolti nel sonno, sotto la notte silente.

[Lenivano gli affanni e il cuore dimentico delle fatiche]

Ma non la Fenicia, infelice nell’animo: lei mai

si abbandona al sonno o accoglie la notte negli occhi

o nel petto. Raddoppiano gli affanni e risorgendo di nuovo

infuria l’amore e ribolle in grandi tempeste di ire.

L’incipit del passo preso in esame evidenzia con chiarezza il tempo della narrazione epica: i primi sei versi rappresentano un quadro descrittivo molto ampio, all’interno del quale il focus ricade in primo luogo sui fessa corpora, per cui il primo elemento menzionato è costituito da esseri viventi; si nota la particolarità del verbo carpo accostato ad un complemento oggetto astratto come placidum soporem. Il sostantivo e l’aggettivo in accusativo “abbracciano” sia il predicato verbale sia l’aggettivo fessa. La panoramica passa dalle silvae e dalla saeva aequora, elementi terreni, alla visione del cielo dove si muovono le stelle, per poi approdare nuovamente alla terra, in cui tacciono i campi e gli uccelli. Si notino, oltre alle allitterazioni, la frequenza di termini volti a dare l’idea di un’atmosfera silenziosa e immersa nel sonno: soporem, quierant, tacet, somno, nocte, silenti.

Notevole lo stacco semantico prodotto dall’avversativa at; il cambio di passo è implicato non solo dal passaggio alla descrizione di un singolo soggetto in luogo di molti, ma soprattutto dal fatto che il sonno e la quiete non riguardano Didone, sofferente a causa del furor d’amore. La negatività della condizione della donna è come evocata dalla frequenza di avverbi di negazione (non, neque, umquam), dall’allitterazione della liquida vibrante r e dal verbo ingeminant.

Si possono fare alcune osservazioni di carattere lessicale e grammaticale:

Saeva aequora: la radice di aequora rimanda all’idea del giusto, del bilanciato, e il termine stride con l’aggettivo saevus.

Positae: osservare la sfumatura di significato del verbo in relazione al contesto del verso;

Accipio: notare che il verbo, che rimanda ad un’idea di accoglienza, è accompagnato da negazione; infatti le sensazioni di Didone sono ben distanti dalla quiete che caratterizza i primi versi;

Fluctuat: il verbo rimanda all’idea di un’onda.

La tematica del notturno era presente sin da Omero (Iliade VIII, v. 555), dove si legge una similitudine tra le stelle che brillano nel cielo limpido e i fuochi accesi dai troiani accampati davanti ad Ilio; esiste anche un frammento di Alcmane (VII a. C), che potrebbe provenire da un partenio, in cui si descrive la quiete della notte attraverso un elenco di luoghi e animali. Ma il passo più significativo da porre in rapporto con quello virgiliano è forse la notte di Medea nelle Argonautiche (III, v. 744). Qui, durante il momento notturno, arrivano sulla Terra le tenebre e il sonno per i mortali, seguiti dal silenzio tipico dell’oscurità; l’ambientazione è marina e si legge una citazione “tecnica” relativa alle costellazioni dell’ Orsa e di Orione, mentre l’elemento faunistico si limita alla menzione dei cani, che non guaiscono più per la città. L’elemento di maggior differenza con Virgilio è dato dalla presenza di una “madre di morti figli”, figura infelice, eppure anch’essa preda del sonno. La somiglianza maggiore è invece insita nell’avversativa, che segnala il contrasto tra la quiete dei primi versi e la tensione di Medea, còlta da insonnia a causa del conflitto tra il senso dell’onore, la fedeltà al padre e l’amore per Giasone.

a
Notte di luna piena, di R. Cantone

 Orazio, Epodo 15, vv. 1-16.

