LETTERATURA DAL 1600 AL 1800, LETTERATURA ITALIANA

Leopardi e la teoria del piacere

L’anima umana aspira sempre al piacere, ovvero alla felicità. Questo desiderio è connaturato all’esistenza ed è infinito, illimitato, mentre i piaceri sono di per sé finiti. Infatti il desiderio non ha limiti di durata e di estensione, mentre i piaceri esistono in modo limitato e circoscritto. L’uomo desidera non UN piacere, ma IL piacere, pertanto una volta ottenuto qualcosa, lo sentirà troppo piccolo, limitato per estensione o per durata, rispetto al suo desiderio infinito. Tutti i piaceri sono pertanto misti di dispiacere, perché l’anima non ne risulta mai appagata nelle sue aspirazioni infinite.


C’è nell’uomo una facoltà immaginativa che può concepire le cose che non esistono e dato che l’uomo tende al piacere in modo innato, facilmente immaginerà i piaceri, infiniti in numero, durata ed estensione. Quindi, venendo a coincidere il desiderio infinito con l’immaginazione infinita, ne deriva che la felicità risiede non nella realtà, ma proprio nell’immaginazione e nelle illusioni.
La natura ha quindi supplito alla mancanza di piaceri reali infiniti attraverso le illusioni e con l’immensa varietà dei piaceri. Questi ultimi infatti sono tanto vari che difficilmente si ha il tempo di realizzarne la finitezza. Sicuramente gli antichi, così come i fanciulli, avevano una maggiore capacità immaginativa: infatti con il tempo è aumentata la cognizione del vero, ma questa definisce le cose e circoscrive l’immaginazione, limitandone la tensione verso la felicità. Quindi l’ignoranza ha una maggiore propensione per l’immaginazione, quest’ultima “opera” di più appunto negli ignoranti e li rende più felici di quanto non faccia con gli istruiti. Gli uomini meno profondi inoltre sentono meno la pena per la finitezza dei piaceri, percepiscono meno questo loro essere finiti.

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Dunque in conclusione:
I beni sembrano bellissimi da lontano;
L’ignoto è più bello del noto;
L’anima preferisce il bello vago, le idee infinite;
Talvolta l’anima desidera una veduta ristretta e confinata e in questo caso lavora l’immaginazione al posto della vista. Il fantastico subentra così alla realtà, perché l’anima si immagina quello che non esiste.

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I “Canti” di Giacomo Leopardi

Della raccolta poetica i “Canti” di Giacomo Leopardi esistono tre edizioni:

  • Firenze, 1831
  • Napoli 1835
  • Firenze 1845 (postuma)

Il titolo “Canti” è indicativo del carattere lirico e soggettivo delle poesie, molto varie dal punto di vista della forma e del contenuto.

Dal 1818 al 1823 Leopardi scrive le Canzoni, ovvero componimenti di impianto formale classicistico che adottano uno schema metrico tradizionale e un linguaggio aulico e ricercato.

Fino al 1821 scrive canzoni incentrate su temi civili, caratterizzate da un certo pessimismo storico che si traduce nella critica alla società presente e nell’esaltazione delle età antiche.

Nel Bruto minore e nell’Ultimo canto di Saffo si delinea l’infelicità umana come condizione assoluta, e si esprime l’idea della malignità del fato. Le canzoni del 1822-23 celebrano la civiltà antica e l’immaginazione umana.

Mentre scrive le canzoni Leopardi si dedica anche agli Idilli, caratterizzati da un linguaggio semplice e musicale e da una poetica del vago e dell’indefinito. Gli idilli nell’antichità erano componimenti raffiguranti scene pastorali e legate alla natura. Anche gli idilli di Leopardi sono legati alla natura, ma con un’impronta più intima e soggettiva.

Dal 1828 Leopardi si dedica ai grandi idilli, caratterizzati dal pessimismo cosmico e dall’idea che l’infelicità sia condizione essenziale e immutabile. Se da un lato è presente il ricordo delle illusioni giovanili, dall’altro c’è la consapevolezza del vero, consistente nella convinzione dell’infelicità umana. La metrica è libera, con libera alternanza di endecasillabi e settenari (canzone leopardiana).

La Palinodia al marchese Gino Capponi è un tentativo di Leopardi di scardinare l’idea del progresso come raggiungimento una condizione di felicità per l’uomo. La visione leopardiana è pessimistica e materialistica, non vi è spazio quindi per la spiritualità e l’ottimismo progressista.

Tra il 1833 e il 1835 Leopardi vive la delusione amorosa in quanto non ricambiato da Fanny Targioni Tozzetti. Scrive pertanto un ciclo detto di Aspasia, che supera la poetica del vago e indefinito per approdare a un linguaggio aspro, antimusicale ed essenziale, con una sintassi complessa.

Il testamento poetico è rappresentato da La ginestra, un poemetto risalente al 1836, in cui Leopardi si scaglia contro l’ottimismo cattolico e liberale, senza però negare una possibilità di progresso, che consiste nell’unione solidale tra gli uomini contro la natura nemica. Solo così potrà fondarsi una società più giusta e civile.

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I Canti: commento di Guido Baldi

Nella sua poesia Leopardi esprime il suo pessimismo, ma non si tratta di un poeta adolescenziale e lamentoso. Leopardi è il poeta della vita in cui il pessimismo nasce da un bisogno di pienezza e di gioia vitale frustrato dalla condizione storica e naturale vissuta dall’uomo. Questo infatti è soggetto a dolore, malattie, vecchiaia. Il pessimismo nasce come reazione a tutto ciò.

Non si tratta di rassegnazione, quanto di protesta, di ribellione contro gli ostacoli che si frappongono alla felicità umana. La tensione vitalistica del poeta dà origine alle immagini serene disseminate nei Canti: le illusioni felici ivi presenti risentono senza dubbio dell’influenza foscoliana. Nelle Ricordanze L. sostiene che le illusioni non possono essere eliminate nemmeno dall’esperienza più negativa. Leopardi canta la gioia vitale e affronta comunque i problemi contemporanei, interviene nelle polemiche, segnalando la falsità dell’idea di progresso basato sull’espansione dei mercati e sull’innovazione tecnologica. Profetizza le sventure che arriveranno da questo falso progresso. L’idea di Leopardi sul progresso, evidenziata nella Ginestra, si basa sulla consapevolezza della infelicità connaturata alla dimensione umana. Avuta tale consapevolezza, gli uomini potranno cercare di rinsaldare la social catena, aiutandosi reciprocamente contro la natura matrigna che è la vera nemica. La poesia rinsalda la necessità di affratellarsi, di essere solidali, di fornirsi soccorso in caso di difficoltà.

Sul piano del linguaggio poetico Leopardi ha superato le forme chiuse della poesia tradizionale creando una poesia più libera in cui i versi si susseguono senza schemi strofici e metrici rigidi (ciò soprattutto nei Grandi idilli). Anche l’ultima poesia leopardiana è molto innovativa, per l’uso aspro e incisivo del linguaggio e per le innovazioni tematiche.