Gli Epodi, denominati dal poeta Iambi, rappresentano la prima raccolta poetica di Orazio, e furono composti tra il 40 e il 30 a. C, per cui cronologicamente precedono l’Eneide. Questi testi sono caratterizzati da una certa varietà tematica, fondata sul modello del giambo arcaico.

Nox erat et caelo fulgebat Luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex              5
lentis adhaerens bracchiis,
dum pecori lupus et nautis infestus Orion
turbaret hibernum mare
intonsosque agitaret Apollinis aura capillos,
fore hunc amorem mutuum,                                10
o dolitura mea multum virtute Neaera:
nam si quid in Flacco viri est,
non feret assiduas potiori te dare noctes
et quaeret iratus parem
nec semel offensi cedet constantia formae,                15
si certus intrarit dolor.

Era notte e la luna splendeva nel cielo sereno

in mezzo agli astri di minor splendore,

quando tu, pronta a offendere la maestà degli dei,

giuravi su parole che io stesso ti porgevo,

con braccia flessuose più forte attaccandoti a me

di quanto un’alta quercia non sia stretta dall’edera:

che fin quando infierisse, ostile alle pecore, il lupo

e Orione ai naviganti nel mare invernale,

fin quando la brezza agitasse gl’intonsi capelli di Apollo,

reciproco sarebbe questo amore.

Ti farà molto soffrire la mia fermezza, o Neera!

Perché se in un Flacco c’è alcunché di virile,

non potrà tollerare che tu dia di continuo le tue notti a un rivale

ma irato cercherà un’altra che gli corrisponda,

né – una volta ferito – la tua bellezza piegherà i suoi propositi,

se sarà stato trafitto da un ostinato dolore.[1]

L’incipit dell’epodo, da nox a et, coincide con quello dei versi virgiliani letti. Il testo oraziano è antecedente a quello di Virgilio, ma quello che importa è sottolineare che questa movenza iniziale, attestata in questo epodo per la prima volta e divenuta poi topica, avrà probabilmente avuto un’ origine comune in un modello greco.[2]

In Virgilio il narratore epico sviluppa la fabula attraverso un ampio numero di versi la cui densità concettuale è amplificata dal ritmo disteso dell’esametro. Virgilio indugia nel quadretto descrittivo, che rappresenta una sorta di battuta d’arresto rispetto allo sviluppo degli eventi. Il giambo è poesia che deve esprimere polemica, invettiva, risentimento, e concentrare narrazione e descrizione in un numero relativamente basso di versi. Ecco dunque che la movenza descrittiva in Orazio si interrompe ben presto, per lasciare spazio all’azione, introdotta dalla subordinata temporale e dal tu interlocutorio.

L’immagine iniziale è caratterizzata dall’oscurità, ma il complemento di stato in luogo caelo, col suo aggettivo sereno in iperbato, abbraccia l’immagine di luce espressa dalla coppia verbo-sostantivo fulgebat luna. La luna compare come protagonista del momento notturno, più potente nel suo splendore rispetto ai minora sidera.

Nei successivi versi il poeta racconta di un giuramento d’amore violato ad opera della donna. La notte, dunque, rappresenta lo scenario ideale di questo giuramento, e insieme alla luna e alle stelle assume la funzione di garante delle promesse fatte: il dato è topico, come è confermato dalla tradizione dell’epigramma ellenistico. Si può leggere in traduzione un testo significativo dall’Antologia palatina:

[V, 8] Meleagro

Notte sacra, e tu lucerna, vi abbiamo prese a testimoni

Dei giuramenti che ci siamo scambiati, voi e non altri:

lui ha giurato di amarmi, e io di non lasciarlo

per sempre; avete avuto l’impegno di entrambi.

Ora lui dice che quel giuramento scivola sopra l’acqua,

e tu, lucerna, lo vedi tra le braccia di altri.

Nell’epigramma si legge come i due amanti abbiano chiamato a testimonianza del giuramento amoroso la notte e la lucerna, simbolici anche della solitudine dei convegni amorosi. La promessa d’amore eterno è stata però poi dichiarata di scarso valore e infranta.

Il terzo verso dell’epodo propone un participio, laesura: esso sembra indicare che la donna fosse consapevole che non avrebbe rispettato il giuramento, ledendo il numen deorum. Il richiamo alla maestà degli dèi, accostato ad un verbo che allude ad un’ idea di violazione, provoca un effetto di stridente contrasto: la sacralità del giuramento è annullata dalle reali intenzioni della donna, la quale si macchia di empietà già nell’atto stesso del giurare; del resto, la scarsa affidabilità dei giuramenti d’amore è un motivo antico, che ha molta eco nella poesia epigrammatica di età ellenistica.[3]

Si ritorna ad un verbo di modo finito con iurabas, interposto tra verba e mea; in base al possessivo capiamo che il giuramento non proviene spontaneamente dalla donna, ma è dettato dall’amante. I versi 5-6 segnalano l’aspetto mimico che accompagna l’espressione verbale delle promesse: la donna è paragonata, secondo una metafora tradizionale, all’edera che aderisce ad un’alta quercia, stringendola con forza.

Dal quinto verso al decimo leggiamo il contenuto del giuramento, secondo il quale l’amore sarà mutuus, reciproco, finché le leggi della natura non verranno sovvertite. Si noterà che questa promessa ha il sapore dell’impossibile, è un adynato, e la particolarità ulteriore risiede nella negatività delle immagini connesse all’ordine naturale, negatività contrassegnata dai termini infestus (riferito sia a lupus che a Orion) e turbaret. Solo al verso 11 compare il nome della donna, menzionata attraverso il vocativo Neaera. A lei è riferito un nuovo participio futuro, dolitura: la donna è destinata a dolersi, perché Orazio reagirà con la virtus, la fermezza tipica del vir[4], e non sopporterà che la donna dia le sue notti ad uno che gli è preferito. Si parla dell’ira, il sentimento determinante per la reazione del poeta, e della constantia, la saldezza dei propri intenti, la quale riuscirà a resistere anche alle seduzioni della bellezza. Il proposito di vendetta è dettato da ragioni profonde, poiché il poeta è offensus ed è stato trafitto da un forte dolore.

L’epodo presenta la tematica amorosa, e vediamo che il poeta rievoca il momento passato del giuramento; si osservino i modi e i tempi verbali, al fine di distinguere i vari piani temporali che scandiscono il componimento:

  • Passato, vv. 1-10;
  • Futuro, vv. 11-15;
  • Presente e futuro, vv. 17-24.

Il tempo della felicità in amore è rappresentato dal passato, e il momento in cui si è verificata è appunto la notte. Alcuni temi qui osservati, come la volubilità della donna amata e la sua propensione a dare noctes assiduas potiori, saranno tipici anche della poesia elegiaca.

 

NotteStellataRodano.jpg
Notte stellata sul Rodano, Vincent Van Gogh (1888)

 

 

 

 

 

 

 

[1] Traduzione di Cavarzere, Epodi, Marsilio, 1992.

[2] Quale sia questo modello è controverso, comunque si trovano alcune ipotesi nell’edizione degli Epodi a cura di Cavarzere (cit. p. 213). Secondo quella più accreditata, di Grassmann, si tratta di Ilias parva, fr. 11 Davies.

[3] Oltre a Meleagro, si possono citare almeno Callimaco AP 5,6 e Asclepiade AP 5, 150. Nell’ambito della letteratura latina, si legge un chiaro ricordo del contesto creato da Orazio in Tibullo 1,9 vv. 1-2 (Quid mihi si fueras miseros laesurus amores, Foedera per divos, clam violanda, dabas?), dove lo spergiuro è il giovane Marato, allettato dai doni di un altro uomo.

[4] Si noti la particolarità retorica dell’espressione quid in Flacco viri est, quasi un ossimoro.

 

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